Pagina 2 di 8 PrimaPrima 123 ... UltimaUltima
Risultati da 11 a 20 di 77

Discussione: Parliamo di Bombacci.

  1. #11
    email non funzionante
    Data Registrazione
    01 Oct 2007
    Messaggi
    318
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Praedur Visualizza Messaggio
    Non dimentichiamo che davanti al piombo partigiano le sue ultime parole furono "W il Socialismo"...che è ben diverso dal dire viva il bolscevismo o simili
    Inoltre comunista lo è stato per un periodo.... ma ricordando bene nei cd punti di Salò dei quali Bombacci è stato un estensore determinante , si accenna ad una socializzazione anticapitalista ed antiplutocratica senz'altro...ma senza negare taluni elementi che per il marxismo equivalgono a mera sovrastruttura (famiglia, patria, piccola proprietà privata)
    !

  2. #12
    SubZero
    Ospite

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da italianuova2 Visualizza Messaggio
    1) dipende cosa intendi.
    Bombacci e Mussolini ebbere sempre un rapporto umano cordialissimo e amichevole anche quando Bombacci fondava il PC.
    Politicamente credo che lo stacco di Bombacci dal PC sia dovuto essenzialmente a due motivi:
    a) L'amicizia verso il Duce
    b) la possibilità di realizzare un vasto programma di riforme sociali.

    Inizialmente Bombacci ebbe un ruolo assolutamente marginale nel Fascismo. Sino al 43 la destra del PNF era forte, troppo forte per dare spazio a Bombacci (pure Pavolini fu "silurato" nel rimpasto).
    Discorso completamente diverso per la RSI dove Bombacci fu fondamentale o quasi. Egli fu il collante fra gli operai, il Duce ed il PFR. Coltivava amicizie anarchiche (molti entrarono nella RSI) e arringava gli operai nelle fabbriche.
    Importante anche il suo contributo legislativo con la socializzazione.

    2) Fondamentale direi. Riteneva che il Fascismo avrebbe potuto realizzare una rivoluzione sociale tale da distruggere il grande capitale. Faceva dell'Italia una grande nazione proletaria che avrebbe dovuto combattere il nemico anglo-americano (nazione proletaria, l?italia, fu definita anche da Mussolini)
    Vedeva nella socializzazione la reale possibilità di appianare le differenze tra classi sociali.
    Bombacci lo ritengo un "border line", diverso da un Pavolini, ma diverso anche da un Gramsci per analisi politica e strategica.

    3) Con una venatura di romanticismo, posso dire che di errori non ne ha fatti, ma se così fosse l'essere morto da Fascista li ha fatti certamente dimenticare.
    quoto.

  3. #13
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    6,178
     Likes dati
    15
     Like avuti
    96
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    1 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Praedur Visualizza Messaggio
    Non dimentichiamo che davanti al piombo partigiano le sue ultime parole furono "W il Socialismo"...che è ben diverso dal dire viva il bolscevismo o simili
    Inoltre comunista lo è stato per un periodo.... ma ricordando bene nei cd punti di Salò dei quali Bombacci è stato un estensore determinante , si accenna ad una socializzazione anticapitalista ed antiplutocratica senz'altro...ma senza negare taluni elementi che per il marxismo equivalgono a mera sovrastruttura (famiglia, patria, piccola proprietà privata)
    Si ma attenzione: Bombacci fu cacciato dal partito comunista due volte: la prima nel 23 dopo che gia aveva parlato di unione delle due rivoluzioni (comunista e fascista) e fu reintegrato per volere di mosca, poi definitivamente mi pare nel 27..è normale che covasse rancore per alcuni ambienti... e poi che il comunismo sia contro patria Famiglia ecc.. è tutto da vedere se pensiamo a quello russo per esempio... per quanto riguarda la lotta di classe Bombacci diceva appunto che grazie alla rivoluzione fascista e la forza dello Stato questa non era più un problema (in Italia)

  4. #14
    Klearchos
    Ospite

    Predefinito

    Stavate parlando di me???

    A parte gli scherzi...

    Nicola era un comunista anomalo, e la sua rottura morale con il partito la si ebbe nel suo discorso al parlamento del 30 Novembre 1923, giorno in cui si discusse l’apertura dei commerci italiani con l’URSS. Bombacci parlò a nome della Russia in favore di questo patto, fece un discorso pieno di patriottismo verso l’Italia e parlò persino di “Unire le due rivoluzioni, quella bolscevica e quella fascista, entrambe antiborghesi, per una comune lotta contro le plutocrazie capitaliste”. Alla fine del suo discorso il deputato fascista Giunta gridò : ”Onorevole Bombacci, c’è una tessera fascista pronta per lei”.
    Ciò che allontanò definitivamente Bombacci dal comunismo filosovietico, fu la svolta stalinista presa dopo i funerali di Lenin, a cui egli stesso partecipò. Dopo l’allontanamento dal comunismo anche in Italia, cadde in miseria. Era povero, realmente, era comunista, tenuto d’occhio dalle autorità, come “Elemento sovversivo”. Si sa che Mussolini intervenne sempre, in segreto, affinché non gli venisse torto un capello, durante gli anni dal 24 al 42. Anzi, nel 1930 si sa che Bombacci scrisse una lettera al Duce in cui gli spiegava la sua miseria. Mussolini gli procurò il lavoro, come responsabile dell’importazione di prodotti agricoli e del grano dalla Russia, risollevando le sue condizioni economiche. Nel 1936 gli permise persino di pubblicare una rivista, la “Verità”, di stampo chiaramente comunista, che ebbe un alto successo. Questo per coloro che vanno predicando la “Terribile persecuzione contro la libertà di stampa perpetuata dai fascisti”. Nicola Bombacci si avvicinò sempre di più al fascismo anche se non arrivò mai a definirsi tale.
    L’8 Settembre 1943 Bombacci era a Roma e visse le tribolazioni nell’ombra, scrutando gli avvenimenti con attenzione. Quando sentì Il suo amico Mussolini parlare di “Repubblica SOCIALE italiana “ ebbe un moto nell’animo che lo spinse al nord, vicino al suo amico, nella ricerca di quella repubblica socialista che aveva tanto sognato.L’ arrivo di Bombacci come collaboratore giunse a Mussolini come una pioggia fresca dopo mesi passati nel deserto.
    Passavano serate assieme passeggiando sulle rive del lago, Bombacci girava per le città parlando ai lavoratori, infiammando le piazze, chiamandoli con una parola che era stata tabù per vent’anni ”Cari compagni, a cui aggiungeva un Cari camerati”. I lavoratori lo amavano, anche se sia lui che loro sapevano che ormai era troppo tardi. Catturava la simpatia dei fascisti salendo sul palco fischiettando “Me ne frego di Bombaci e del sol dell’avvenir” : “Eccomi quà”.
    Furono fucilati a Dongo, sul lungolago. Anche prima della fucilazione, Bombacci continuò a fare battute di spirito, e quando le decine di colpi di mitra gli vennero scaricate addosso, prima di morire gridò “Viva Mussolini, viva il socialismo”.

  5. #15
    Klearchos
    Ospite

    Predefinito

    Nicola BombacciPassione e rivoluzione
    Giuseppe Niccolai
    Ringrazio, di cuore, la Federazione di Forlì, in particolare il suo Segretario Federale, l'ISPES, di avermi dato la possibilità di ricordare, qui nella sua terra, Nicola Bombacci.
    Ciò accade dopo 43 anni dalla sua morte. Per la prima volta, dopo questo lunghissimo e tormentato dopoguerra, torna un suo ricordo.
    E lo fa una Comunità che questo «personaggio» disegna, o meglio interpreta come nessuna analisi politica potrebbe fare; la Comunità, dentro la quale, per amore dell'Italia, ci si è, spesso, fatti trasgressivi; e che in questa Comunità si può stare, a condizione che si sia trasgressivi specie nei momenti che contano.
    Per farmi intendere, per rendere attuale il mio pensiero dirò, anche per rispondere a chi in questi giorni, ci interroga e ci dipinge, in relazione alle vicende francesi, che è Nicola Bombacci che costruisce, modella il nostro volto, non Jean Marie Le Pen.
    Il primo è sangue, sangue nostro, è storia, radici; il secondo è cronaca, cronaca vivace ma destinata a passare, che insomma non ci costruisce, anche se ci interessa.

    * * *
    Nicola Bombacci o se si vuole, così come amava chiamarlo Mussolini, Nicolino Bombacci.
    Risuonano, nel pronunciare il suo nome, tempi lontani ma per una contrapposizione che ha la forza di un urto violento; dentro coloro che quei tempi vissero e che questi tempi vivono; quel nome pone subito un confronto che, se ci fate caso è già, d'un colpo, tutto favorevole a Nicolino Bombacci e a coloro che 70-60-50-40 anni fa vissero, dalle varie sponde politiche, la passione del fare politica.
    Il confronto fra quegli uomini di allora, gli uomini del Secolo delle Rivoluzioni e gli uomini di oggi; di questa Democrazia consociativa che, al posto delle idee si nutre di affari, di tangenti che, al posto delle passioni e delle idee, si accorda in ordine al motto «io da una cosa a Te e Tu dai una cosa a me», nel migliore dei casi perché, nel peggiore, la filosofia che oggi ispira la condotta politica e civile è quella della violenza.
    Il cinismo ha demistificato tutto, al punto che i rapporti politici altro non sono che puri rapporti di forza per cui la mafia, in tutti i suoi comportamenti, non ultimo quello del linguaggio (il linguaggio ermetico dei politici che è fatto per ingannare) è divenuta cardine della vita politica italiana e Torino non è meno palermitana di Palermo.
    Gli uomini politici dei tempi di Bombacci e quelli di Nicolazzi.
    Cosa era la politica per Nicolino Bombacci? Un mestiere per fare soldi? Una professione? Una cultura, come si dice in giro?
    Nulla di tutto questo. Era passione civile. La politica, lo scriverà senza vergognarsene, non era per lui cultura, ma, semplicemente, quella cosa per cui uno si occupa dei guai degli altri come se fossero propri.
    E per quei guai è disposto a dare la vita.

    * * *
    Il Secolo delle Passioni e i tempi del temporeggiare, dell'allusione, del dire e del non dire, della parola predicata che non è quella vissuta, del fraseggio in cui ci puoi leggere tutto e il suo contrario.
    Le parole di Moro, Spadolini, De Mita, le parole che si pronunciano adesso, le parole che si dicevano allora quando Bombacci si pronunciava per la Rivoluzione Sociale.
    Gli uomini politici: il loro mestiere, nelle due epoche. Il mestiere oggi dell'uomo politico. È squallido. Perché? Perché è legato al grigiore delle proprie opere, alla inconcludenza del proprio mandato.
    Come infatti rendersi, oggi, utili alla gente che lavora, che fatica, che pensa, che studia, che, in fondo, manda avanti la barca di quest'Italia ?

    Si può dissentire sulla vita che Nicolino Bombacci si è costruita. Si può condannarla.
    Il suo passato di rivoluzionario, di comunista, di amico di Mussolini, di socialista tutto particolare; ma su una cosa è difficile dissentire: la carica di umana simpatia che da tutta la sua tormentata vicenda sprigiona.
    Ricorda quella di Filippo Corridoni, il rivoluzionario sindacalista morto a trent'anni alla trincea delle Frasche. Anche a lui, che passa gran parte della sua vita nelle carceri per la «redenzione del lavoro», quando è per l'intervento, gli gridano «traditore»; come faranno con Bombacci; ebbene in quella invettiva c'è odio e amore insieme... Perché dietro i comportamenti di Bombacci e Corridoni, dietro la loro scelta che li porterà alla morte, tutto può esserci, anche la passione sbagliata, mai però calcolo, opportunismo, doppio gioco.
    Alla base della vita di Nicola Bombacci, anche dei suoi errori, vi è la bontà, mai la cattiveria. «Simpatia umana» che è forza morale
    Significa essere nati per sentire i bisogni degli uomini, di chi soprattutto soffre. Capire e soffrire i bisogni di una Città, di una Regione, di una Nazione. Avere il dono e la capacità di rappresentare concretamente, dentro di sè, gli uomini che vanno nel campo, nell'officina, nell'ufficio, nella scuola, dovunque si lavora, si pensa e si soffre.
    Simpatia umana: sapersi rappresentare concretamente dentro di sè, il dolore dell'altro, vicino o lontano, qualunque credo professi, qualunque ingiustizia patisca.

    * * *
    Si vive il tempo delle demonizzazioni. Si criminalizza la storia per farne strumento di lotta politica. È toccato a Mussolini, è toccato a Bombacci. Tocca ora a Togliatti. La demonizzazione investe perfino la Chiesa di Cristo. Chi è nel giusto?
    Comunque questo: gli uomini di allora possono essere stati scossi, nel tentativo del riscatto umano definitivo, da passioni, sogni disperati, ma hanno scritto -perdenti o vincenti che siano risultati- storia, sanguinosa quanto volete carica di dolore, ma storia che ha tentato di cambiare il mondo, e con quella storia gli uomini di oggi devono, volenti o no, fare i conti.
    Non saranno, certo, ricordati per il fascino della tangente. La tangente, per i politici di oggi è l'occasione più gratificante di una grigia vita politica. Non si riesce a costruire storia. La tangente, il furto, è il surrogato di una Storia che non si riesce più a scrivere.
    I rossi fiumi della Storia. Di oggi si può dire, perdonate la crudezza delle parole con Louis Ferdinand Cèline, "L'Ecole des Cadavres":
    «Noi spariremo, corpi e anime, da questo territorio al pari dei Galli, questi folli eroi, i nostri grandi antenati in futilità, i peggiori zimbelli del cristianesimo. Non ci hanno lasciato neppure una ventina di parole del loro linguaggio. Di noi se si conserverà la parola "merda", sarà già una grande cosa»
    Pier Paolo Pasolini: «Noi ci troviamo alle origini di quella che sarà la più brutta epoca della storia dell'uomo: l'epoca della alienazione industriale» ("Vie Nuove", 69)
    Per capire Bombacci e i suoi tempi, è necessario partire da questi tempi, quanto essi siano lontani da quelli.
    Siamo su un altro pianeta. Le mollezze del consumismo del darvinismo tipo "Dallas", "Dinasty" che spesso ci portano nel benessere, (non nella felicità, che è un'altra cosa!), alla noia e i nostri figli alla droga, rendono difficile capire quegli uomini che vissero il secolo del ferro e del fuoco, ma la loro vita non fu certo squallida.
    Siamo qui a parlarne. Fra anni, a parlarne, saranno molti di più.
    Nella ancora calda disputa del fascismo-antifascismo, il giornalista Domenico Campana su "il Giorno" (4-1-88) ha scritto: «Che si debba recitare il De profundis tanto al fascismo che all'antifascismo è una cosa che prima o poi deve accadere. Fascismo e antifascismo rappresentano due isole culturali "eroiche" in un paese che di eroico non vuole avere più nulla. Perché considera l'eroismo pericoloso, sciocco retaggio del passato e soprattutto portatore di guai. Si sono sbriciolati i fiori sulle tombe delle camicie nere adolescenti che affrontavano a mani nude i carri armati inglesi nel Sahara. Si sbriciolano le lapidi dei ragazzi partigiani fucilati. Viviamo nel tempo opaco e confortevole del centrismo, delle buone intenzioni e dei buoni affari. L'attuale dibattito su fascismo e antifascismo non serve che a demonizzare l'uno e l'altro, mostrandone ancora una volta i difetti, le colpe, il fanatismo, a tutto vantaggio di chi tende all'ordine, a un ordine senz'anima, che non saranno certo tisiche e indecise riforme istituzionali a rendere nuovo».
    Nicola Bombacci è da collocarsi nell'isola «eroica»?: fa anzi parte di tutte e due, le due rivoluzioni che scossero il XX Secolo: il fascismo e il comunismo.
    Le due Isole eroiche e l'Italia che sta alla finestra e scende per strada, a cose fatte, per dire: «c'ero anch'io, e ho diritto di comandare».
    Vecchia storia. L'arroganza del potere, sotto tutte le divise, quella liberale, quella democratica, quella socialista, quella fascista. Sto dalla parte giusta, posso permettermi tutto. Le arroganze patite, sofferte, provocate «da chi è stato alla finestra», hanno distrutto, nel popolo, ogni fiducia nei propri governanti, fino in se stessi. Nessun rispetto per la collettività, genuflessioni, il baciar la scarpa al potente di turno: perché può tutto. Ciò viene da lontano.
    Curzio Malaparte, ne "I Santi Maledetti" (un libro tre volte sequestrato da Giolitti, Bonomi e dal fascismo) traduceva la parola d'ordine interventista di Mussolini: guerra per la rivoluzione! Malaparte difendeva la Fanteria di Caporetto, dandovene una versione di classe, contro le accuse di vigliaccheria lanciate da Cadorna alla truppa, una rivolta del proletariato delle trincee ai maltrattamenti dei comandi (carneficine nelle battaglie campali, migliaia di morti messi in bilancio per conquistare poche centinaia di metri, rancori per angherie inenarrabili, divieto ai Fanti di entrare in un caffè, di uscire in compagnia di donne, feriti trattati come rognosi, ammalati curati come bestie, disprezzati, nutriti di brodaglie immonde).
    «In quel libro -scrive Malaparte- la storia del popolo italiano dal 1918 in qua. Poiché tutte le vicende della vita italiana, negli ultimi 40 anni, nascono dalla dolorosa esperienza di quella guerra e soprattutto dalla scoperta che v'erano due Italie. L'Italia dei codini, dei bigotti, degli sbirri, dei ladri, degli Alti Comandi (e per Alti Comandi non intendo solo quelli militari), di tutti coloro che disprezzano il popolo italiano, lo sfruttano, lo opprimono, l'umiliano, l'ingannano, lo tradiscono, quella Ignobile Italia che la mia generazione, e tutte le generazioni del Carso e del Piave, hanno rifiutato e rifiutano. È l'Italia -questa del mio libro- della fanteria, l'Italia della povera gente, generosa, leale, onesta, coraggiosa, nemica d'ogni sopruso, d'ogni privilegio, nella quale abbiamo creduto e crediamo».
    Se fate attenzione qui è racchiuso quel nazionalpopulismo di cui, nel tramonto sanguigno del fascismo, si fece portatore Nicola Bombacci. E che dà -cercheremo di spiegarne le ragioni- nella storia degli anni del nostro Paese che vanno dal 1900 al 1945 (e se si vuole fino ai giorni nostri) un posto e un ruolo a Nicola Bombacci moralmente più alto e di grande significanza di quello che hanno avuto e avranno i Capi del PCI, finiti per essere oggi dei pallidi riformisti del neo-liberalismo americano. Il capitalismo, per loro, ha vinto e va accettato.
    Nicolino Bombacci viene da loro, comunisti, e per conto della V^ Armata americana, fucilato, sul lago di Como.
    Grida, morendo, «viva il socialismo». Oggi, a oltre 40 anni, il socialismo di Bombacci è tutt'altro che morto. Quello del PCI è sepolto. Ed è il capitalismo a sotterrarlo. Non è un'affermazione di parte, avventata. Sono i fatti che, nella loro eloquenza, parlano. E non temono smentite.
    Bombacci, il rivoluzionario. Il tentativo di svalutarlo su due piani. Si argomenta: non era nulla. Non rappresentava nulla. Tutt'al più una immagine folcloristica.

    * * *
    Nato in provincia di Forlì nel 1879, educato per qualche anno in seminario, aveva quattro anni più di Mussolini e come lui aveva cominciato l'attività politica nel PSI all'inizio del secolo. Appartenne con Mussolini all'ala intransigente, divenuta nuova maggioranza dopo il congresso di Reggio, in una situazione così descritta nella "Storia del socialismo italiano" da Gaetano Arfè (PSI): (....) l'effettivo leader della nuova maggioranza, Mussolini, ricorre conducendo campagne di proselitismo dalle quali mai prima si era conosciuto l'esempio. In due anni, dal congresso di Reggio a quello di Ancona del 1914, il numero degli iscritti risulta raddoppiato (....). Sarà il momento in cui emergeranno i più facinorosi e irresponsabili dei rappresentanti della sinistra a tenere il campo: Bombacci e i Bucco, che prenderanno la mano ai Lazzari e ai Serrati. L'incremento numerico del partito nel biennio mussoliniano è costante».
    Ma a Ugo Ojetti, osservatore signorile che nel 1922 lo descrisse nelle sue "Cose viste", non diede l'impressione di un facinoroso: «un deputato magro, gentile e piccolino, vestito di nero (...) l'onorevole Bombacci è angelico, ha una voce lenta e velata dalle nebbie iperboree».
    L'immagine giovanile contrasta tanto con quella che vuol darne Arfè, quanto con quella del vecchio corpulento ricomparso tra i morti di piazzale Loreto.
    Al congresso socialista del settembre 1918 a Roma, in assenza di Lazzari, detenuto per disfattismo, Bombacci venne nominato segretario del partito. Una leadership che gli fu confermata dal congresso nazionale di Bologna nell'ottobre del 1919.
    Non quindi un semplice tribuno locale, un pittoresco Lenin della Romagna, ma un dirigente e parlamentare autorevole nel socialismo italiano, prima, durante e dopo la grande guerra.

    * * *
    Se si vuole essere precisi Nicola Bombacci, molto di più di Togliatti e dello stesso Gramsci, è protagonista della scissione del Gennaio del 1921 a Livorno, quando nasce il PC d'Italia; è eletto nel Comitato Centrale; è, insieme con Bordiga, Gramsci e Terracini, collaboratore dell'Internazionale comunista, dell'Internazionale della Gioventù, del Fanciullo proletario; è eletto deputato (15. 5. 21) nella Circoscrizione di Trieste; è autorevole membro internazionale del Cominform; è fraterno amico di Vladimiro Ulianoff, detto Lenin.
    Non un socialista, un rivoluzionario qualunque. Fu, fra l'altro -fatto che, paradossalmente, gli costerà l'espulsione dal partito nel 1927- un assertore della politica di avvicinamento fra l'Italia fascista e l'URSS. Partecipò, in posizione preminente, alla delegazione italiana che, prima nel mondo, si recò a Mosca, nel tentativo di riallacciare rapporti commerciali fra il nostro Paese e lo Stato uscito dalla Rivoluzione d'Ottobre.
    Fu, insomma, nella politica di relazioni con l'URSS, un precursore di Italo Balbo (Odessa, 1929), di Giarratana (Agip), degli Agnelli (Fabbrica di cuscinetti a sfere), di Enrico Mattei, nel fiutare le possibilità che, anche per il lavoro italiano, poteva rappresentare un mercato di oltre 200 milioni di anime, retti da una economia di Stato.
    Non un socialista, un rivoluzionario qualunque. No, non era nessuno, era qualcuno.
    Non era un teorico del marxismo, non era un dottrinario, concettualmente non valeva, si argomenta.
    Scrive Bombacci, "la Verità", gennaio 1937: «io sono arrivato al socialismo, non nel 1918-19, ma nel 1900 e non per calcolo, nè per cultura scientifica, ma per sentimento. E la colpa che mi hanno rimproverata i professori del cosiddetto socialismo scientifico».
    Il suo socialismo romantico, idealista; il marxismo freddo scientifico dei Togliatti, tutto testa, intellettualistico, raziocinante.
    L'ignorante Bombacci.
    L'intellettuale Togliatti.
    Ma, a distanza di 43 anni dalla morte di Bombacci e 24 da quella di Togliatti, chi dei due, il cuore e il cervello, non dico «ha avuto ragione», dico chi dei due scuote di più, umanamente?
    Il ragionatore Togliatti, l'intellettuale, l'esecutore freddo dei crimini di Stalin; o Nicola Bombacci, il sentimentale Nicola Bombacci nella sua revisione spiritualistica del Marxismo che lo porterà alla morte?
    0 forse perché Togliatti, nel 1945 ha vinto, e ha avuto poi funerali di Stato, e Bombacci ha perduto ed è stato ucciso due volte, sul lago di Como e a Milano, in piazzale Loreto?
    Comunque Nicola Bombacci è uno dei volti proletari del comunismo italiano, dopo il volto borghese di Togliatti, e il volto russo di Longo e di Secchia, come Danton stava a Robespierre e a Marat. Quindi Bombacci rimane l'unico aspetto originale, come Di Vittorio, l'unico motivo umano del bolscevismo italiano.
    E questo perché fra il professore di filosofia (Togliatti) e il maestro elementare (Bombacci), quello ci appare come un freddo espositore di teoremi non suoi; questo una autentica forza della natura, in quanto il primo cerca di mascherare con l'originalità della polemica la mancanza di originalità che lo anima, mentre il secondo esprime con calde parole una originalità tutta sua, tutta nostra, tutta italiana: l'originalità secolare, millenaria ormai, della nostra miseria e della nostra fame.
    Per 50 anni (1900-1945) Bombacci si batterà, sia pure a modo suo, per questa miseria e per questa fame, tirando le fila umane della lotta rivoluzionaria. E la follia aberrante del bolscevismo lo cancellerà come fenomeno umano per sostituirlo, con i risultati fallimentari che si vedono, con i freddi ragionatori della teoria che non si arresteranno nemmeno dinanzi ai crimini.
    Nella vita di Nicola Bombacci non troverete crimini.
    Dalla sua vita: bontà, povertà, passione. Per una rivoluzione nostra, tutta italiana.

    * * *
    Allora Bombacci una semplice curiosità della Storia? I suoi scritti troppo modesti, decorosi ma non lasciano il segno? Il segno lo lasciano, forse, gli scritti di Enrico Berlinguer? In che cosa? Quale avvenire ? Quale prospettiva? Quale progetto per l'Italia del 2000?
    Chi dei due (compreso Togliatti) anticipò i tempi, scrivendo venti anni prima che cosa era il socialismo reale realizzato da Stalin? Le cose che Krusciov dirà al XX Congresso del PC Sovietico, Bombacci le aveva già dette anni e anni prima, subendo l'accusa di «traditore».
    Gli scritti di Enrico Berlinguer, un uomo politico morto sul campo (e questo gli fa onore), ma, su quello dottrinario del costruttore politico, personaggio tutto sommato patetico, modesto, con molti scrupoli, poca fantasia, assomiglia a Papa Montini, Paolo VI; il Papa del dubbio. Capo di una Chiesa laica schiacciato tra i dubbi di una fede e l'ordinaria amministrazione di un processo dissolvente di secolarizzazione. Resta in mezzo al guado, ed è la fine. Non una parola di avvenire. Per l'Italia, per il suo Popolo.
    I suoi scritti? Simili a quelli di Aldo Moro. Lunghe encicliche, canonizzate, sottoposte a lente, graduali, bilanciate evoluzioni conciliari. Un po' di Amendola, un po' di Ingrao, un po' di Natta. Lavoro di curia. Stile cardinalizio. Frasi calibrate. Per tentare di tenere, di stare insieme.
    Ma dov'è il respiro dei millenni? Di chi diceva: ecco ti cambierò vecchio mondo!
    La "NATO" ci protegge, dirà. L'americanismo fa parte della nostra vita. L'occidentalismo anche. La Russia sovietica, forza storica spenta, senza propulsione, è rimasta in panne. Saltano i dogmi siamo alla smobilitazione. I sogni non ci sono più. Si sta con il capitalismo, con l'opulenza del consumismo: la nuova religione.
    Il posto dei comunisti, a 43 anni dal 1945: guardiani del pluralismo, della NATO, del mercato, della disoccupazione di massa che ne è la conseguenza, ausiliari del capitalismo americano.
    È tutta qui la «via» nazionale del comunismo?
    È tutta qui, non c'è altro. E i funerali di Berlinguer (Togliatti) non sono il saluto ad un rivoluzionario che voleva cambiare il mondo che voleva redimerlo dalle ingiustizie, dalle sopraffazioni dallo sfruttamento. Non sono un saluto, l'ultimo ad un oppositore del sistema borghese e capitalista.
    È l'apoteosi di un Uomo che ha stabilizzato questo «sistema», con la mediazione, con la conciliazione.
    Ed abbiamo questa Italia, dove i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Dove, sì c'è benessere, ma non c'è felicità. C'è anche (eccome) disperazione, noia, solitudine, lo svuotamento dei rapporti amorosi, affettivi (la donna), in fondo lo sfarinarsi dei figli nella droga. C'è anche questo nel tempo delle «cose», del consumismo brillante, affascinante.
    E c'è, dall'altra parte, la carica umana, virile, disperata, carica di sentimento, c'è il sogno nazionale e popolare di Nicolino Bombacci.
    Un traditore? Un convertito? Un voltagabbana? Un doppio giochista?
    Bombacci fu, nel 1927, espulso dal partito perché su di lui pesava il discorso pronunciato alla Camera il 30 novembre del '23, quando Mussolini annunciando che l'Italia -la prima nazione del mondo- si accingeva a riconoscere lo Stato sovietico uscito dalla rivoluzione di Ottobre.
    Bombacci nella replica disse che «quello era l'incontro fra due Rivoluzioni». Quasi inneggiando alla lotta di classe internazionale delle Nazioni proletarie contro quelle plutocratiche; il sangue contro l'oro.
    Pesava su Nicolino Bombacci l'aver tentato a Fiume negli anni 20, dinanzi alla incapacità rivoluzionaria del partito della classe operaia, un collegamento con le forze dannunziane, secondo l'auspicio dello stesso Lenin e dello stesso Gramsci.
    È l'eresia nazionale del socialismo che già aveva portato, alla scissione del novembre del 1914 quando Mussolini, già socialista rivoluzionario, pose al PSI il dilemma, davanti alla guerra che dilagava in Europa, «o guerra per la rivoluzione», o rivoluzione nelle piazze. Non solo Trento e Trieste, non solo il coronamento del Risorgimento, ma l'abbattimento, in Europa, delle forze della conservazione rappresentate dall'Impero asburgico. Quindi guerra rivoluzionaria.
    Liquidare il socialismo di Bombacci come spurio, imperfetto, antiscientifico dei Sorel, dei Mussolini, dei Bombacci, dei Labriola è ridicolo, risultando evidente che la forza politica del marxismo revisionista è consistita nella dimensione mitica del suo verbo rivoluzionario; nella capacità cioè di suscitare, mobilitare energie collettive, facendo appello al sentimento e al Mito (il mito della nazione che si sposa con il sociale), sfere queste che l'esperienza ha dimostrato difficilmente attaccabile con gli strumenti della ragione tipica dei «professorini» materialisti e che porteranno questo marxismo nelle braccia del neo-riformismo, made in USA.
    Un convertito? Un opportunista, dunque? La conversione, le conversioni sono possibili. La nobiltà dell'uomo sta nel pensiero. Si può cambiare idea, guai se ciò non fosse. Solo i paracarri stanno fermi. Ma è importante, direi decisivo, domandarsi, davanti a chi si converte, a chi cambia campo, in quale contesto politico e storico quel «cambiare» avviene.
    Quali conversioni sono sospette? Le conversioni in senso vantaggioso. Quelle, per fare l'esempio definitivo, che vanno verso chi ha vinto. Incontro al vincitore. Portando loro magari le proprie donne, come è avvenuto nel 1945.
    Bombacci non è fra questi. Quando va, con Mussolini, a vivere la disperata esperienza della RSI, sceglie volontariamente la via del sacrificio senza speranza, la via della sconfitta, la via dell'impopolarità. Si schiera con chi, in quel momento, è perdente. E finirà a Piazzale Loreto, insieme a Lui, all'amico d'infanzia, dal quale la cultura delle rivoluzioni lo aveva diviso su due diversi disegni di rinnovamento della società italiana, per ritrovarlo di nuovo nell'unico esperimento rivoluzionario parzialmente attuato in Italia con l'ordinamento corporativo del ventennio e con la socializzazione (la parola «socializzazione» è di Bombacci; Angelo Tarchi, ministro dell'Economia Corporativa, voleva chiamarla "Carta della collaborazione sociale") per cadere infine (insieme) sul lago di Como, come si è detto, sotto i colpi del riformismo democratico a cui si prestarono, come braccio secolare, i comunisti, illusi di servire una rivoluzione che da parte loro non si è fatta, e non si farà più.
    Da quel 28 Aprile del 1945 sono passati esattamente 43 anni. Oggi si può fare in un clima di tolleranza reciproca e di confronto civile, un bilancio sereno e chiederci, non essendo più a ridosso di quegli avvenimenti per cui era difficile capire, chi ha vinto e chi ha perduto.
    Quale concezione ha vinto ora?
    Nei 40 anni passati la partita fra riformismo democratico e comunismo sembrò aperta, ora non più.
    Cosa ne consegue sul piano storico (e politico, se si vuole) alla vittoria del riformismo capitalista? (alla vittoria di Agnelli). Può piacere, può dispiacere, può fare anche male, ma i fatti ci dicono che l'unica Rivoluzione d'Italia è quella che va dal Risorgimento al Fascismo o, per dare meglio il senso di incompiutezza (come scrive lo storico saggista Giano Accame) e di dramma dalla Repubblica romana di Mazzini, Garibaldi, Mameli, Pisacane, schiacciata da un esercito francese, alla RSI di Mussolini, Gentile, Marinetti Pound, Bombacci schiacciata dalla Vª Armata Americana.
    Tali conclusioni tanto a destra quanto a sinistra, portano a ripensare la vita di Nicola Bombacci, in quella chiave interpretativa «nazionale e popolare» che, in un'Italia pacificata nella sua storia lacerata, rinnovata nelle sue Istituzioni possa affrontare la grande sfida del 2000. Al di là della destra, al di là della sinistra.
    La costruzione di una Comunità che si riconosca nella difesa davanti alla omologazione mondiale, ad un cosmopolitismo senza anima e senza sale, delle identità minacciate che sono l'albero, il fiume, il mare, l'acqua, il castello, la cattedrale rinascimentale, l'aria, il campo, ciò che ci ha costruito popolo, che ci dà un volto, che ci dice chi siamo. È il nuovo concetto di Patria . Da difendere; voce di tutti i popoli in sofferenza, a favore dei poveri contro i ricchi; del sangue contro l'oro, del lavoro contro l'usura.
    Di questo patriottismo fa parte Nicola Bombacci.
    I comunisti, essendosi dovuti arrendere all'evidenza per cui all'ombra di Yalta e del neo-capitalismo occidentale non c'è più spazio per la Rivoluzione; che il loro posto a presidio dell'«arco costituzionale» li impegna ormai come guardiani tanto del pluralismo, quanto della NATO, tanto del Mercato quanto della disoccupazione di massa che ne è una conseguenza, dovranno intraprendere una seria dolorosa riflessione sul ruolo di ausiliari del capitalismo americano che hanno svolto; quindi sulla sproporzione tra i sacrifici sofferti e gli esiti moderati di quel riformismo di cui sono ormai al servizio.
    Ecco perché, come terza via, nazionale e popolare, il dramma politico ed umano di Nicola Bombacci, è vivo.
    Mi piace concludere questo confronto che riguarda, con Bombacci dolorosamente, le storie di ognuno di noi, qualunque ruolo abbia svolto da una parte o dall'altra, con le parole che Alberto Giovannini, figlio anche lui della Romagna, grande giornalista, un maestro, scrisse 40 anni fa sul settimanale "Oggi", sotto il titolo "La Repubblica di dolore e di sangue", nella prima puntata, dedicata, in gran parte a Nicola Bombacci:
    «Ma l'uomo del suo cuore era, su tutti, Nicola Bombacci. Mussolini gli voleva bene, da tanti anni, dagli anni dell'adolescenza trascorsi insieme alla Scuola Normale di Forlimpopoli. E il vecchio agitatore si era buttato nell'ultima tragica battaglia con lo stesso entusiasmo con cui si era buttato nella prima. Contro il partito, contro la polizia, contro gli stessi tedeschi, ogni tanto si levava Bombacci. Anzi S.E. Bombacci, come comunemente lo chiamavano. Nessuno sapeva perché gli fosse stato conferito quel titolo di "eccellenza": neppure Mussolini. Solo un usciere diede una spiegazione "Perché è stato membro del Comintern". E forse fu l'unica plausibile; tanto è vero che abolito il titolo cominciarono a chiamarlo "Signor ministro". Praticamente Bombacci fu il solo che riuscì a riportare le folle attorno alla repubblica. Il vecchio tribuno della plebe conservava certe doti dell'antico oratore. Credeva di essere l'apostolo della socializzazione, e in fondo credeva a Mussolini che egli chiamava "la causa di tutte le mie disgrazie". Disgrazie iniziatesi dal '23, da quando cioè, come capo del gruppo parlamentare comunista alla Camera, parlò in favore della ripresa dei rapporti tra l'Italia e l'URSS stipulata, per primo, da Mussolini. Allora Bombacci, lasciandosi forse trasportare dalla foga romagnola, dimostrò che solo due rivoluzioni, come la comunista e la fascista, potevano intendersi. Mussolini, prendendo al balzo l'occasione polemica, lo interruppe gridando al segretario del partito: "Date la tessera fascista a Nicolino". In seguito a ciò "Nicolino" fu richiamato in Russia e a poco a poco defenestrato da tutte le cariche ed estromesso dal partito. Ma ora aveva ripreso la sua battaglia e girava, malandato, povero, spesso con una punta di fame, di città in città a spezzare, come diceva lui, "il pane rivoluzionario della socializzazione". "Me ne frego di Bombacci e del sol dell'avvenir.... eccomi qui!" esclamava ridendo quando doveva parlare ai fascisti. "Compagni! ..." gridava quando parlava agli operai. E gli operai lo ascoltavano, lo seguivano, talvolta si commovevano alla sua parola. Il canto del cigno, Bombacci, invece, lo levò il 21 aprile '45 a Genova dove parlò a trentamila operai. Il 25 aprile, alla Prefettura di Milano, era ancora palpitante per quel discorso, e pure presentiva che il suo destino si compiva. "È la fine" mi disse e quando mi abbracciò era commosso. Non era la prima volta che era in quella situazione, lo faceva presente anche a Vanni Teodorani: "Anche a Tula nel '19, eravamo nelle stesse condizioni. Ma allora, però, i bianchi erano pochi e poi noi avevamo gli operai dalla nostra". Diceva così, tanto per chiacchierare, che in fondo la situazione appariva chiara. Era tutto perduto. "È buffo", diceva come parlando a se stesso, "la storia poi si chiederà: come mai in quegli ultimi momenti c'era con lui Bombacci... quel vecchio socialista?". E immediatamente si dava risposta, bonariamente. "Sai, era romagnolo anche lui... erano stati a scuola insieme... " e cercava le frasi come per giustificarsi. C'erano tutti i gerarchi, quel giorno fatale, in Prefettura; ma donna Rachele chiese di lui, di Bombacci. E Bombacci le parlò a lungo, chiaramente, della situazione. Ella gli chiese: "E voi che farete". "Lo seguirò fino in fondo" pausa, ancora, e sempre alla ricerca di una giustificazione per questa sua fedeltà, "non posso dimenticare che ha aiutato la mia famiglia quando aveva fame". E quando Mussolini lasciò Milano per l'ultimo suo viaggio terreno, tutto era crollato, era giunto il momento del "si salvi chi può". Il duce era più solo che mai, neppure i tedeschi, che da diciotto mesi non l'avevano abbandonato un istante, erano nella macchina: accanto c'era il vecchio leader del comunismo italiano, l'antico membro influente del Comintern, l'amico di Lenin. Si separarono a Menaggio e Nicola Bombacci fu fucilato unitamente ai gerarchi fascisti. Però quando Pavolini, ferito, diede l'attenti, gridò: "Viva l'Italia" e gli altri fecero coro, Bombacci tacque. Rimase fermo, con le mani in tasca, la sigaretta pendente, una smorfia, a mo' di sorriso, su quel suo volto di fauno e un attimo prima della scarica fatale, gridò, con voce uno stridulo: "Viva il socialismo!". Poi si afflosciò al suolo con gli altri. Anche il Cavalier Mostardo sarebbe morto così».

    * * *
    Questa la vicenda, umana e politica, di Nicola Bombacci, vicenda che, piaccia o no, affonda nelle rossi radici del fascismo. Una vicenda, la sua, esemplare e diremo rappresentativa di una generazione di socialisti rivoluzionari che, davanti al costante, travagliato processo di socialdemocratizzazione del socialismo, all'elemento razionalistico del marxismo, oppongono la fede, la passione inalterata e inalterabile del Mito della rivoluzione sociale.
    Il Bombacci del periodo fascista può dirsi legittimamente figlio ed erede del Bombacci socialista. Ripeto: il socialismo romantico, passionale, mitico, contrapposto al razionalismo positivista dei cosiddetti riformisti che finiscono, ahimè, tutti, prima o poi, nelle braccia accoglienti del Palazzo, al servizio del capitalismo.
    Un atteggiamento verso la vita, caratterizzato dalla dimensione religiosa del valore della Giustizia Sociale, e dal rifiuto di qualsiasi prospettiva di pragmatismo riformatore. Ostilità, dunque, alla corruttrice liberaldemocrazia del Palazzo, sempre al servizio dell'oro.
    Una rivendicazione sentimentale e passionale dei diritti del Mito di contro alla tendenza dell'integrazione nel benessere che spegne idee e passioni, e che di una economia e una società capitalistica generano.
    Insomma il Mito della redenzione contro lo sciogliersi delle passioni virili e liberatrici dell'uomo nello zucchero del diabete consumistico riformatore del capitalismo rampante.
    Natura religiosa e messianica che fonde in se, in senso anticapitalista, le due grandi forze del cambiamento rivoluzionarie, la Nazione e il socialismo.
    Al di là della destra e al di là della sinistra.
    L'oro e il sangue. I ricchi e i poveri. I beati e i sofferenti. Una scelta che Nicola Bombacci fa quando il fascismo si fa dramma, tragedia, quando si va, coscientemente, dalla parte che perde. E si va alla morte, in quel modo. Un modo religioso, consapevole della parola del Vangelo: il seme per dare i suoi frutti, deve essere sepolto.
    Nicola Bombacci ha molto da dire agli Italiani, comunque essi la pensino, e, in particolare a noi, la Comunità missina, se questa Comunità vuole rappresentare, come mi auguro, la civiltà dell'uomo e del lavoro, contrapposta a quella dell'oro, del Dio denaro; dell'Economia come destino.
    Una civiltà da costruire con la trasgressione, che sgretoli i vecchi confini e le vecchie appartenenze e costruisca il nuovo.
    Nè destra nè sinistra, al di là della destra al di là della sinistra.
    Nicola Bombacci, a tale proposito, non è solo un ricordo, una speranza; egli rappresenta, per tutti, una speranza.
    Beppe Niccolai

  6. #16
    Klearchos
    Ospite

    Predefinito

    La verità di Bombacci sulla Russia Nell’aprile del 1936, quando uscì in 25.000 copie il primo numero di una rivista diretta da Nicola Bombacci e intitolata “La Verità”, l’ambasciatore sovietico a Roma faceva un nuovo tentativo per associare l’Italia all’alleanza russo-francese; ma i rapporti tra l’Italia e l’URSS erano molto cambiati rispetto a qualche anno prima.

    Fino al 1934, infatti, l’Italia fascista aveva cercato di impostare nei confronti della Russia sovietica una politica di più ampio respiro, instaurando un rapporto che è stato definito in termini “di interrelazione – di vero e proprio confronto – a livello delle ideologie e delle culture nazionali” (1). In altre parole, alcuni ambienti del regime fascista avevano visto nel sistema sovietico un termine di confronto, mentre alcuni elementi meno conformisti, i sindacalisti integrali in particolare, avevano cercato di individuare punti di contatto e analogie tra rivoluzione fascista e rivoluzione bolscevica (2). Sergio Panunzio scrisse che si poteva ormai intravedere la sintesi equilibratrice di Roma e Mosca, punti d’irradiazione “delle due grandi forze e delle due grandi rivoluzioni moderne: il Comunismo ed il Fascismo” (3). Alcuni erano giunti a parlare del bolscevismo come di un “preludio del fascismo” (4) o addirittura a dichiarare il “trionfo del fascismo nell’URSS” (5). Nel 1934, curando per l’editore Sansoni la pubblicazione di un libro di Stalin, Bolscevismo e capitalismo, Bottai considerava l’esperienza sovietica come un tentativo di “risolvere i problemi politici, sociali ed economici scaturiti o meglio accentuati dalla guerra mondiale”, mentre una raccolta di scritti di Stalin veniva pubblicata, nella collana “Documenti” della Scuola di scienze corporative dell’Università di Pisa; e ciò per iniziativa di Delio Cantimori, del quale l’Enciclopedia Italiana pubblicherà nel 1937 un paragrafo ammirativo dedicato alla scuola sovietica (6). Sembrava che la vecchia antitesi, “Roma o Mosca”, dovesse essere sostituita con un nuovo aut-aut: “O Roma e Mosca, o l’Europa di Ginevra”.

    Prima che l’avvicinamento italo-tedesco producesse il raffreddamento dei rapporti tra Roma e Mosca, l’URSS, pur esprimendo una formale condanna dell’operazione coloniale in Abissinia, aveva dato all’Italia un valido aiuto, rifornendola di carbone e petrolio. Anzi, “Stalin, attraverso i comunisti italiani, inviò a Mussolini segnali abbastanza eloquenti” (7), mentre “si notava un cambiamento di atteggiamento del PCd’I verso il fascismo, destinato a sfociare, nell’agosto di quell’anno [1936, n.d.r.], nel famoso appello dei comunisti italiani ai ‘fratelli in camicia nera’” (8).
    Amadeo Bordiga, da parte sua, nel maggio 1936 osservava: “Mosca è oggi così vicina a Roma come non lo fu mai (…) I fatti sono oggi questi: Mosca si muove per tendere la mano a Roma. (…) Mosca vuole che l’imperialismo inglese si rassegni o che esso si scontri nel Mediterraneo con quello italiano per uscirne sconfitto” (9); e ipotizzava che in tali manovre di avvicinamento rientrasse anche la nascita di una rivista diretta da Nicola Bombacci, il cui titolo, “La Verità”, suonava come la traduzione italiana di “Pravda”. Lo stesso Bordiga, d’altronde, era stato invitato da Bombacci a collaborare a tale rivista.

    Espulso nel 1927 dal PCd’I, del quale era stato tra i fondatori, Nicola Bombacci non aveva mai interrotto completamente i propri rapporti con l’Ambasciata dell’URSS e in particolare con l’addetto commerciale; nella sua qualità di intermediario d’affari della Delegazione Commerciale sovietica, nel 1930 aveva agevolato l’acquisto di grano russo da parte dell’Italia. Nel 1931, in ogni caso, sembra aver avuto termine “ogni rapporto, anche di natura tecnico-commerciale, tra Bombacci e l’Ambasciata sovietica a Roma, dove aveva trovato nel frattempo lavoro anche il figlio Raoul, rientrato nel 1925 dalla Russia per assolvere gli obblighi di leva. Una volta in Italia, Raoul Bombacci – che a Mosca era entrato in rapporti con l’ambasciatore italiano Manzoni – aveva collaborato col padre all’interno della Società ‘L’Italo-Russa’”, una società anonima per gli scambi commerciali con l’URSS (10). Tale società aveva ottenuto dalle autorità fasciste il permesso di pubblicare una rivista sovvenzionata da Mosca, la quale si proponeva di “illustrare le ricchezze dell’URSS e le sue audaci innovazioni politiche, economiche e culturali per dimostrare agli italiani che l’Italia risolverà i suoi problemi e la sua dura crisi economica solo quando avrà compresa la necessità di un’unione solida e fraterna con la Russia soviettista” (11).

    Forse non è necessario ipotizzare che Bombacci, col discorso tenuto alla Camera il 30 novembre 1923, abbia avuto un peso determinante sull’evento del 7 febbraio 1924, allorché l’Italia, prima tra le nazioni europee, riprese le normali relazioni diplomatiche con l’URSS, perseguendo – come rivendicherà Mussolini dieci anni più tardi – “una aperta e leale politica di intensificazione degli scambi con la Repubblica dei sovieti” (12); né è obbligatorio attribuire a Bombacci il merito del trattato di amicizia e non aggressione siglato tra Italia e URSS il 2 settembre 1933, “sbocco e coronamento” (13) del precedente riconoscimento; neppure è indispensabile individuare in lui il tramite del successivo incontro di Litvinov con Mussolini. Fatto sta che “la conoscenza di personaggi e di retroscena sovietici che egli poteva vantare poteva rivelarsi utile per gli scopi di uno dei settori portanti della politica estera mussoliniana” (14).

    Né va trascurato il fatto che nella prima metà degli anni Trenta Bombacci lavorò presso l’Istituto Internazionale di Cinematografia Educativa e che nel quadro di tale attività mantenne i rapporti con l’Associazione sovietica per i rapporti culturali con l’estero. In quegli stessi anni furono proiettate alla Mostra di Venezia parecchie pellicole sovietiche, tra le quali un apprezzatissimo Gli eroi dell’Artico, che si concludeva con questa frase di Stalin: “Non ci sono fortezze che non possiamo conquistare”. Che Bombacci abbia svolto un ruolo in tutto ciò, nessuno è stato finora in grado di accertarlo.

    Tornando a “La Verità”, la linea seguita dalla rivista era “una linea socialnazionale in critica aperta col bolscevismo sovietico e favorevole all’alleanza nazista” (15), ma tale indirizzo cambiò allorché il Reich germanico e l’URSS firmarono il Patto di non aggressione. Il Patto Ribbentrop-Molotov infatti impose a Bombacci di attenuare la posizione critica che egli aveva assunta nei confronti del bolscevismo e di considerare la possibilità di un’alleanza fra le tre nazioni proletarie. Fu così che nel numero di settembre 1939 apparve un articolo di Dino Fiorelli significativamente intitolato Italia, Germania e Russia all’avanguardia del rinnovamento mondiale. La fase filosovietica della rivista di Bombacci durò fino al giugno 1941, allorché la notizia dell’attacco tedesco contro l’URSS sembrò fargli “tirare un sospiro di sollievo” (16).
    Nel 1942 Bombacci diede alle stampe un libretto intitolato I contadini nella Russia di Stalin, cui farà seguito, l’anno dopo, I contadini nell’Italia di Mussolini. Come è stato correttamente osservato, “Bombacci non infierisce sull’Unione Sovietica. Egli è, piuttosto, un antistalinista” (17), secondo il quale il fallimento del comunismo sarebbe dovuto alle “deviazioni staliniane”. Anche nell’articolo Dove va la Russia?, pubblicato il 19 agosto 1942 sul “Corriere della Sera”, Bombacci, “pur riconoscendo gli enormi sforzi compiuti per trasformare il paese in una potenza industriale, ne critica il risultato perché non ha portato tangibili miglioramenti alle condizioni dei lavoratori” (18). A tale proposito, sono molto chiare le parole che Bombacci stesso pronunciò il 15 marzo 1945, nel trionfale comizio di Piazza De Ferrari a Genova:

    Guardatemi in faccia, compagni! Voi ora vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, il fondatore del Partito comunista, l’amico di Lenin che sono stato un tempo. Sissignori, sono sempre lo stesso! Io non ho mai rinnegato gli ideali per i quali ho lottato e per i quali, se Dio mi concederà di vivere ancora, lotterò sempre (…) Ero accanto a Lenin nei giorni radiosi della rivoluzione, credevo che il bolscevismo fosse all’avanguardia del trionfo operaio, ma poi mi sono accorto dell’inganno (…) Il socialismo non lo realizzerà Stalin, ma Mussolini che è socialista anche se per vent’anni è stato ostacolato dalla borghesia che poi lo ha tradito. (19)

    Alla fine del 1942, mentre a Stalingrado infuriava la battaglia che segnò l’inizio della sconfitta dell’Asse, Bombacci si chiedeva: “Era proprio necessario muover guerra alla Russia?” (20). La risposta che egli forniva a tale interrogativo, era la seguente: “Sì, era necessario; indispensabile!” (21).
    Bombacci ricordava di avere accolto fiduciosamente il Patto di non aggressione tedesco-sovietico, considerandolo un punto di partenza per un’intesa fra le “tre grandi Nazioni proletarie” e per la liberazione dell’Europa dal giogo plutocratico.

    Non vi è dubbio che quando nell’agosto 1939 Hitler aveva trovato nel suo spirito, umanamente superlativo, la forza morale e l’audacia di proporre, con lealtà e sincerità d’intenti a Stalin, suo nemico ed antagonista, un patto di amicizia fra il suo popolo e quello russo, Egli aveva in quello steso momento dimenticato ogni offesa, cancellato dal suo animo ogni rancore, fatto tacere ogni sua personale ambizione, anche la più giusta, nell’interesse supremo del suo popolo e dell’intera umanità.
    Salus publica suprema lex. Si trattava di togliere, una volta per sempre, dal collo della Germania, dell’Europa, della stessa Russia, il piede soffocatore della plutocrazia anglosassone; si trattava di aprire un varco alla luminosa speranza di trovare, lungo il cammino, la possibilità, non transitoria, di una intesa fra le tre grandi Nazioni proletarie d’Europa, che avevano, ciascuna nell’ambito del proprio Paese, con metodi ed ideologie diverse e alcune decisamente contrastanti, lottato tutte per creare nel secolo XX, nel mondo, un nuovo ordine basato sulla giustizia e sul lavoro.
    E non è assurdo neppure pensare che uno spirito eletto abbia potuto credere che questa intesa, per l’enorme ed improvviso spostamento di forze che portava nello scacchiere europeo, potesse evitare anche la guerra.
    (22)

    Stalin però, secondo Bombacci, aveva fatto il doppio gioco, in attesa del momento opportuno per allearsi con Churchill e Roosevelt e realizzare il suo progetto di egemonia russa in Europa.

    Ma Stalin non aveva per nulla cambiato. Egli aveva semplicemente mentito ancora una volta.
    Egli aveva brutalmente, fraudolentemente pensato che il Patto di amicizia con la Germania si prestava magnificamente al suo piano di invasione dell’Europa.
    Egli aveva evidentemente accettato di fare la strada insieme con Hitler col solo proposito brigantesco di vibrare al compagno di viaggio la pugnalata alla schiena, nel momento più opportuno, per abbatterlo.
    Questa è la triste verità che gli avvenimenti militari e diplomatici fra l’agosto 1939 e il giugno del 1941 illuminano sinistramente, ma in modo da non lasciare né dubbio né equivoco.
    Stalin ha tradito con voluttà prima nelle intenzioni e poi negli atti. E oggi, dinnanzi all’esame dei fatti, aggiungo che questo volgarissimo inganno, questo tradimento di Stalin, è stato compiuto con la connivenza di Churchill.
    (23)

    Nelle righe successive, dopo aver indicato in Litvinov, “il vero fiduciario della plutocrazia ebraica anglosassone nella Russia bolscevica” (24), ovvero l’elemento di raccordo tra gli emissari britannici e il potere sovietico nel periodo del Patto di non aggressione, Bombacci riepilogava le richieste che Molotov aveva presentate a Hitler. Tali richieste, rivelatrici di un progetto espansionistico nei territori ad ovest e a sud dell’URSS (Finlandia, Romania, Bulgaria, Bosforo e Dardanelli),

    dicono chiarissimamente che alla mente megalomane di Stalin non si è mai affacciata l’idea di una intesa onesta e sincera con Roma e Berlino, per salvare dalle unghie rapaci della plutocrazia anglosassone i popoli proletari di Europa e le loro conquiste sociali. (25)

    Per Bombacci, il disegno delle potenze atlantiche è evidente. Esse utilizzano le miopi ambizioni imperialiste di Stalin per spezzare il fronte degli Stati totalitari, frustrare l’unità continentale e far dissanguare l’Europa in una guerra fratricida:

    sperano di perpetuare, almeno per un altro secolo, il loro dominio di aguzzini e di usurai in Europa e nel mondo; poco importa se il bastone del comando passerà dalle mani di Churchill a quelle di Roosevelt; l’importanza per l’alta finanza internazionale è che il regime di sfruttamento demoliberale non muti. (26)

    Nonostante le frasi d’obbligo (“Roma e Berlino vinceranno”), Bombacci vedeva dunque profilarsi all’orizzonte il declino dello pseudoimpero britannico. Non si trattava certamente un vaticinio dettato da qualche misteriosa ispirazione: nell’anno in cui venivano scritte queste righe, la Canzone di Giarabub aveva diffuso tra gl’Italiani l’idea che “la fine dell’Inghilterra” fosse già cominciata. Ma Bombacci aveva capito anche un’altra cosa: che i calcoli di Stalin non avrebbero giovato a lungo alla Russia e che i nuovi padroni del mondo sarebbero stati, alla fine, i compatrioti di Roosevelt.







    Note

    1. G. Petracchi, “Il colosso dai piedi d’argilla”: l’URSS nell’immagine del fascismo, in E. Di Nolfo – Romani H. Rainero – B. Vigezzi (a cura di), L’Italia e la politica di potenza in Europa (1938-40), Marzorati Editore, Milano 1985, p. 150.
    2. Cfr. G. Petracchi, La Russia rivoluzionaria nella politica italiana: Le relazioni italo-sovietiche, 1917-1925, Laterza, Bari 1982, p. 225 ss.
    3. S. Panunzio, La fine di un regno, “Critica fascista”, 15 settembre 1931, (riportato nell’antologia curata da F. Malgieri e G. De Rosa, Critica Fascista, Landi, San Giovanni Valdarno1980, p. 672).
    4. B. Spampanato, Universalità di Ottobre. Roma e Mosca o la vecchia Europa?, “Critica fascista”, 1 novembre 1931, p. 405 ss. Ma già nel 1930 Spampanato aveva pubblicato su “Critica fascista” l’articolo Equazioni rivoluzionarie: dal bolscevismo al fascismo (riportato in F. Malgieri e G. De Rosa, op. cit., pp. 589-593), “incentrato sull’idea che a Mosca lo speciale carattere nazionale russo avesse dato vita ad un regime di transizione, destinato a trovare il suo sbocco in un fascismo orientale” (L. L. Rimbotti, Il fascismo di sinistra. Da Piazza San Sepolcro al Congresso di Verona, Settimo Sigillo, Roma 1989, p. 121). Secondo Spampanato, “il capitalismo si è scavato la fossa. A Roma e a Mosca ve lo hanno adagiato più o meno bruscamente dentro” (Universalità di Ottobre. La crisi d’Europa, “Critica fascista”, 15 novembre 1931, p. 434 ss.). Il dibattito che ebbe luogo sulle pagine di “Critica fascista”, scrive De Felice, “è per noi di grande significato, perché molti degli interventi rivelano un interesse e una ‘disponibilità’ per l’esperienza sovietica veramente notevoli, tanto da giungere in qualche caso a negare l’antitesi e a prefigurare un avvicinamento tra ‘Roma e Mosca’” (R. De Felice, Mussolini il duce, II. Lo Stato totalitario 1936-1940, Einaudi, Torino 1981, p. 302).
    5. R. Bertoni, Il trionfo del fascismo nell’URSS, Signorelli, Roma 1933 (ristampa 1937); Idem, Russia, trionfo del fascismo, La Prora, Milano 1937. “Renzo Bretoni all’inizio degli Anni Trenta si era laureato all’Università di Roma con una tesi sul bolscevismo, il cui tema di fondo era incentrato sull’inevitabilità di un incontro fra il fascismo e il bolscevismo, poiché unico era il loro scopo: ‘migliorare la società, rialzare le condizioni del popolo’. In seguito, il Bretoni aveva soggiornato in Russia, nel quadro degli scambi culturali italo-sovietici, e per un anno aveva cercato attraverso varie sperimentazioni una verifica alla sua ipotesi di studio. Al suo ritorno pubblicò un libro dal titolo paradossale: Il trionfo del fascismo nell’URSS (1933), nel quale era arrivato alla conclusione che in realtà non c’erano due rivoluzioni, ma una sola – quella fascista – poiché quella bolscevica aveva più valore negativo che positivo e che per uscire dalla sua tragica situazione doveva applicare i principi del fascismo” (G. Petracchi, op. cit., p. 155).
    6. “Dopo il primo periodo di lavoro per eliminare le tracce del passato e per la ‘rivoluzione culturale’, parallelo al ‘comunismo di guerra’, l’Urss va ora compiendo un grandioso sforzo di nuova organizzazione scolastica, unificando i sistemi pedagogici e creando una grande rete di scuole di ogni tipo, pur rispettando, nell’insegnamento, le esigenze nazionali delle varie repubbliche” (D. Cantimori, Ordinamento scolastico, Enciclopedia Italiana, vol. XXXIV, p. 829).
    7. A. Peregalli – S. Maggioro, Amadeo Bordiga. La sconfitta e gli anni oscuri (1926-1945), Colibrì, Milano 1998, p. 223. Cfr. G. Procacci, Il socialismo internazionale e la guerra d’Etiopia, Editori Riuniti, Roma 1978, p. 152.
    8. A. Peregalli – S. Maggioro, op. cit., ibidem. L’appello, intitolato Per la salvezza dell’Italia riconciliazione del popolo italiano!, apparve su “Lo Stato Operaio” (Parigi), a. X, n. 8, agosto 1936, pp. 513-536. Recava in calce le firme di Palmiro Togliatti e di una sessantina di militanti. Cfr. P. Neglie, Fratelli in camicia nera. Comunisti e fascisti dal corporativismo alla CGIL (1928-1948), Il Mulino, Bologna 1996, p. 31 ss.
    9. A. Peregalli – S. Maggioro, op. cit., p. 222.
    10. G. Salotti, Nicola Bombacci da Mosca a Salò, Bonacci, Roma 1986, pp. 92-93.
    11. A. Petacco, Il comunista in camicia nera. Nicola Bombacci tra Lenin e Mussolini, Mondadori, Milano 1996, p. 105.
    12. B. Mussolini, Italia e Russia, “Il Popolo d’Italia”, 232, 30 settembre 1933.
    13. Ibidem.
    14. G. Salotti, Nicola Bombacci da Mosca a Salò, cit., p. 101.
    15. A. Petacco, op. cit., p. 135.
    16. A. Petacco, op. cit., p. 136.
    17. E. Landolfi, Ciao, rossa Salò. Il crepuscolo libertario e socializzatore di Mussolini ultimo, Edizioni dell’Oleandro, Roma 1996, p. 267.
    18. A. Petacco, op. cit., p. 189.
    19. A. Petacco, op. cit., p. 7.
    20. N. Bombacci, Fuori dall’equivoco. Chi ha tradito?, “La verità”, a. VII, n. 12, 31 dicembre 1942. Questo numero de “La verità” è stato ristampato, insieme col n. 7 dell’a. V (31 luglio 1940), in un volume intitolato La verità, a cura della Confederazione Unica del Lavoro, della Tecnica e delle Arti, perugina, s. d. (ma: 2004).
    21. Ibidem.
    22. Ibidem.
    23. Ibidem.
    24. Ibidem.
    25. Ibidem.
    26. Ibidem.

  7. #17
    SubZero
    Ospite

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Hlodwig Visualizza Messaggio
    Onore a Bombacci in quanto camerata e combattente fino alla morte.
    Ma ricordatevi che Bombacci non ha mai rinnegato il comunismo , Stalin e la collettivizzazione.
    E' sempre rimasto un comunista, purtroppo.
    cazzate, Bombacci era Leninista e antistalinista.
    stai dicendo cazzate su cazzate.

    e se i comunisti fossero tutti come Nicola Bombacci allora viva il comunismo!

  8. #18
    Klearchos
    Ospite

    Predefinito

    IL BOLSCEVICO ALLA CORTE DEL DUCE
    Storia di Nicola Bombacci
    di Sergio Sagnotti

    Nicola Bombacci nacque a Civitella di Romagna (FC) il 24 ottobre 1879, su di lui le definizioni si sono sprecate, molti lo chiamarono il “comunista in camicia nera” o “il rivoluzionario del temperino” per via della sua indole pacifica o ancora “il Lenin di Romagna” perché ai comizi si tramutava in un vero trascinatore di folle, oppure solamente “Nicolino” come piaceva chiamarlo a Benito Mussolini.

    Oggi, siamo tutti al corrente, che il mestiere del politico è cambiato radicalmente fino ad evolversi in maniera negativa il più delle volte, in passato la politica veniva svolta per il solo scopo, a volte utopico, di poter cambiare realmente le cose o comunque per semplice passione; di soldi allora non ne giravano molti, a differenza di oggi, un politico di allora faceva la fame e non riusciva ad avere un pò di tranquillità economica solamente predicando ideali.

    La vita di Nicola Bombacci fu caratterizzata da un esistenza parallela a quella di Benito Mussolini, caso strano e assai curioso è il fatto che le loro due vite politiche e non si incontreranno in due momenti topici, l’inizio e la fine, quella che sarà per entrambi l’alba ed il tramonto della loro vita politica e terrena.

    Bombacci e Mussolini erano entrambi romagnoli, entrambi maestri elementari ed entrambi avevano la dote e la capacità di trascinare le masse attraverso i loro discorsi; al di la di questo essi non avevano niente altro in comune; “Nicolino” era monogamo “Benito” donnaiolo, il primo mite l’altro vulcanico, ma soprattutto uno fu il fondatore del Partito Comunista e l’altro del Partito Fascista…

    Gli esordi in politica di Bombacci furono insieme a Mussolini nel Partito Socialista nel 1903, egli si contraddistinse subito rivelandosi un intransigente sostenitore della rivoluzione proletaria.

    Sotto la sua guida il partito raddoppia gli iscritti e ottiene importanti e clamorosi successi elettorali, come il 16 novembre 1919 quando venne eletto deputato nella circoscrizione di Bologna ed il partito ottenne il 35% dei suffragi, costituendo quindi, il più consistente gruppo parlamentare mai entrato alla Camera prima di allora.

    All’apertura della Camera, Bombacci fece subito vedere di che pasta era fatto, quando il Re Vittorio Emanuele III rivolse, come tradizione, il saluto ai nuovi deputati, Nicolino si alzò in piedi e gridò “Viva il socialismo”, abbandonò l’aula seguito da tutti i suoi compagni e lasciò il parlamento semi-deserto.

    Nel 1920 Bombacci fece parte della prima delegazione parlamentare che si recò in URSS, nel 1921 la sua visione massimalista e intransigente del socialismo lo portò a fondare il Partito Comunista d’Italia, durante il diciassettesimo congresso del Partito Socialista nella sala del teatro Goldoni di Livorno, in cui accade di tutto.

    L’11 novembre 1922, il 31 ottobre in Italia, Bombacci ritornò in Russia per i lavori del quarto congresso dell’Internazionale, tre giorni prima c’era stata in Italia la Marcia su Roma; nella capitale sovietica, il sanguigno politico romagnolo, ebbe un alterco con il suo amico Lenin, il quale rimproverò la compagnia italiana ed in particolare Bombacci riferendogli la seguente frase: “In Italia, compagni, c’era un solo socialista capace di guidare il popolo alla rivoluzione: Mussolini! Ebbene voi lo avete perduto e non siete stati capaci di recuperarlo!”.

    I rapporti con l’URSS e con i suoi personaggi politici di spicco, rimasero comunque più che buoni e Bombacci ricoprì anche ruoli strategici importanti nelle relazioni politico-commerciali sull’asse Roma-Mosca e anche negli abboccamenti fra Mussolini, Voroskij e Krasin che portarono al riconoscimento da parte dell’Italia dello Stato dell’Unione Sovietica e alla conseguente riapertura dei rapporti politco-commerciali fra le due nazioni. Di fatto l’Italia era il primo Stato a riconoscere l’URSS…

    Nel 1927 Bombacci fu espulso dal Partito Comunista reo di aver paragonato la rivoluzione fascista a quella comunista, tale decisione, però, non fu vista di buon occhio dall’Internazionale; è da questa data che inizia la parabola politica discendente del Lenin di Romagna.

    Ad onor del vero bisogna ricordare che la famiglia Bombacci non era mai stata economicamente facoltosa, ma la situazione si aggravò ulteriormente quando il suo ultimo figlio Vladimiro, ebbe un incidente fratturandosi le vertebre cervicali, e necessitò di cure ed attenzioni costose che il padre, schiacciato dai debiti, non poteva permettersi; ed è in questo momento che le stelle di Nicolino e Benito si ricontrano; Mussolini aveva sempre seguito da vicino le vicende del suo ex compagno, e quando bussò alla porta di casa Bombacci un funzionario governativo con un biglietto di prenotazione in una delle cliniche più lussuose e prestigiose del tempo intestato a Vladimiro, non fu difficile capire il mandante di quel generoso atto; si suppone comunque che la moglie di Bombacci, Erissena, avesse scritto al Duce spiegandogli la precaria situazione finanziaria in cui vertevano.

    A chiedere aiuto al Duce fu poco dopo anche l’altro figlio di Bombacci, Raoul, il 18 agosto 1929, che scrisse al capo del governo italiano chiedendo un aiuto economico a causa di problemi lavorativi e anche in questo caso non vennero a mancare aiuti.

    Nel frattempo, Bombacci continuava a fare la fame, dimagriva, era visibilmente deperito e nell’impossibilità materiale di nutrire i propri figli, nonostante ciò aveva rifiutato una proposta lavorativa dell’ambasciata russa, perché ritenuta non onesta, aveva preferito fare l’operaio ma l’essere tisico gli aveva impedito di fare anche quello…

    Un rapporto a Mussolini scrive: “Bombacci è sommerso dai debiti: deve 2000 lire al padrone di casa, 740 al sarto, 8000 alla Banca del Lavoro, 713 all’ufficio delle imposte, 1000 a un certo Mai che gli ha pignorato i mobili, 6000 ai vari bottegai del quartiere. In totale deve ai suoi creditori la somma di 60.000 lire.”

    Sotto ad ogni nota si scorge la sigla di Mussolini con su scritto “Provvedere”.
    In quegli anni il fascismo sembra l’unica via attraverso la quale si potevano introdurre elementi di socialismo, e Bombacci se ne accorse.

    Nel 1937 Mussolini gli permise la pubblicazione di una sua rivista politica chiamata “La Verità”, una versione italiana della “Pravda”, in cui collaborarono molti vecchi socialisti; in questo stesso anno Bombacci torna a scrivere a Mussolini dopo un lungo periodo, nella sua lettera gli suggerisce di adottare una strategia di tipo autarchico, per migliorare ulteriormente la situazione economica italiana, ed è sulla lettura di questa lettera che alcuni storici italiani come Arrigo Petacco, si fanno alcune domande su chi dei due politici romagnoli inventò in realtà l’autarchia.

    La Verità mantenne sempre un atteggiamento socialista e di contrasto nei confronti del nuovo regime comunista staliniano, di cui Bombacci diceva di aver capito l’inganno. Arrivarono gli anni ’40 e la conseguente spaccatura all’interno dell’Italia che portò alla fondazione della Repubblica Sociale Italiana; Mussolini fu cosi costretto, controvoglia, a tornare a capo del neonato Partito Fascista Repubblicano, sotto le incalzanti pressioni di Hitler che minacciò, nel caso in cui il Duce non avesse accettato l’incarico, di applicare misure molto dure contro la popolazione italiana, misure “…che avrebbero indotto gli italiani a invidiare il destino dei polacchi…”.

    La parola “socialista” cominciò a tornare di moda e il Duce cominciò a percorrere la strada della socializzazione delle imprese del Nord, fu questo romantico ritorno agli ideali socialisti che attirò Bombacci verso Salò e ad un riavvicinamento alla politica a 64 anni di età, pur non essendosi mai iscritto al partito fascista.

    Il Lenin di Romagna partecipò attivamente anche alla stesura dei 18 punti di Verona che si prefiggeva la R.S.I e al traguardo inseguito da una vita della socializzazione delle imprese e dei diritti dei lavoratori; in questi mesi Bombacci visse il suo momento di gloria, era euforico, nei suoi discorsi ironizzava sulla filastrocca che gli squadristi gli avevano dedicato anni prima “Me ne frego di Bombacci…” oppure “…con la barba di Bombacci faremo spazzolini per lucidar le scarpe di Benito Mussolini…” nel marzo del 1945 riscosse un grandissimo successo nel suo comizio a Piazza de’ Ferrari a Genova davanti a più di 30.000 operai.

    Il tempo, però, per lui e per il Duce stava per scadere, gli alleati erano alle porte e il crepuscolo era vicino.

    Un giorno rivolgendosi ad Alberto Giovannini, Bombacci si chiese che cosa avrebbero detto gli storici di lui e di Mussolini poi si rispose “Sai, diranno, erano romagnoli tutti e due, si volevano bene…erano stati a scuola insieme…”

    Nella tarda giornata del 25 aprile 1945 la guerra stava per finire, gli alleati alle porte, Bombacci si rivolse al figlio di Mussolini, Vittorio, dicendogli: “Dove va tuo padre vado io, seguirò tuo padre fino alla fine, non dimenticherò mai che ha aiutato la mia famiglia quando aveva fame…” poi rivolgendosi ancora a Giovannini: “Una volta mi trovai in una situazione analoga accanto a Lenin a Pietroburgo (…) Ma adesso è peggio. Allora avevamo gli operai dalla nostra parte.”.

    Mussolini lo volle accanto a se sulla Alfa 1800 che lasciò Milano, poco dopo furono catturati dai partigiani e condotti in luoghi separati, i due amici non si rividero mai più; Bombacci fu condotto nel municipio di Dongo per essere ucciso.

    La colonna dei condannati fu avviata verso il luogo di esecuzione, racconta il partigiano Renato Codara: “ Aveva un paio di pantaloni a righe e una giacca nera lunghissima, mi fissò un istante e mi disse, portando la mano destra al cuore: “Spara qui…” rimasi un po’ sorpreso, poi gli risposi in dialetto “Cal sa preoccupa no…”. Prima che morisse l’ho udito gridare: “Viva Mussolini!, Viva il socialismo!”
    Pochi minuti dopo si sentirono gli ordini impartiti dal partigiano Riccardo: “Attenti! Dietrofront! Caricate! Giù le sicure! Puntate! Fuoco!”; “E un fuoco infernale” riferirà un testimone oculare “…di quelli che in guerra precedono il balzo dell’assalto. Pare siano stati sparati milleduecento colpi, due caricatori da quaranta pallottole per condannato. La gente urla. Alla prima scarica molti rimangono in piedi, alla seconda cadono tutti. Bombacci è caduto di spalle, con gli occhi azzurri rivolti al cielo. Ricomincia a piovere…”.

    Dopo essere stato esposto nel lugubre epilogo di Piazzale Loreto il cadavere di Nicola Bombacci fu sepolto nel campo 10 del cimitero milanese dei caduti dell’RSI di Musocco.
    Questa è la storia di Nicola Bombacci, non un uomo qualsiasi, personaggio scomodo per la destra e per la sinistra, uno dei massimi oratori e personaggi politici della storia d’Italia, tentò di percorrere la mitica “terza via” tra fascismo e comunismo e cavalcò il sogno della socializzazione che lo condusse, forse consapevolmente, alla morte…

  9. #19
    Klearchos
    Ospite

    Predefinito


    DALLA BANDIERA ROSSA ALLA CAMICIA NERA
    Nicola Bombacci - L'ultimo comizio a Genova nel Marzo 1945
    Capire il biennio di sangue e di fuoco 1943-1945, comprenderne a fondo le vicende e le valenze, come si è tentato di fare in occasione del sessantesimo anniversario dell'8 settembre, vuole anche dire confrontarsi con alcune figure emblematiche di una Storia a cui male si adattano i vecchi schematismi interpretativi o peggio le assolutizzazioni ideologiche.
    Come ha scritto recentemente Aldo Cazzullo, ("8 Settembre 1943 - Una nazione al bivio", "La Stampa", 3/9/2003), "..a Salò l'Ancien Régime fascista non c'è. Dei ventinove membri del Gran Consiglio, solo due - Buffarini Guidi e Farinacci - aderiscono alla Repubblica sociale. Dei due superstiti quadrumviri della marcia su Roma, uno, De Bono, è fucilato a Verona, l'altro De Vecchi, si proclama 'fedele fino all'ultimo respiro al mio Re'. Degli ex segretari del partito e degli ex comandanti della milizia nessuno segue il Duce nella sua ultima prova". Chi va a Salò allora?
    Molti giovani, intanto. Ai balilla che "andarono a Salò", Carlo Mazzantini ha dedicato un bel libro autobiografico. Ma insieme agli ex balilla, ci sono anche molte figure emblematiche - come ha ricordato lo stesso Cazzullo. C'è Pavolini, l'intellettuale raffinato che diventa l'anima radicale dell'ultimo fascismo. Ci sono poeti alla Marinetti e tecnocrati come Pisenti e Romano. C'è l'aristocratico Principe Borghese ed il filosofo crociano Edmondo Cione. E c'è Nicola Bombacci, tra i fondatori, nel 1921, del Partito Comunista d'Italia. A Salò Bombacci diventa l'ispiratore dell'azione sociale del nuovo fascismo repubblicano, della sua estrema testimonianza rivoluzionaria. E' il marzo 1945: l'Europa è nel penultimo mese di guerra. Ad ovest, il 7 gli americani passano il Reno a Remagen. Ad Est crolla il "Muro di Pomerania". Il 6 i sovietici prendono Kamm, verso la foce dell'Oder. In Italia si intensificano gli attacchi aerei su tutto il territorio della Rsi, mentre gli alleati tentano la penetrazione a sud di Bologna. In questo "clima", che fa presagire l'imminente sconfitta militare, il fascismo repubblicano tenta di seminare, nella Valle Padana, le sue "mine sociali": "Mussolini - scriverà Ermanno Amicucci (I 600 giorni di Mussolini, Roma, 1948) - voleva che gli anglo-americani e i monarchici trovassero il nord d'Italia socializzato, avviato a mete sociali molto spinte; voleva che gli operai difendessero, nei confronti dei nuovi occupanti e degli antifascisti, le conquiste socialiste raggiunte con la Rsi". Il 22 Marzo 1945 il Consiglio dei ministri decide che si proceda entro il 21 Aprile alla socializzazione delle imprese con almeno cento dipendenti ed un milione di capitale. Il mito rivoluzionario del "potere ai lavoratori" diventa realtà. Non ci si limita però all'azione legislativa. All'interno degli spazi offerti da una situazione oggettivamente di emergenza e con i tedeschi preoccupati - come riferisce l'Ambasciatore Filippo Anfuso - a ritardare l'applicazione della legge "in considerazione dell'atteggiamento soprattutto inglese, che è volto a serrare le fila conservatrici in Europa contro i russi", viene accentuata l'azione propagandistica. Nicola Bombacci ne è il principale fautore ed artefice, colui che spezza "il pane della socializzazione" fra gli operai, direttamente nelle fabbriche. Egli non è un "teorico", anche se viene riconosciuta la sua influenza nella stesura delle leggi socializzatici, che trasformano i lavoratori da semplici dipendenti a compartecipi della propria azienda. I suoi scritti, a cominciare da quelli pubblicati sulla rivista "La Verità", da lui diretta, hanno il taglio dell'immediatezza e della polemica. Le folle affascinate Bombacci è piuttosto un tribuno, un tribuno secondo la migliore tradizione del socialismo italiano, capace, per conquistare con la ragione dei suoi argomenti, di toccare le corde del sentimento; di affascinare le folle, con la sua persona eretta, il volto incorniciato dalla tradizionale barbetta, il suo "apostolico" e carismatico entusiasmo.
    Nel Dicembre 1944 egli parla a Verona, al Teatro Nuovo, e visita la Mondadori, già socializzata, traendone sorpresa ed emozione, come scrive in una lettera a Mussolini: "Ho parlato con gli operai che fanno parte del Consiglio di gestione, che ho trovato pieni di entusiasmo e compresi di questa loro missione. Mi hanno detto che gli utili di questi primi 6 mesi sono di circa 3 milioni". Tra la fine del '44 ed i primi mesi dell'anno seguente Bombacci parla a Como, Busto Arsizio, Pavia, Venezia, Brescia, privilegiando sempre il contatto con il mondo del lavoro. A Marzo parla a Genova, durante una visita di cinque giorni, che assume un valore simbolico, sia per la città in cui avviene, culla del socialismo italiano (ma anche del "secondo fascio d'Italia", fondato, nel 1919, a Sampierdarena, da un gruppo di operai di ispirazione sindacal-rivoluzionaria), sia perché vi pronuncia il suo ultimo comizio, ad appena un mese dai terribili giorni dell'aprile 1945. L'11 Marzo Bombacci parla al Teatro Universale, di fronte alle commissioni interne degli stabilimenti industriali. Parla da "socialista" ("perché il socialismo non lo farà Stalin, ma lo farà Mussolini, che è socialista, anche se per vent'anni, per ragioni di politica, è stato ostacolato dalla borghesia capitalistica, dalla quale è stato poi tradito"), ma anche da anticomunista ("il bolscevismo inganna il popolo. Stalin per primo si è venduto alla borghesia capitalistica. Egli è la continuazione della politica imperialista di Pietro il Grande. In fatto di progresso l'Urss è, sotto tutti i punti di vista, l'ultima nazione civile"). La polemica evidentemente non è casuale. C'è la coscienza, in Bombacci, come in tutti gli ambienti "socializzatori" della Rsi, che le giuste istanze del mondo del lavoro si possano, di lì a poco, trasformare in uno strumento dell'imperialismo sovietico, finendo così per essere sterilizzate: "Quali sono stati i programmi di Stalin a favore del proletariato internazionale? Quando tentò l'alleanza con Hitler sapete cosa chiese? Soltanto un vastissimo raggio d'influenza in Europa e si guardò bene dall'enunciare qualche programma in favore del proletariato. Egli manifestava la sua sete imperialistica e senza alcun impegno verso i lavoratori". L'invito agli operai è di "farsi avanti" con le proprie organizzazioni, di partecipare attivamente alla costruzione della Repubblica Sociale: "L'impero del lavoro, il primo che sorgerà in Europa, sarà quello di Roma, che dettò ed insegnò leggi ai popoli". Discorso agli operai Il 12 Marzo Bombacci tiene una riunione, alla Casa del Balilla, in Via Cesarea, ad una rappresentanza di lavoratori del credito, delle assicurazioni e dei marittimi, a cui espone le ultime realizzazioni della socializzazione. Decisamente più significativa l'assemblea, tenuta il 13, allo stabilimento dell'Ansaldo, di fronte ad un migliaio di operai. La fabbrica è, nel ponente genovese, una delle più importanti dal punto di vista produttivo, ma è anche tra quelle politicamente inquiete. Bombacci parla di conquiste operaie; confronta le condizioni del lavoro italiano con quelle degli altri Paesi; denuncia le mire espansionistiche ed i ritardi nello sviluppo dell'Urss; invita i lavoratori a dare il loro contributo alla Repubblica Sociale, perché soltanto ricacciando lo straniero e riacquistando l'integrità territoriale sarà possibile attuare appieno la socializzazione; ma soprattutto si "confessa": "Fratelli di fede e di lotta - dice - guardiamoci in viso e parliamo pure liberamente: voi vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, comunista, amico di Lenin, di vent'anni fa. Sissignori, sono sempre lo stesso, perché io non ho rinnegato i miei ideali per i quali ho lottato e per i quali, se Dio mi concederà di vivere ancora, lotterò sempre. Ma se mi trovo nelle file di coloro che militano nella Repubblica sociale italiana è perché ho veduto che questa volta si fa sul serio e che si è veramente decisi a rivendicare i diritti degli operai". Il 14 Marzo, nella centrale Piazza De Ferrari, Bombacci conclude la sua "visita" genovese e pronuncia anche il suo ultimo discorso pubblico. La piazza è colma. Si parla di trentamila persone. Oltre ad alcuni reparti dell'esercito e alla folla dei curiosi, forte è la rappresentanza operaia. L'oratoria è sempre sanguigna, anche se i temi trattati sono di più vasto interesse politico e militare: la socializzazione, dunque, le condizioni del lavoro, ma anche le impellenti necessità militari, la riconquista dell'integrità territoriale violata: "Non voglio affermare con questo che tutti gli operai devono oggi imbracciare un fucile e correre in trincea. Basterà che ognuno compia il suo dovere al suo posto di responsabilità, conscio dei doveri imposti dalla dura ora che la Patria vive; è soltanto una stretta collaborazione, che deve oggi unire tutti gli italiani che desiderano raggiungere le mete prefisse". Si suggella, in quell'ultimo discorso, in quell'ultimo incontro popolare prima delle bufera civile, una parabola; "l'apostolo della socializzazione", come già, trent'anni prima, per Filippo Corridoni, "l'Arcangelo sindacalista" dell'interventismo rivoluzionario: dalla classe alla Patria, dall'azione sociale all'unità del destino nazionale. Aveva scritto, nel 1937, su "La Verità": "Io sono arrivato al socialismo non nel 191- 8-19, ma nel 1900, non per calcolo né per cultura scientifica, ma per sentimento. (E' la colpa che mi hanno sempre rimproverato i professori del cosiddetto socialismo scientifico)". Per fede e per un più alto e compiuto sentimento di giustizia sociale si troverà il 28 Aprile 1945, poco più di un mese dopo il suo ultimo discorso genovese, sul lungolago di Dongo, di fronte al plotone di esecuzione partigiano, con Mezzasoma, Pavolini, Barracu e tanti altri esponenti del fascismo repubblicano: il suo ultimo grido, cadendo sotto la scarica mortale, sarà: "Viva il Socialismo!".

    Mario Bozzi Sentieri

  10. #20
    SubZero
    Ospite

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Hlodwig Visualizza Messaggio
    Mi aspettavo una risposta del genere da te.
    Anche se era Leninista ( e comunque era anche Stalinista- informati meglio) resta il fatto che non ha mai rinnegato il comunismo, il marxismo e la sua folle teoria collettivista, materialista e fallimentare.
    Comunisti raus!

 

 
Pagina 2 di 8 PrimaPrima 123 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Di cosa parliamo quando parliamo di PACS
    Di Willy nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 17-12-06, 12:02
  2. Nicola Bombacci
    Di daca. nel forum Destra Radicale
    Risposte: 30
    Ultimo Messaggio: 30-04-05, 05:10
  3. Bombacci
    Di TAGLIAMENTO 1 nel forum Comunismo e Comunità
    Risposte: 26
    Ultimo Messaggio: 09-10-04, 00:15
  4. Bombacci..............
    Di Penelope (POL) nel forum Centrodestra Italiano
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 14-02-04, 23:20
  5. Bombacci se ci sei ......
    Di ataturk nel forum Centrodestra Italiano
    Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 28-01-04, 01:33

Chi Ha Letto Questa Discussione negli Ultimi 365 Giorni: 0

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito