Un paio di mesi fa, vidi su Sky Cinema uno straordinario film
hollywoodiano del 1964 intitolato "L'amaro sapore del potere", diretto
dal regista Franklin J. Schaffner (lo stesso che diresse, anni dopo,
"Il pianeta delle scimmie" e "Papillon") e interpretato da un
eccezionale Henry Fonda e dall'altrettanto bravo Cliff Robertson, nel
ruolo degli sfidanti alle primarie per il candidato (si suppone
democratico) alle presidenziali USA. Il film si basa su una piece di
Gore Vidal ("The best man") ed è sceneggiato da lui stesso. Mi piacque
moltissimo, esegue una meticolosa analisi del rapporto tra etica e
politica e tra morale e potere; uno dei migliori film politici
(interamente politico, senza concessioni, che so, al thriller, al
comico, al sentimentale, ecc.) che abbia mai visto.

Qualche tempo dopo, mi capitò tra le mani un romanzo di Gore Vidal:
"L'età dell'oro". Devo dire che di Gore Vidal, pur sapendo che era,
genericamente, uno scrittore liberal americano e che possedeva una
villa a Ravello (ne scrive anche ne "L'età dell'oro"), non avevo mai
letto niente, nè mi ripromettevo, a freddo, di farlo. Ma devo dire,
dopo aver visto il film, e dopo aver letto il suo libro, che si
tratta di un intellettuale di grandissima statura, che conosce alla
perfezione i meccanismi della politica americana (è stato lui stesso
deputato al Congresso, quando, ancora giovane, sembrava avviato a una
brillante carriera politica, alla quale, opportunamente, rinunciò per
dedicarsi alla letteratura, al teatro e alla saggistica), della quale
disegna una visione più che critica e "di sinistra".


L'idea centrale de "L'età dell'oro" (che traccia le linee e la storia
del processo di come l'imperialismo statunitense si affermò grazie
alla seconda guerra mondiale) è che il Dipartimento di Stato e il
Presidente F.D. Roosvelt "agevolarono" l'attacco di Pearl Harbor, per
entare in guerra isolando gli isolazionisti (scusate il gioco di
parole) e per imporre l'egemonia statunitense; tanto sapevano di
vincerla, quella guerra (Hitler aeva aperto troppi fronti per potersi
affermare). Ma pur essendo stato scritto nel 2000, la congettura
("certezza", per come la espone l'autore), non può fare a meno di far
pensare, come molti di noi già pensano, che l'attacco alle Torri
Gemelle sia stato voluto per dare. come si è poi visto, la scusa a
Bush di invadere l'Afghanistan e l'Iraq, per insediarsi in due zone
"energetiche" rilevanti. La "doppiezza" americana non credo che abbia
precedenti di pari spessore, nella storia.


La novità sorprendente (almeno per me), che emerge dal libro (non so
se dovuta al fatto che Gore Vidal è uno scrittore e un cineasta e,
quindi, poco proclive all'economia), è che a Washington, a cavallo
della seconda guerra mondiale, a spadroneggiare e a fare opinione non
erano i guru di Wall Street o del Pentagono (questi cominciarono ad
imporsi, sempre da quello che si capisce dal romanzo, nel dopoguerra,
imponendo, come presidente, addirittura un loro esponente, il generale
Eisenhower, a riprova del fatto che la guerra, e come poteva essere
altrimenti?, iniziata per sostenere e amplificare il New Deal, finì
per rafforzare i militari e i maccartisti), ma i giornalisti della
carta stampata e gli attori, i registi e i produttori di Hollywood. Un
pò come nell'Italia di oggi: uno crede che i poteri forti siano
Confindustria, le Banche e Piazza Affari, e alla fine scopre che chi
si impone veramente, nella politica italiana, è il Vaticano, la nostra
pittoresca Hollywood religiosa.