











http://www.voltairenet.org/article134697.html
Silvia Cattori: Dopo l’assassinio di Sheikh Yassin, il leader spirituale di Hamas,nel 2004, le autorità israeliane hanno giustificato la sua liquidazione sostenendo che si trattava del Bin Laden palestinese. Hanno diffuso l’idea che il movimento islamico Hamas fosse collegato ad Al Quaida. All’estero, quando i giornalisti parlano di Hamas, è in genere per presentare i suoi membri come "terroristi", e non come resistenti. Vi si rimprovera di aver rifiutato il processo di Oslo, e qui i fatti vi hanno dato ragione. E’ largamente diffusa l’idea che "Hamas non accetta l’esistenza d’Israele, che nessun ebreo potrà restare in Palestina e che ogni ebreo è un bersaglio che deve essere eliminato". Cosa rispondete a chi vi accusa di voler "gettare gli ebrei a mare" e di rifiutare "il diritto di esistere di Israele"? Potete precisare la vostra posizione politica su questi punti?
Moshir Al Masri, portavoce di Hamas a Gaza
Moshir Al Masri : Innanzitutto, permettetemi di ringraziare tutti i giornalisti stranieri che condividono le sofferenze e la tristezza del popolo palestinese, che hanno una coscienza umana, che comprendono l’ingiustizia che pesa sul nostro popolo e lo difendono. Grazie a tutti i giornalisti, uomini e donne, che compiono la loro missione professionale in maniera obiettiva e fedele, senza pregiudizi filoisraeliani. Per quanto riguarda il rifiuto dell’esistenza d’Israele e il rifiuto della permanenza degli ebrei in Palestina, permetteteci di distinguere tra gli ebrei in quanto tali, cioè in quanto seguaci di una religione, che noi rispettiamo e con cui abbiamo condiviso una storia onorevole attraverso la storia islamica, e, d’altra parte, l’attuale occupazione sul nostro territorio. Il problema infatti non è con gli ebrei. Noi porgiamo il benvenuto agli ebrei che vogliono vivere con noi; questo è un atteggiamento permanente che constatiamo lungo tutta la storia dell’Islam, fin dall’epoca del nostro Profeta, Muhammad. No, il problema è che c’è un’occupazione che grava sul nostro territorio. Di conseguenza, la nostra resistenza è legale, in virtù di tutte le leggi e i regolamenti internazionali. D’altronde, la quasi totalità delle rivoluzioni nel mondo hanno avuto il fine di cacciare un occupante dal loro territorio. Questo fu il caso nel cuore dell’Europa e in America e di conseguenza, noi abbiamo il diritto di difenderci e di cacciare l’occupante dal nostro suolo. Ci sono accuse contro il movimento di Hamas, secondo cui questo movimento cercherebbe di "gettare gli ebrei a mare". Queste sono affermazioni false e infondate. Noi rispettiamo il giudaismo come religione e gli ebrei come esseri umani. Invece, noi non rispettiamo un’occupazione che ci caccia dalle nostre terre e che pratica contro di noi ogni forma di aggressione, adoperando le armi più atroci, utilizzate contro il nostro popolo palestinese. Ne deriva che non si può accettare la presenza di questa occupazione. Permettetemi di darvene un esempio: se un uomo possiede una casa e qualcuno viene a occupare quella casa, e se poi il ladro accetta di al massimo di concedere una piccola parte di quella casa al suo legittimo proprietario, nel corso di quelli che lui stesso chiama "negoziati", dicendogli: "tutto il resto mi appartiene", qualcuno potrebbe accettare una simile situazione? E’ accettabile essere cacciati dalla propria casa e poi riconoscere che la casa appartiene a colui che te l’ha rubata? E poi, per giunta, andare negoziare con il ladro per tentare di recuperare una piccola stanza e sopportare i suoi continui rinvii? Mentre egli di sovrappiù, il ladro ti uccide i figli, spezza le tue culture e distrugge le basi stesse con cui ti guadagni da vivere? No. Nessuna religione accetta questo. Nessuna persona dotata di ragione.
S.C. -Alla fine del 2002, quando ho incontrato il dott. Rantissi voi non eravate ancora costretti a vivere nascosti. Dopo il 2003, le cose si sono fatte molto più dure: Hamas è stato messo sulla lista nera delle organizzazioni "terroristiche"; c’è stato l’assassinio del dott. Rantissi e di centinaia di altri quadri importanti. Come considerate il fatto che nessuna istanza, nessuno stato occidentale, prenda in considerazione la gravità delle violazioni della legalità compiute da Israele, e faccia di voi un nemico? Mentre nel caso di Israele, che si fa beffe dei principi della giustizia e della vita umana, che ha violato oltre 65 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, il diritto internazionale non viene applicato?
Moshir Al Masri : Per quanto riguarda la classificazione di Hamas tra i movimenti "terroristi", risponderò che certamente tale qualifica non è né fondata né ammissibile: Hamas pratica una resistenza onorevole ed equilibrata. Dire di Hamas che si tratterebbe di un movimento "terrorista" è inaccettabile. Noi non siamo "terroristi", noi non predichiamo l’omicidio, non rubiamo la roba d’altri e noi non siamo gli occupanti, che io sappia, per venire qualificati così ? ! ? Noi ci difendiamo dalle incursioni, dagli arresti, dagli omicidi mirati, dall’utilizzo da parte di Israele delle armi più crudeli per colpire senza pietà e arbitrariamente i civili. Noi abbiamo il diritto di difenderci. Ma è evidente che gli Stati Uniti prendono apertamente la parte d’Israele. E poi c’è anche questa debolezza dell’Europa rispetto alla posizione americana. Noi non possiamo fare a meno di constatare che ne deriva una connivenza europea con Israele, fondata sull’allineamento filoisraeliano dell’amministrazione americana. Noi facciamo appello ai cittadini di tutto il mondo affinché riesaminino la natura del conflitto palestino-sionista e a comprendere, davanti alla tregua che noi abbiamo osservato e che gli ebrei hanno violato, che il problema non sta nel popolo palestinese, non sta nella sua legittima resistenza, ma piuttosto nell’aggressione di cui il nostro popolo è vittima.
S.C. - Al minimo atto di resistenza non violenta o violenta, Israele vi manda i suoi bombardieri. Voi non potete ignorare che vi provocano per farvi passare dalla parte del torto e quindi giustificare l’uso della forza agli occhi del mondo. Contro il dominio d’Israele, cui gli stati internazionali danno carta bianca per massacrarvi, non è un suicidio voler rispondere con le armi?
Moshir Al Masri: Per quanto riguarda ciò che è costume chiamare "l’equilibrio delle forze", permettetemi di insistere sul fatto che ogni paese occupato, da quando lotta contro un’occupazione militare, non gode certamente di un rapporto di forze favorevole. Altrimenti, se le forze fossero equilibrate, l’esercito occupante non potrebbe mantenere la propria occupazione del paese in questione e del suo popolo per un minuto in più. Chiaramente, le forze sono totalmente squilibrate, e noi siamo deboli. Ma siamo deboli nella misura in cui ci mancano le armi, e non certamente nella nostra determinazione e volontà di tenere testa alle armi ultramoderne e sofisticate israeliane. Noi abbiamo la volontà delle montagne. Abbiamo il diritto dalla parte nostra, e noi siamo pronti a sacrificare tutto, dico tutto, per recuperare il nostro diritto usurpato e violato. Di conseguenza, è verosimile che riusciremo a creare questo equilibrio di forze a poco a poco. Tra l’inizio e la fine, l’Intifada ha cambiato tattica militare, passando da un tipo di azione a un altro, per essere in grado di portare colpi al nemico e di fermare la sua permanente aggressione contro il nostro popolo.
S.C. - Quale è stata la politica di Yasser Arafat verso Hamas ? E qual’è oggi quella di Abu Mazen?
Moshir Al Masri: La politica verso il movimento Hamas dello scomparso presidente Abu Ammar [Yasser Arafat] che Dio lo accolga nella Sua misericordia! è stata una politica fluttuante, che cambiava da un momento all’altro. Una cosa è certa: nel 1996, l’Autorità palestinese ha condotto una politica di arroganza e arbitrarietà verso Hamas ; ha gettato in carcere i suoi militanti e dirigenti, fino a imporre gli arresti domiciliari allo Shaykh Ahmad Yassin. Siamo stati pazienti, abbiamo superato le nostre ferite. Non per debolezza, ma per rispetto per il sangue palestinese e per conservare l’unità nazionale. Al contrario, ci sono stati periodi in cui il rapporto tra Hamas e il presidente Abu Ammar era un rapporto solido: c’è stata un’interazione. Questo rapporto, si vede, non era monocolore: al contrario, ha assunto numerosi colori diversi, dei più vari…. Per quanto riguarda, invece, i nostri rapporti con il presidente Abu Mazen [Mahmud Abbas]: fino a oggi, il presidente Abu Mazen si è dimostrato un uomo debole. Noi ci siamo trovati d’accordo con lui su molti punti, ma le decisioni prese non sono state tradotte concretamente sul campo, e fino ad ora, è impossibile fare una vera valutazione della sua politica. Da una parte perché l’esperienza non è abbastanza lunga da permettere tale valutazione, ma soprattutto, d’altra parte, perché Abu Mazen non ha mai realmente applicato alcun progetto sull’arena politica palestinese, per quanto possiamo giudicare.
S.C. - Oltre 650 000 palestinesi sono passati per le carceri israeliane, e molti di loro hanno subito torture traumatizzanti. In Israele, ci sono al momento 9 200 prigionieri palestinesi. Come sapete, gli agenti dello Shabak adoperano tecniche sofisticate per degradarli, umiliarli, trasformarli in collaborazionisti. Ci si può meravigliare del fatto che l’Autorità palestinese non ha chiesto con maggiore insistenza la liberazione dei prigionieri, come premessa a ogni negoziato! Centinaia di militanti di Hamas e del Jihad sono stati arrestati nel corso degli ultimi mesi in Cisgiordania. Questi arresti e questi assassini avrebbero potuto avere un successo così massiccio, senza la collaborazione dei servizi di sicurezza palestinesi con lo Shin Beth?
Moshir Al Masri: Per quanto riguarda gli arresti e gli omicidi "mirati", bisogna sapere che non avrebbero mai potuto aver luogo senza la collaborazione dei servizi di sicurezza palestinesi con lo Shin Bet. Noi affermiamo che vi è stato un patto, per cui l’Autorità palestinese si è legata le mani davanti al nemico israeliano e che secondo i termini di questo patto, vi è stato un coordinamento nel campo della sicurezza il quale ha posto il campo palestinese in un impasse terribile e ha provocato dissensi interni. Solo in ragione di questa collaborazione tra i responsabili della sicurezza israeliani e palestinesi è stato possibile imporre gli arresti, la caccia all’uomo, gli arresti domiciliari ai militanti e ai dirigenti di Hamas. Per quanto riguarda gli omicidi mirati e gli arresti, è evidente che esiste tutta una rete di traditori, che vanno e vengono liberamente in Palestina. Sono loro che svolgono un ruolo essenziale e diretto nelle operazioni israeliane di eliminazione. Lo stesso vale per le incursioni e le retate. Purtroppo, l’Autorità palestinese non è stata all’altezza delle sue responsabilità, in questo campo, e noi non abbiamo voluto assumerci i compiti di ordine pubblico, per non creare dissensi nel campo palestinese, e anche perché non si potesse dire che noi avessimo uno stato nello stato. Noi dirigiamo le nostre armi soltanto contro coloro che ci aggrediscono, e spetta alla giustizia palestinese assumersi le proprie responsabilità e risolvere ogni problema interno. E’ evidente che l’Autorità palestinese si è legata le mani da sola firmando accordi che ci proibiscono di perseguire i traditori che praticano l’omicidio dei nostri concittadini indicando alle forze di occupazione i luoghi in cui si nascondono i [resistenti] palestinesi ricercati, che esse cercano per arrestare o ancora più spesso, per assassinare.
S.C. - E’ diventato chiaro che l’Autorità palestinese, dopo aver messo il proprio popolo in una situazione impossibile - invitandolo a cessare la lotta armata prima ancora della liberazione nazionale - e dopo aver firmato con Israele dei trattati "tra due parti", ha fatto sparire il termine "nemico israeliano" dal proprio vocabolario. Recentemente, anche il "diritto di ritorno" è stato rimosso dal vocabolario dei dirigenti palestinesi, che adesso parlano di una "soluzione al problema dei profughi" ma non più di un diritto. Durante questo periodo, il denaro si è riversato a fiumi nelle casse di Abu Mazen. E’ un caso? Questo denaro non è forse destinato a comprare tutta una élite politica e una classe media suscettibile di rinunciare alla lotta nazionale di liberazione? Qual è oggi la posizione di Hamas nei confronti dell’Autorità palestinese?
Moshir Al Masri: Per quanto riguarda la modifica della terminologia e dell’uso, o del divieto, dell’espressione "nemico israeliano", l’Autorità palestinese ha operato di concerto con il nemico israeliano, in virtù di un accordo di sicurezza concluso tra di loro, per fare sparire molti concetti e a cercare di cancellarli dallo spirito di diverse generazioni di palestinesi. Ma la benedetta Intifada di al-Aqsà ha riportato queste definizioni e questi concetti all’ordine del giorno, in una maniera ancora più forte che prima, e questo è soprattutto dovuto alle azioni dell’occupante, fatte dei più orribili crimini e massacri perpetrati contro i figli del nostro popolo. Sì, esiste una notevole debolezza nell’azione dell’Autorità palestinese, e sotto molti punti di vista. E come per caso, sono proprio questi responsabili che vogliono cambiare il vocabolario. Ma le definizioni del popolo non sono quelle dei rappresentanti dell’autorità. Lo stesso vale per il diritto di ritorno dei profughi palestinesi. Quando un responsabile palestinese parla di "risolvere il problema dei profughi", ci si può vedere una concessione esorbitante, proveniente da quella parte…. Stiamo parlando dei milioni dei figli del nostro popolo, più di cinque milioni di palestinesi, che sono esiliati, scacciati, sparsi nella quasi totalità dei paesi del mondo e che hanno il diritto di ritornare a casa loro, alle loro terre, alla loro patria da cui sono stati cacciati con la forza. Questi sono i termini che usano il popolo e i combattenti. Quello che dicono certi rappresentanti palestinesi non è rappresentativo dell’insieme dei palestinesi.
S.C. - La Conferenza per il "diritto al ritorno" che si è riunita a Nazareth nel dicembre del 2005, ha messo in guardia coloro che vogliono imporre il riconoscimento dello Stato d’Israele in quanto stato ebraico e rimuovere il diritto di ritorno. Questo diritto resta per voi l’intoppo, "un diritto inalienabile" che nessuno può riconsiderare?
Moshir Al Masri: Per quanto riguarda l’imposizione di un riconoscimento arabo e palestinese dello lo stato d’Israele in quanto stato ebraico e il riconoscimento del fatto compiuto, io penso che tale riconoscimento dello stato d’Israele sia estremamente pericoloso, perché significa l’abbandono del diritto palestinese, e questo significa che la politica del fatto compiuto è stata imposta definitivamente al mondo arabo-musulmano. Noi accogliamo a braccia aperte gli ebrei in quanto tali, ma non accogliamo a braccia aperte un’occupazione che schiaccia la nostra terra e il nostro popolo. Come ho già detto, noi non possiamo accettare di essere cacciati da casa nostra, dalle nostre case, dalle nostre terre, per poi tornare e prendere possesso a mala pena dello stretto necessario per vivere [Nota: la portion congrue in francese indica lo stretto necessario per vivere] su quelle terre e riconoscere al ladro la proprietà di tutto il resto, dicendo che questo gli spetta di diritto e consacrando questo diritto davanti al mondo intero. Ecco perché noi, di Hamas, mettiamo in guardia tutte le parti contro le conseguenze terribili che avrebbe il fatto di cadere nella trappola israeliana che consiste nel consacrare la politica israeliana dei fatti compiuti.
S.C. - L’Autorità palestinese aveva puntato tutto sulla creazione di uno Stato palestinese indipendente. Ma i palestinesi erano pronti ad accettare uno stato sull’8 % dei territori storici per regolare così tutti i torti causati da Israele dopo il 1948? Uno stato unico in cui ebrei e non ebrei vivano con diritti uguali non sarebbe una soluzione più equa?
Moshir Al Masri: Ci tengo a dire che il movimento Hamas crede alle soluzioni per tappe, ma non alle soluzioni basate sulle concessioni. E’ questo che aveva affermato lo Shaykh Yassin, fondatore e dirigente di Hamas, più di quindici anni fa. Egli aveva detto: "Noi possiamo accettare la creazione di uno stato in Cisgiordania, nella striscia di Gaza e a Gerusalemme Est, con il ritorno dei profughi e la liberazione di tutti i prigionieri. Allora potremo firmare una tregua di lunga durata, per dieci anni se occorre, o anche di più". Ma è chiaro che il nemico sionista vuole perpetuare la sua occupazione. Prova ne è che Sharon, dopo aver venduto il ritiro da Gaza come una "dolorosa concessione", ritorna a Gaza uccidendo e bombardando, e ritorna al nord della striscia di Gaza per crearvi una terra di nessuno. Si vede: non conosce altra lingua che quella dell’occupazione. Non sa cosa voglia dire una tregua, come mostra la sua violazione della tregua attuale, e non conosce la lingua della pace. Non conosce altro che la lingua del crimine e del terrore contro il nostro popolo. Di conseguenza, confermiamo la nostra adesione a soluzioni a tappe, ma in cambio, non sapremo riconoscere l’occupazione del nostro territorio. Ecco perché il resto del mondo dovrà riunirsi per mettersi al fianco del nostro popolo dolente e martoriato, il cui territorio è occupato, i cui luoghi santi sono violati e i cui figli sono le vittime della peggiore aggressione. Quanto alla creazione di uno stato che riunisca ebrei e palestinesi, noi abbiamo sempre affermato - ma io lo voglio riaffermare ancora una volta - che noi abbiamo convissuto durante tutta la storia islamica con gli ebrei i quali in quanto Dhimmi, nello stato musulmano, godevano degli stessi vantaggi ed erano soggetti agli stessi obblighi nostri; facevano parte della nostra patria. Di nuovo: il problema non è con gli ebrei. L’unico problema che noi abbiamo è con l’occupazione israeliana.
S.C. - Dopo il ritiro dei coloni da Gaza, la comunità internazionale ha considerato questo ritiro come un passo verso la pace. Ora dove è la pace? Il vostro movimento afferma che Gaza è stata liberata. Eppure, quelli che l’hanno visitata recentemente hanno riferito che il milione e mezzo di palestinesi che vi abitano si trovano sotto il controllo assoluto d¹Israele; una sorveglianza e una coercizione che cresceranno ancora con la costruzione da parte di Israele della triplice barriera munita di mitragliatrici telecomandate, di rilevatori elettronici ed ottici. Piuttosto che parlare di liberazione, perché non denunciare il fatto che gli abitanti di Gaza sono murati dietro barriere, in un campo di concentramento?
Moshir Al Masri: Sì. È chiaro che ciò che Sharon ha voluto vendere è una menzogna. In effetti, il ritiro da Gaza non è un vero ritiro, né un ritiro totale. Israele continua a occupare lo spazio aereo di Gaza: i suoi aerei non smettono di sorvolare Gaza, i bombardamenti continuano e anche gli attacchi simulati, così come gli omicidi mirati dall’aria, per mezzo di velivoli senza pilota e di missili. Lo stesso vale per l’accerchiamento terrestre e marittimo, compreso il punto di passaggio di Rafah, che è l’unica uscita rimasta al popolo palestinese che vive nella striscia di Gaza: è pieno di telecamere, ci sono commissioni di sicurezza miste che interrogano tutti coloro che entrano nella Striscia di Gaza o ne escono, anche se non c’è più una presenza militare israeliana effettiva. Ne consegue che, nella Striscia di Gaza, viviamo in un’immensa prigione, e che il nemico israeliano non ha fatto alcuna concessione. Si è ritirato da Gaza solo sotto i colpi della resistenza: lui stesso ha riconosciuto che non poteva più sopportare il peso in termini di sicurezza che ricadeva sulle sue spalle a causa dell’occupazione della Striscia di Gaza, in particolare nelle colonie, grazie ai colpi della resistenza palestinese, nonostante i mezzi rudimentali di cui quest’ultima disponeva, la quale pure è riuscita a colpire il nemico israeliano infliggendogli una dura lezione e insegnandogli che la terra palestinese non sopporta più di essere occupata da Israele.
S.C.– Al contrario dell’ANC in Sudafrica, né Arafat né Abu Mazen hanno mai fatto appello al boicottaggio internazionale o alla lotta civile o a sanzioni punitive contro Israele. Il presidente dell’Università palestinese Al Quds ha addirittura protestato contro il boicottaggio delle università israeliane lanciato da alcuni inglesi. Come spiegate una tale sottomissione a Israele, quando i palestinesi si aspettano che le proprie autorità difendano la loro causa?
Moshir Al Masri: E’ chiaro che l’Autorità palestinese sta andando incontro a una deriva pericolosa e che certi suoi dirigenti si attaccano alle proprie poltrone. Sono pronti a far ogni concessione possibile e immaginabile. E’ di questo che ci siamo resi conto, con il genere di accordo che hanno firmato: non c’era posizione solida dell’Autorità palestinese che fosse in grado di mettere fine all’aggressione sionista contro il popolo palestinese. Il discorso dominante era quello delle concessioni: è questo linguaggio delle concessioni che si è imposto per la maggior parte del tempo, a un punto tale che il presidente di un’università palestinese ha osato protestare, e in questo avete pienamente ragione, contro il boicottaggio delle università israeliane, come se vivessimo alla pari con Israele, dimenticando totalmente il nostro sangue versato, la confisca delle nostre terre e la messa sotto occupazione di tutte le possibilità popolo palestinese! Sì, purtroppo, esiste la sottomissione dell’Autorità all’amministrazione israeliana, in cambio di non-concessioni israeliane verso l’Autorità. E questo, perché l’Autorità si è lasciata legare mani e piedi da accordi da cui non può uscire, nel momento stesso in cui Sharon e i suoi compari negano gli stessi accordi, dichiarando che gli accordi di Oslo non hanno più esistenza pratica, sul terreno.
S.C. - I parlamentari europei - di sinistra e di destra - hanno votato nel 2004, a grande maggioranza, una risoluzione chiamata " Pace e Dignità in Medio Oriente" che esige che l’Autorità palestinese conduca una lotta contro gli atti di terrorismo. Questa risoluzione: "ribadisce la sua ferma condanna così come il rifiuto di ogni atto di terrorismo commesso da organizzazioni terroristiche palestinesi contro il popolo israeliano ed esige che l’Autorità Nazionale Palestinese conduca una lotta senza quartiere contro tali atti di terrorismo fino allo smantellamento totale di tali organizzazioni" - "dichiara espressamente che il terrorismo palestinese, siano le sue vittime civili o militari, non solo è responsabile di numerose vittime innocenti, cosa che lo rende ancora più condannabile, ma in più nuoce gravemente al processo di pace che si cerca di riprendere". Cosa dite all’Europa?
Moshir Al Masri: Per quanto riguarda i "terroristi", e l’affermazione secondo la quale la resistenza non solo ucciderebbe degli innocenti, ma sarebbe un ostacolo al processo di pace, noi diciamo: "Osserviamo in maniera attenta e precisa lo scenario palestinese e gli avvenimenti che vi hanno avuto luogo dopo la firma dell’accordo di pace tra palestinesi e israeliani. Chi ha cominciato a uccidere? Chi è stato il primo a perpetrare dei massacri? Come è cominciata l’Intifada di Al-Aqsâ, che noi continuiamo a vivere ancora oggi? Non fu per caso con la visita provocatoria di Sharon alla Moschea di Al-Aqsâ, benedetta e santa per i musulmani e per il popolo palestinese? I fedeli [musulmani] protestarono e le forze di occupazione uccisero decine di loro, in pochi istanti. Fu allora che insorsero le folle, ovunque, per difendere i propri luoghi santi, come era loro diritto e loro dovere. E la prima Intifada non è scoppiata forse dopo che un colono aveva deliberatamente ucciso sette operai palestinesi a Jabalya? Di conseguenza, noi difendiamo il nostro popolo, e quelli che ci qualificano come "terroristi" si sbagliano; devono rivedere il loro giudizio. Noi non siamo "terroristi". Noi esaltiamo la vita, sosteniamo un progetto di liberazione, difendiamo la dignità e la legittima fierezza. Il mondo europeo deve cessare di essere il complice dell’America, col suo allineamento evidente con il nemico israeliano. Se studiate e investigate in maniera meticolosa i problemi in gioco nell’arena palestinese, capirete che in quasi tutti i casi, è l’occupazione che provoca i problemi.
S.C. – Il recente successo elettorale di Hamas ha messo nel panico l’Autorità palestinese. Pensate che dopo aver regnato per dodici anni come padrone assoluto, dopo essersi lasciata impantanare in negoziati "di pace" che hanno solo portato ulteriori sofferenze ai palestinesi, sarà capace di rinunciare ai privilegi acquisiti a spese del proprio popolo e di accettare il messaggio che il popolo le manda?
Moshir Al Masri: Noi pensiamo che uno dei principi della democrazia consiste nell’accettazione dei risultati delle elezioni. La nazione non è il monopolio di nessuno, essa appartiene a tutti. Il movimento Hamas ci tiene a rassicurare tutto il mondo, l’Europa, l’America e il mondo intero, così come pure l’Autorità palestinese: noi non abbiamo alcuna intenzione di prendere il posto di nessuno in queste elezioni, né di contestare nessuno. Noi vogliamo consacrare una nuova tappa, quella della partecipazione politica, per farla finita con l’esclusiva delle decisioni in Palestina. Questa tappa sarà anche quella dell’unione nazionale di fronte alle sfide proprie di questa fase: questo popolo che ha fatto i più grandi sacrifici per costringere l’occupante a ritirarsi da una parte del suo territorio oggi deve poter vivere una vita tranquilla e decente, lontana dalle manifestazioni di anarchia e di insicurezza provocate nella maggior parte dei casi dai servizi detti "di sicurezza", lontano dal sistema della raccomandazione e della tangente, lontano dalla perdite di punti di riferimento, dal vuoto davanti all’ignoto, che attualmente domina la scena palestinese. Ecco perché Hamas ha voluto partecipare alle elezioni legislative senza aspettare oltre, nel tentativo di salvare la scena palestinese da questa situazione deleteria.
S.C. – Per il popolo palestinese, è una situazione che non potrebbe essere più deprimente. Nulla di ciò che l’Autorità palestinese aveva promesso è stato realizzato. Ma se i palestinesi le hanno girato le spalle, questo non vuol dire tuttavia che essi aderiscono al vostro programma?
Moshir Al Masri: E’ chiaro che a causa della monopolizzazione del potere da parte dell’Autorità palestinese, che da dieci anni prende da sola tutte le decisioni che riguardano l’avvenire del popolo palestinese, e d’altra parte grazie al successo del movimento Hamas e del suo programma in materia di resistenza legittimamente riconosciuta da parte del diritto internazionale, e per il fatto che questo movimento si è reso portatore delle preoccupazioni del popolo palestinese e della bandiera del cambiamento e della riforma, si è assistito a un raggruppamento popolare attorno a Hamas. Inoltre, il popolo palestinese è a maggioranza un popolo musulmano. Ora, Hamas è un movimento musulmano, che vuole che il nostro popolo viva l’Islam come una realtà concreta per quanto ci è possibile. E’ chiaro che l’Autorità palestinese non ha tratto la lezione dai suoi errori, e la sua situazione è deplorevole. E’ addirittura incapace di tenere testa a quei suoi propri membri che praticano il sequestro degli stranieri, che nuocciono all’immagine onorevole del nostro popolo, o che praticano l’occupazione di diverse istituzioni, il racket e l’intimidazione. Tutto ciò fa sì che l’Autorità palestinese attraversi un periodo di grande debolezza e di decomposizione. Ecco perché noi ci tenevamo a partecipare alle elezioni, affinché l’Autorità recuperasse il proprio prestigio e il diritto ritrovasse il proprio primato. Noi vogliamo creare un’Autorità palestinese rispettabile, affinché il popolo palestinese la possa rispettare.
S.C. – Sennonché a Ramallah, durante l’anno passato, in occasione delle elezioni locali, Hamas ha raccolto più del 50 % dei voti. Il FPLP, partito di sinistra, si è alleato a voi in certi comuni. Questo tende a dimostrare che non si tratta di votare per una religione, ma per uomini e donne integri che, al contrario dei quadri di Fatah, non hanno mai abbandonato la lotta di liberazione?
Moshir Al Masri: Il fatto che Hamas abbia concluso alleanze con il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina o con altre organizzazioni conferma che non si tratta di un movimento settario, né sclerotico, né ripiegato su se stesso. Hamas è un movimento che si afferma come un pagina aperta a tutti, come un movimento pronto ad allearsi con tutti i figli del nostro popolo palestinese, per difendere gli interessi superiori del nostro popolo, nel quadro di un cambiamento e di una riforma reali nell’arena palestinese. Da qui deriva il sostegno dato da Hamas a un candidato di sinistra per il posto di sindaco di Ramallah, un sostegno che non costituisce affatto un caso isolato, tutt’altro. Noi diciamo a tutti che non vogliamo prendere il posto di nessuno, non vogliamo cacciare nessuno. Vogliamo vivere un’esistenza degna e tranquilla, al riparo da tutti fenomeni che la scena palestinese conosce da dieci anni. Noi vogliamo accordarci su una strategia ben definita che protegga i diritti del popolo palestinese e conservi le sue conquiste, senza fare considerazioni sulle appartenenze di questi alleati: è sufficiente che siano palestinesi e che vogliano servire la causa del popolo palestinese.
S.C. –Perché avete deciso di partecipare a queste elezioni quando invece il Jihad islamico si è astenuto? Le elezioni sotto occupazione non distraggono i palestinesi dall’essenziale? La priorità non è quella di non nuocere al dialogo inter-palestinese per rilanciare la lotta nazionale?
Moshir Al Masri: Quali sono le priorità di Hamas, al momento attuale? Mettiamo i puntini sulle "i": Hamas ha tre priorità, nessuna delle quali è caduca o meno importante delle altre. La prima priorità è il rafforzamento dell’unità interna perché è chiaro che è questa unità che è in grado di proteggere il campo palestinese da qualsiasi sviluppo pericoloso. La seconda è il rafforzamento della partecipazione politica, che rappresenta un’opzione in grado di salvare la scena palestinese dall’attuale marasma. Il terzo punto è il rafforzamento del programma della resistenza come scelta strategica del nostro popolo, finché un’occupazione continuerà a pesare sulla nostra terra e finché dura l’aggressione continua contro il nostro popolo. Questa è stata la scelta di tutte le rivoluzioni del mondo, compreso in Europa e in America. Si tratta di una scelta riconosciuta dal diritto internazionale.
S.C. - La partecipazione di Hamas alle elezioni legislative palestinesi nei territori sotto il controllo dell’Autorità palestinese, è stata messa in discussione da Javier Solana. Costui, riprendendo le minacce degli Stati Uniti, ha fatto pressione sui palestinesi affermando che se Hamas vincesse le elezioni, gli aiuti finanziari europei sarebbero stati sospesi. Ciò indica che l’Europa non riconosce ai palestinesi il diritto di scegliere i propri rappresentanti né quello di resistere. Questo ricatto, che minaccia i palestinesi con uno strangolamento finanziario, e quindi di renderli ancora più deboli di fronte all’occupante, impedirà ai palestinesi di votare per i candidati di Hamas o del FPLP?
Moshir Al Masri: Per quanto riguarda la questione di sapere se le minacce europee e quelle americane di tagliare gli aiuti sono in grado di dissuadere il nostro popolo dal sostenere Hamas, risponderò che penso che le dichiarazioni tanto europee quanto americane a tale effetto hanno coinciso con la quarta tappa delle elezioni comunali palestinesi, in particolare nelle città più grandi. Ora, che effetto hanno avuto? Hamas ha vinto le elezioni nelle più grandi città palestinesi, come Nablus, El-Bireh, Ramallah o Jenin. Di conseguenza, il nostro popolo palestinese è un popolo che confida essenzialmente in Dio – che l’Altissimo sia esaltato! - e che conosce il versetto coranico "E’ nel cielo che si trova la vera vita che vi è stata promessa". Il popolo sa benissimo che esiste un complotto internazionale ordito contro di lui. Di conseguenza, vuole scegliere coloro che saranno in grado di rappresentare la sua preoccupazione e coloro di cui sa, con fiducia, che saranno degni della missione che egli conferirà loro, per la grazia di Dio! Noi, di Hamas, abbiamo superato le nostre prove, nel corso degli anni, in numerose istituzioni, sindacati, cooperative o altro, e abbiamo dato un esempio da seguire. E’ con conoscenza di causa che il popolo palestinese ci ha eletti, è grazie alla sua fiducia. Di conseguenza, la provocazione dell’amministrazione americana la quale, a dire dei responsabili dell’Autorità palestinese, non concede al popolo palestinese che briciole che non rappresentano praticamente nulla nel bilancio palestinese e la posizione europea, perfino le dichiarazioni di Javier Solana le quali non penso riflettano una posizione europea ben ponderata che sia veramente in accordo con tutti gli stati membri dell’Unione Europea, sapete….. Diciamo che io non considero l’ultima posizione assunta dal Quartetto una posizione di grande fermezza. Si tratta piuttosto dell’espressione di una ritirata: dopo aver rifiutato la partecipazione di Hamas alle elezioni, alcuni partner internazionali hanno superato questo blocco, dopo aver constatato la determinazione e la volontà dei palestinesi, come anche la loro unanimità sulla necessità della partecipazione di tutti a queste elezioni. Le potenze straniere che si oppongono alla nostra partecipazione hanno cominciato a brandire la minaccia di sospendere gli aiuti economici, poi hanno smesso di farlo dopo aver constatato che ciò non avrebbe dissuaso in nulla i palestinesi dal votare per Hamas. Allora si sono accontentati di formulare delle messe in guardia contro la partecipazione di Hamas a qualunque futuro governo palestinese. Io sono convinto che i partner internazionali si vedranno costretti a scendere a compromessi con una realtà nuova per loro: il movimento Hamas è una componente autentica del popolo palestinese, fa parte di coloro che determinano la decisione politica palestinese.
S.C. - La posizione del Quai d’Orsay [ministero degli esteri della Francia, ndt] è stata più sfumata di quella di Solana : "Noi pensiamo che sia importante che il processo elettorale in corso nei territori palestinesi si possa svolgere normalmente. Hamas resta iscritta alla lista "delle organizzazioni terroriste dell’Unione Europea, finché non avrà rinunciato alla violenza e riconosciuto lo stato d’Israele. Da parte nostra, seguiamo con interesse lo sviluppo di Hamas sul piano politico". Vi sembra possibile rinunciare alla lotta armata e riconoscere lo stato ebraico d¹Israele?
Moshir Al Masri : Per quanto riguarda il riconoscimento dello stato d’Israele e la rinuncia alla lotta armata, io rispondo: come si è liberato il Libano; come si sono liberati molti paesi europei, e come si è liberata l’America del Nord? Non è stato forse con la cacciata delle potenze che li occupavano? Sono dieci anni che cerchiamo di negoziare, con quale risultato? Il risultato, non è forse l’ignoto? Il risultato non è forse il vuoto? Cos’ha raccolto l’Autorità palestinese? Cos’ha raccolto il popolo palestinese? Nulla, se non sofferenza, distruzione, l’arretramento della causa palestinese per dei lustri…. Non si può continuare a fare questo genere di esperienza votata alla sconfitta, né accettare un’occupazione che si incrosta, che continua a uccidere, a massacrare, a perpetrare il terrore contro il popolo palestinese. Noi diciamo che Hamas è un movimento aperto, pronto al dialogo con chi il dialogo desidera alla luce degli interessi superiori del popolo palestinese. Ma un dialogo con l’occupazione sionista, è qualcosa che è già fallita, anche se è stato tentato sulla base delle più grandi concessioni da parte nostra, in cambio di assolutamente nulla da parte israeliana.
S.C. – Vi sconvolge sapere che i dirigenti dei paesi democratici si sono sistematicamente rifiutati di sanzionare Israele che viola le Convenzioni di Ginevra - demolizioni di case, esecuzioni sommarie, arresti arbitrari, omicidi di bambini - e anche sapere che le associazioni a favore della Palestina hanno collaborato con l’Autorità palestinese che è stato un sistema corrotto e repressivo? Non pensate che la vostra arma migliore consista nello spiegare meglio all’opinione internazionale che tipo di sostegno i palestinesi sotto occupazione militare si aspettano?
Moshir Al Masri: Sì, mi sconvolge. In effetti, noi abbiamo bisogno di una vasta campagna mediatica. Ma è chiaro che i sionisti e i loro amici possiedono mezzi di informazione estremamente potenti che schiacciano i nostri. Israele ha violato la quasi totalità delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, come tutte le Convenzioni di Ginevra, commettendo i peggiori crimini terroristici contro il nostro popolo: distruzione di case, di terre agricole, omicidio deliberato di bambini innocenti e tutto ciò senza mandare davanti ad un tribunale il più piccolo soldato responsabile di questi omicidi, in particolare di bambini come quello del giovane Muhammad Al-Durra, a cui tutto il mondo ha assistito: l’hanno visto gridare, supplicare. Invano. Il risultato? Il soldato responsabile di aver ucciso deliberatamente è stato in carcere per appena un mese. Questo equivaleva puramente e semplicemente a farsi beffe del sangue palestinese versato. Sì, dobbiamo denunciare tutte queste esazioni israeliane, tutte le violazioni israeliane delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e anche di quelle delle Convenzioni di Ginevra. Noi abbiamo bisogno degli sforzi delle giornaliste e dei giornalisti europei, dei giuristi, di tutte le persone e istanze portatrici del senso della parola "umanità", che capiscono cosa significhi l’occupazione e che conoscono l’orrore del crimine e del terrorismo sionisti contro il nostro popolo, affinché facciano capire al mondo, per quanto è loro possibile, qual è la vera situazione. Noi sappiamo che esiste una connivenza tra i regimi politici europei e il nemico israeliano, ma sappiamo anche che esiste presso di voi, in Europa, gente che difende i valori umani, e noi stringiamo loro fraternamente la mano, mentre li preghiamo di moltiplicare i contatti con noi.
S.C. – Detto altrimenti, Israele avrà il ruolo del buono finché l’opinione pubblica non capirà che la radice di questo conflitto non è la religione, ma la lotta di un popolo per difendere la propria terra, e anche l’espulsione di tre quarti dei palestinesi nel 1948 per installare al loro posto della gente di confessione ebraica proveniente da ogni parte del mondo. Finché durerà tale negazione della storia, sarà facile per Israele ribaltare le responsabilità e accusare di terrorismo coloro che alzano la testa. Se voi otterrete la maggioranza alle elezioni legislative, sarete pronti a incontrare i responsabili politici europei per ricordare loro che il punto centrale del conflitto è l’esproprio e la pulizia etnica dei palestinesi da parte di Israele? E più in generale, cosa pensate di fare?
Moshir Al Masri: Se otterremo la maggioranza nelle elezioni legislative, ci penseremo. Ma, sul piano del dialogo con l’Europa e gli Stati Uniti, Hamas non è ostile verso nessuno, e noi siamo pronti a dialogare con chi vorrà dialogare con noi. Noi abbiamo dialogato con l’Europa, in particolare con dei parlamentari europei, e abbiamo instaurato un dialogo con degli universitari americani a Beirut (ma non si tratta di persone in possesso di un qualche potere esecutivo negli Stati Uniti). Hamas è un movimento aperto a tutti, e certamente non un movimento rigorista né un movimento complessato. Certo, Hamas è un movimento portatore di un progetto islamico, che vuole che tutti vivano nella libertà e nella dignità, e quindi che il nostro popolo viva nella libertà e nella dignità. Quello che chiediamo al mondo è di non allinearsi, di non continuare con questo allineamento palese, omicida e provocatore con il nemico sionista, al prezzo degli interessi nazionali del popolo palestinese. Noi siamo pronti a dialogare con qualunque partner, con l’eccezione di Israele che perpetua l’occupazione e l’aggressione contro il nostro popolo palestinese, al fine di rendere esplicito ciò che deve e può essere, e di mettere tutti al corrente di ciò che succede sulla scena palestinese, e anche al fine di ricordare ai nostri partner che il problema è l’occupazione e l’aggressione, e niente affatto il nostro popolo e la sua legittima resistenza. Il problema è da parte di coloro che sono venuti per cacciare il nostro popolo da casa sua e per occuparne le terre. Di conseguenza, siamo convinti che il mondo libero deve fare uno sforzo perché il popolo palestinese possa vivere libero e con dignità, come vive lo stesso mondo libero.
Grazie a tutti.


Hamas e il riconoscimento di Israele
http://www.monde-diplomatique.it/LeM...01lm06.01.html
A Gaza la tensione rimane alta, dopo gli scontri tra i militanti di al Fatah e di Hamas, sulla decisione di Mahmud Abbas di convocare nuove elezioni presidenziali e legislative in Palestina. Egli prendeva atto del fallimento dei negoziati per la formazione di un governo di unione nazionale, dovuto in primo luogo al rifiuto di Hamas di riconoscere formalmente lo stato di Israele.
di Paul Delmotte *
Dopo l'insuccesso del tentativo di creare un governo palestinese di coalizione, si ha motivo di chiedersi come mai, nonostante le pressioni urbi et orbi, Hamas insista nel suo rifiuto di riconoscere ufficialmente ed esplicitamente lo stato d'Israele. La prima delle risposte è quella meno citata: il movimento la ritiene una concessione inutile. Hamas non dimentica che per decenni i «laici» dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) e di Al Fatah vennero sollecitati a compiere quel passo; ma quando entrambi finirono per accettare di riconoscere lo stato d'Israele, non ottennero praticamente nulla in cambio: né uno stato palestinese, né la capitale a Gerusalemme Est, né il riconoscimento da parte di Israele della sua responsabilità per l'esodo del palestinesi tra il 1947 e il 1949, e neppure - a maggior ragione - quello del principio del «diritto al ritorno» (o a un risarcimento) per circa 5 milioni di profughi.
Nel marzo 2006 il primo ministro israeliano Ehud Olmert aveva annunciato un programma di ritiro unilaterale, precisando che Israele intendeva conservare il 36,5% circa della Cisgiordania, senza contare Gerusalemme Est e la Valle del Giordano: in altri termini, un'area corrispondente al 40 - 50% del 22% della Palestina storica, sul cui territorio Yasser Arafat aveva sperato di creare uno stato palestinese. In queste condizioni, sembra dunque che Hamas scelga di tornare al punto in cui si trovava l'Olp negli anni 1970- 1980: tenersi stretta la carta del riconoscimento esplicito di Israele, moltiplicando però al tempo stesso le affermazioni sibilline che esprimono un riconoscimento di fatto dello stato ebraico. Eppure sono in molti a insistere nell'attribuire il radicalismo del discorso di Hamas esclusivamente a una Weltanschauung (visione del mondo) islamica, e a voler interpretare la sua politica - come deplorano alcuni ricercatori, quali Bruno Guigue (1) e Khaled Hroub (2) - assumendo come unico riferimento la sua Carta dell'agosto 1988.
Hroub ha analizzato meticolosamente tre testi chiave del movimento islamista, successivi alla succitata Carta: la piattaforma elettorale di Hamas, intitolata Cambiamento e Riforma, dell'autunno 2005; il progetto di Hamas per un programma di governo di unione nazionale del marzo 2006, e la piattaforma governativa presentata al nuovo parlamento, il 27 marzo 2006, dal primo ministro Ismail Haniyeh.
E osserva che Hamas è ormai «un'organizzazione profondamente diversa» da quella nata dalla prima Intifada, nel dicembre 1987.
Il programma di unità nazionale A giudizio di Hroub, Hamas ha esplicitato il proprio impegno per le libertà politiche «ivi comprese la libertà d'espressione, di stampa e d'associazione», nonché per il «pluralismo», la «separazione dei poteri» e «l'alternanza pacifica al potere». Ma anche per l'«edificazione di una società civile sviluppata» e per il rispetto dei diritti delle minoranze. Un confronto tra i vari testi consente di constatare come dal primo al terzo, i riferimenti religiosi si vadano sempre più diradando, e il tema della «lotta armata» sia del tutto eliminato (3) a vantaggio di un impegno di «governance» e di riforme civili.
Infine, si nota una netta evoluzione dell'atteggiamento verso la soluzione dei «due popoli, due stati», così come nel modo di considerare gli accordi internazionali sulla Palestina.
Neppure uno di quei documenti è stato adeguatamente diffuso dai media, o negli ambienti ufficiali occidentali. Come rileva Khaled Hroub, dei tredici punti del testo Cambiamento e Riforme, dedicato alla politica legislativa e giudiziaria, solo il primo, che recita: «la legge islamica dovrebbe essere la principale fonte legislativa», è stato oggetto d'attenzione, suscitando il timore di un'«islamizzazione della società». Sono passati invece inosservati gli altri dodici punti, in cui l'islam non è affatto menzionato.
Dal canto suo, Bruno Guigue osserva: «Si è colpiti dal fatto che su un punto essenziale come lo statuto islamico della Palestina, il documento elettorale rinvia allusivamente alla tradizione coranica, senza soffermarsi sull'argomento». Peraltro, secondo Guigue è significativo che lo stesso documento si richiami alle risoluzioni dell'Onu per denunciare l'illegalità dell'occupazione. Ovviamente ciò non significa, precisa Guigue, che Hamas sia pronto a riconoscere ufficialmente lo stato d'Israele, «che pure figura in una risoluzione dell'Onu».
Ma il richiamo esplicito alla legalità internazionale «conduce ad accettarne un giorno o l'altro tutte le conseguenze». Quanto al Programma di governo di unità nazionale, indubbiamente nel suo preambolo il testo ribadisce la necessità di «preservare gli imperativi nazionali non negoziabili»: fine dell'occupazione, diritto al ritorno, diritto di resistenza «in tutte le sue forme», «edificazione di uno stato palestinese indipendente e pienamente sovrano, con capitale a Gerusalemme», «rifiuto di soluzioni parziali».
Tuttavia - e al di là del fatto che queste priorità restano condivise da tutte le organizzazioni palestinesi, comprese quelle giudicate «frequentabili» dalla «comunità internazionale» - molti articoli del programma riflettono gli sforzi di Hamas di tener conto delle esigenze della suddetta comunità, benché non rispondano a tutti i suoi desiderata. Di fatto, secondo Khaled Hroub, questo programma nel suo complesso «gravita intorno alla soluzione dei due stati» e «fa riferimento ai territori occupati nel 1967 (...) senza alcuna allusione alla "liberazione dell'intera Palestina" o alla "distruzione di Israele" che figurano invece nella Carta».
Infine, come nota lo stesso ricercatore, la piattaforma governativa del 27 marzo non denota «nessun passo indietro rispetto a tutti gli articoli prospettati nel Programma di unità nazionale». Eppure a quel punto, dopo il rifiuto del progetto di coalizione da parte delle altre organizzazioni, il Programma impegnava esclusivamente Hamas, che quindi non era tenuto a fare concessioni di nessun tipo...
Il fatto che questi testi di Hamas siano stati ignorati, se non addirittura occultati, dovrebbe suscitare non pochi interrogativi sui comportamenti della «comunità internazionale» e dell'Unione europea. La decisione di asfissiare economicamente i palestinesi finché non rinunceranno unilateralmente alla «violenza», per la parte che li riguarda, e non riconosceranno ufficialmente Israele (mentre agli israeliani non si chiedono gesti di nessun tipo) non si spiega solo con la «fissazione» sull'islamismo di Hamas la quale però ha indubbiamente facilitato quella decisione, così come la sua accettazione da parte dell'opinione pubblica. Le inaccettabili «affermazioni lapidarie» che il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad elargisce fin dall'ottobre 2005 su Israele e sull'Olocausto sono state immediatamente respinte sia dall'Europa che dagli Stati uniti (4); ma quel rifiuto lapidario ha impedito loro di soffermarsi a riflettere sul relativo successo incontrato nella regione, e anche altrove, dai discorsi di questo tipo. Per una parte dell'opinione araba e musulmana, le scandalose affermazioni di Ahmadinejad dimostrano che a lui, in definitiva, non importa tanto del riconoscimento della realtà dell'Olocausto o della sua negazione, quanto della legittimazione de facto da parte dell'Occidente, in nome del genocidio, della sorte che il progetto sionista ha fatto subire, e continua ad infliggere agli arabi e ai palestinesi, a sessant'anni dalla Shoah.
Alcuni anni fa lo storico israeliano Dan Diner ha introdotto una distinzione tra tre diversi ordini di legittimità dello stato d'Israele, cui attribuisce vari gradi di «universalità» (5). Considera «unilaterale» - in quanto valida solo per gli ebrei - la legittimità che curiosamente (6) definisce sionista: quella «nata dalla promessa divina fatta agli ebrei». La «legittimità ebraica», «che nasce dagli orrori dell'Olocausto», per lui è solo «parzialmente universale»; mentre definisce «pienamente universale» la legittimità israeliana, derivante, a suo parere, dal «diritto irrevocabile (di Israele) all'esistenza, per la semplice ragione che [questo stato] esiste». Si può effettivamente ammettere questa legittimità israeliana, e considerare, con Maxime Rodinson, che i «diritti derivati dalla valorizzazione di un territorio, dal lavoro e dai sacrifici personali compiuti, sono i soli a poter essere validamente invocati (7)» Ma a questo punto ci si può chiedere: questo tipo di diritti varrebbe allo stesso modo per i palestinesi?
Se la legittimità di Israele avrà qualche probabilità di essere un giorno riconosciuta, in particolare dal mondo arabo e musulmano, sarà soltanto a condizione che sia legata indissolubilmente a una «legittimità universale» palestinese. In effetti, sono due le legittimità che l'Assemblea generale delle Nazioni unite ha sancito congiuntamente nella sua risoluzione 181 del 29 novembre 1947 sulla spartizione della Palestina del mandato britannico. Non sarebbe il caso di ricordarsi di quella legittimità «timbrata Onu», conferita allo «stato ebraico»? Ingiungendo ad Hamas di riconoscere Israele senza condizioni, la «comunità internazionale» non mostra forse una certa amnesia? Di fatto, alle Nazioni unite non si parla più di quel 44% del territorio del mandato, a suo tempo «offerto» (8) allo «stato arabo» di Palestina in virtù di una risoluzione 181.
E neppure della risoluzione 194 sul diritto al ritorno, o a un risarcimento, per i profughi palestinesi.
Finché si rinchiuderà in quest'«amnesia», erigendo a imperativo assoluto il riconoscimento de jure di Israele, l'Unione europea non riuscirà a immaginare una proposta politica equilibrata, in grado di suggerire a molti palestinesi, arabi e musulmani che l'«Occidente» abbia infine smesso di usare due pesi e due misure. Spartizione del territorio Si ricorderà la battuta della giornalista israeliana Amira Hass: gli estremisti di Hamas pensano che Allah restituirà l'intera Palestina al mondo arabo e all'islam entro cinquant'anni, mentre i moderati tendono a pensare che ci vorranno altri cinque secoli ... Fin dal 1995, lo sceicco Ahmed Yassin (9) aveva proposto a Israele una «tregua di lunga durata» in cambio di uno stato palestinese in Cisgiordania e a Gaza. E nel 2004 aveva precisato che in quel caso avrebbe lasciato «il resto dei territori occupati alla storia». Da allora, l'offerta è stata reiterata dai principali dirigenti del movimento. Dichiarazioni del genere vanno prese in considerazione, poiché sembrano confermare la tesi di Bruno Guigue, per il quale Hamas è arrivato alla «tacita accettazione di una spartizione della Palestina storica sulla base dei confini di prima della guerra del 1967». Ci sono voluti vent'anni perché Al Fatah di Yasser Arafat rendesse ufficiale quella «tacita accettazione». Per la pusillanimità di cui ha dato prova, l'Unione europea si è resa corresponsabile del naufragio dei negoziati condotti dopo quest'importantissima concessione. Oggi la sfida si fa sempre più pressante, a fronte dell'intransigenza mantenuta da Israele, e dell'esacerbazione delle tensioni regionali: una sfida per la «comunità internazionale», che però sembra sottrarsi a qualsiasi tentativo di costruire un futuro sul riconoscimento de facto di Israele da parte di Hamas. La «comunità internazionale - scrive Bruno Guigue - dovrà infine dar prova della serietà delle sue proprie risoluzioni, dopo quarant'anni di connivenza con Israele».
note:
* Docente di politica internazionale all'Institut des Hautes Etudes des communications sociales (Ihecs) di Bruxelles e come professore incaricato all'università libera di Bruxelles (Ulb).
1) Oumma.com, 27 marzo 2006. Bruno Guigue è autore di Proche-Orient: la guerre des mots, L'Harmattan, Parigi, 2003
(2) «A New Hamas through its New Documents», in Journal of Palestine Studies, Washington, vol. XXXV, n°4, estate 2006. Khaled Hroub, esperto di Hamas, è autore di Hamas: Political Thought and Practice, Institute for Palestine Studies, Washington, 2000.
(3) Nel programma Cambiamento e riforme, solo alcuni passaggi parlano della «lotta armata», e quel che più conta, solo per includerla tra «tutti i mezzi» giudicati legittimi da Hamas per porre fine all'occupazione.
E nella piattaforma governativa del marzo 2005 «è altamente significativo - come nota Hroub - che il principale riferimento alla resistenza (...) sottolinei la sua importanza per il passato».
(4) A tutto questo si è aggiunta, l'11 e il 12 dicembre 2006, la Conferenza negazionista sull'Olocausto, organizzata a Tehran dalle autorità iraniane, nel corso della quale il presidente Ahmadinejad ha dichiarato che Israele era destinato «a scomparire ben presto».
(5) Cfr. «Les trois légitimités d'Israël», in Le Monde del 18-19 agosto 2002. Dan Diner insegna storia all'università ebraica di Gerusalemme, ed è inoltre docente di storia e cultura ebraica all'università di Lipsia (Germania).
(6) In effetti, è riduttivo vedere in una «promessa divina» il fondamento del movimento sionista, che in origine era nettamente laico, se non miscredente ...
(7) Cfr. Peuple juif ou problème juif ?, La Découverte/Poche, Parigi, 1997, p.232
(8) Gli arabi di Palestina costituivano due terzi della popolazione totale e l'Onu ha assegnato il 56% dei territori a una comunità ebraica di circa 650.000 persone. Del restante 44% Israele ha occupato la metà nel 1948-49.
(9) Fondatore di Hamas nel 1987; ucciso da un attacco israeliano mirato il 22 marzo 2004.
(Traduzione di E. H.)


Notiziario del Campo Antimperialista http://www.antiimperialista.org
1. HAMAS!
E’ una bella notizia quella della schiacciante vittoria del Movimento Hamas nelle elezioni amministrative nei territori palestinesi. Ancor piu’ significativa visto che anche nelle citta’ e cittadine considerate tradizionali roccaforti di Al Fatah, Hamas ottiene spesso la maggioranza assoluta. La stampa occidentale si alambicca a cercare le ragioni della sconfitta di Abu Mazen, tirando in ballo i fattori piu’ disparati tranne il principale. Qual’e’? E’ che la maggioranza dei palestinesi respinge la cosiddetta “Road Map”, ovvero il “piano di pace” che tanto e’ caro agli imperialisti euro-americani + Sharon. Solo per questo le elezioni assumono un significato di straordinaria importanza. L’ elemento cruciale che i media nascondono e’ infatti che i palestinesi hanno premiato la linea della continuazione della lotta intransigente per una vera liberazione della Palestina, contro ogni idea di un bantustan o staterello a sovranità condizionata e sotto la scure della supremazia israeliana. Questi risultati vanno letti accanto a quelli egiziani, che hanno visto l’avanzata dell’alleanza elettorale anti-Mubarak, la quale, contrariamente a quanto si dice, non e’ composta solo dai Fratelli Musulmani, ma da diverse forze nazionaliste, alcune delle quali di ispirazione antimperialista. Questi passi avanti non sarebbero stati possibili senza la dura Resistenza irachena all’occupazione, la quale sta alimentando una spinta antimperialista in tutto il medio oriente e i cui effetti si faranno sentire a lungo. Una spinta che tutti gli oppressi sperano faccia satare in aria i piani occidentali e israeliani di stabilizzazione, imbellettati con la bandiera della democrazia, ma dietro ai quali v’e’ la pretesa necolonialista di avere in tutto il medio oriente stati satelliti e governi asserviti.



