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    Predefinito La Risiera di San Sabba

    Carlo MATTOGNO
    La Risiera di San Sabba
    Un falso grossolano
    SENTINELLA D'ITALIA
    Monfalcone, 1985
    EDIZIONI DELL'AAARGH
    Internet, 2004
    INTRODUZIONE
    Negli ultimi anni la storiografia sterminazionista si è arricchita, di un nuovo «campo di sterminio»: la Risiera di San Sabba. Nel Gennaio 1979 è apparsa una delle opere più importanti dedicate a tale tema: «La Risiera di San Sabba», di Ferruccio Fölkel. (1)
    L'Autore intende dimostrare che la Risiera fu un «Vernichtungslager» («campo di sterminio») definizione da lui stesso, usata quattro volte (p. 18, 50, 132 e 157) ovviamente provvisto di forno crematorio e «camera a gas».
    Sebbene venga presentata come frutto di «puntigliose ricerche durate oltre tre anni» (p. 2 di sopracoperta), l'opera è di un livello decisamente mediocre.
    La descrizione contorta e contraddittoria di forno crematorio e «camera a gas» non occupa complessivamente più di una pagina, sommersa da una marea di disgressioni e di divagazioni che spesso rasentano il pettegolezzo e che non hanno alcuna connessione con lo «sterminio» pretesamente perpetrato, alla Risiera.
    Il metodo dimostrativo del Fölkel è superficiale e dilettantesco, sia nel procedimento dimostrativo vero e proprio, arbitrario e infondato, sia nell'uso di testimonianze di seconda mano, sia infine nel riferimento alle fonti, spesso lacunoso o addirittura inesistente. Da tutta l'opera traspare [6] inoltre una crassa ignoranza in tema di storiografia sterminazionista.
    Nonostante ciò, l'opera a quanto pare è stata presa sul serio. In una recensione non propriamente oculata, Giuseppe Laras, direttore della rivista La Rassegna Mensile di Israel, la presenta come segue:
    «Del tragico luogo di tortura e di morte, noto come la "Risiera di San Sabba", fino a pochi anni fa se ne sapeva ben poco. La rivelazione che la "fabbrica della morte" nazista aveva svolto il suo orribile lavoro anche da noi inquietò profondamente l'opinione pubblica del nostro paese. ...
    Il processo penale, tuttavia, ha lasciato troppi interrogativi insoluti e troppi problemi irrisolti. Di gettare maggior luce su tale inquietante vicenda si è incaricato Ferruccio Fölkel, di padre viennese e madre triestina, il quale, attraverso lunghe e minuziose indagini, è riuscito a ricostruire quanto avvenne a San Sabba, a Trieste e nel litorale adriatico durante gli anni crudeli dell'occupazione nazista.
    Sulla scorta di testimonianze di ex prigionieri e di documenti inediti, il Fölkel ricostruisce una vicenda angosciosa di morte e di sofferenze, che tutti abbiamo il dovere di non ignorare, oltreché per un insopprimibile moto di riconoscenza e. di pietà verso la memoria delle vittime, per rafforzare in noi il disgusto e il rifiuto della dottrina nazista e di qualsiasi ideologia liberticida» (
    2).


    In realtà La Risiera di San Sabba, più che opera storica, e un libello pseudoscientifico, come ci accingiamo a dimostrare in questo studio.




    [7]
    I
    LA «CAMERA A GAS»
    Riguardoalla «camera a gas» il principale strumento di «sterminio» della Risiera (p. 26) il Fölkel è sorprendentemente laconico. Ecco tutto ciò che si può apprendere al riguardo dal suo libro:
    «Proprio lì era stato utilizzato un vano piuttosto ampio, chiamato convenzionalemnte "garage". Da questo garage si passava nel crematorio attraverso una porta mascherata da un vecchio mobile. La camera a gas funzionava in modo rudimentale. Come vi veniva immesso il gas venefico ? È difficile rispondere, ma i tedeschi avevano prelevato anche un grande furgone postale e avevano fatto venire dalla Germania un furgone particolare. Vi era addetto il famoso Lorenz Hackenholt, quello che a Belzec, come sottufficiale delle SS, aveva lavorato nella stessa direzione. I grossi automezzi-mobili della morte venivano chiamati a Belzec "Fondazione Hackenholt". Pare che fosse stato Hackenholt a far impiantare e a impiegare grossi tubi di scarico attraverso i quali il gas veniva immesso nel garage» (p. 26).
    Osservazioni
    Nel 1945 crematorio, garage e ciminiera furono distrutti [8] con l'esplosivo, per cui non esiste più traccia della «camera a gas»:
    «Il forno crematorio, il famoso garage e la ciminiera, sono stati fatti saltare in aria dai tedeschi la notte fra il 29 e il 30 aprile 1945, poco prima di lasciare il campo di San Sabba» (p. 31; cfr. p. 143).
    Nessuno dei testimoni citati dal Fölkel menziona la «camera a gas», ad eccezione di Paolo Sereni, che accenna fuggevolmente e per sentito dire ai «gas» (vedi al riguardo p. 21).
    Il testimone Schiffner dichiara anzi esplicitamente che alla Risiera non esisteva alcuna «camera a gas»:
    «Prima del forno crematorio c'era una grande stanza, nella quale venivano condotti gli ebrei. Non ho sentito spari. Per quanto mi ricordi, nella stanza in cui venivano rinchiusi gli ebrei non c'era un impianto a gas. Suppongo che gli ebrei venissero impiccati, perché si potevano sentire talvolta durante la notte le grida» (p. 29-30).
    In nota il Fölkel commenta: «Questa grande stanza, come già detto, veniva chiamata "garage" e lì sembra sia stata gassata la maggior parte dei partigiani e delle loro famiglie condannati a morte» (p. 29, nota 3).
    Dunque tale stanza, anche se priva di un «impianto a gas», era ugualmente una «camera a gas» in cui «sembra» che siano state effettuate delle «gasazioni» !
    A pagina 33 il Fölkel riferisce la seguente testimonianza:
    «Mi diceva Wachsberger che nei giorni in cui si doveva procedere agli stermini, la porta del garage rimaneva aperta per l'intero pomeriggio».
    Di conseguenza la «camera a gas» della Risiera operava con la porta aperta!
    L'affermazione (arbitraria e infondata) del Fölkel secondo cui la «camera a gas» si trovava nel cosiddetto «garage» è contraddetta inoltre dal testimone Paolo Sereni, il quale dichiara: «Il forno era istallato nel luogo adibito a garage» (p. 168).
    Incertezza e contraddizione anche riguardo alla data in cui sarebbero iniziate le «gasazioni»:
    «È invece universalmente riconosciuto che la data [9] ufficiale dell'inizio dell'attività della (o delle) camera a gas mobile, del «garage» e del crematorio risale al 4 aprile 1944 anche se fonti diverse parlano del 17 o addirittura del 21 giugno». (p. 33).
    Il Fölkel asserisce che «quasi tutta la documentazione compromettente» della Risiera è stata bruciata nel crematorio il 28 aprile 1945 (p. 35), per cui tutti i documenti nazisti relativi alla Risiera sono scomparsi, e infatti egli non ne cita neppure uno. Considerato inoltre che i testimoni menzionati dal Fölkel nulla sanno della «camera a gas» della Risiera, come può egli affermare seriamente che «e invece universalmente riconosciuto» che le «gasazioni» iniziarono il 4 Aprile 1944? E come può parlare di «fonti diverse»? Da chi e su quali basi è «universalmente riconosciuto» ? E quali sono queste pretese «fonti diverse»? Mistero impenetrabile.
    Un altro mistero impenetrabile è quello relativo alla tecnica di «gasazione». Come funzionava la «camera a gas»?
    Esaminiamo la descrizione del Fölkel:
    «La camera a gas funzionava in modo rudimentale. Come vi veniva immesso il gas venefico ? È difficile rispondere, ma (!) i tedeschi avevano prelevato anche un grande furgone postale e avevano fatto venire dalla Germania un furgone particolare» (p. 26).
    Dunque il Fölkel ignora completamente la tecnica di «gasazione», ma nonostante ciò dichiara che la «camera a gas» funzionava in modo rudimentale!
    Qualche riga dopo egli aggiunge:
    «I grossi automezzi-mobili della morte venivano chiamati a Belzec "Fondazione Hackenholt". Pare che fosse stato Hackenholt a far impiantare e a impiegare grossi tubi di scarico attraverso i quali il gas veniva immesso nel garage» (p. 26).
    Ecco inaspettatamente la risposta alla inquietante domanda cui «è difficile rispondere»: la «camera a gas» funzionava col gas di scarico dei «grossi automezzi-mobili della morte», o del «furgone postale», o del «furgone particolare», o di un normale autocarro, affermazione arbitraria e infondata non suffragata dalla minima prova.
    Per quanto concerne le «camere a gas mobili», il Fölkel [10] manifesta la stessa incertezza e confusione. Egli parla una volta di «camera a gas mobile», al singolare (p. 22), un'altra volta di «autofurgoni mobili», al plurale (p. 24) e infine «della (o delle) camera a gas mobile» (p. 33).
    Quante erano queste pretese «camere a gas mobili»? Altro mistero impenetrabile.
    Ma quali prove ci sono che alla Risiera siano effettivamente state impiegate le «camere a gas mobili» ? Al riguardo in tutto il libro del Fölkel compare soltanto un riferimento ad una lettera del 6.4.1945 proveniente dal carcere del Coroneo che accennerebbe «all'arrivo del "famigerato autotreno a gasogeno", dove venivano fatti salire "i sorteggiati"» (p. 30).
    Tale lettera è menzionata nella «prima parte del punto 6 del dispositivo della sentenza della corte di assise presieduta da Domenico Maltese» (p. 28): non è citato né il testo, né l'autore, né il destinatario. Ciò significa che il documento in questione è assolutamente irrilevante. Infatti la storiografia ufficiale nulla sa dell'impiego di «camere a gas mobili» i cosiddetti «Gaswagen» (3) a San Sabba. La «Zentrale Stelle der Landesjustizverwaltungen» di Ludwigsburg, da noi interpellata in proposito, non ha alcuna conoscenza al riguardo (4) e la più importante ed autorevole opera sterminazionista degli ultimi anni, Nazionalsozialistische Massentötungen durch Giftgas, non ne fa menzione (5).
    Del resto non si comprende per quale ragione il fantomatico 'autotreno (!) a gasogeno' sarebbe stato inviato alla Risiera dove pretesamente esisteva già una «camera a gas» e per di più il 6 Aprile 1945, tre settimane prima che il campo fosse evacuato!
    [11]
    Conclusione
    Non c'è la minima prova che alla Risiera sia mai esistita una «camera a gas», di cui si ignora dove si trovasse, come funzionasse, da chi e quando sia stata costruita, quando sia entrata in funzione.



    [13]




    II
    IL «FORNO CREMATORIO»
    Ancheriguardo al «forno crematorio» il Fölkel fornisce informazioni esigue e contraddittorie.
    «Il crematorio era stato predisposto sotto il livello del terreno e, a detta dell'architetto Boico, era lungo 20 metri per 15; lo stesso architetto è convinto che ci fosse il modo di bruciare almeno cinquanta corpi alla volta» (pp. 26-27).
    Esso era attiguo alla «camera a gas»:
    «Da questo garage si passava nel crematorio attraverso una porta mascherata da un vecchio mobile» (p. 26).
    Il testimone Gley fornisce la seguente descrizione:
    «Sapevo che nella Risiera di Trieste esisteva un impianto di cremazione. Questo impianto è stato costruito da Lambert, come la maggior parte degli altri dello stesso genere nei campi di sterminio e negli istituti per l'eutanasia. Quale camino era stata adoperata una ciminiera gia esistente nella Risiera. Degli altri particolari tecnici dell'impianto ho solo una vaga idea. Ai piedi del camino c'era un forno aperto di mattoni, della grandezza di circa m. 2 X 2, che aveva una grande graticola di acciaio. Secondo una mia valutazione, di volta in volta potevano essere messe. nel forno 8-12 salme. Il forno e il camino erano aperti. Non c'era una porta di ferro. Era un impianto molto primitivo, che adempiva al suo scopo grazie all'alto camino. C'era un [14] forte risucchio. Questa ciminiera si trovava in un capannone nella parete di fronte» (p. 29).
    Riguardo al crematorio, questo è tutto.
    Osservazioni
    Anzitutto una precisazione. L'espressione «forno crematorio» non deve trarre in inganno: l'istallazione descritta non era un forno crematorio vero e proprio, come quelli che si trovavano nei campi di concentramento tedeschi (6), ma un semplice rogo.
    Le dichiarazioni dell'architetto Boico e del testimone Gley sono chiaramente contraddittorie. L'uno parla di un forno di metri 20 X 15 (= 300 metri quadrati), l'altro di un forno di metri 2 X 2 (= 4 metri quadrati)!
    Il Fölkel fa risaltare ancora di più la contraddizione commentando così la dichiarazione del testimone Gley:
    «In realtà il forno era posto sotto il livello del terreno era cioè interrato ed era lungo, come ha riferito anche l'architetto Boico, circa 20 metri per 15. Forse l'apertura sotterranea era grande circa m. 2 X 2» (p. 29, nota 1).
    Tale commento è alquanto oscuro. Il Fölkel intende dire che il forno si trovava in un locale sotterraneo? Oppure che era costituito da una semplice fossa? Ritorneremo tra breve sulla questione.
    Le testimonianze citate del Fölkel ingarbugliano ulteriormente la cosa. Come si è visto, il testimone Paolo Sereni dichiara che «il forno era istallato nel luogo adibito a garage» (p. 168), il quale, secondo il Fölkel, era invece la «camera a gas»!
    Francesco Sircelj asserisce che il forno era situato in una [15] baracca:
    «All'interno infatti la baracca era divisa in due parti. Nell'ambiente più grande c'era una specie di magazzino, nell'altro, al lato, dove all'esterno si ergeva l'alto camino della fabbrica, si trovava invece il fondo del crematorio» (p. 177).
    Gottardo Milani fornisce una descrizione più o meno simile:
    «Poi ho visto una SS dicevano che fosse un ucraino che nel reparto più piccolo del capannone, dove c'era il forno crematorio, tagliava con una mannaia i cadaveri» (p. 177).
    C'era dunque un locale, in una «baracca» o in un «capannone», diviso in due parti: in quella più grande era sistemato un magazzino, in quella più piccola si trovava il forno.
    La piantina della Risiera durante l'occupazione nazista presentata fuori testo del Fölkel (7) genera una confusione ancora maggiore. Dalla scala risulta che il «forno crematorio» (locale E) misurava all'incirca metri 10,5 X 9,5 ed aveva perciò una superficie di circa 99,75 metri quadrati. Siccome il locale era diviso in due parti, nella più piccola delle quali era istallato il forno, il locale di incinerazione aveva una superficie necessariamente inferiore a 50 metri quadrati. Come è possibile allora che il «forno crematorio» avesse una superficie di 300 metri quadrati?
    Per quanto concerne la collocazione del forno, cioè del rogo, e assolutamente ridicolo che esso fosse stato costruito in un locale sotterraneo, senza contare che, in tale assurda eventualità, quand'anche fosse stato distrutto coll'esplosivo, sarebbero rimasti dei resti ben visibili: un locale sotterraneo di 300 metri quadrati non può sparire nel nulla. Eppure lo stato architettonico della Risiera è tale che si ignora persino dove fosse la ciminiera:
    «"Oggi non sappiamo nemmeno dove esattamente sorgeva il camino" mi ha spiegato l'architetto Boico» (p. 143).
    Anche una fossa di cremazione di 300 metri quadrati avrebbe lasciato nel secondo cortile della Risiera tracce [16] evidenti, che i Tedeschi non avrebbero potuto cancellare, perchè fuggirono subito dopo aver fatto saltare forno, garage e ciminiera (p. 31).
    Dunque il forno non era situato né in un locale sotterraneo né in una fossa. Dov'era affora? Evidentemente in superficie. Ma collocare un forno di tal fatta, cioè un rogo, in una baracca o in un capannone accanto a un magazzino era certamente il modo migliore per far incendiare tutta la Risiera. Infatti la cremazione di un cadavere in un forno crematorio a combustione diretta richiede 100-150 kg di fascine (8). Ciò significa che per cremare cinquanta cadaveri in un forno aperto non tenendo conto della maggiore dispersione del calore sono necessari 50-75 quintali di fascine. È evidente che l'arsione di tale enorme quantità di legna in un locale così piccolo (meno di 50 metri quadrati) sarebbe stato un vero suicidio.
    Bisogna inoltre notare la singolarità di questo forno, che, pur avendo una superficie di incinerazione di 300 metri quadrati, poteva cremare solo cinquanta cadaveri alla volta. Ciò significa che vi veniva collocato un cadavere ogni 6 metri quadrati! La capacità di cremazione indicata dal Boico dunque doppiamente ridicola.
    Un altro, problema è quello relativo alla evacuazione del furno. Dalla piantina precedentemente menzionata risulta che il «forno crematorio» era collegato al «camino» (la ciminiera della fabbrica) da un condotto lungo circa nove metri e mezzo. Come poteva essere evacuato il furno senza un potente impianto di tiraggio (9) ?
    Conclusione
    Del crematorio non si sa con certezza neppure dove [17] fosse istallato. Una cosa sola è certa: esso non poteva avere se mai è esistito le dimensioni, la capaciti di cremazione e la collocazione indicate dall'architetto Boico.


    [19]
    III
    IL NUMERO DELLE VITTIME


    Nella valutazione del numero delle vittime della Risiera il Fölkel distingue due periodi: il primo va dall'Ottobre 1943 al Marzo 1944, il secondo dal Marzo 1944 all'Aprile 1945:
    «Molto spesso ci si chiede anche se a San Sabba avvennero esecuzioni fra l'ottobre 1943, data di insediamento del campo militare, e il febbraio-marzo 1944, quando entrarono in funzione almeno parzialmente gli strumenti di morte tradizionali dei campi di sterminio nazisti. Non ho dubbi nel dare una risposta tristemente positiva. Ma come avvenivano le esecuzioni, "prima"? E quali furono i mezzi di morte, "dopo" ? Nemmeno il giudice Serbo, in base alla deposizione di decine di testimoni, è stato in grado di dare risposte assolutamente sicure. O, meglio, le testimonianze sono diverse e molte volte contraddittorie» (p. 23).
    Qualche pagina dopo, il Fölkel scrive:
    «Ci si è chiesti molte volte quanti prigionieri venivano uccisi al giorno; sarebbe stato così possibile dare una cifra attendibile sul numero delle vittime della Risiera di San Sabba. La risposta, anzi, le risposte che oggi possiamo proporre sono le seguenti: non siamo in grado di dire se non con notevole approssimazione quante persone furono uccise nel periodo che va dalla fine di ottobre - 1943 al [20] febbraio-marzo del 1944, quando il forno cominciò a funzionare. Poichè il campo, all'inizio, era un campo militare, si può pensare che i primi prigionieri, combattenti della Resistenza jugoslava e italiani che non avevano voluto aderire alla RSI, giunsero alla Risiera per essere eliminati non prima del novembre 1943. Nessun testimone vivente, nessun superstite vivente per meglio dire , perché di testimoni, tedeschi e italiani, ce ne sarebbero, ci ha mai parlato di quel periodo con cognizione di causa. Tutti, dal Gionechetti al Wachsberger al Sereni (e di tutti il più preciso, il più lucido, il più informato rimane il Wachsberger), sono giunti al campo di sterminio DOPO il febbraio 1944. Probabilmente i prigionieri uccisi PRIMA, comunque sotto il comando di Wirth, devono essere alcune centinaia»(p. 32).
    Ricapitoliarno. Per il periodo compreso, tra l'Ottobre 1943 e il Marzo 1944 ci sono «decine di testimoni» e in pari tempo «nessun testimone vivente, nessun superstite vivente»; queste «decine di testimoni» inesistenti hanno rilasciato testimonianze «diverse» e «molte volte contraddittorie». Sulla base di testimonianze contraddittorie di testimoni inesistenti il Fölkel dichiara di non aver dubbi riguardo al fatto che siano state effettuate esecuzioni nel periodo in questione e valuta che «probabilmente» le vittime «devono essere alcune centinaia»!
    Veniamo al secondo periodo. L'argomentazione è talmente assurda che merità una citazione per esteso:
    «Nonostante la testimonianza della signora Giulia Pincherle Spadaro, è probabile che il forno non venisse usato quotidianamente. Si può obiettare che si poteva gassare o uccidere i prigionieri negli altri modi descritti e poi non bruciare i loro corpi nello stesso giorno. Anche questa è un'ipotesi. È pero più probabile l'ipotesi secondo la quale la gassazione e la cremazione, o comunque l'uccisione e la cremazione dei cadaveri, avessero luogo di solito dalle due alle tre volte alla settimana. Il forno era stato attrezzato per cremare un massimo di cinquanta-sessanta cadaveri alla volta. Secondo le testimonianze degli abitanti in quella zona di San Sabba e di Servola (infatti dal versante orientale della collina di Servola si riesce a vedere il comprensorio del [21] campo), la ciminiera eruttava un furno giallognolo la sera, grosso modo dalle 21 alle 24, e di solito, nei giorni centrali della settimana. Alcuni testimoni oculari hanno detto che ciò succedeva soltanto il martedì e il giovedì. Wachsbergerparla del venerdì come giornata di gran lavoro, non escludendo però le altre giornate della settimana. Mi diceva Wachsberger che nei giorni in cui si doveva procedere agli stermini, la porta del garage rimaneva aperta per l'intero pomeriggio.
    Tutte queste notizie sono utili per dare una risposta al quesito che più ci interessa: quanti detenuti sono stati complessivamente bruciati nel forno del Lambert a parte altri prigionieri stranamenti "spariti" nella Risiera?
    Io non accetterei riduttivamente il 21 giugno 1944 (Carlo Schiffrer) come data di inizio dell'"operazione cremazione"; sono però tentato di farlo allo scopo di rendere quanto più verosimile possibile il numero degli assassinati. Dal 21 giugno 1944 al 26-27 aprile 1945 i tedeschi hanno avuto a disposizione circa 300 giorni. Se però i giorni di utilizzo erano due o anche tre alla settimana, riduttivamente noi ricaviamo cento giorni effettivi di attiviti, con una media giornaliera di cinquanta persone trucidate e quindi circa cinquanta cadaveri da cremare. Moltiplicando la cifra di cinquanta salme per cento giornate, si raggiunge una somma di cinquemila persone assassinate» (pp. 33-34).
    Questo procedimento argomentativo è assolutamente ridicolo perché si basa da un lato sulla falsa capacità di cremazione di cinquanta cadaveri alla volta, dall'altro sull'IPOTESI che le «esecuzioni» siano avvenute regolarmente due-tre volte alla settimana per dieci mesi. ,
    Tale ipotesi del resto è contraddetta dal testimone Paolo Sereni, che dichiara: «Un giorno alla settimana (non ricordo quale) era destinato alle esecuzioni e cremazioni» (p. 168). Alle «esecuzioni e cremazioni» di quante persone? Paolo Sereni non lo dice.
    Per quanto concerne l'attività del forno, le testimonianze riferite dal Fölkel sono veramente straordinarie:
    «Secondo le testimonianze degh abitanti in quella zona di San Sabba e di Servola (infatti dal versante orientale della [22] collina di Servola si riesce a vedere il comprensorio del Campo), la ciminiera eruttava un fumo giallognolo la sera, grosso modo dalle 21 alle 24, e di solito nei giorni centrali della settimana- (p. 33). Come hanno potuto questi «testimoni oculari» vedere un «fumo giallognolo» uscire in piena notte da una ciminiera alta «circa quaranta metri» ? (p. 9).
    La valutazione del numero delle vittime della Risiera proposta dal Fölkel è dunque assolutamente infondata e arbitraria. Nonostante cio' egli dichiara:
    «Se è difficilmente contestabile la cifra di 5.000 persone soppresse dai nazisti alla Risiera di San Sabba, è più difficile verificare quante persone sono transitate dal Campo di San Sabba. Gli jugoslavi sostengono di avere in proposito una serie di documenti ineccepibili. Certo si tratta soltanto in parte di documenti nazisti. Infatti gran parte dei libri-mastri dove gli uffici amministrativi di Oberhauser registravano il nome e cognome dei detenuti in transito è stata fatta sparire dai tedeschi alla fine di aprile, cosi come quasi tutta la documentazione compromettente è stata bruciata nel crematorio il 28 aprile 1945.
    Eppure sembra che un TOTENBUCH, un libro dei decessi, sia finito in mano jugoslava. Bubnic^ stesso mi accennava a una cifra piuttosto alta: 25.000 persone transitate: complessivamente, in circa diciotto mesi di esistenza, il Campo di San Sabba avrebbe ospitato circa 25.000 persone. La cifra mi sembra assai alta sia in rapporto alla struttura iniziale del Campo ottobre-dicembre 1943, quando esso era essenzialmente una base di appoggio militare sia in rapporto alle capacità del Campo di contenere, sia pure in varie riprese, un numero cosi elevato di persone. Forse la cifra va ridotta di un 15-20%» (pp. 34-35).
    Dunque la cifra di 5.000 vittime, calcolata con un procedimento arbitrario quanto ridicolo, diventa un fatto «difficilmente contestabile»! Tanto più che, per ammissione del Fölkel, non esiste alcun documento nazista da cui si possa desumere il numero non diciamo delle vittime ma neppure dei detenuti passati per la Risiera.
    Quanto al fantomatico «Totenbuch», esso registrerebbe i detenuti in transito ma non quelli morti, il che per un [23] «libro dei decessi» è alquanto singolare. Ma quand'anche tale «Totenbuch» esistesse realmente e da esso risultasse un totale di 25.000 persone transitate, dimostrerebbe appunto che la Risiera era un Campo di transito, non già un «Campo di sterminio». Infatti a quale scopo sarebbero stati inviati da Trieste ad Auschwitz 22 convogli di deportati dal 9 Ottobre 1943 al 1· Novembre 1944 (p. 135) se a San Sabba esisteva un «Campo di sterminio»?
    Conclusione
    È impossibile accertare sia pure approssimativamente il numero delle «vittime» della Risiera. Il calcolo e la cifra presentati dal Fölkel sono assolutamente arbitrari e infondati.




    IV
    LE TESTIMONIANZE

    Nelle «Appendici» il Fölkel riporta stralci di dichiarazioni di 19 testimoni: 1) Paolo Sereni (p. 168); 2) Pino Karis (p. 175); 3) Giuseppe Gionechetti (p. 175); 4) Branka Maric^ic^ (p. 176); 5) Francesco Sircelj (p. 176);, 6) Giovanni Millo (p. 177); 7) Gottardo Milani (p. 177); 8) Giovanni Haimi Wachsberger (p. 178); 9) Magda Rupena (p. 178); 10) Cristina Sluga (p. 179); 11) Anonimo (p. 179); 12) Albina Skabar (p. 180); 13) Giordano Basile (p. 180); 14) Dara Virag (p. 180); 15) Bruno Piazza (p. 180); 16) Antonietta Carretta (p. 18 1); 17) Ante Peloza (p. 18 1); 18) Carlo Skrinjar (p. 181); 19) Luigi Jerman (p. 182).
    Nel testo dell'opera appaiono inoltre stralci delle testimonianze di: 20) Giulia Pincherle Spadaro (p. 23); 21) Nerina Levi e Nori Levi in Viviani (pp. 128-129); 22) Giuseppe Gionechetti (p. 27); 23) Haimi Wachsberger (pp. 135-146 e passim); 24) Bruno Piazza (p. 24).
    L'esame delle fonti è particolarmente istruttivo. Infatti tali testimonianze non solo non sono dichiarazioni giurate, ma sono addirittura quasi tutte di seconda mano!
    Ecco le fonti delle varie testimonianze:
    Testimoni: Karis, Maric^ic^, Sircelj, Milani, Sluga, Peloza. Fonte: «Testimonianza raccolta da Albin Bubnic^».
    Testimoni: Gionechetti, Millo, Basile, Carretta, Jerman. [26]
    Fonte: «Testimonianza raccolta da Giovanni Postogna ».
    Testimoni: Rupena, Skabar, Virag, Skrinjar. Fonte: «Testimonianza raccolta da Albin Bubnic^ e Ricciotti Lazzero».
    Testimone Wachsberger (n. 8). Fonte: «Testimonianza raccolta da Ricciotti Lazzero».
    Testimone Anonimo (n. 11). Fonte: «Testimonianza raccolta dal prof. Carlo Schiffrer di Trieste dall'interrogatorio di un amico superstite». (Carlo Schiffrer, "La Risiera", Trieste, 1961) (10).
    Testimone Piazza (n. 15 e 24). Fonte: Dal libro Perché gli altri dimenticano di Bruno Piazza (Feltrinelli, Milano 1956).
    Testimone Sereni. Fonte: «Dichiarazione (in carta libera per gli usi consentiti dalla legge»>. Venezia, 30 Maggio 1966.
    Testimone Pincherle Spadaro. Fonte: non indicata.
    Testimoni Nerina e Nori Levi. Fonte: «Si tratta di una delle testimonianze raccolte da Giuseppe Fano, zio dello scrittore Giorgio Voghera, e controfirmate dal notaio Dandri». Il Fölkel precisa che questa è una o«testimonianza indiretta» (p. 128).
    Testimone Gionechetti (n. 22). Fonte: «Ci sono in proposito molte testimonianze indirette. Perci6 mi sembra utile riportare alcuni passi tratti dall'opuscolo LA RISIERA pubblicato nel 1969 a cura di Schiffrer, testimonianza poi ripresa dall'Associazione nazionale famiglie caduti e dispersi in guerra Sezione provinciale di Trieste» (p. 27).
    Testimone Wachsberger (n. 23). Fonte: intervista del Fölkel.
    [26]
    Conclusione
    Nessuna dichiarazione giurata; nessuna testimonianza di prima mano tranne quella di Paolo Sereni.
    Quale valore si può attribuire a testimonianze di tal fatta ?
    * * *
    Come abbiamo già rilevato, nessun testimone dichiara che alla Risiera sia mai esistita una «camera a gas». Soltanto nella testimonianza di Paolo Sereni appare un fugace accenno ai «gas»:
    «Il forno era istallato nel luogo adibito a garage: si diceva che a volte fossero usati i gas di scarico degli automezzi per le uccisioni, ma si sentivano frequentemente spari e quindi più verosimilmente i motori degli automezzi venivano accesi per sovrastare le grida e gli spari» (p. 168).
    Si tratta evidentemente di una diceria che non ha alcun valore probativo.
    * * *
    A giudizio di Fölkel, di tutti i testimoni della Risiera «il più preciso , il più lucido, il più informato rimane il Wachsberger» (p. 32). Esamineremo dunque da presso solo le dichiarazioni di questo testimone.
    «(Fölkel) Ma come uccidevano, queste SS»?
    «(Wachsberger) non glielo so dire. Uccidevano. Posso raccontarle soltanto quello che sentivarno dal nostro camerone: le grida disperate dei condannati a morte, le invocazioni di pietà, di misericordia. In particolare io ricordo perfettamente il rumore di un sibilo che proveniva dal garage».
    «Secondo lei si trattava di gas venefico»?
    «È possibile» dice Wachsberger (p. 138).
    Ma a pagina 178 Wachsberger dichiara:
    «Per coprire le urla. i tedeschi alzavano il volume degli apparecchi radio, accendevano i motori degli autocarri, aizzavano i cani da guardia affinché latrassero».
    Q6 significa che era impossibile udire il preteso sibilo, il [28] quale, del resto, non può avere nessuna relazione con il «gas venefico».
    «Le vittime venivano uccise nel garage» (p. 178).
    «Mi diceva Wachsberger che nei giorni in cui si doveva procedere agli stermini, la porta del garage rimaneva aperta per l'intero pomeriggio» (p. 33).
    Dunque è impossibile che il garage da cui proveniva il preteso sibilo fosse una «camera a gas».
    «Accadde, per esempio, che una sera di giugno, dieci uomini erano già stati spogliati nudi (infatti, stranamente, non si sono trovate macchie sugli indumenti dei prigionieri uccisi nel garage) e nove di essi erano già stati gassati, o comunque uccisi, quando improvvisamente suona l'allarme aereo. I tedeschi perdevano letteralmente la testa quando suonava l'allarme; e la perdettero anche in quella circostanza. Ebbene, al cessato allarme, quell'uomo non venne gassato anzi fu dimenticato, e addirittura liberato» (p. 138).
    Questa storia è contraddittoria e ridicola. Infatti il testimone dichiara: «Eravamo troppo vicini per non renderci conto di ciò che stava succedendo, ma non riuscimmo mai a sapere come quei disgraziati venissero uccisi» (p. 178).
    Il Wachsberger ignora dunque come venissero uccise le vittime: ma allora come può parlare di «gasazione»?
    Se ciò è contraddittorio, il fatto di «gasare» le vittime una per volta è decisamente ridicolo. O forse la «camera a gas» della Risiera poteva contenere solo nove persone?
    La scena finale à addirittura comica: il superstite, il testimone oculare della «camera a gas», viene rimesso in libertà !
    Non meno sorprendente è ciò che accadde al Wachsberger e agli altri detenuti che avevano prestato servizio alla Risiera:
    «Allora Joseph Oberhauser ci accompagnò alla grande porta dalle grate sormontate da filo spinato vicino al villino dove abitava, il tremendo portone guardato sempre a vista da gente armata fino ai denti. Mi accorsi che i battenti erano aperti. A uno a uno il nazista ci dette la mano e ci augurò buona fortuna» (p. 145).
    Dunque il 29 aprile 1945 Joseph Oberhauser lascia [29] liberi i «testimoni oculari» dello «sterminio» perpetrato alla Risiera stringendo, loro la mano e augurando loro buona fortuna, dopo di che, nel corso, della notte, per cancellare le tracce dei suoi crimini, si affretta a far «saltare in aria il camino, il garage, il cremiatorio»! (p. 143).
    Quale attendibilità si può attribuire a un simile testimone?
    [31]
    V
    ERRORI E FALSIFICAZIONI
    Il libro La Risiera di San Sabba rivela inoltre la grossolana ignoranza del Fölkel riguardo alla storiografia ufficiale relativa ai «campi di sterminio» nazisti.
    Riferiamo anzitutto gli errori più significativi.
    Treblinka viene definito «il tristernente famoso campo di sterminio del distretto di Lublino» (p. 17), il che è errato, perché tale campo si trovava nel distretto di Varsavia (11).
    A pagina 99 il Fölkel scrive:
    «Secondo i risultati delle commissioni d'inchiesta del governo polacco, a Treblinka persero invece la vita 731.000 persone. Contrariamente ad Auschwitz, le camere a gas erano soltanto due e funzionavano a ossido di carbonio. Furono poi costruite altre dieci carnere che funzionavano con cianuro d'idrogeno».
    Anche ciò è errato. Secondo la storiografia ufficiale, il vecchio impianto di «gasazione» comprendeva tre «camere a gas», non due, mentre nel nuovo impianto non fu mai usato «cianuro di idrogeno», ma sempre ossido di carbonio (12).`
    «I grossi automezzi-mobili della morte venivano chiamati a Belzec "Fondazione Hackenholt"» (p. 26).
    «Come già detto, l'autotreno a gasogeno era uno dei marchingegni della Fondazione Hackenholt"» (p. 30, nota).
    Il Fölkel si riferisce ai cosiddetti «Gaswagen», che però non hanno nulla a che vedere né con Belzec né con Hackenholt.
    Egli confonde Belzec con Chelmno, in cui sarebbero stati usati i suddetti «Gaswagen» (13).
    L'espressione «Fondazione Hackenholt» deriva dal documento PS-1553 (14) dove designa un impianto di «gasazione» fisso:
    «Davanti a noi una casa come uno stabilimento balneare, a destra e a sinistra grandi vasi di cemento con gerani o altri fiori. Dopo aver salito una scaletta, a destra e a sinistra, tre e tre camere come garages, di metri 4 x 5, 1,90 d'altezza. Nella parte posteriore, non visibili, uscite di legno. Sul tetto, la stella di David in rame. Davanti all'edificio la scritta: Fondazione Heckenholt» (15)
    Nel documento T-1310 appare la definizione «Heckenholt-Stiftung» (16).
    Il Fölkel aggiunge che «le 'Stiftingen' (17), cioè le "fondazioni", derivavano il nome dalle "fondazioni di pubblica [33] utilita". Per esempio, in Polonia, Wirth e il suo gruppo si fregiavano del nome "Fondazione Wirth "» (p. 139, nota 1).
    In realtà non è mai esistita una «Fondazione Wirth». Il Fölkel fraintende il seguente passo di Gerald Reitlinger:
    «Il nome di Wirth non ricorre in alcuno dei documenti ufficiali riguardanti l'eutanasia salvatisi dalla distruzione, ma ciò dipende dal fatto che l'ultima fase dell'operazione fu sottratta a Tiergartenstrasse 4 e affidata invece a un ente fittizio, la «Gemeinnützige Stiftung für Anstaltspflege», o «fondazione di utiliti pubblica per le cure sanatoriali» È impressionante il fatto, notato da Kurt Gerstein, che, quando in Polonia erano in piena attività i campi di sterminio, Wirth e compagni si fregiavano ancora del nome di «fondazione (Stiftung)» (18).
    Reitlinger si riferisce alla «Fondazione Heckenholt» del PS-1553, come risulta dal richiamo a Kurt Gerstein.
    Il Fölkel, nella sua sorprendente ignoranza, sdoppia questo Kurt Gerstein in un «ingegner Gersten» (p. 96) (19) e in una fantomatica «ditta Gestein»:
    «A parte gli esperimenti "medici ", ad Auschwitz fu implegato con grande successo il Ziklon-B (K.C.N.), cioè il cianuro di potassio. La ditta fornitrice era la Kurt Gestein» (p. 99).
    Kurt Gerstein era un SS-Obersturmführer pretesamente antinazista che nell'Agosto 1942 avrebbe assistito ad una «gasazione» nel «campo di sterminio» di Belzec. Di tale pretesa esperienza egli ha lasciato otto relazioni pullulanti di contraddizioni interne ed esterne, assurdità, falsificazioni storiche ed errori che rendono la «testimonianza oculare» di questo personaggio assolutamente inattendibile, come abbiamo dimostrato nella nostra opera Il rapporto Gerstein. Anatomia di un falso. (20)
    Kurt Gerstein ricopriva la carica di capo del servizio [34] tecnico di disinfezione presso l'SS-Führungshauptamt, Amtsgruppe D, Sanitätswesen der Waffen-SS, e in tale qualità nel 1944 ordinò alladitta DEGESCH (21) 2.370 Kg di Zyklon-B a fine di disinfezione per i campi di concentramento di Oranienburg (1.185 kg) e di Auschwitz (1.185 kg).
    Egli allegò al summenzionato rapporto del 26 Aprile 1945 (PS-1553) le 12 fatture della DEGESCH relative alle ordinazioni in questione. Da queste fatture indirizzate all'Obersturmführer Kurt Gerstein risulta la spedizione da parte della DEGESCH delle suddette quantità di Zyklon-B alla «Abt. Entweseung und Entseuchung» (sezione disinfestazione e disinfezione) dei «Konzentrationslager» di Oranienburg e di Auschwitz (22).
    Quanto allo Zyklon-B, esso non era «cianuro di potassio» (KCN), come crede il Fölkel, ma «acido cianidrico, liquido (HCN) assorbito in un coibente poroso, ad es. in farina fossile bruciata (Diagries) o in una sostanza sintetica gessosa (Erco) o in dischi di cellulosa» (23).
    A pagina 100 il Fölkel dichiara:
    «Appunto in base a queste nuove direttive, e con l'alta supervisione di Eichmann, si operò nel gruppo dei campi di sterminio in Polonia comandati da Globocnik: Sobibor, Belzec, Treblinka, Chemno, Majdanek».
    Secondo la storiografia ufficiale, i campi dell'«Aktion Reinhard» comandati da Globocnik erano Belzec, Sobibor e Treblinka (24). Il campo di Chelmno, di cui il Fölkel non conosce neppure la grafia esatta (25), era sotto la giurisdizione dello Höhere SS-und Polizeiführer Wilhelm Koppe (26), mentre il campo di Majdanek dipendeva dal WVHA [35] (Wirtschafts-und Verwaltungshauptamt: ufficio centrale economico e amministrativo delle SS) (27). Inoltre i «campi di sterminio» polacchi non erano sotto «l'alta supervisione di Eichmann», perchè Globocnik riceveva gli ordini relativi direttamente dalla Cancelleria del Führer e dal Reichsführer-SS (28).
    A pagina 33 il Fölkel parla dei «grandi campi di sterminio nazisti di Germania e di Polonia» e a pagina 79 attribuisce la qualifica di «campo di sterminio» a Buchenwald.
    Ma secondo, la storiografia ufficiale in Germania non è esistito alcun «campo di sterminio».
    In una lettera inviata al giornale tedesco Die Zeit il 19 Agosto 1960, il dott. Martin Broszat, allora membro e Attualmente direttore dell'Institut für Zeitgeschichte München (Istituto di Storia Contemporanea di Monaco), dichiarò:
    «Né a Dachau né a Bergen-Belsen né a Buchenwald sono stati gasati Ebrei o altri detenuti». E ancora: «Lo sterminio in massa degli Ebrei mediante gasazione iniziò nel 1941-1942 ed ebbe luogo esclusivamente (ausschliesslich) in pochi luoghi appositamente scelti e forniti di adeguate istallazioni tecniche, soprattutto nel territorio polacco occupato (ma in nessun modo nel Vecchio Reich): ad Auschwitz-Birkenau, a Sobibor, a Treblinka, a Chelmno e a Belzec» (29).
    * * *
    Le citazioni di documenti nazisti riportate dal Fölkel quasi sempre prive di riferimento alla fonte sono spesso interpolate o falsificate.
    Anche a questo riguardo segnaliamo gli esempi più importanti.
    «Comunque a Ludwigsburg è conservato un documento significativo. In esso (si tratta di una lettera inviata a Trieste) il capo supremo delle SS Himmler si rivolge al [36] generale Globoc^nik: "Lieber Globus", così incomincia la breve missiva,
    "Caro Globus, lei si è comportato mirabilmente nèl .Litorale Adriatico, lei che guida l'Aktion Reinhard ha fatto un ottimo lavoro e la ringrazio." Prosegua senz'altro nella sua azione di sterminio, Heil Hitler» (pp. 121-122).
    Il dott. Adalbert Rückerl, dal 1966 direttore della «Zentrale Stelle der Landesjustizverwaltunge» di Ludwigsburg, nei cui archivi sarebbe conservata la lettera di Himmler citata dal Fölkel, dedica la prima parte del libro «NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse» ai «Campi di sterminio dell'Aktion Reinhard» (pp. 37-242). In essa tuttavia non compare il minimo accenno alla lettera in questione. Infatti tale documento, come è riportato dal Fölkel, non esiste negli archivi della «Zentrale Stelle der Landesjustizverwaltungen» di Ludwigsburg (30) né altrove, perch6 è la falsificazione del documento NO-058. Si tratta di una lettera del 20 Novembre 1943 inviata a Globocnik da Himmler. Ecco il testo:
    «Caro Globus,
    Confermo la ricevuta della Sua lettera del 4/ 11/ 1943 e della Sua comunicazione relativa alla conclusione dell'Azione Reinhard.
    La ringrazio per la cartella che mi ha inviato.
    Le esprimo il mio ringraziamento e la mia riconoscenza per i Suoi grandi ed eccezionali meriti che Lei si è acquisiti per tutto il popolo tedesco nell'esecuzione dell'Azione Reinhard.
    Heil Hitler» (31).
    Questo documento è incluso anche nella serie di [37] documenti relativi all'azione Reinhard classificata PS-4024 e con tale riferimento è citato da Rückerl (32).
    Alle pagine 93-94 il Fölkel menziona un altro documento fantasma:
    «Cito Orianenburg perché al processo di Norimberga contro i nazisti fu esibito un documento ufficiale che, appunto, proveniva da questo lager; in esso si calcolava il reddito medio ricavabile da ogni detenuto. La tariffa media di noleggio del detenuto alle industrie era di marchi 6 giornalieri. Detrazioni per vitto, marchi 0,60; durata media della vita «attiva» di ciascun detenuto, mesi 9. Ne risultava un reddito medio di circa 1.400 marchi ricavati dall'«utilizzazione razionale dei cadaveri». E in particolare da a) oro dentario; b) vestiario; c) oggetti di valore; d) denaro, specialmente valuta svizzera, inglese e statunitense; e) utilizzazione delle ossa e delle ceneri».
    In realtà non si tratta affatto di un «documento ufficiale» proveniente dal campo di concentramento di Oranienburg, bensì di una semplice nota pubblicata nel 1946 da Eugen Kogon senza alcun riferimento, il che rende fortemente dubbia la sua autenticità.
    Infatti essa è priva di intestazione dell'ufficio di provenienza, di indicazione di luogo d'origine, di destinatario, di data e di firma! (33).
    Contrariamente a quanto asserisce il Fölkel, questo preteso documento naturalmente non è mai stato esibito al processo di Norimberga (34).
    Un'altra dimostrazione della crassa ignoranza storica del Fölkel appare a pagina 128:
    «Al processo Eichmann è stato riportato il brano di una allocuzione ufficiale di Globus: "Se in Germania crescerà [38] una generazione incapace di comprendere il nostro lavoro, allora il nazional-socialismo sara' stato vano. Credo che i .centri di sterminio dovrebbero essere immortalati con targhe di bronzo, su cui dovrebbe apparire la scritta: 'Noi SS abbiamo avuto il coraggio di compiere questa grande opera' ". "Parole anche profetiche"».
    In realtà questa citazione non è tratta da una «allocuzione ufficiale» di Globocnik, ma dai rapporti Gerstein del 26 Aprile 1945 (PS-1553) e del 4 Maggio 1945, i quali furono presentati al processo Eichmann di Gerusalemme come documenti d'accusa T-1309 e T-1310. Ecco i testi originali:
    «Alors Globocnek: Mais messieurs, si jamais, après nous, il y aurait une génération si lâche, si carieuse, qu'elle ne comprenne pas notre oeuvre si bon, si nécessaire, alors messieurs tout le Nationalsocialisme était pour rien. Mais, au contraire, il faudrait enterrer des tables de bronce, aux quels il est inscrit, que c'étions nous, nous, qui avons eu le courage de réalizer cet oeuvre gigantique! (35).
    «Allora Globocnek: "Ma signori, se dopo di noi, vi sarà mai una generazione cosi fiacca e smidollata (36) da non comprendere la nostra opera così buona, così necessaria, allora signori tutto il nazionalsocialismo sarà esistito invano. Ma, al contrario, bisognerebbe seppellire delle tavole di bronzo nelle quali fosse scritto che fummo noi, noi ad avere avuto il coraggio di realizzare quest'opera gigantesca!».
    «Darauf Glb.: Meine Herren, wenn je nach uns eine Generation kommen sollte, die so schlapp und so knochenweich ist, dass sie unsere grosse Aufgabe nicht versteht, dann allerdings ist der ganze Nationalsozialismus umsonst gewesen. Ich bin im Gegenteil der Ansicht, daß man Bronzetafeln versenken sollte, auf denen festgehalten ist, [39] daß wir, wir den Mut gehabt haben, dieses grosse und so notwendige Werk durchzuführen» (37).
    "Allora Globocnik: "Signori, se dopo di noi dovesse mai venire una generazione che fosse così fiacca e così smidollata da non comprendere il nostro grande compito, allora certamente tutto il nazionalsocialismo sarebbe stato vano. Io sono al contrario del parere che bisognerebbe sotterrare delle tavole di bronzo sulle quali fosse fissato per iscritto che noi, noi abbiamo avuto il coraggio di realizzare questa grande e così necessaria opera"».
    Pertanto il Fölkel non solo ha fornito il falso riferimento della «allocuzione ufficiale» di Globocnik, ma ha anche storpiato la citazione. Ma non è tutto. Nei due documenti surnmenzionati Kurt Gerstein racconta che Globocnik gli riferì il 17 Agosto 1942 che due giorni prima il 15 Agosto Hitler e Himmler gli avevano reso visita a Lublino. In tale occasione Globocnik aveva fatto il discorso citato, ricevendo, l'approvazione del Führer (38). In realtà il 15 Agosto 1943 Hitler non era a Lublino (39) per cui il discorso di Globocnik è pura invenzione, come riconosce Gerald Reitlinger:
    «Fu detto loro che si trattava di un ordine di Hitler, il quale poco tempo prima aveva visitato Lublino e aveva pranzato con Globocnik. A tavola il dott. Herbert Linden aveva richiamato l'attenzione di Hitler sul pericolo che in avvenire si scoprissero le fosse comuni e in proposito Globocnik aveva deliziato Hitler dicendo che gli sarebbe piaciuto "seppellire (in quelle fosse) delle targhe di bronzo, che lo proclamassero autore dell'impresa". Tutto questo era pura invenzione di Globocnik, perché Hiteler non aveva affatto lasciato il suo quartier generale.» (40)
    Altre citazioni interpolate e deformate appaiono a pagina 59 e 16:
    «A questi pseudoproblemi, grosse tare della psiche, [40] poeva far cenno solo un ragioniere frustrato e disgustoso come Himmler; nell'ottobre 1943 in un discorso tenuto a Poznan ai gerarchi delle SS costui disse: "... che le nazioni vivano in prosperità o muoiano di fame come bestie, a me importa solo nella misura in cui avremo bisogno degli appartenenti ad esse come schiavi per la nostra KULTUR, altrimenti per me sono prive di ogni interesse "» (p. 59).
    La fonte, non indicata dal Fölkel, è il documento PS-1919. Questa volta il Fölkel si è limitato a interpolare l'espressione «come bestie». Ecco il testo originale del passo:
    «Ob die anderen Völker in Wohlstand leben oder ob sie verrecken vor Hunger, das interessiert mich nur soweit, als wir sie als Sklaven für unsere Kultur brauchen, anders interessiert mich das nicht.» (41)
    «Se gli altri popoli vivono nella prosperità o crepano di fame, ciò mi interessa solo nella misura in cui ne abbiamo bisogno come schiavi per la nostra civiltà, altrimenti non mi interessa».
    «Poi, nell'ottobre 1943 fra il 16 e il 29 , sbarcarono a Trieste i primi novantadue «specialisti» dell'Einsatzkommando Reinhard, come testimoniò a Norimberga Konrad Georg Morgen, Obersturmbannführer delle SS Morgen aggiunse: "Il Kommando Reinhard dovette porre termine alla sua attività nell'autunno del 1943 e distruggere sino alle fondamenta i campi di sterminio orientali. Esso fu impiegato quindi compattamente per garantire la sicurezza delle strade nel territorio partigiano sul Carso e in Istria» (p. 16).
    Il primo riferimento è inventato, mentre la citazione è deformata. INFATTI Morgen dichiarò che, quando fece la sua seconda visita a Lublino, Wirth non c'era più: «Accertai che Wirth nel frattempo aveva inaspettatamente ricevuto l'ordine di distruggere dalle fondamenta i suoi campi di sterminio. Egli era stato richiamato con tutto il suo Kommando in Istria, dove garantiva la sicurezza delle strade ed è morto nel Maggio 1944» (42).
    Conclusione generale
    Il libro La Risiera di San Sabba, di Ferruccio Fölkel è un semplice libello pseudostorico e pseudoscientifico.




    APPENDICE
    La piantina della Risiera durante l'occupazione nazista: Da Ferrucio Fölkel, La Risiera de San Sabba, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1979 (fuori testo).





    1 / Ferruccio Fölkel, La Risiera di San Sabba, Arnoldo Mondadori, Editore, Milano 1979.
    2 / LaRassegna Mensile di Israel, Aprile-Maggio 1979, p.202.
    3 / Sui pretesi «Gaswagen» vedi: F. P. Berg, "The Diesel Gas Chambers: Myth Within A Myth". The Journal of Historical Review, Spring 1980, pp. 38-40 (The Gaswagons); Udo Walendy, "NS-Bewältigung", Historische Tatsache Nr. 5, Historical Review Press, 1979, pp. 29-31.
    4 / Comunicazione della «Zentrale Stelle der Landesjustizverwaltungen» all'Autore. 1· Febbraio 1985.
    5 / Nationalsozialistische Massentötungen durch Giftgas. herausgegeben von Eugen Kogon, Hermann Langbein, Adalbert Rückerl u.a., Frankfurt am Main 1983, cap. IV, "Tötung in Gaswagen hinter der Front", pp. 81-109.
    6 / Vedi ad esempio i documenti NO-4401, NO--445 e NO-4448 relativi al crematorio di Buchenwald. Il documento NO-4448 contiene la descrizione di «un forno crematorio Topf a doppia muffola riscaldato a olio o a coke con impianto di aria compressa e impianto di rafforzarnento del tiraggio». I forni della ditta «Topf und Söhne» erano istallati anche nei crernatori di Birkenau. Vedi le fotografie pubblicate in: KL Auschwitz. Fotografie dokumentalne. Kraiowa Agencia Wydawnicza Warszawa 1980, pp. 64, 65, 66 e 162.
    7 / Riportiarno tale piantina nell'Appendice.
    8 / Enciclopedia italiana, Roma 1949. vol. XI, voce Cremazione, p. 825.
    9 / I forni crematori della ditta Topf und Söhne erano forniti di un Saugzug-Anlage (impianto di tiraggio indotto): NO-4448. Vedi anche: KL Auschwitz. Fotografie dokumentalne, op. cit., p. 62: sezione trasversale nord-sud del crematorio II; al centro, accanto al camino, l'impianto di tiraggio indotto.
    10 / Carlo Schiffrer non dichiara di aver interrogato l'amico anonimo, la cui testimonianza egli introduce con le seguenti parole: «Ma il particolare più raccapricciante me lo ha raccontato un amico che vi fu rinchiuso per alcuni giorni a causa di una sua presunta appartenenza alla "razza ebraica"» (Carlo Schiffrer, La Risiera; in: Trieste, Luglio-Agosto 1961).
    11 / Central Commission for the investigation of German Crimes in Poland. German Crimes in Poland, Warsaw 1947, vol. I, The Treblinka Extermination. Camp p. 95.
    12 / Adalbert Rückerl, NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, München 1979, pp. 203-204; Nationalsozialistische Massentötungen durch Giftgas, op. cit., p. 163 e 184; German Crimes in Poland, op. cit., vol. I, p. 98.
    13 /Nationalsozialistische Massentötungen durch Gifgas, op. cit., cap. V: «In Kulmhof Stationierte Gaswagen», pp. 110- 145.
    14 / Si tratta del cosiddetto rapporto-Gestein del 26 Aprile 1945.
    15 / PS-1553, p. 5. Il documento è redatto in un francese alquanto scorretto. Riportiamo il passo citato come appare nell'originale: «Avant nous une maison comme institut de bain, A droite et à gauche grand pot de beton avec geranium ou autre fleurs. Aprês avoir monté un petit escalier, à droite et à gauche, trois et trois chambres comme de garages, 4 x 5 mètres, 1,90 mètre d'altitude. Au retour, pas visibles, sorties de bois. Au toît, l'étoile David en cuivre. Avant le Bâtiment, inscription: Fondation Heckenholt».
    16 / T-1310, p. II. Si tratta del cosiddetto rapporto-Gerstein del 4 Maggio 1945 già pubblicato con alcune espunzioni da Hans Rothfels nel 1953 sulla rivista Vierteljahreshefte für Zeitgeschichte.
    17 / Leggi «Stiftungen».
    18 /Gerald Reitlinger, La soluzione finale, Milano 1965, pp. 161-162.
    19 / Anche nell'Indice Analitico compaiono i nomi «Gerstein, Kurt, ditta» e «Gesten, ingegnere» (p. 191).
    20 /In pubblicazione presso la casa editrice Sentinella d'Italia.
    21 /Deutsche Gesellschaft für Schädlingsbekämpfung, Società tedesca per la lotta antiparassitaria.
    22 / PS-1553, pp. 15-26.
    23 /NI-9098, p. 35.
    24 / NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, op. cit., p. 13.
    25 / Nell'Indice Analitico appare la grafia «Chemmo» (p. 190). La località in questione si chiama Chelmno in polacco e Kulmhof in tedesco.
    26 / NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, op. cit., p. 245; R. Hilberg, The Destruction of the European Jews, Chicago 1961, p. 572.
    27 / The Destruction of the European Jews, op. cit., p. 572.
    28 / NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, op. cit., p. 349.
    29 / Die Zeit, Nr. 34, Freitag, den. 19. August 1960, p. 16.
    30 Comunicazione della «Zentrale Stelle der Landesjustizverwaltungen» all'Autore. 1·Febbraio 1985 .

    31 «Lieber Globus! Ich bestätige Ihren Brief vom 4.11.43 und Ihre Meldung über den Abschluß der Aktion Reinhardt. Ebenso danke ich Ihnen für die mir übersandte Mappe. Ich spreche Ihnen für Ihre grossen und einmaligen Verduebste, die Sie sich bei der Durchführung der Aktion Reinhardt für das ganze deutsche Volk erworben haben, meinen Dank und meine Anerkennung aus. Heil Hider». NO-058 .
    32 NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, op. cit., p. 131 .
    33 NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, op. cit., p. 131. 32, Eugen Kogon, Der SS-Staat, Verlag Karl Alber, München 1946, pp. 296-297.Circa la fonte del pretesto documento, l'Autore si limita a scrivere che esso «è stato redatto dalle SS» (p. 297), ma di ciò non fornisce alcuna prova.
    34 Der Prozeß gegen die Haiptkriegsverbrecher vor dem internationalen Militärgerichtshof, Nürnberg 14. November 1945 - I. Oktober 1946, Veröffentlicht in Nünrnberg, Deitschland, 1949, vol. XXIII (Indice), p. 62. (utilizzazione dei cadaveri).
    35 T-1309 = PS-1553, p. 5 .36 L'aggettivo "carieuse" non esiste in francese; lo traduciarno secondo il
    senso dd'aggettivo tedesco corrispondente nel docurnento T-1310 knochenweich .
    37 T-1310, p. 9.
    38 T-1309 = PS-1553, p. 5; T-1310, p. 9 .

    39 Vierteljahreshefte für Zeitgechichte, 1953, p. 189, nota 3 9 a .
    40 La soluzione finale, op. cit., p. 184 .

    41. Der Prozess gegen die Hauptkriegsverbrecher vor dem internationalen Militärgerichtshof, Nürnberg 14. November 1945-1. Oktober 1946. Veröffentlicht in Nürnberg, Deutschland, 1948. Vol. XXIX, p. 123 .
    42 La fonte, non indicata dal Fölkel, è: Der Prozess gegen die Hauptkriegsverbrecher vor dem internationalen Militärgerichtshof, op. cit., Vol. XX, p. 555 .


    Questo testo è stato messo su Internet a scopi puramente educativi e per incoraggiare la ricerca, su una base non-commerciale e per una utilizzazione equilibrata, dal Segretariato internazionale dell'Association des Anciens Amateurs de Récits de Guerre et d'Holocauste (AAARGH). L'indirizzo elettronico del segretariato è <aaarghinternational at hotmail.com>. L'indirizzo postale è: PO Box 81 475, Chicago, IL 60681-0475, Stati Uniti.
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    TRIESTE. Scoperti nel cimitero di S.Anna i feretri che contengono le
    spoglie dei partigiani fucilati il 3.IV.1944 nel poligono di Opicina. Tale
    scoperta smentisce la sentenza della Corte d'Assise di Trieste nella parte
    in cui essa afferma che i corpi dei fucilati sono stati bruciati nel forno
    crematorio della Risiera di San Sabba.
    Le spoglie mortali -
    miracolosamente risorte dal camino - smascherano
    la messa in scena di quanti hanno brigato per mistificare la verità storica.
    Il Tribunale speciale del supremo Commissario nella zona d'operazioni
    del Litorale Adriatico con comunicato ufficiale pubblicato su Il Piccolo
    del 21.9.1944 comunicò che sei partigiani (Poropat Ivan, Oblak Leopold,
    Strukelje Franz, Zvokelj Giuseppe, Forza Giuseppe, Dendich Giuseppe)
    erano stati fucilati all'alba del giorno 18.9.1944. Ciò significa che cinque
    mesi e mezzo dopo che la Corte D'Assise aveva bruciato i loro corpi in un
    inesistente forno crematorio i sei partigiani erano ancora vivi.
    In ogni caso il processo della Risiera si rivela comunque viziato fin
    dall'origine da una istruttoria e da una conduzione del dibattimento di
    impronta stalinista: uno dei giudici popolari, ad esempio, appartiene ad
    una famiglia di partigiani giustiziati dai tedeschi. Il desiderio di vendetta
    che questo giudice ha segretamente covato durante tutta la durata del
    processo implica la nullità insanabile del procedimento per incapacità ad
    agire di un componente del collegio (difetto del requisito di
    terzietà : il
    giudice non può avere alcun interesse nella causa.
    Nemo iudex in causa
    sua
    ).

    Il 2 aprile 1944 i partigiani fecero esplodere una bomba ad alto potenziale in un cinema di
    Poggioreale del Carso (Opicina) seminando morte e distruzione tra i cacciatori alpini della 188.ma
    Divisione tedesca. Il Tribunale militare germanico dispose per rappresaglia la fucilazione di 70
    partigiani già detenuti per fatti di sangue. La sentenza fu eseguita nel poligono di Opicina, dove
    una targa commemorativa ricorda tuttora il tragico evento.
    Nulla è stato contestato ai tedeschi in ordine alla conformità di quella sentenza agli usi ed alle leggi
    di guerra. Ciononostante nel 1976 la Corte d'Assise di Trieste, presieduta da Domenico Maltese,
    riesaminando il caso, sentenziò incautamente che i corpi dei fucilati erano stati bruciati nel forno
    crematorio della Risiera di San Sabba adducendo che il ten. Oberhauser - imputato assente e
    condannato all'ergastolo - sul punto aveva
    "confessato" .
    Si scopre a posteriori che il processo della Risiera in realtà è stato il prodotto avvelenato di una
    tragica messa in scena posta in essere da personaggi già condannati per attività antinazionale e

    2
    contro la sicurezza dello Stato. La suggestione mediatica è stata utilizzata quale strumento di
    mistificazione della storia per distrarre l'attenzione sugli eccidi delle foibe in una notte buia della
    Repubblica in cui vittime e carnefici non sarebbero stati più tra loro distinguibili.
    Oggi quel falso storico viene smascherato in tutta la sua tragica dimensione: in esito ad una ricerca
    mirata, infatti, è stato ritrovato il luogo di sepoltura dove sono riposte le spoglie dei 70 partigiani
    fucilati ad Opicina il 3.IV.1944. I feretri (registrati come N.N. di ignota identità) si trovano tuttora
    nel cimitero di S. Anna campo XX nell'area sacra riservata ai partigiani, come era naturale che
    fosse. Sul punto è disponibile un documento fotografico che ritrae autorità cittadine e capi
    comunisti raccolti attorno all'omonimo monumento durante una cerimonia commemorativa a
    suffragio dei caduti. Nelle immagini sono visibili in primo piano proprio i nominativi delle 70
    vittime i cui resti si scopre oggi essere colà effettivamente sepolti. Tale cerimonia comprova che
    tutte le autorità e gli stessi esponenti partigiani sapevano la destinazione ultima riservata ai fucilati.
    Tra i presenti si identificano, tra gli altri, l'on. Vittorio Vidali, già comandante delle truppe
    comuniste nella guerra civile di Spagna, il sindaco di Trieste Mario Franzil. l'ex sindaco Gianni
    Bartoli ai margini della cerimonia, il sen. comunista Paolo Sema autore di libri sull'argomento,
    assessori e quant'altri. Taluni partigiani presenti alla cerimonia anni dopo sono andati in Corte
    d'Assise a testimoniare il falso adducendo che i corpi delle vittime erano stati cremati ben
    conoscendo, invece, l'originale luogo di sepoltura.
    Nel corso della ricerca sono state ritrovate altre vittime di guerra già dichiarate
    disperse o

    scomparse
    con gran pena dei familiari superstiti che tuttora ignorato le vicende storiche che hanno
    colpito i loro congiunti. I resti ritrovati nel cimitero di S. Anna appartengono in prevalenza a
    partigiani di origine slovena o croata e per tale motivo un elenco selezionato di tali vittime viene
    trasmesso agli archivi di Stato di Lubiana, di Zagabria e all'ambasciata delle Repubblica federale di
    Germania per gli accertamenti e le valutazioni di competenza.
    Poiché tra i resti ritrovati vi sono anche quelli di singole vittime di diversa origine e di diversa
    appartenenza, copia degli elenchi viene trasmessa anche all'Unione degli Istriani ed alla
    Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.
    Il ritrovamento di spoglie mortali
    miracolosamente risorte dal camino chiarisce la dinamica degli
    eventi e rende tardivamente giustizia alla verità storica: non vi sarà pace al confine orientale
    finché non verrà resa giustizia ai familiari degli infoibati, agli italiani costretti all'esodo e finché
    non verranno degnamente onorati i combattenti che hanno difeso con la propria vita i confini
    della Patria. Se fosse dipeso dai partigiani Trieste, Gorizia e mezzo Friuli oggi sarebbero territori
    sloveni perché questo era il loro dichiarato obiettivo.

    3
    Poiché le istituzioni italiane - sorte in origine dalle stragi della guerra civile - si sono rivelate
    inaffidabili (garantendo l'impunità agli infoibatori spesso con motivazioni pretestuose), una
    relazione sulla Risiera di San Sabba viene trasmessa alla Conferenza internazionale promossa
    dall'Institute For Political and International Studies che si terrà a Teheran l'11 e 12 dicembre c.a.
    al fine di smascherare i falsi storici posti a fondamento delle verità artefatte di regime.
    Dalle fosse di Katyn alle stragi partigiane del dopoguerra (denunciate con successo da Giampaolo
    Pansa) la verità storica si sta facendo faticosamente strada. Dagli accertamenti condotti in questa
    sede risulta che molte vittime di guerra sono state "internate" in Risiera di San Sabba non per
    iniziativa delle truppe germaniche, ma fittiziamente ad opera di Albin Bubnic, l'uomo di Tito a
    Trieste, che ha compilato una lista fasulla e fuorviante di vittime decedute altrove e per altre cause.
    La Lista Bubnic - recepita acriticamente agli atti dalla Corte d'Assise di Trieste - è stata posta a
    fondamento di una messa in scena mediatica finalizzata a consumare un vendetta politica.
    Il processo della Risiera - per le modalità in cui esso è stato istruito e condotto - è stato l'ultimo
    processo stalinista destinato a rimanere nella storia del Palazzo di giustizia di Trieste come
    l'emblema di un'alta inciviltà giuridica.
    Ugo Fabbri
    2. Relazione di accompagnamento
    (1).

    (1)
    Tale relazione è una sintesi della relazione più ampia in lingua inglese, avente lo stesso titolo,
    già inoltrata alla Conferenza di Teheran
    Processo della
    RISIERA DI SAN SABBA
    messa in scena mediatica per uno sterminio
    Il pubblico ministero di Trieste dott. Alessandro Brenci nel processo della Risiera di San Sabba, ha
    scritto nella richiesta di rinvio a giudizio:
    "
    l’eliminazione dei nemici del Reich non innocenti fu atto di
    giustizia campale conforme agli usi ed alle leggi di guerra
    "
    Il principio enunciato è senz'altro condivisibile, ma il presidente della Corte d'Assise, Domenico
    Maltese, non ha tenuto in alcun conto l'indirizzo di partenza ed ha conferito tacitamente
    credibilità ad una lista fasulla di vittime compilata da Albin Bubnic, uomo di Tito a Trieste, già

    4
    direttore della locale biblioteca slovena. La Lista Bubnic, infatti, è stata compilata con nomi
    trascritti da monumenti funebri, da lapidi dei dispersi nei vari campi di battaglia, da tombe nei
    cimiteri del circondario, da sentenze emesse dal Tribunale militare tedesco in circostanze e luoghi
    che nulla avevano a che vedere con la Risiera di San Sabba. La lista, ad esempio, annovera tra le
    vittime "
    innocenti" Franz Ursic: si tratta del boia di Malga Bala il partigiano a cui si addebita di
    aver seviziato ed ucciso a picconate 12 carabinieri in servizio di guardia ad una centrale
    idroelettrica nella zona di Tarvisio. Nel petto squarciato nel comandante, i carnefici per atroce
    scherno posero la foto dei suoi cinque figli.
    Così analogamente sono stati annoverati tra le vittime "innocenti" i componenti della banda di
    "
    grassatori" (tali definiti dal Piccolo) facenti capo a Bruno Velenik dediti a furti e rapine in tempo
    di guerra quando la
    legge marziale veniva applicata indistintamente a carico di chiunque, truppe
    germaniche comprese (nei cimiteri sono iscritti i nomi di soldati tedeschi fucilati per violazione di
    norme disciplinari di guerra e caduti di guerra. Cfr. Werginz feretro n. 3299 23.8.44 a
    Costermano).
    Altre pretese vittime
    innocenti annoverate nella Lista Bubnic sono i terroristi condannati dal
    Tribunale militare germanico per "aver commesso atti di violenza, atti di sabotaggio, nonché di
    essersi resi colpevoli di dannosa attività antigermanica" (dalla sentenza pubblicata dal Piccolo del
    21.9.1944). Le uniche vittime innocenti, colpevolmente dimenticate dalla Corte, sono quelle
    appartenenti alla popolazione civile coinvolta senza colpa negli attentati e negli agguati partigiani.
    Per converso Albin Bubnic, sovvertendo i principi della logica e della civiltà giuridica, annovera
    tra le vittime innocenti una pluralità di terroristi condannati per i crimini commessi. Si ricorda sul
    punto la bomba fatta esplodere nel ristorante Ornitorinco di Fiume, l'attentato alla redazione del
    Piccolo e nella stazione ferroviaria di Campo Marzio e quant'altro. Tra i condannati c'è Natale
    Colarich, commissario politico nonché comandante dei GAP gruppi terroristici operanti al di
    fuori di ogni legge di guerra. La storia di questo comandante partigiano, comunque, merita di
    essere raccontata. In vista dei riassetti territoriali nella Venezia Giulia che alla fine della guerra
    avrebbero ridisegnato il confine orientale, esplosero a Trieste le contraddizioni all'interno del
    partito comunista : la corrente maggioritaria si era sempre battuta per l'annessione di Trieste alla
    Jugoslavia a coronamento di un antico sogno balcanico (celebre il telegramma con il quale Palmiro
    Togliatti, segretario del partito, invitava i triestini ad accogliere le truppe occupanti titine con
    spirito di fratellanza). Per converso l'ala minoritaria del partito - pur continuando a battersi per il
    movimento di resistenza - avrebbe voluto mantenere l'identità italiana di queste terre. Tito risolse
    il problema come lo avrebbe risolto Stalin, semplicemente con l'eliminazione fisica dell'ala
    dissenziente che faceva capo a tre dirigenti di rilievo: Giorgio Frausin, Vincenzo Gigante e Natale

    5
    Colarich. Per non sporcarsi le mani, l'esecuzione dei tre dissenzienti (colpevoli di coltivare
    sentimenti di italianità in contrasto con l'internazionalismo proletario allora in voga), fu affidata
    indirettamente.....agli ignari plotoni di esecuzione tedeschi. Paolo Sema - già segretario della
    federazione triestina del PCI, nonché senatore vetero-comunista - racconta nel libro "Siamo
    rimasti soli" come si consumò il "tradimento" (tale da lui definito): Mariuccia Laurenti - sorella del
    capo partigiano slavo-comunista Eugenio Laurenti - fu incaricata di fornire ai tedeschi le
    coordinate per identificare e catturare i quadri dirigenti del P.C.I della Venezia Giulia. I tre
    furono fucilati. Quando nel processo della Risiera la Corte la Corte d'Assise ha negato ai familiari
    superstiti il diritto di costituirsi parte civile (le vittime non erano affatto innocenti) essi avrebbero
    dovuto indirizzare le loro doglianze ai tanti boia - presenti in aula - che avevano consegnato i loro
    congiunti al plotone di esecuzione. Del resto che avrebbero dovuto fare le truppe tedesche di
    terroristi catturati con le armi in pugno ? Se non si riconosce all'esercito tedesco il diritto di
    colpire ed eliminare le cellule terroristiche, allora tutti gli eserciti che operano contro il terrorismo
    dovrebbero esser considerati bande armate responsabili di crimini di guerra.
    In tutta questa storia, comunque, la Risiera intesa come luogo per eliminare vittime innocenti non
    c'entra per niente. Nonostante questo incidente, però, Bubnic è riuscito lo stesso ad accreditare la
    sua lista fasulla elevando al rango di vittime innocenti della repressione altri partigiani ugualmente
    appartenenti a cellule terroristiche. I familiari superstiti di Dekleva Vera, Cattaruzzi Luigia,
    Samez Angela, Leghissa Rosa, Zancolic Ardenia, Misigoi Evaristo e quant'altri, sono stati
    ammessi a costituirsi parte civile nonostante la loro appartenenza al movimento di resistenza resa
    pubblica dalle stesse associazioni partigiane. Così facendo la Corte d'Assise di Trieste -
    smentendo i buoni propositi del pubblico ministero e travalicando il limite delle proprie
    attribuzioni - si è arrogata il diritto di criminalizzare la lotta antiguerriglia non rendendosi conto
    che la materia è già stata disciplinata dal diritto internazionale.
    La circostanza che la Corte non abbia sentito il dovere di accertare quanto necessario ovvero che
    non abbia voluto espurgare dalla lista nemmeno i personaggi impresentabili (come il boia di
    Malga Bala) getta una luce sinistra sull'orientamento che ha ispirato il giudizio di merito. Posto che
    la lista è palesemente fuorviante, essa non doveva nemmeno trovare ingresso negli atti di causa,
    ovvero in alternativa la Corte ne doveva dichiarare i limiti respingendo le parti inammissibili, ma
    se la Corte avesse adottato correttamente tale metodo della Lista Bubnic non sarebbe rimasto più
    nulla.
    A tutto ciò aggiungasi che la Corte ha esaminato il comportamento degli imputati (tutti assenti) per
    reati non contestati nel capo di imputazione. La Corte, cioè, ha esteso il campo di indagine ad
    argomenti estranei, ma funzionali alla tesi accusatoria. Tutto ciò configura una violazione
    6
    procedurale che inficia la legittimità del procedimento (
    vizio di ultrapetizione: l'imputato ha
    diritto di conoscere a priori e nella sua specificità quale sia l'addebito che gli viene mosso). In virtù
    della sistematica illegittimità della procedura la Lista Bubnic, benché fasulla, continua a girare
    negli atenei per fare scuola di regime e continua ad esser rappresentata nei teatri italiani con il
    patrocinio del Capo dello Stato (la
    lettura scenica rappresentata nel giorno della memoria inizia
    proprio con la lettura della Lista Bubnic, delinquenti e boia compresi, spacciati per vittime
    innocenti).
    L'iniziativa di raccogliere idealmente tutti i caduti partigiani - indipendentemente dalla legittimità
    del loro operato - per onorarne la memoria è offensiva per le vittime, ma di per sé è legittima.
    Ognuno celebra i morti che si merita e può anche piangerci sopra, ma la Corte d'Assise doveva
    vigilare affinché l'accertamento della verità non si trasformasse in una invereconda messa in scena
    in danno della città di Trieste falsamente indicata quale sede dell'unico campo di sterminio in
    Italia.
    Sull'onda della distinzione tra vittime innocenti e non, la Corte ha negato la costituzione di parte
    civile ad alcuni familiari superstiti, ma altri sono stati ammessi che parimenti non avevano alcun
    titolo. L'ignoranza della Corte sul punto non è una esimente, perché compito precipuo dell'istruttoria
    dibattimentale sarebbe stato proprio quello di valutare la fondatezza delle prove. Grave, peraltro, è
    stato l'aver sottaciuto che la Lista Bubnic storicamente e giudizialmente risulta priva di qualsiasi
    legittimazione senza peraltro nulla togliere a quanti, in buona fede e senza commettere crimini, si
    sono battuti per affermare una scelta di campo.
    Il processo della Risiera nasce attraverso trattative preliminari ed occulte condotte all'estero tra
    inquirenti e partigiani già condannati per attività eversiva antinazionale ovvero in danno della
    sicurezza dello Stato. Nei paesi dove sussiste una civiltà giuridica la ricerca delle prove viene
    affidata alla polizia giudiziaria e non viene delegata a militanti di partito in cerca di vendette.
    Il dilettantismo che ha comunque caratterizzato l'attività inquirente condotta dal giudice istruttore
    Sergio Serbo può essere così sintetizzato:
    a) nei processi non stalinisti prima si accertano i fatti e poi si traggono le conclusioni. Nel
    processo della Risiera si è fraudolentemente invertito l'ordine naturale degli eventi: prima la
    Risiera è stata dichiarata monumento nazionale a trattativa privata tra Giuseppe Saragat ed il
    partito comunista in cambio dei voti per la sua elezione a Presidente della Repubblica, poi con
    le ruspe si sono alterati i luoghi in funzione degli interessi dell'accusa ed infine si è concertato
    il racconto partigiano quale unico elemento a carico degli imputati per comprovare la messa in
    scena.

    7
    b) a qualunque interlocutore dotato di intelligenza il racconto partigiano non può che apparire
    semplicemente inverosimile e demenziale. Valgano alcune semplici considerazioni:
    - gli internati in Risiera sono sepolti vivi, rinchiusi in una mini cella senza finestre ed appena
    sufficiente per contenere un letto: ciononostante essi vedono tutto, sentono tutto e
    raccontano tutto. Sentono ad oltre cento metri di distanza "
    il colpo tipico" di una mazza che
    si abbatte sul capo della vittima (testimonianza di Gionechetti); nel cuore della notte e con
    l'oscuramento in atto dalla cella, priva di finestre, vedono il "
    fumo giallognolo" della
    ciminiera e sentono l'odore della morte; sentono anche le urla disumane dei dannati (al
    processo si scoprirà poi che le urla disumane erano quelle di tre maiali in fuga catturati e
    sgozzati dai cuochi). I partigiani che di norma seviziavano le loro vittime (esiste sul punto
    una copiosa letteratura) non possono fare a meno di proiettare sui tedeschi la propria cattiva
    coscienza;
    - narrano di migliaia di prigionieri a fronte di una capienza ricettiva del comprensorio di 17
    posti letto a castello in mini celle e di uno stanzone d'attesa prima del trasferimento verso
    ignota destinazione. I partigiani sovvertono le leggi della fisica e della ergonomia;
    - narrano di un fantomatico forno crematorio "
    nascosto dietro un mobile di cucina": poiché
    tutti ammettono che la ciminiera era una - ed una sola (come comprova una foto
    disponibile) - si deve dedurre che alla mattina i cuochi sfornassero il pane per un migliaio
    di combattenti antiguerriglia di stanza in Risiera e di notte, con lo stesso forno, bruciassero
    cadaveri. Comunque sia, in mancanza oggettiva di spazio, i partigiani per far posto al
    fantomatico forno hanno dovuto spostare idealmente la cucina negli ambienti dove c'era la
    mensa per le truppe. Così facendo, però, non rimane oggettivamente più spazio per
    collocare la mensa. La Risiera di San Sabba, dunque, risulta essere l'unica caserma al
    mondo fornita di cucina per le truppe, ma sorprendentemente priva di una mensa;
    - Le sirene per dare l' allarme aereo sono costituite da una ventola girevole. I partigiani
    scambiando le sirene per degli altoparlanti dichiarano "concordemente" che, nel cuore
    della notte, queste sirene trasmettevano musica a tutto volume per coprire i lamenti delle
    vittime mentre i cani venivano aizzati ed i motori dei camion accesi. Insomma per passare
    inosservati i tedeschi in piena notte svegliavano e mettevano in subbuglio l'intero
    quartiere;
    c) nella Risiera abitava una pluralità di famiglie di cui nessuno si è mai interessato. Il componente
    di una di queste famiglie ha rilasciato una dichiarazione che smentisce il racconto partigiano.
    L'attività inquirente sul punto si è rivelata dilettantesca ed omissiva;

    8
    d) al giudice istruttore deve esser addebitata l'omessa acquisizione agli atti di documentazione
    probante in favore degli imputati reperibile in uffici pubblici (registri del carcere del Coroneo
    con i nomi degli internati; mappe catastali; risultanze tavolari; atti notarili; disegni originali
    della Risiera e della attrezzatura disponibile; elenchi e fatture delle ditte funerarie; sentenze del
    Tribunale militare germanico pubblicate sul Piccolo e quant'altro
    );

    e) omessa acquisizione della sentenza emessa nel 1947 dal Tribunale militare di Lubiana contro le
    massime autorità tedesche del Litorale Adriatico condannate a morte nella quale non vi è alcun
    cenno circa i pretesi crimini commessi in Risiera;
    f) omesse indagini presso la Croce Rossa che aveva in Risiera un suo referente (è disponibile una
    cartolina con il timbro della Croce Rossa indirizzata all'epoca da un dirigente dell'Aned
    (associazione comunista che raccoglie gli ex internati);
    g) omessa perizia tecnica sulla pretesa arma del delitto (una mazza ferrata) trovata asseritamente
    all'interno del forno fatto saltare...ma il cui manico di legno risulta intatto e sulla quale non è
    stata riscontrata alcuna traccia di sangue (a confutazione é stato identificato il collezionista
    d'armi proprietario dell'arma stessa. In uno scritto reso pubblico un ausiliario del giudice che ha
    collaborato nelle indagini rivela la vera origine del reperto risalente alla prima guerra mondiale
    e che è sempre stato detenuto dal museo criminale della Questura di Trieste);
    h) omessa acquisizione agli atti della perizia effettuata nell'immediato dopoguerra dall' ispettore
    di polizia Umberto De Giorgi che ha riscontrato la presenza di ossa animali in luogo di ossa
    umane come erroneamente presunto (nessun interrogatorio è stato effettuato di tale teste pur
    disponibile);
    i) sottostima mirata e sospetta delle centinaia di testimonianze a favore degli imputati: tutte le
    autorità locali (Prefetto, Podestà, capi del CLN, vescovo di Trieste, autorità della Croce Rossa,
    autorità di Polizia, impiegati civili, traduttori, personale ausiliario e quant'altri) hanno
    concordemente dichiarato che a loro nulla risultava circa il racconto partigiano sulla Risiera.
    Nulla risultava nemmeno ad una spia slovena infiltrata nel Comando tedesco;
    j) omessa escussione dell'autista che giornalmente prima, durante e dopo la guerra con un
    camioncino ha continuato a rifornire di vettovaglie tutte le carceri di Trieste, Risiera compresa;
    k) omessa consulenza tecnica sulla possibilità (data pacificamente per scontata) di poter
    "convertire il preesistente forno di essiccazione del riso" in un "forno crematorio". Dopo la
    chiusura dell'attività della Risiera e la vendita delle attrezzature (certificata da atti notarili)
    prima dell'arrivo dei tedeschi erano rimasti in sede solamente i compressori d'aria appartenenti
    all'impianto di essiccazione (a conferma vi sono le mappe tavolari): pretendere di trasformare
    un compressore d'aria in un forno crematorio - come incautamente asserito dalla Corte -
    9
    sarebbe come pretendere di trasformare un motore a scoppio in una locomotiva a vapore. Se
    l'argomento non fosse tragico, susciterebbe ilarità;
    l) duplicazione del numero delle vittime nel capo di imputazione prima indicate genericamente
    senza identità e poi riconteggiate nominativamente;
    m) genericità ed indeterminatezza sul numero delle vittime appartenenti alla comunità ebraica per
    legittimare esorbitanti speculazioni politiche: Il centro di documentazione ebraica di Milano di
    concerto con le massime autorità in materia dichiarano sul punto che i morti ebrei nel territorio
    di Trieste sono stati ufficialmente otto (leggesi otto, non ottomila) per tutto il periodo bellico a
    fronte delle migliaia di vittime prodotte dai bombardamenti terroristici degli anglo-americani
    tra la popolazione civile. Nel solo bombardamento del 10 giugno 1944 le vittime a Trieste
    furono 350, frati compresi mentre celebravano i riti religiosi nella chiesa di via Rossetti e
    nessuno parla di sterminio. Anche quelle otto morti, tra l'altro, non hanno nulla a che vedere
    con le vicende della Risiera (esiste un'inchiesta dettagliata di psichiatria democratica che
    smentisce gli atti di causa);
    n) inserimento nel capo di imputazione di personaggi anonimi, senza nome e senza volto, della
    cui effettiva esistenza è lecito dubitare atteso che sono tuttora disponibili i registri degli
    internati nel carcere del Coroneo da dove venivano smistati in Risiera : talune guardie
    carcerarie che - con grande umanità (esistono lettere degli internati al riguardo) - hanno assolto
    questo ingrato servizio nel dopoguerra sono stati gettati nella foiba Plutone, ma nessun accenno
    di ciò si riscontra nella ricostruzione artefatta degli eventi;
    o) alterazione delle risultanze oggettive per renderle funzionali al racconto partigiano : molte
    vittime - che si dichiara esser state
    "eliminate" in Risiera - risultano deportate ovvero decedute
    altrove; in particolare la data effettiva del decesso di un internato è stata spostata di alcuni mesi
    per renderla compatibile con il racconto partigiano (ammesso e non concesso che vi fosse
    mancanza di dolo, rimane comunque agli atti l'esistenza di un falso mirato);
    p) elevazione al rango di vittima sacrificale "innocente" dello studente Pino Robusti, eroe della
    Risiera, catturato asseritamente mentre stazionava davanti al Comando germanico aspettando
    la fidanzata con un mazzolino di fiori in mano. Si tratta invece di un partigiano ansioso di
    saldare i conti con i tedeschi (esistono le sue lettere ovviamente censurate) condannato a morte
    mediate fucilazione per attività eversiva. I familiari superstiti e la cellula terroristica di cui
    faceva parte (furono sequestrate le armi) reclamano pubblicamente il riconoscimento del suo
    status di combattente. Ci associamo alla richiesta: onore a Pino Robusti combattente in armi -
    travolto da giovanile entusiasmo - fucilato a poche ore dalla fine della guerra e tradito dai suoi
    che preferiscono usarlo come vittima sacrificale "innocente". Anni dopo il processo il

    10
    Presidente della Corte ha dichiarato che Pino Robusti era stato suo compagno di scuola (se la
    circostanza fosse confermata il Presidente avrebbe dovuto astenersi dal giudizio per
    legittima
    suspicione
    : il giudice non solo non deve avere alcun interesse nella causa, ma tale deve anche
    apparire);
    q) omessa indagine nei luoghi si sepoltura delle vittime: sarebbe stato fin troppo logico aspettarsi
    che il magistrato inquirente facesse un'indagine conoscitiva nei registri del principale cimitero
    di Trieste che si trova a qualche centinaio di metri dalla Risiera. Ma - contro ogni logica
    previsione - nulla è stato fatto: si temeva, evidentemente, che le risultanze oggettive potessero
    in qualche modo smascherare la messa in scena, come in effetti sta avvenendo oggi con anni di
    ritardo;
    Sergio Serbo, comunque, ha finito i suoi giorni come avvocato di periferia in cause di
    modestissimo valore come era giusto che fosse, visti i precedenti. Sono comunque in corso
    accertamenti per conoscere le vere ragioni del suo allontanamento dal Palazzo (chi lo ha indotto a
    rassegnare le dimissioni avvenute in malo modo senza dargli nemmeno il tempo di recuperare gli
    effetti personali, sa a cosa ci si riferisce. Non sempre è consentito dire tutto).
    Circa la conduzione del processo valgano le seguenti considerazioni che legittimano i peggiori
    sospetti:
    r) pubblicazione di testimonianze concertate prima ancora che si formassero nel dibattimento in
    aula; sulla assoluta inattendibilità di queste testimonianze si è già detto, ma la Corte - per
    quanto è dato sapere - ha recepito acriticamente ogni pretesa senza disporre le necessarie
    verifiche;
    s) nomina di giudici popolari che nutrivano feroci motivi personali di vendetta in pregiudizio
    degli imputati (esiste la fotografia della banda partigiana in armi di cui faceva parte la famiglia
    di un giudice popolare il quale, dichiarando di non aver alcun interesse nella causa, ha giurato
    il falso). Fattispecie analoga investe quattro giudici su sei. Questa circostanza è di per sé
    sufficiente per poter dichiarare il processo viziato da nullità insanabile per difetto formale di
    legittimazione ad agire;
    t) nomina di consulenti storici della Corte tutti notoriamente militanti di partito e funzionali alla
    sola tesi dell'accusa;
    u) funzionalità della Corte alle esigenze di spettacolo: all'apertura del dibattimento avvenuto in un
    clima revanscista di raduno partigiano, i magistrati hanno fatto un'ora e mezza di anticamera in
    attesa che il regista comunista accendesse le luci della televisione e desse il via alla messa in
    scena;

    11
    v) assenza totale di una qualsiasi attività di difesa, pur a fronte della oltraggiosa e sistematica
    violazione di tutti i principi su cui si fonda la civiltà giuridica: gli avvocati d'ufficio avrebbero
    dovuto esser incriminati per infedele patrocinio;
    w) condanna e pubblica irrisione dei testi che avevano osato rendere testimonianza a favore degli
    imputati;
    x) tolleranza incomprensibile nei confronti dei testi mendaci (si è visto perfino un riconoscimento
    dettagliato risultato successivamente errato per un incidentale scambio di foto: nella fiction
    tutto fa gioco, il banco che mescola le carte rimane sempre quello);
    y) difetto di legittimazione di talune parti civili (
    vizio di ultrapetizione e quant'altro);
    z) omesso in sentenza qualsiasi riferimento al contesto ambientale in cui sono maturati gli eventi.
    A cavallo del confine orientale una pluralità di eserciti (
    cetnici, belogardisti, domobranci,

    ustascia, truppe tedesche
    , spie inglesi, infiltrati e sabotatori del Regno del Sud, Decima Mas,

    combattenti dei vari corpi della R.S.I
    , cosacchi, esercito jugoslavo e quant'altri) e bande
    partigiane senza legge in tutto decine di migliaia di combattenti si fronteggiavano con metodi
    spietati che hanno prodotto migliaia di uccisioni (
    foibe, stupri, sevizie e quant'altro), ma nulla
    di tutto ciò traspare dalla sentenza che ha steso un velo sulle tragiche vicende della Venezia
    Giulia. Tra le truppe italiane poste a difesa dei confini particolare menzione meritano i reparti
    della X Flottiglia MAS di Valerio Borghese (ad un giovane marò i partigiani cucirono la bocca
    perché non si lamentasse troppo durante le sevizie). Così, analogamente, molti militi del
    reggimento Bersaglieri finirono nel campo di internamento jugoslavo di Borovnica: le foto dei
    loro corpi martoriati - prese furtivamente nell'Ospedale di Udine nel dopoguerra - non sono
    diverse da quelle dei lager tedeschi con la differenza che i guardiani del faro resistenziale le
    hanno tenute nascoste per tutti questi anni). Tra i combattenti che si sono battuti con onore
    contro gli slavo-comunisti una menzione particolare deve esser riservata al Reggimento Alpini
    "Tagliamento" il cui tributo di sangue viene tuttora disconosciuto.
    La Corte, per converso, ha accreditato la falsa immagine di truppe combattenti la cui
    principale occupazione sarebbe stata quella di svolgere compiti di repressione di polizia a loro
    estranei. Secondo tale ricostruzione storica dei fatti - al di là dei mimetismi di comodo - i
    combattenti antiguerriglia avrebbero percorso ogni giorno centinaia di chilometri attraverso le
    asperità del Carso inseguendo e combattendo i partigiani - e lasciando sul terreno i propri morti
    - al solo scopo di trasferire dei prigionieri in Risiera ed ivi eliminarli a colpi di mazza.
    Uno dei comandanti della Risiera è sepolto del cimitero militare di Costermano perché caduto
    in combattimento contro i partigiani. Mistificando la realtà si è invece accreditata l'immagine
    di un esercito di carcerieri, sottacendo che si trattava, invece, di truppe combattenti che spesso

    12
    si sono sacrificate per salvare la vita agli italiani della Venezia Giulia. Nel settembre 1943, ad
    esempio, essi hanno catturato taluni dei 17 componenti della banda partigiana che aveva
    seviziato ed ucciso Norma Cossetto per la sola colpa di essere italiana.
    Solo in chiusura di sentenza il giudice Domenico Maltese fa un anonimo richiamo ad altre
    tragedie che avrebbero colpito queste terre, ma si è ben guardato dal nominare i responsabili
    delle foibe per non irritare la platea che lo ha sorretto ed applaudito.
    Nella attività di controguerriglia erano impegnati non meno di cinquantamila uomini
    appartenenti a tutte le armi e a tutte le specialità ed in ogni dove - mare, terra e cielo - perché
    si temeva una sbarco alleato sulle coste istriane. Migliaia di comandi. Migliaia di scontri, di
    agguati e di tragiche storie. Migliaia di crudeltà. Ed ogni giorno si dovevano registrare
    uccisioni, agguati, sabotaggi, infoibamenti, attentati tra la popolazione civile e quant'altro.
    Ogni giorno i combattenti trovavano qualche loro compagno assassinato tra atroci sevizie.
    Viene in mente il racconto di uno degli internati in Risiera - già appartenente all'esercito della
    R.S.I. scambiato per partigiano e deportato in Austria - il quale ricorda: l'asinello che ogni
    giorno portava la posta ai soldati italiani appostati sul monte Maggiore in Istria un giorno tornò
    alla base portando in groppa il milite che lo accompagnava segato longitudinalmente in due
    tronconi ed il cui cadavere era tenuto insieme con dei legacci. Poi, con trent'anni di ritardo,
    arrivano i
    moralisti delle foibe - eredi spirituali di quegli assassini - con la pretesa di insegnare
    la morale al mondo. La vera colpa addebitabile ai tedeschi fu quella di aver fatto prigionieri:
    se avessero applicato le regole partigiane, nel processo della Risiera non vi sarebbero stati
    sopravvissuti a raccontar favole in cerca di vendette.
    Comunque, a tutto concedere, otto morti ebrei - certificati dal Centro di documentazione
    ebraica di Milano - non fanno un
    campo di sterminio, checché ne pensi la Corte. Sul punto
    qualcosa a mezza voce viene detto nella sentenza, ma si offrono contestualmente mille altri
    pretesti per diffondere la menzogna affinché le nuove generazioni si alimentino di odio
    partigiano e diventino degne di appartenere a questa Repubblica.

    Conclusioni
    Il processo della Risiera, in una parola, è stato condotto in un clima di sovvertimento sistematico di
    tutti i principi su cui si fonda una civiltà giuridica. Il dettaglio è travolgente e non è questa la sede
    per una verifica di merito. Si deve comunque prendere atto che nel processo è stato introdotto il
    principio stalinista della responsabilità collettiva (
    colpirne uno per educarne cento). Nessun
    elemento oggettivo, infatti, collega le pretese responsabilità "personali" dell'imputato con il
    racconto partigiano. I primi ad esser consapevoli di questa verità sono stati gli stessi magistrati i

    13
    quali, dopo la condanna all'ergastolo del ten. Oberhauser, nulla hanno fatto per reclamarne
    l'estradizione. Nascondendosi dietro formalismi di comodo si pretenderebbe di far credere che il
    comandante di un campo di sterminio avrebbe continuato a lavorare indisturbato in una birreria di
    Monaco facendola franca, nonostante tutti sappiano che i servizi segreti dei paesi interessati non si
    sono mai fatti scrupoli di colpire i propri nemici ovunque si nascondessero (si ricorda sul punto
    che l'algerino Mohammad Boudia, responsabile dell' attentato compiuto a Trieste ai danni della
    Siot ed identificato proprio dal giudice Sergio Serbo, fu assassinato a Parigi con una bomba
    piazzata nella sua auto). Se Oberhauser fosse stato veramente colpevole avrebbe fatto la stessa
    fine con buona pace di tutti i finti moralisti. Oberhauser è stato funzionale alla sceneggiata, a lui di
    più non era richiesto e solo per questo motivo egli ha potuto morire in pace. Sarebbe comunque
    utile conoscere quale sia stato l'occulto baratto in esito al quale egli ha "
    confessato" ciò che oggi
    viene clamorosamente smentito.
    Il diritto romano prescrive che debba esser identificata la materialità del fatto addebitato
    all'imputato (
    cur, ubi, quomodo, quando) ed il diritto costituzionale sancisce che la responsabilità
    penale è "
    personale". Nulla di tutto ciò è dato conoscere: tutto il processo verte sul solo racconto
    partigiano apoditticamente accreditato ed al quale è stata riservata una corsia preferenziale
    nonostante esso fosse uno strumento evidente e perverso di vendetta politica. La stragrande
    maggioranza dei testi escussi non si sarebbe fatta alcuno scrupolo in tempo di guerra di infoibare
    gli imputati ed è proprio a questi testi palesemente inaffidabili che la Corte ha rimesso la
    credibilità della giustizia, limitandosi a svolgere un ruolo meramente notarile.
    In conclusione non si conosce l'identità della vittima o delle vittime che l'imputato avrebbe
    personalmente ucciso (il ten. Oberhauser era in servizio nella Scuola di guerra di Duino ed in
    Risiera ci andava solo a dormire); non si conosce il motivo dell'uccisione; non si conosce il modo
    in cui la vittima sarebbe stata uccisa, non si conosce la data della uccisione.
    L'unica verità che si conosce è che a guerra finita l'imputato ha accompagnato gli internati alla
    porta stringendo loro la mano e facendo gli auguri. Il tenente Oberhauser non è un colpevole, è
    semplicemente un vinto.
    Il processo della Risiera non è altro che la riproposizione in chiave farsesca e pretenziosa del
    processo di Norimberga.
    Ugo Fabbri
    3. Presentazione degli allegati

    14
    Gli elenchi non ufficiali pubblicati in calce alla presente contengono nominativi di vittime di guerra
    sepolte nel cimitero di S. Anna, campo XX, in feretri contenenti resti di ignoti.
    L'interesse per tale ritrovamento deriva dalla circostanza che molte di queste vittime a suo tempo
    erano state dichiarate "
    disperse, scomparse ovvero deportate" con gran pena per i familiari
    superstiti che tuttora ignorano il luogo di sepoltura.
    A fondamento della ricerca sono stati posti due documenti ritrovati entrambi negli Uffici
    cimiteriali del Comune di Trieste quando il servizio non era stato ancora privatizzato. Il primo
    documento - qui definito
    lista dei feretri - é costituito da un foglio di carta bianca di data ignota e
    senza firma in cui i nominativi delle vittime iscritte nel monumento, vengono comparati con le
    risultanze dei feretri effettivamente inventariati:
    tale comparazione ha messo in evidenza
    l'esistenza di feretri non iscritti nei registri di sepoltura e collocate in cripte di ignoti (N.N.)
    come supposto in calce della stessa lista.
    Tale comparazione, a tutta evidenza, è stata effettuata su
    base documentale da un addetto ai lavori perché le cripte sono murate e la consultazione dei registri
    è soggetta ad autorizzazione. La lista è di data compatibile con la vecchia macchina da scrivere con
    cui è stata compilata. Il dubbio che tale
    lista dei feretri non sia altro che la trascrizione dei
    nominativi già presenti nel monumento è fugato dalla circostanza che non c'è automatica
    corrispondenza tra le due liste: nel monumento, ad esempio, è iscritto tale M
    eriggioli (con la e

    errata) mentre nella
    lista dei feretri tale nome viene trascritto come Mariggioli (con una a esatta).Ed
    ancora: il nome di uno dei fucilati viene riportato nel monumento come Miancich Gioa
    chino (con
    una
    c) mentre nella lista dei feretri compare anche in alternativa il nome di Giocchino (con doppia

    c
    ). A questo punto sorge una domanda: l'Ufficio per le registrazioni cimiteriali come faceva a
    sapere che il nominativo esatto è quello con doppia
    c come certificato dall'archivio di Lubiana ?).
    Nel monumento, infine, i due Ukmar presenti sono elencati in ordine alfabetico errato, mentre nella
    lista funeraria l'ordine è invertito. Da tutto ciò si deduce che l'elenco compilato dal Comune non è
    una semplice trasposizione di nomi tratti dal monumento e, pertanto, l'origine della
    lista dei feretri

    deve esser stata fornita a suo tempo dai tedeschi a comprova che
    i feretri si trovano tuttora colà
    sepolti come lo stesso autore della lista afferma, sia pur in forma dubitativa.

    Il secondo documento - di minore importanza e sottoscritto dal Caposervizio Fiorentino - riporta gli
    stessi nominativi iscritti nel monumento (con esclusione dei 70 fucilati di Opicina) associati al
    relativo numero di feretro senza altri riferimenti. Il secondo documento è di data successiva al 1981
    ed esso consente di associare collettivamente gruppi di partigiani ai rispettivi feretri. Nei registri,
    inoltre, è stato rilevato qualche isolato richiamo nominativo riferito a cripte di ignoti (il feretro di
    uno degli impiccati di via Ghega, ad esempio, è stato identificato perché il fratello della vittima ha
    riconosciuto la presenza di una protesi).
    15
    La ragione che in origine ha determinato l'omessa trascrizione nei registri delle salme in entrata
    andrebbe ricercata nella dinamica storica degli eventi: dopo ogni esecuzione di gruppi di partigiani
    il Comando tedesco trasferiva i loro corpi nel cimitero di S. Anna accompagnate dal relativo elenco,
    senza fornire ulteriori elementi utili per associare le singole bare ai rispettivi nominativi. A fronte
    di ciò l'autorità italiana preposta a certificare l'entrata delle singole salme in cimitero non aveva
    altra alternativa che quella di conservare gli elenchi in archivio e registrare l'ingresso delle singole
    bare come appartenenti ad ignoti (né si può escludere che il Comando tedesco imponesse proprio
    tale procedura con l'intento di evitare che la sepoltura diventasse luogo simbolo di un martirio
    come in effetti è avvenuto).
    Con il secondo documento sono stati identificati, ad esempio, i feretri (registrati come N.N.) che
    contengono le spoglie dei partigiani impiccati il 23.04.1944 in via Ghega per rappresaglia in esito
    all'attentato compiuto ai danni della
    Deutsches soldatenheim (la Casa del soldato) dove persero la
    vita cinque soldati tedeschi. Incidentalmente si fa presente che tali feretri, numerati dal 1642/44 al
    1691/44, sono esattamente cinquanta (10 partigiani per ogni tedesco ucciso). In letteratura, peraltro,
    il numero di tali vittime è erroneamente aumentato di qualche unità. La circostanza non è di poco
    conto perché per il diritto internazionale sussiste crimine di guerra solamente quando in caso di
    rappresaglia l'autorità militare procedente oltrepassa il limite di proporzionalità prescritto dagli usi
    e dalle leggi di guerra (Priebke, infatti, è stato condannato sol perché alle Fosse Ardeatine l'autorità
    militare germanica, che si era affidata alla Questura di Roma, avrebbe oltrepassato tale limite).
    Per quanto attiene ai 70 partigiani fucilati a Opicina valgano le seguenti considerazioni:
    Nella biografia di monsignor Antonio Santin, vescovo di Trieste e Capodistria secondo la
    testimonianza raccolta da Guido Botteri si narra che il presule - avendo avuto notizia delle
    imminenti fucilazioni - accorse al poligono di Opicina, ma per difficoltà di reperire nei tempi utili
    un mezzo di trasporto all'alba, giunse sul posto quando la sentenza era stata ormai eseguita. Egli
    poté assistere solamente alla ricomposizione dei corpi nelle bare a cui impartì l'apostolica
    benedizione. Quest'ultimo particolare smentisce la versione ufficiale dei fatti fin qui accreditata: il
    luogo finale di destinazione di tali salme, infatti, è stato oggetto di controversia tra gli storici.
    Secondo la Corte d'Assise di Trieste, come già detto, le spoglie dei 70 partigiani fucilati sarebbero
    state trasferite con dei camion direttamente in Risiera per essere ivi cremate con una operazione
    assolutamente priva di significato anche in un'ottica di economia di guerra. Le truppe tedesche,
    infatti, a Trieste non hanno mai nascosto la loro severa determinazione nell'applicare le leggi di
    guerra: le sentenze di morte venivano pubblicate sul Piccolo e diffuse con manifesti; le fucilazioni
    avvenivano nel poligono di Opicina sotto gli occhi di tutti e gli impiccati venivano addirittura
    mostrati alle finestre a titolo di monito. Per quale ragione i tedeschi - il cui unico obiettivo era

    16
    quello di vincere la guerra - avrebbero dovuto improvvisamente agire in modo occulto senza alcuna
    ricaduta di utilità bellica ? Sul punto vi è chi, per vendetta privata, ha avuto interesse a dichiarare
    falsamente di aver visto i piedi delle vittime fuoriuscire dai tendoni di copertura dei camion prima
    che le stesse fossero avviate alla cremazione: se così fosse stato ci si dovrebbe chiedere che fine
    abbiano fatto le bare benedette da monsignor Santin. Nessuno, inoltre, è stato in grado di chiarire i
    motivi per i quali l'autorità germanica avrebbe dovuto sovvertire una procedura ripetitiva ormai
    tristemente consolidata (esistono, infatti, altri gruppi di feretri di ignoti a cui fanno capo altrettante
    fucilazioni). Il ritrovamento della lista nominativa dei fucilati di Opicina negli archivi del cimitero
    di S. Anna non avrebbe alcuna giustificazione nella dinamica degli eventi: per converso essa
    comprova che i resti delle vittime sono tuttora ivi custodite, atteso che nessuna prova attestante il
    contrario è mai stata fornita. La riesumazione dei resti ed una eventuale perizia optottica toglierebbe
    ogni dubbio: solo i falsari della storia avrebbero qualcosa da temere.
    Sul punto giova ricordare inoltre che i settanta partigiani prima di essere fucilati erano internati nel
    carcere del Coroneo (gestito da personale italiano) e che l'elenco delle vittime ritrovato risulta di
    "
    omonimia italianizzata" (Sridjan, ad es., è stato registrato come Sergio). La stragrande
    maggioranza dei fucilati, peraltro, era di origine slovena o croata. Se, dunque, come si afferma, tali
    partigiani fossero stati a disposizione dell'autorità tedesca sarebbe stato logico aspettarsi che gli
    elenchi fossero redatti con
    omonimie germanizzate e non con omonimia in italiano (così,
    analogamente, l'archivio di Stato di Lubiana ha
    slavizzato i nomi italiani : Domenico è diventato

    Nedeljko
    ).
    Il problema della alterazione dei nomi nelle vicende del confine orientale è generalizzato: spesso i
    nomi risultano storpiati nelle trascrizioni tra le varie lingue (italiano, sloveno, croato, tedesco)
    creando imbarazzanti equivoci. Ad esempio il nominativo di Giacaz Antonio e Iakaz Antonio
    indicano un'unica persona come risulta dai corrispondenti dati anagrafici, ma nella Lista Bubnic -
    recepita acriticamente dalla Corte d'Assise - sono diventate due persone. Così, analogamente
    Stocco Ivan - non meglio identificato, asseritamente soppresso in Risiera - in realtà è Stoich Ivan
    nato il 16.4. 1902 a Promontore (Pola) deceduto il 9.1.1945 ad Ohrdruf.
    Altre vittime di guerra che la Lista Bubnic afferma esser state cremate nella Risiera di San Sabba
    risultano invece tuttora sepolte nel cimitero di S. Anna in feretri di ignoti come si evidenzia negli
    elenchi di seguito trascritti.
    La Lista di Bubnic annovera tra le vittime della Risiera anche persone che invece sono state uccise
    dai partigiani slavi: Barut Servolo di Giuseppe n. il 25.5.1906 a Erpelle Cosina res. a S. Dorligo
    della Valle, fu arrestato dalle truppe titoiste il 23.6.1945 (
    la Risiera era stata ormai abbandonata)
    ed è stato verosimilmente gettato in una foiba per il solo fatto di essere un soldato del 13.mo Rgt

    17
    fanteria dell'esercito italiano (Albo d'oro). Stessa sorte toccò a Pahor Antonio, Mosetti (Mosettic)
    Mario e Franceskin Angelo, già internati in Risiera, il cui decesso è avvenuto per fatti di guerra in
    epoca successiva al ritiro delle truppe germaniche da Trieste (Albo d'oro). .
    Gli "errori" che si possono rilevare nella compilazione della lista sono spesso così macroscopici che
    danno la misura della scarsa attenzione prestata dalla Corte nel recepire agli atti tale
    documentazione artefatta. La Corte avrebbe dovuto quanto meno eliminare dalla Lista Bubnic i
    nomi replicati due volte, le vittime anonime prive di identità certa (sono decine), gli agenti nemici
    catturati in azione (spie con ricetrasmittenti, sabotatori, infiltrati e quant'altro), i terroristi che hanno
    fatto vittime tra la popolazione civile, i fucilati altrove (come Pahor Vida ed altri 17 partigiani
    della Bgr. Zol fucilati a Temenica del Carso e quant'altri le cui spoglie sono state traslate nel
    cimitero di S.Anna addirittura nel 1946). Così pure avrebbero dovuto esser cancellati dalla lista i
    capi partigiani responsabili di sevizie ed uccisioni. Una qualsiasi indagine, condotta seriamente,
    porterebbe sempre alla scoperta o di un falso o di una vittima niente affatto innocente.
    Il racconto partigiano ha confezionato un'esca avvelenata che è stata presa per buona con grave
    offesa per la città di Trieste: nell'immediato dopoguerra gli alleati trascinavano nel lager gli abitanti
    dei paesi limitrofi per far pesare su di essi una pretesa connivenza. Per converso i cittadini di Trieste
    non hanno nulla da rimproverarsi: al massimo possono presentare il conto ai falsari della storia.
    Molti sono i casi di possibile omonimia e pertanto - vista la delicatezza dell'argomento (che
    potrebbe implicare diritti ereditari, titolarità di benefici ai superstiti e quant'altro) - i nominativi
    sono stati integrati, ove possibile, con informazioni tratte da altre fonti. L'elenco in ogni caso deve
    essere assunto con la massima prudenza per effettuare ulteriori riscontri ove necessario. Si specifica
    che il monumento ai partigiani ove sono ubicate le cripte sotterranee - essendo stato dichiarato
    monumento
    perenne - non è soggetto allo svuotamento decennale per il trasferimento dei resti
    nell'ossario comune e, pertanto, i resti giacciono immutati dal periodo bellico per ogni eventuale
    verifica.
    L' elenco effettivo dei feretri custoditi nel cimitero di S. Anna ha fatto emergere le eccedenze qui
    riportate. Con una operazione analoga si potrebbe estendere l'indagine alle vittime dei
    bombardamenti dove la lista delle vittime ignote è di gran lunga eccedente rispetto ai decessi
    registrati nei reparti ospedalieri come si è potuto constatare. Ed è anche probabile che in qualche
    feretro di ignoto emergano le spoglie di Pino Robusti, lo sfortunato combattente il cui malriposto
    entusiasmo resistenziale è stato così vilmente ripagato: nonostante il Comando tedesco abbia
    affermato che egli era stato deportato a Bayereuth o Dresda (Albo d'oro) è molto probabile che
    l'imminenza della fine della guerra non consentisse alcuna deportazione. Pino Robusti, inoltre, nella

    18
    sua ultima lettera alla fidanzata mostra di sapere di essere stato condannato a morte mediante
    fucilazione (
    forse già domani una scarica...).
    In ogni caso in questa sede gli elenchi custoditi negli Uffici cimiteriali del Comune di Trieste sono
    stati comparati con l'Albo d'oro delle vittime pubblicato a cura dell'Unione degli Istriani; con gli
    elenchi forniti dall'archivio di Stato di Lubiana; con la Lista Bubnic (L.B.) allegata agli atti del
    processo delle Risiera di San Sabba; con i registri conservati nel carcere del Coroneo; con gli
    elenchi pubblicati dai vari istituti partigiani di storia (I.R.S.M.L. e quant'altri); con le iscrizioni
    apposte in monumenti funebri nei cimiteri del circondario, nelle lapidi che indicano i campi di
    battaglia e con le sentenze del Tribunale germanico pubblicate sul Piccolo e, all'occorrenza, con
    riferimenti tratti dalla pubblicistica di guerra. Il lavoro - pur non essendo stato condotto con il
    necessario rigore per mancanza di adeguati strumenti d'indagine - può comunque fornire un'utile
    indicazione di partenza per successivi approfondimenti anche ai fini storici.
    4. Allegato 1

    Elenco delle vittime di guerra dichiarate
    disperse, scomparse ovvero cremate nella
    Risiera di San Sabba ritrovate nel campo XX del cimitero di S. Anna in feretri di
    ignori (
    registrati come N.N.) nell'area del monumento dedicato ai partigiani.
    (
    sono segnalati anche casi particolari meritevoli di interesse)

    Per quanto è dato sapere l'elenco che segue é ignoto in letteratura.
    *
    I nominativi contrassegnato con l'asterisco indicano le vittime che la Lista Bubnic asserisce
    esser state eliminate o cremate in Risiera.

    *
    BAJC JOSEF, n. il 29.01.04 a Pokraj il suo nominativo non risulta iscritto nel monumento e
    neanche nell'
    elenco dei feretri. Egli, tuttavia, fa parte del gruppo di 19 partigiani
    fucilati per attività terroristica citati nel comunicato del Comando germanico
    pubblicato da Il Piccolo del 21.9.44. Molte di queste vittime risultano sepolte nel
    cimitero di S. Anna tra gli ignoti. Coloro che mancano all'appello - come
    appunto Bajc Josef, Sirca Alois e Jurchich Lodovico - sono stati fucilati e
    seppelliti altrove. Si ricorda, ad esempio, che Randich Emilio e Prospero
    Giuseppe, anch'essi inclusi nella lista dei 19, sono stati fucilati a Fiume per
    rappresaglia in esito all'attentato al ristorante Ornitorinco (Albo d'oro) e,
    pertanto, si presume che essi siano colà seppelliti. La Risiera non c'entra per
    niente. Albin Bubnic ha incluso Bajc Josef tra le vittime adducendo che non si
    conoscono i dati di riferimento per impedire verifiche di merito e speculando sul
    disinteresse della Corte ad approfondire l'argomento. Il comunicato germanico,
    però, a tutta evidenza dimostra che l'inclusione di Bajc Josef tra le vittime

    "
    innocenti" è priva di fondamento.
    NOTA : il Comando tedesco comunica che le fucilazioni sarebbero avvenute il
    18.9.1944. I primi sei nominativi
    (Poropat Ivan, Oblak Leopoldo, Strukelj Franz,
    Svogel Giuseppe, Forza Giuseppe, Dendich Giuseppe v. nel prosieguo)
    risultavano
    però già inclusi nell'elenco dei 70 fucilati di Opicina in data 3.4.1944: si deve
    pertanto dedurre che la fucilazione di questi 6 condannati sia stata posticipata

    19
    per consentir loro di proporre domanda di grazia
    . Anche in questo caso Albin
    Bubnic ha cercato di fuorviare la Corte includendo tra le vittime innocenti
    Forza-Zorga Giuseppe e Svogel-Zvokel Giuseppe
    (v. nel prosieguo) già
    condannati dal Tribunale tedesco per attività terroristica;
    BANDI ANGELA, ab. a Prebenico S. Dorligo, fucilata e riposta nel feretro n. 3382/44 N.N.
    non iscritta nei registri di sepoltura
    ;

    BANDI MIRA, appartenente al Btg. Zol
    , sepolta nel feretro n. 3384/44 N.N. non iscritta nei
    registri di sepoltura. Tutti i componenti del battaglione sgominato in
    combattimento o fucilati sul posto sono sepolti nel cimitero di S. Anna. Alcuni di
    questi partigiani risultano iscritti nella Lista Bubnic senza aver alcun titolo;
    BATTAGLIA ALDO di Pietro, n. 31.3.1922 a Trieste, deceduto 2 o 6.10.1943 (dall'Albo
    d'oro), sepolto nel campo XX feretro N.N. ; non iscritto nei registri di sepoltura;

    Bitti Giuseppe, appartenente al XVI Btg. Costiero di Fortezza, 2 Cp. 4° plot.; disarmato dai tedeschi
    A S. Caterina (Fiume) e rinchiuso a S. Sabba, liberato, cadeva ai primi di maggio
    1945 sulla strada di Fiume, presso la trattoria Dodich, combattendo contro i tedeschi
    (Albo d'Oro); sepolto nel feretro n. 2860/45;
    BLASINA Giusto, è uno dei partigiani impiccati di via Ghega; registrato come N.N. nel feretro n.
    1649/44 (la nota risulta a margine dal registro delle sepolture);
    CANTE ROMEO iscritto nel monumento come KANTE Romeo, riposto nel feretro n. 2121/46
    N.N. non iscritto nei registri di sepoltura,
    CECCARINI ALBINO (Alfredo)
    , n. 9.02.26 a Trieste, partigiano; deceduto il 3.10.1943
    (Albo d'oro); sepolto nel campo XX feretro N.N. non iscritto nei registri di
    sepoltura;

    *
    CENEDESE ANGELO o Antonio n. 16.5.1925 a Fossalta di Portogruaro. Il suo nominativo
    è iscritto nella Lista Bubnic, ma non compare negli
    elenchi funerari. Egli,
    tuttavia fa parte di un gruppo di 19 fucilati (Piccolo del 21.9.44): poiché molte
    vittime dello stesso gruppo risultano sepolte nel cimitero di S. Anna si deve
    presumere che egli verosimilmente abbia seguito la stessa sorte;

    Cescon Ermanno di Domenico, n. 17.03.1925 a Teor (UD), appartenente al CVL di Trieste; caduto a
    Termenica del Carso il 17.03.1944, assieme ad altri 17 partigiani della formazione
    "G. Zol" (Albo d'oro); sepolto nella cripta n. 2123/46 ;
    *
    COCON GIOVANNI, trattasi verosimilmente di Cocon Giovanni, n. a Fiume il 13.02.1910,
    già abitante a Trieste con il fratello Leo in via S. Daniele, 3 ; asseritamente
    soppresso l'1.9.1944 nella Risiera di San Sabba matricola 13805 (Albo d'oro e
    Lista Bubnic). Nel Libro di Roberto Spazzali
    "l'Italia chiamò" viene descritta la
    cellula partigiana di cui egli faceva parte. L'Aned
    (l'associazione che raccoglie
    gli ex deportati)
    lo dà per deceduto il 21.06.1944; sepolto nel campo XX feretro
    N.N. non iscritto nei registri di sepoltura ; è iscritto nel monumento;

    *
    COLARICH-KOLARIC Natale, n. a S. Barbara Muggia il 24.12.1908, già abitante a S.
    Barbara, 382 cg. Stefania Facchini, ab. in via Soncini 42. Comm. politico.
    comandante Gap. Talune fonti lo danno erroneamente deceduto a Mathausen. Il
    suo nominativo è iscritto nella Lista Bubnic, ma non compare nell'
    elenco dei
    feretri.
    Egli, tuttavia fa parte di un gruppo di 19 fucilati (Piccolo del 21.9.44):

    20
    poiché molte vittime dello stesso gruppo risultano sepolte nel cimitero di S. Anna
    si deve presumere che egli verosimilmente abbia seguito la stessa sorte;
    Coslovich Lorenzo potrebbe essere Coslovich Lorenzo, n. a Popetra (Maresego); rifugiatosi a
    Trieste alla fine della guerra; prelevato e deportato da elementi slavi; scomparso
    (Albo d'oro); sepolto nel feretro n. 3806/45;
    CUNJA OLIVO, sepolto nel campo XX cripta N.N. Iscritto nel monumento;non iscritto nei
    registri di sepoltura;
    *
    DEGRASSI ANGELO, trattasi verosimilmente di Degrassi Angelo, n. 18.9.1920, già
    abitante in via Donadoni, 8 con la madre Anna, nata a Velenick, deceduto in
    Risiera ovvero nelle carceri del Coroneo il 23.3.1945 (L. B.). Feretro n. 1071/45
    N.N. non iscritto nei registri di sepoltura ; iscritto nel monumento;

    Dekleva Cirillo, n. a Maribor il 4.3.1923 di Stanislao e di Vera Kalister, partigiano, deceduto in
    combattimento a S. Giacomo in Colle (Stjak) il 2.7.44. Il padre - Dekleva Stanislao -
    è stato fucilato a Opicina il 3.4.1944 (archivio Lubiana) mentre la madre Kasilister
    in Dekleva Vera, n. il 4.7.1896 - militante O.F. (organizzazione terroristica slovena)
    - già abitante con il figlio Igor in via Valdirivo 8 - sarebbe stata soppressa il
    21.06.44 in Risiera (Albo d'oro e L.B.). Il figlio Igor, appartenente ai GAP, fu
    processato ed infine amnistiato per omicidio di un sottufficiale di Polizia ed il
    ferimento di due agenti. Igor con documenti falsi aveva assunto l'identità di Kovacic
    Giovanni (un Covacic Giovanni risulta tra i 70 fucilati di Opicina). In famiglia erano
    tutti partigiani in armi: ciononostante i superstiti sono stati ammessi a costituirsi
    Parte Civile in virtù della lista fasulla delle vittime innocenti. La Corte sul punto si è
    dimostrata condiscendente oltre ogni limite. iscritto nel monumento. Feretro n.
    2118/46;
    DELLA SANTA TEODORO, a. 24, da Albaro Vescovà (Muggia); deceduto tra il 2/3-10-1943
    nelle operazioni tedesche di occupazione dell'Istria (Albo d'oro) ; Sepolto nel
    campo XX feretro N.N. Iscritto nel monumento. Non iscritto nei registri di
    sepoltura ;
    DORINI UMBERTO trattasi verosimilmente di Dorin Umberto, n. 18.09.1919 a Trieste,
    soldato 344^ Cp. Presidio alpini; disperso il 3.3.1944. Iscritto nel monumento.
    Sepolto nel campo XX feretro N.N. non iscritto nei registri di sepoltura ;
    DUSAN - BARIS (Boris) forse Mihalich . Sepolto nel campo XX feretro N.N. non iscritto nei
    registri di sepoltura ;
    FINOTTO GUERRINO, trattasi verosimilmente di Finotto Guerrino, n. 22.11.1917 a Trieste,
    partigiano, deceduto il 30.11.1944 iscritto nel monumento; Sepolto nel campo
    XX feretro N.N.; non iscritto nei registri di sepoltura ;
    GERMEH Maria res. via Biancospino 11, Opicina inumata nel feretro n. 3379/44 registrata come
    N.N. (iscritta nel monumento a Kraina Vas);
    GRABO-MARZARI ANTONIA, iscritta nel monumento. Riposta nel feretro n. 1628/45 non
    iscritta nei registri di sepoltura,;
    GRAHONIA Slava Maria n. 1865, iscritta nel monumento di Comeno e nel monumento ai
    partigiani di S. Anna; feretro 3385/44 N.N.;
    21
    *
    JURMAN FRANCESCO, n. a Pola il 19.6.1919 (la lista slovena gli attribuisce erroneamente
    44 anni). Il suo nome é iscritto nel monumento e nella Lista Bubnic. Il suo
    feretro si trova nella cripta degli impiccati di via Ghega dal n. 1642/44 al n.
    1691/44;
    KARIS ENRICO, trattasi verosimilmente di Caris Enrico, residente a Muggia, caduto il
    17.3.1944 a Termenica del Carso, assieme ad altri 17 partigiani del Btg. Zol.
    (Albo d'oro). Iscritto nel monumento. Sepolto nel campo XX cripta N.N. non
    iscritto nei registri di sepoltura ;

    *
    KOBAL CARLO, trattasi verosimilmente di Cobalti o Kobal Carlo n. a S. Daniele del
    Carso il 23.08.1900, già ab. a Trieste via Ginnastica, 28. Familiari la moglie
    Maria via commerciale, 32 - soppresso il 10.06.1944 in Risiera (L.B.) iscritto nel
    monumento. Sepolto nel campo XX feretro N.N. non iscritto nei registri di
    sepoltura ;
    KOCJANCIC ELVIRA iscritta nel monumento. Trattasi probabilmente di Kocijancic Vida
    in Pahor, partigiana della Btg. "G. Zol", caduta il 13.03.1944 a Temenica del
    Carso, Mune (Albo d'oro); nel monumento compare anche come Pahor Vida.
    Sepolta nel campo XX feretro n. 3383/44; non iscritta nei registri di sepoltura ;
    KOVACIC MARIO, trattasi verosimilmente di Kovacich Mario fu Enrico, n. a Comeno nel
    1923, falegname, fucilato dai tedeschi il 22.8.44 (monumento a Comeno).
    Sepolto nel campo XX feretro n. 3290/44 N.N.; Iscritto nel monumento. non
    iscritto nei registri di sepoltura; (le due cripte adiacenti contengono partigiani
    ignoti fucilati nelle stesse circostanze);
    MARCHETTI ITALO ab. str. di Fiume, 89, la madre Anna, componente della banda
    Velenik, sepolto nel campo XX feretro n. 1073/45; iscritto nel monumento. Non
    iscritto nei registri di sepoltura ;

    *
    MILLEVOJ BRUNO, n. a Pisino il 14.4.1924. il suo nominativo è iscritto nella Lista
    Bubnic, ma non compare nella
    lista dei feretri. Egli, tuttavia fa parte di un
    gruppo di 19 fucilati (Piccolo del 21.9.44): poiché molte vittime dello stesso
    gruppo risultano portati nel cimitero di S. Anna si deve presumere che egli
    verosimilmente abbia seguito la stessa sorte;

    *
    MINIUSSI ALDO n. a Trieste il 15.6.1924, ab. via Chiadino, 25 ; familiare sorella Angela;
    asseritamente soppresso il 23.2.45 in Risiera (L.B.). Già detenuto per reati
    comuni (componente della banda di "
    grassatori" - tale definita dal Piccolo -
    capitanata da Velenik Bruno ); sepolto nel campo XX feretro n. 1072/45; non
    iscritto nei registri di sepoltura ;

    N.N. arrivato 6/9/44 da Poggioreale (poligono di Opicina) da Comando tedesco; cripta n. 3454/44;
    PAROVEL ANNA sepolta nel campo XX feretro n. 3386/44 N.N., non iscritta nei registri di
    sepoltura ;
    Pecchiari Giovanni, trattasi verosimilmente di Pecchiari Giovanni di Giovanni, n. 6.8.1920 a
    Trieste, partigiano, deceduto il 25.11.1944 sul fronte jugoslavo; ovvero di Pecchiari
    Giovanni Paolo n. 26.04.1924 a Muggia, partigiano, deceduto il 25.11.1944 (Albo
    d'oro) feretro n. 5297/45;
    22
    *
    PEHAR KAROL, n. a villa d'Icici (Abbazia) il 16.3.1923 il suo nominativo è iscritto nella
    Lista Bubnic, ma non compare nella lista dei feretri. Egli, tuttavia fa parte di
    un gruppo di 19 fucilati (Piccolo del 21.9.44) registrato come Pecha Karl: poiché
    molte vittime dello stesso gruppo risultano sepolti nel cimitero di S. Anna si deve
    presumere che egli verosimilmente abbia seguito la stessa sorte;

    Perossa o Perosa Antonio, trattasi verosimilmente di Perossa Antonio di Momiano, guardiacaccia,
    deportato nel febbraio 1945 scappò, ripreso fu fucilato (Albo d'oro) feretro n.
    320/46;
    Pescatori-Ribaric Francesco, deceduto nel 1944, (si presume che un trasferimento da altra località)
    feretro n. 1109/47
    *
    PESCATORI VLADIMIRO di Antonio n. il 21 o 28.2.1914 a Vodizze (Vodice di
    Castelnuovo), già abitante a Trieste in via Giulia, 66, secondo la Lista Bubnic
    soppresso l'1.9.45 nella Risiera (
    ma a quell'epoca i tedeschi avevano abbandonato
    Trieste da mesi
    ); cg. Vida Podnamos partigiana. Sarebbe deceduto a Mune nel
    gennaio 1944 e successivamente traslato. Feretro n. 796/46;

    *
    PIZZIGA ANGELO, n. a Trieste il 23.3.1923, già detenuto per reati comuni (componente
    della banda di Velenik Bruno); sepolto nella cripta n. 1074/44 asseritamente
    eliminato in Risiera il 22.1.1945 (L.B.); non iscritto nei registri di sepoltura;
    Rados Giorgio (iscritto nel monumento e null'altro) 1946 (?);
    RAVALICO FRANCESCO feretro N.N. 1945 non iscritto nei registri di sepoltura;
    Razman Raimondo (iscritto nel monumento e null'altro) 1945 (?) forse Razman Raimondo di
    Giuseppe n. 22.3.1913 a Trieste; S.Capo cann.; scomparso il 9.9.1943 a Corfù
    (Albo d'oro);

    *
    ROZE O ROSE ALBINO n. a Duttogliano il 16.10.1909 il suo nominativo è iscritto nella
    Lista Bubnic, ma non compare negli elenchi funerari. Egli, tuttavia fa parte di
    un gruppo di 19 fucilati (Piccolo del 21.9.44): poiché molte vittime dello stesso
    gruppo risultano sepolte nel cimitero di S. Anna si deve presumere che egli
    verosimilmente abbia seguito la stessa sorte;

    *
    ROSIC DOMENICO, n. a Tolmino il 10.08.1908 il suo nominativo è iscritto nella Lista
    Bubnic, ma non compare negli elenchi funerari. Egli, tuttavia fa parte di un
    gruppo di 19 fucilati (Piccolo del 21.9.44): poiché molte vittime dello stesso
    gruppo risultano sepolte nel cimitero di S. Anna si deve presumere che egli
    verosimilmente abbia seguito la stessa sorte;
    SEGULIN SERGIO, feretro N.N. 1945 non iscritto nei registri di sepoltura;
    SENSIC ANTON, feretro N.N. 1945 non iscritto nei registri di sepoltura;

    *
    SIMCIC RADOSLAO, n. a Dobrovo l'11.11.1920, già ab. a Trieste. il suo nominativo è
    iscritto nella Lista Bubnic, ma non compare nell'
    elenco dei feretri. Egli, tuttavia
    fa parte di un gruppo di 19 fucilati (Piccolo del 21.9.44): poiché molte vittime
    dello stesso gruppo risultano sepolte nel cimitero di S. Anna tra gli ignoti si deve
    presumere che egli verosimilmente abbia seguito la stessa sorte e sia ;

    23
    SKROKON FELICE, feretro N.N. non iscritto nei registri di sepoltura;
    SLAK EDOARDO, feretro N.N. 1943 non iscritto nei registri di sepoltura;
    STOLFA LUIGI di Giuseppe n. 13.5.1923 Staranzano, fucilato il 18.8.44 per rappresaglia
    (Albo d'oro), Non iscritto nei registri di sepoltura;
    *
    Vellenik o Velenik Bruno n. l'8.9.19 a Trieste, soldato 54° Rgt. Art. Div.; ab. via Donadoni, 8
    deceduto il 29.12.1944 (Albo d'oro). Secondo la Lista Bubnic sarebbe stato
    soppresso in Risiera. Si tratterebbe del capo della omonima banda fucilato nelle
    carceri di v. Nizza; feretro n. 5062/44;
    VERK ZRINKO, feretro N.N. 1943 non iscritto nei registri di sepoltura;
    Vittorino Armando (iscritto nel monumento e null'altro);

    *
    ZERIAL BRUNO, si tratterebbe di Zerial Bruno n. a Bagnoli (San Dorligo della Valle) il
    27.2.1906, asseritamente soppresso il 16.7.1944 in Risiera (L.B.). il suo
    nominativo è iscritto nella Lista Bubnic, ma non compare negli elenco dei feretri.
    Egli, tuttavia fa parte di un gruppo di 19 fucilati (Piccolo del 21.9.44): poiché
    molte vittime dello stesso gruppo risultano sepolte nel cimitero di S. Anna si deve
    presumere che egli verosimilmente abbia seguito la stessa sorte;

    5. Allegato 2
    Settanta partigiani fucilati nel poligono di Opicina il 3.IV.1944 seppelliti nel
    cimitero di S. Anna in feretri intestati a vittime ignote
    lISTA DEI FERETRI TESTO SLOVENO
    BANNI VITTORIO BANNI VIKTOR
    BERNI FRANCESCO BERNI FRANC
    BLAZINA RODOLFO
    (lapide) BLAZINA RUDOLF
    BOSIC ANTONIO BOSIC ANTON
    BOTIC JGOR BOTTIC JGOR
    BRAJDIC LUIGI BRADICIC ALOJZ
    BRANDOLIN ERMES
    6.5.27
    Lapide all'esterno del poligono Opicina

    BRANDOLIN ERMES
    BREZZA GIUSEPPE BREZZA JOZEF
    CAJLIC MATTEO CAILIC MATIJA
    CARONI GIULIO KARONI JULIC
    CINCELLA FRANCESCO CHINCHELLA FRANC
    24
    COSTENZE VINCENZO CESTENCE VINCENC
    COVACIC GIOVANNI COVACIC IVAN
    CREGLIA GIOVANNI CREGLIA IVAN
    CREVATIN GIUSEPPE CREVATIN JOSIP
    DEKLEVA STANISLAO DEKLEVA STANISLAV
    DEKLIC GIUSEPPE DECLIC JOZEF
    DELLA VALLE PIETRO DELLA VALLE PETER
    DEUDIC GIUSEPPE
    DENDICH GIUSEPPE
    n.28.1.25
    Bertossi da Il Piccolo 21.9.44

    DEUDIC JOSIP
    anni 19
    Pazia
    DI NARDI MARIO DI NARDI MARIJO
    DINICOLO DOMENICO DINIKOLO NEDELJKO
    DIVITO NICOLA DVITO NIKOLAJ
    DUCA GIOVANNI DUCA IVAN
    FIORENTINI ANTONIO FIORENTINI ANTON
    FIORETTO EMILIO FIORETTO IVAN
    FRANCESCOVIC AUGUSTO FRANCISKOVIC AUGUST
    FRANZA ANTONIO FRANZA ANTON
    GALOVIC SERGIO GALOVIC SRDJAN
    GHERLAN GIOVANNI CHERLAC NATALE
    GHERLANC NATALE CHERLAC IVAN
    GRENKO MILAN GRANKO MILAN
    JURETIC LUIGI JURETIC ALOJS
    JURZAN SIMONE JURZAN SIMON
    KJUDER VITTORIO CHIUDERI VIKTOR
    KOLJEVINA MARCO KOLJEVINA MARKO
    MAGLICH DUSAN MAGLIC DUSAN
    MARESTON EDOARDO MARESTON EDVARD
    MATULIC CRISTOFORO MATULIC KRISTOFOR
    MARIGGIOLI ANTONIO MERRIGGIOLI ANTON
    MIANCICH GIOA(C)CHINO MIANCIC GIOACCHINO
    MIANIC MARCO MIANIC MARKO
    MORGAN PAOLO MORGAN PAOLO
    25
    OBLAK LEOPOLDO
    OBLAK LEOPOLD
    n. 20.11.87
    Villa del Nevoso dal Piccolo 21.9.44

    OBLAK LEOPOLD
    anni 57 I.Bistrica
    OSCARI GIOVANNI OSCARI IVAN
    PECCHIAR SANTO PECCHIAR SANTO
    PERNA VINCENZO PERNA VINCENC
    POLIOCAN RAFFAELE POLIOCAN RAFAEL
    POROPAT GIOVANNI
    POROPAT IVAN
    n. 8.3.21 Da(n)ne
    dal Piccolo 21.9.44 e lapide Opicina

    POROPAT IVAN
    anni 23
    n. a Danne

    RADIVOJ GIOVANNI RADOVOJ IVAN
    RUSNJAK GIOVANNI RUSNJAK IVAN
    SARGA VINCENZO SARGA VINCENC
    SEGALA MATTEO SEGALA MATIJA
    SIMONOF VINCENZO SIMONOF VINCENC
    SKERJANC AUGUSTO
    16.8.15
    SKERJANC AUGUSTIN (Opicina

    SCHERIAS AUGUST
    e Monumento a Basovizza)
    SOROCCO STANISLAO SOROCCO STANKO
    SOTTER DAVIDE SOTAR DAVID
    STANIC GIOVANNI STACIN IVAN
    STRUKELJ FRANCESCO
    STRUKELJ FRANZ
    n. 2.3.1920
    a Laibach dal Piccolo 21.9.44

    STRUKELJ FRANC
    anni 24 da Zaverch
    TENCI CARLO TENCI KAREL
    THOMAS VINCENZO THOMAS VINKO
    TONCIC ANTONIO TONCIC ANTON
    TUFTAN GIUSEPPE TUFTAN JOZEF
    UKMAR GIOVANNI UMARI IVAN
    UKMAR MARIA UMER MARIJA
    VANDAL MILAN VANDAL MILAN
    VITI ANTONIO
    3.IV.17
    CVITIC ANTON (lapide a Opicina)

    VITI ANTON
    ZAGAR MATTEO ZAGAR MARIJA (??)
    26
    ZORGA GIUSEPPE
    Pinguente

    FORZA GIUSEPPE
    n.11.8.95
    Civitec (da Il Piccolo 21.9.44)

    ZORZA JOZEF
    anni 49
    nato a Cirites

    ZUPPET BRUNO ZUPPTZ BRUNO
    ZVOKELJ GIUSEPPE
    SVOKELJ GIUSEPPE
    n. 16.12.21 a
    Wippach (da Il Piccolo 21.9.44)

    ZVOKELJ JOZEF
    anni 23
    n. Slappe Zorzi
    6. Allegato 3

    Vittime di guerra tumulate nel campo XX in feretri numerati e registrati
    Nomi iscritti nel monumento
    Aloisio Paolo; Angelini Emilio; Antonucci Francesco, Armando Vittorino; Asini Simeona o Asmi;
    Azzaro Francesco; Balauz o Balanz Stanko; Balbi Giuseppe (Btg. Zol); Barut Oscar, fucilato a
    Opicina 28.04.45 cripta n. 2307/45; Bello Mario; Belloro Adolfo; Bertuzzi Luigi; Bevilacqua
    Giuliana; Bonito Gastone; Bordon Antonio; Brancale Vincenzo; Brazzatti o Brazzati Armando;
    Brunner Mario; Bua Antonio; Bursanovic Dusan; Cante (Kante) Romeo; Caucci o Caucich Bruno;
    Cebroni Sergio, partigiano dei G.A.P., impiccato dai tedeschi a Trieste in via D'Azeglio per
    rappresaglia il 28.3.1945 (Albo d'Oro) sepolto nella cripta n. 1904/45; Cebulec o Cebulez Aldo;
    Ceccarini Vinicio; Cech Giovanni; Cencic Anton il nome non figura sul monumento; Cergoli o
    Cergolj Mario; Cermeli o Cermelj Sergio; Cerovac Giovanni; Chersovani Maria; Colagrande
    Silvestro; Corivin o Coriciv Beniamino; Cosoli Bruno; Cossutta Mario; Crevatin Giusto; Crevatin
    Silvano; Cristalli Emilio; Degrassi Evelina; Deschman o Deschmann Carmela.; Dose Silvio di
    Tommaso, n.5.4.1920 a Teor (UD) partigiano, appartenente CVL di Trieste caduto il 17.3.1944
    assieme ad altri 17 componenti del Btg. Zol (Albo d'oro) sepolto nella cripta n. 2117/46; Drusina
    o Druzina Francesco; Duse Fausto; Englaro Silvano; Ercolano o Ercolani Leonardo; Finocchio
    Rina; Flego Francesco; Fonda Giuseppe; Francia Oreste; Giorgi o Giurgevich Giuseppe; Jajtuc o
    Iajtuc ; Iebacich o Jeracic Cic,; Icjcic o Jejcic Paola; Iustin o Justin Raimondo; Jamnik Egidio, n.
    1924, residente a Trieste, partigiano, caduto in combattimento in Jugoslavia (Albo d'Oro), sepolto
    nella cripta n. 79346; Jarnik Giulio (Btg. Zol), Jenko Ettore di Ettore, n. 9.9.1919 a Trieste, cap.
    magg. 3° Rgt Art. Div. caduto il 29.3.1945 sul fronte jugoslavo, appartenente al CVL di Trieste.
    Sepolto nella cripta n. 1107/47; Kalin Giuseppe; Kermec o Kermaz Angelo; Komar Carlo;
    27
    Lacchini Attilio, Guardia Civica, risulta scomparso. Sepolto nella cripta n. 2128/45; Landi Mario;
    Lipicar Isidor (Isidoro); Lisiak o Lisjak Dusan; Mahne Cvetko; Mahne Vittorio; Mamilovic
    (Mamilovich) Antonio; Marchesi Matteo; Marcial Orlando; Marcovich Giovanni; Maricic Branko;
    Marinelli Donato; Marzari Antonia v. Grabo; Mezgec Radislao o Mezgel Ladislao; Mihalich Dusan
    alias Boris (Baris); Miklavez Michelazzi Renato; Milocco Ligerio; Mlinar Josip; Musan Stanko;
    Orel Vittorio (151/62); Padovani o Padovan Albino (Btg. Zol); Pascoli Ubaldo; Paulo cripta n.
    1773/45; Pertan Giorgio; Petelin Silvano; Petrevcic Ivan; Pischianz o Piscanz Mario; Pizzamei
    Giuseppe; Pockaj Giuseppe; Podgornik Stanko; Polacco Santo; Pulgher Giovanni; Rauber o Raubar
    Carlo; Ravasi Giordano; Re o Re-Kralic Mario; Ricci Rino; Rinaldi Rinaldo; Roccia Luigi;
    Sabadin Glauco; Salotto Antonio; Sara o Sarra Luigi; Sorina Amalia; Specogna Enrico; Sponza
    Giorgio; Stefanin Enrichetta (Btg. Zol); Stipanich o Stifanich Guido; Stocchi Livio, appartenente ai
    GAP, attentatore di via D'Azeglio deceduto il 28.3.45 cripta 1905/45; Stolfich Livio; Stolfich
    Spartaco; Suard Galliano; Timeus Gino; Udovic Giuseppe; Ursich Aldo; Urzan Bruno; Vecchiet
    Giusto non iscritto nel monumento, partigiano morto di TBC da Ospedale feretro 810/46; Venturini
    Sergio (Btg. Zol); Verucchi Ovidio; Visini Remigio;Vrabec Giuseppe; Zanetti Giovanni; Zanin
    Guerrino; Zerial o Zerjal Vittorio; Zgur Bernardo; Zgur Bruno, traslato il 23.9.81 da cripta 2199/46
    alla Tomba Sgur 8602; Znebelj Mario; Zol Giovanni, Btg. Triestino cripta 797/46; Zonta Luigi;
    Zugna Olivo, non risulta sul monumento;
    7. Allegato 4
    Impiccati di via Ghega 23.1V 1944
    Cimitero di S. Anna campo XX feretri dal n. 1642/44 al 1649/44 (totale 50)
    ISCRIZIONE DEI NOMI SUL
    MONUMENTO IN ITALIANO
    TESTO ARCHIVIO DI
    STATO DI LUBIANA
    EVIDENZA DAL
    REGISTRO FUN.
    CRIPTA
    BANON GIOVANNI BANOV IVAN BANOV OK
    BOGATEC MIROSLAVO BOGATEC MIROSLAV
    BIAGI FRANCESCO BIAGI FRANC
    BIZJAK ANTONIO BIZJAK ANTON
    BIZJAK ROSA BIZJAK ROSA
    28
    BLASI GIOVANNI BLASIC IVAN
    BLAZINA GIUSTO BLAZINA / 1649/44
    BOLE GIOVANNI BOLLE IVAN BOLLE OK
    BULIC GIOVANNI BURIC IVAN
    CAVALLARO EDOARDO CAVALLARO EDVARD CVL OK
    DELLA GALA GIULIO DELLA CA(L)A JULI J
    DEKLEVA GIUSEPPE DEKLEVA JOZEF
    EFTIMIADI MARCO EFTIMIADI MARKO albanese laurea h.c.
    ESPOSITO BRUNO alias
    (MADALOZZO EUGENIO)
    MADALAZZO EUGENIO ESPOSITO
    BRUNO
    OK
    FOLISCHIA FELIZELIZ
    ALBERTO
    FELISKIJA ALBERT FELIZELIC OK
    FOLISCHIA FELIZELIZ
    FRANCESCO
    FELISKIJA FRANC FELIZELIC OK
    GERMEK ZORA GERMEK ZORA
    GEAT IRMA GEAT IRMA
    GERMANI GILBERTO GERMANI GILBERT
    GRCIC STANKO GUZZI STANISLAV OK
    HRVATIC RODOLFO / OK
    HUSU STANKO / HUS OK
    JURMAN FRANCESCO JURMAN FRANC OK
    KARIZ ILARIO MARIS ILARO
    KRIZAJ CARLO KRIZAJ KAREL
    KRIZAJ GIORGIO KRIZAJ JURE KRISAI OK
    KRIZAJ GIOVANNI /
    KRIZAJ LUIGI KRIZAJ ALOJZ
    KOCEVAR STANISLAO KOCEVAR STANISLAV
    MAKORIC ANGELO MAKORIC ANGELJ OK
    MILLO CARLO MILLO KAREL OK
    PETRACCO in NEGRELLI
    LAURA
    1. PETRACCO MARIJA ?
    2. NEGRELLI LAURA
    PERIC RODOLFO PERIZ RUDOLF
    PETELIN CARLO PETELIN KAREL
    29
    PREMRL FRANCESCO PREMRL FRANC OK
    PAULIN FRANCESCO PAULIN FRANC OK
    PELICON DANILO PELLICON DANILO PELIZZON OK
    STEGEL ANTONIO STEGEL ANTON OK
    SABEC LUIGI SABEC ALOJZ
    SERBLIN GIOVANNI SERBLIN IVAN OK
    SEMINARO SALVATORE SEMINARO SALVATORE OK
    SOLDAT LUCIANO SOLDAT LUCIANO
    TOGNOLLI GIRLBERTO TOGNOLLI GIRLBERT
    TURK MARIA TURK MARIJA
    TURK FRANCESCO TURK FRANC
    TURK GIUSEPPE TURK JOZEF
    TURK STANISLAO TURK STANISLAV
    ULIVELLI ANGELO ULIVELLI ANGELJ
    ZENKO VENCESLAO ZENKE VENCESLAV
    ZIANI FELICE ZIANI FELICE (SRECKO)
    ZOVIC ANTONIO ZORIC ANTON OK

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    Carlo MATTOGNO

    La Risiera di San Sabba


    Un falso grossolano



    SENTINELLA D'ITALIA
    Monfalcone, 1985


    EDIZIONI DELL'AAARGH
    Internet, 2004


    INTRODUZIONE
    Negli ultimi anni la storiografia sterminazionista si è arricchita, di un nuovo «campo di sterminio»: la Risiera di San Sabba. Nel Gennaio 1979 è apparsa una delle opere più importanti dedicate a tale tema: «La Risiera di San Sabba», di Ferruccio Fölkel. (1)
    L'Autore intende dimostrare che la Risiera fu un «Vernichtungslager» («campo di sterminio») definizione da lui stesso, usata quattro volte (p. 18, 50, 132 e 157) ovviamente provvisto di forno crematorio e «camera a gas».
    Sebbene venga presentata come frutto di «puntigliose ricerche durate oltre tre anni» (p. 2 di sopracoperta), l'opera è di un livello decisamente mediocre.
    La descrizione contorta e contraddittoria di forno crematorio e «camera a gas» non occupa complessivamente più di una pagina, sommersa da una marea di disgressioni e di divagazioni che spesso rasentano il pettegolezzo e che non hanno alcuna connessione con lo «sterminio» pretesamente perpetrato, alla Risiera.
    Il metodo dimostrativo del Fölkel è superficiale e dilettantesco, sia nel procedimento dimostrativo vero e proprio, arbitrario e infondato, sia nell'uso di testimonianze di seconda mano, sia infine nel riferimento alle fonti, spesso lacunoso o addirittura inesistente. Da tutta l'opera traspare [6] inoltre una crassa ignoranza in tema di storiografia sterminazionista.
    Nonostante ciò, l'opera a quanto pare è stata presa sul serio. In una recensione non propriamente oculata, Giuseppe Laras, direttore della rivista La Rassegna Mensile di Israel, la presenta come segue:
    • «Del tragico luogo di tortura e di morte, noto come la "Risiera di San Sabba", fino a pochi anni fa se ne sapeva ben poco. La rivelazione che la "fabbrica della morte" nazista aveva svolto il suo orribile lavoro anche da noi inquietò profondamente l'opinione pubblica del nostro paese. ...
      Il processo penale, tuttavia, ha lasciato troppi interrogativi insoluti e troppi problemi irrisolti. Di gettare maggior luce su tale inquietante vicenda si è incaricato Ferruccio Fölkel, di padre viennese e madre triestina, il quale, attraverso lunghe e minuziose indagini, è riuscito a ricostruire quanto avvenne a San Sabba, a Trieste e nel litorale adriatico durante gli anni crudeli dell'occupazione nazista.
      Sulla scorta di testimonianze di ex prigionieri e di documenti inediti, il Fölkel ricostruisce una vicenda angosciosa di morte e di sofferenze, che tutti abbiamo il dovere di non ignorare, oltreché per un insopprimibile moto di riconoscenza e. di pietà verso la memoria delle vittime, per rafforzare in noi il disgusto e il rifiuto della dottrina nazista e di qualsiasi ideologia liberticida» (2).

    In realtà La Risiera di San Sabba, più che opera storica, e un libello pseudoscientifico, come ci accingiamo a dimostrare in questo studio.


    [7]

    I

    LA «CAMERA A GAS»

    Riguardoalla «camera a gas» il principale strumento di «sterminio» della Risiera (p. 26) il Fölkel è sorprendentemente laconico. Ecco tutto ciò che si può apprendere al riguardo dal suo libro:
    • «Proprio lì era stato utilizzato un vano piuttosto ampio, chiamato convenzionalemnte "garage". Da questo garage si passava nel crematorio attraverso una porta mascherata da un vecchio mobile. La camera a gas funzionava in modo rudimentale. Come vi veniva immesso il gas venefico ? È difficile rispondere, ma i tedeschi avevano prelevato anche un grande furgone postale e avevano fatto venire dalla Germania un furgone particolare. Vi era addetto il famoso Lorenz Hackenholt, quello che a Belzec, come sottufficiale delle SS, aveva lavorato nella stessa direzione. I grossi automezzi-mobili della morte venivano chiamati a Belzec "Fondazione Hackenholt". Pare che fosse stato Hackenholt a far impiantare e a impiegare grossi tubi di scarico attraverso i quali il gas veniva immesso nel garage» (p. 26).
    Osservazioni
    Nel 1945 crematorio, garage e ciminiera furono distrutti [8] con l'esplosivo, per cui non esiste più traccia della «camera a gas»:
    • «Il forno crematorio, il famoso garage e la ciminiera, sono stati fatti saltare in aria dai tedeschi la notte fra il 29 e il 30 aprile 1945, poco prima di lasciare il campo di San Sabba» (p. 31; cfr. p. 143).
    Nessuno dei testimoni citati dal Fölkel menziona la «camera a gas», ad eccezione di Paolo Sereni, che accenna fuggevolmente e per sentito dire ai «gas» (vedi al riguardo p. 21).
    Il testimone Schiffner dichiara anzi esplicitamente che alla Risiera non esisteva alcuna «camera a gas»:
    • «Prima del forno crematorio c'era una grande stanza, nella quale venivano condotti gli ebrei. Non ho sentito spari. Per quanto mi ricordi, nella stanza in cui venivano rinchiusi gli ebrei non c'era un impianto a gas. Suppongo che gli ebrei venissero impiccati, perché si potevano sentire talvolta durante la notte le grida» (p. 29-30).
    In nota il Fölkel commenta: «Questa grande stanza, come già detto, veniva chiamata "garage" e lì sembra sia stata gassata la maggior parte dei partigiani e delle loro famiglie condannati a morte» (p. 29, nota 3).
    Dunque tale stanza, anche se priva di un «impianto a gas», era ugualmente una «camera a gas» in cui «sembra» che siano state effettuate delle «gasazioni» !
    A pagina 33 il Fölkel riferisce la seguente testimonianza:
    • «Mi diceva Wachsberger che nei giorni in cui si doveva procedere agli stermini, la porta del garage rimaneva aperta per l'intero pomeriggio».
    Di conseguenza la «camera a gas» della Risiera operava con la porta aperta!
    L'affermazione (arbitraria e infondata) del Fölkel secondo cui la «camera a gas» si trovava nel cosiddetto «garage» è contraddetta inoltre dal testimone Paolo Sereni, il quale dichiara: «Il forno era istallato nel luogo adibito a garage» (p. 168).
    Incertezza e contraddizione anche riguardo alla data in cui sarebbero iniziate le «gasazioni»:
    • «È invece universalmente riconosciuto che la data [9] ufficiale dell'inizio dell'attività della (o delle) camera a gas mobile, del «garage» e del crematorio risale al 4 aprile 1944 anche se fonti diverse parlano del 17 o addirittura del 21 giugno». (p. 33).
    Il Fölkel asserisce che «quasi tutta la documentazione compromettente» della Risiera è stata bruciata nel crematorio il 28 aprile 1945 (p. 35), per cui tutti i documenti nazisti relativi alla Risiera sono scomparsi, e infatti egli non ne cita neppure uno. Considerato inoltre che i testimoni menzionati dal Fölkel nulla sanno della «camera a gas» della Risiera, come può egli affermare seriamente che «e invece universalmente riconosciuto» che le «gasazioni» iniziarono il 4 Aprile 1944? E come può parlare di «fonti diverse»? Da chi e su quali basi è «universalmente riconosciuto» ? E quali sono queste pretese «fonti diverse»? Mistero impenetrabile.
    Un altro mistero impenetrabile è quello relativo alla tecnica di «gasazione». Come funzionava la «camera a gas»?
    Esaminiamo la descrizione del Fölkel:
    • «La camera a gas funzionava in modo rudimentale. Come vi veniva immesso il gas venefico ? È difficile rispondere, ma (!) i tedeschi avevano prelevato anche un grande furgone postale e avevano fatto venire dalla Germania un furgone particolare» (p. 26).
    Dunque il Fölkel ignora completamente la tecnica di «gasazione», ma nonostante ciò dichiara che la «camera a gas» funzionava in modo rudimentale!
    Qualche riga dopo egli aggiunge:
    • «I grossi automezzi-mobili della morte venivano chiamati a Belzec "Fondazione Hackenholt". Pare che fosse stato Hackenholt a far impiantare e a impiegare grossi tubi di scarico attraverso i quali il gas veniva immesso nel garage» (p. 26).
    Ecco inaspettatamente la risposta alla inquietante domanda cui «è difficile rispondere»: la «camera a gas» funzionava col gas di scarico dei «grossi automezzi-mobili della morte», o del «furgone postale», o del «furgone particolare», o di un normale autocarro, affermazione arbitraria e infondata non suffragata dalla minima prova.
    Per quanto concerne le «camere a gas mobili», il Fölkel [10] manifesta la stessa incertezza e confusione. Egli parla una volta di «camera a gas mobile», al singolare (p. 22), un'altra volta di «autofurgoni mobili», al plurale (p. 24) e infine «della (o delle) camera a gas mobile» (p. 33).
    Quante erano queste pretese «camere a gas mobili»? Altro mistero impenetrabile.
    Ma quali prove ci sono che alla Risiera siano effettivamente state impiegate le «camere a gas mobili» ? Al riguardo in tutto il libro del Fölkel compare soltanto un riferimento ad una lettera del 6.4.1945 proveniente dal carcere del Coroneo che accennerebbe «all'arrivo del "famigerato autotreno a gasogeno", dove venivano fatti salire "i sorteggiati"» (p. 30).
    Tale lettera è menzionata nella «prima parte del punto 6 del dispositivo della sentenza della corte di assise presieduta da Domenico Maltese» (p. 28): non è citato né il testo, né l'autore, né il destinatario. Ciò significa che il documento in questione è assolutamente irrilevante. Infatti la storiografia ufficiale nulla sa dell'impiego di «camere a gas mobili» i cosiddetti «Gaswagen» (3) a San Sabba. La «Zentrale Stelle der Landesjustizverwaltungen» di Ludwigsburg, da noi interpellata in proposito, non ha alcuna conoscenza al riguardo (4) e la più importante ed autorevole opera sterminazionista degli ultimi anni, Nazionalsozialistische Massentötungen durch Giftgas, non ne fa menzione (5).
    Del resto non si comprende per quale ragione il fantomatico 'autotreno (!) a gasogeno' sarebbe stato inviato alla Risiera dove pretesamente esisteva già una «camera a gas» e per di più il 6 Aprile 1945, tre settimane prima che il campo fosse evacuato!
    [11]
    Conclusione
    Non c'è la minima prova che alla Risiera sia mai esistita una «camera a gas», di cui si ignora dove si trovasse, come funzionasse, da chi e quando sia stata costruita, quando sia entrata in funzione.

    [13]


    II


    IL «FORNO CREMATORIO»

    Ancheriguardo al «forno crematorio» il Fölkel fornisce informazioni esigue e contraddittorie.
    • «Il crematorio era stato predisposto sotto il livello del terreno e, a detta dell'architetto Boico, era lungo 20 metri per 15; lo stesso architetto è convinto che ci fosse il modo di bruciare almeno cinquanta corpi alla volta» (pp. 26-27).
    Esso era attiguo alla «camera a gas»:
    • «Da questo garage si passava nel crematorio attraverso una porta mascherata da un vecchio mobile» (p. 26).
    Il testimone Gley fornisce la seguente descrizione:
    • «Sapevo che nella Risiera di Trieste esisteva un impianto di cremazione. Questo impianto è stato costruito da Lambert, come la maggior parte degli altri dello stesso genere nei campi di sterminio e negli istituti per l'eutanasia. Quale camino era stata adoperata una ciminiera gia esistente nella Risiera. Degli altri particolari tecnici dell'impianto ho solo una vaga idea. Ai piedi del camino c'era un forno aperto di mattoni, della grandezza di circa m. 2 X 2, che aveva una grande graticola di acciaio. Secondo una mia valutazione, di volta in volta potevano essere messe. nel forno 8-12 salme. Il forno e il camino erano aperti. Non c'era una porta di ferro. Era un impianto molto primitivo, che adempiva al suo scopo grazie all'alto camino. C'era un [14] forte risucchio. Questa ciminiera si trovava in un capannone nella parete di fronte» (p. 29).
    Riguardo al crematorio, questo è tutto.

    Osservazioni
    Anzitutto una precisazione. L'espressione «forno crematorio» non deve trarre in inganno: l'istallazione descritta non era un forno crematorio vero e proprio, come quelli che si trovavano nei campi di concentramento tedeschi (6), ma un semplice rogo.
    Le dichiarazioni dell'architetto Boico e del testimone Gley sono chiaramente contraddittorie. L'uno parla di un forno di metri 20 X 15 (= 300 metri quadrati), l'altro di un forno di metri 2 X 2 (= 4 metri quadrati)!
    Il Fölkel fa risaltare ancora di più la contraddizione commentando così la dichiarazione del testimone Gley:
    • «In realtà il forno era posto sotto il livello del terreno era cioè interrato ed era lungo, come ha riferito anche l'architetto Boico, circa 20 metri per 15. Forse l'apertura sotterranea era grande circa m. 2 X 2» (p. 29, nota 1).
    Tale commento è alquanto oscuro. Il Fölkel intende dire che il forno si trovava in un locale sotterraneo? Oppure che era costituito da una semplice fossa? Ritorneremo tra breve sulla questione.
    Le testimonianze citate del Fölkel ingarbugliano ulteriormente la cosa. Come si è visto, il testimone Paolo Sereni dichiara che «il forno era istallato nel luogo adibito a garage» (p. 168), il quale, secondo il Fölkel, era invece la «camera a gas»!
    Francesco Sircelj asserisce che il forno era situato in una [15] baracca:
    • «All'interno infatti la baracca era divisa in due parti. Nell'ambiente più grande c'era una specie di magazzino, nell'altro, al lato, dove all'esterno si ergeva l'alto camino della fabbrica, si trovava invece il fondo del crematorio» (p. 177).
    Gottardo Milani fornisce una descrizione più o meno simile:
    • «Poi ho visto una SS dicevano che fosse un ucraino che nel reparto più piccolo del capannone, dove c'era il forno crematorio, tagliava con una mannaia i cadaveri» (p. 177).
    C'era dunque un locale, in una «baracca» o in un «capannone», diviso in due parti: in quella più grande era sistemato un magazzino, in quella più piccola si trovava il forno.
    La piantina della Risiera durante l'occupazione nazista presentata fuori testo del Fölkel (7) genera una confusione ancora maggiore. Dalla scala risulta che il «forno crematorio» (locale E) misurava all'incirca metri 10,5 X 9,5 ed aveva perciò una superficie di circa 99,75 metri quadrati. Siccome il locale era diviso in due parti, nella più piccola delle quali era istallato il forno, il locale di incinerazione aveva una superficie necessariamente inferiore a 50 metri quadrati. Come è possibile allora che il «forno crematorio» avesse una superficie di 300 metri quadrati?
    Per quanto concerne la collocazione del forno, cioè del rogo, e assolutamente ridicolo che esso fosse stato costruito in un locale sotterraneo, senza contare che, in tale assurda eventualità, quand'anche fosse stato distrutto coll'esplosivo, sarebbero rimasti dei resti ben visibili: un locale sotterraneo di 300 metri quadrati non può sparire nel nulla. Eppure lo stato architettonico della Risiera è tale che si ignora persino dove fosse la ciminiera:
    • «"Oggi non sappiamo nemmeno dove esattamente sorgeva il camino" mi ha spiegato l'architetto Boico» (p. 143).
    Anche una fossa di cremazione di 300 metri quadrati avrebbe lasciato nel secondo cortile della Risiera tracce [16] evidenti, che i Tedeschi non avrebbero potuto cancellare, perchè fuggirono subito dopo aver fatto saltare forno, garage e ciminiera (p. 31).
    Dunque il forno non era situato né in un locale sotterraneo né in una fossa. Dov'era affora? Evidentemente in superficie. Ma collocare un forno di tal fatta, cioè un rogo, in una baracca o in un capannone accanto a un magazzino era certamente il modo migliore per far incendiare tutta la Risiera. Infatti la cremazione di un cadavere in un forno crematorio a combustione diretta richiede 100-150 kg di fascine (8). Ciò significa che per cremare cinquanta cadaveri in un forno aperto non tenendo conto della maggiore dispersione del calore sono necessari 50-75 quintali di fascine. È evidente che l'arsione di tale enorme quantità di legna in un locale così piccolo (meno di 50 metri quadrati) sarebbe stato un vero suicidio.
    Bisogna inoltre notare la singolarità di questo forno, che, pur avendo una superficie di incinerazione di 300 metri quadrati, poteva cremare solo cinquanta cadaveri alla volta. Ciò significa che vi veniva collocato un cadavere ogni 6 metri quadrati! La capacità di cremazione indicata dal Boico dunque doppiamente ridicola.
    Un altro, problema è quello relativo alla evacuazione del furno. Dalla piantina precedentemente menzionata risulta che il «forno crematorio» era collegato al «camino» (la ciminiera della fabbrica) da un condotto lungo circa nove metri e mezzo. Come poteva essere evacuato il furno senza un potente impianto di tiraggio (9) ?

    Conclusione
    Del crematorio non si sa con certezza neppure dove [17] fosse istallato. Una cosa sola è certa: esso non poteva avere se mai è esistito le dimensioni, la capaciti di cremazione e la collocazione indicate dall'architetto Boico.


    [19]


    III


    IL NUMERO DELLE VITTIME



    Nella valutazione del numero delle vittime della Risiera il Fölkel distingue due periodi: il primo va dall'Ottobre 1943 al Marzo 1944, il secondo dal Marzo 1944 all'Aprile 1945:
    • «Molto spesso ci si chiede anche se a San Sabba avvennero esecuzioni fra l'ottobre 1943, data di insediamento del campo militare, e il febbraio-marzo 1944, quando entrarono in funzione almeno parzialmente gli strumenti di morte tradizionali dei campi di sterminio nazisti. Non ho dubbi nel dare una risposta tristemente positiva. Ma come avvenivano le esecuzioni, "prima"? E quali furono i mezzi di morte, "dopo" ? Nemmeno il giudice Serbo, in base alla deposizione di decine di testimoni, è stato in grado di dare risposte assolutamente sicure. O, meglio, le testimonianze sono diverse e molte volte contraddittorie» (p. 23).
    Qualche pagina dopo, il Fölkel scrive:
    • «Ci si è chiesti molte volte quanti prigionieri venivano uccisi al giorno; sarebbe stato così possibile dare una cifra attendibile sul numero delle vittime della Risiera di San Sabba. La risposta, anzi, le risposte che oggi possiamo proporre sono le seguenti: non siamo in grado di dire se non con notevole approssimazione quante persone furono uccise nel periodo che va dalla fine di ottobre - 1943 al [20] febbraio-marzo del 1944, quando il forno cominciò a funzionare. Poichè il campo, all'inizio, era un campo militare, si può pensare che i primi prigionieri, combattenti della Resistenza jugoslava e italiani che non avevano voluto aderire alla RSI, giunsero alla Risiera per essere eliminati non prima del novembre 1943. Nessun testimone vivente, nessun superstite vivente per meglio dire , perché di testimoni, tedeschi e italiani, ce ne sarebbero, ci ha mai parlato di quel periodo con cognizione di causa. Tutti, dal Gionechetti al Wachsberger al Sereni (e di tutti il più preciso, il più lucido, il più informato rimane il Wachsberger), sono giunti al campo di sterminio DOPO il febbraio 1944. Probabilmente i prigionieri uccisi PRIMA, comunque sotto il comando di Wirth, devono essere alcune centinaia»(p. 32).
    Ricapitoliarno. Per il periodo compreso, tra l'Ottobre 1943 e il Marzo 1944 ci sono «decine di testimoni» e in pari tempo «nessun testimone vivente, nessun superstite vivente»; queste «decine di testimoni» inesistenti hanno rilasciato testimonianze «diverse» e «molte volte contraddittorie». Sulla base di testimonianze contraddittorie di testimoni inesistenti il Fölkel dichiara di non aver dubbi riguardo al fatto che siano state effettuate esecuzioni nel periodo in questione e valuta che «probabilmente» le vittime «devono essere alcune centinaia»!
    Veniamo al secondo periodo. L'argomentazione è talmente assurda che merità una citazione per esteso:
    • «Nonostante la testimonianza della signora Giulia Pincherle Spadaro, è probabile che il forno non venisse usato quotidianamente. Si può obiettare che si poteva gassare o uccidere i prigionieri negli altri modi descritti e poi non bruciare i loro corpi nello stesso giorno. Anche questa è un'ipotesi. È pero più probabile l'ipotesi secondo la quale la gassazione e la cremazione, o comunque l'uccisione e la cremazione dei cadaveri, avessero luogo di solito dalle due alle tre volte alla settimana. Il forno era stato attrezzato per cremare un massimo di cinquanta-sessanta cadaveri alla volta. Secondo le testimonianze degli abitanti in quella zona di San Sabba e di Servola (infatti dal versante orientale della collina di Servola si riesce a vedere il comprensorio del [21] campo), la ciminiera eruttava un furno giallognolo la sera, grosso modo dalle 21 alle 24, e di solito, nei giorni centrali della settimana. Alcuni testimoni oculari hanno detto che ciò succedeva soltanto il martedì e il giovedì. Wachsbergerparla del venerdì come giornata di gran lavoro, non escludendo però le altre giornate della settimana. Mi diceva Wachsberger che nei giorni in cui si doveva procedere agli stermini, la porta del garage rimaneva aperta per l'intero pomeriggio.
      Tutte queste notizie sono utili per dare una risposta al quesito che più ci interessa: quanti detenuti sono stati complessivamente bruciati nel forno del Lambert a parte altri prigionieri stranamenti "spariti" nella Risiera? Io non accetterei riduttivamente il 21 giugno 1944 (Carlo Schiffrer) come data di inizio dell'"operazione cremazione"; sono però tentato di farlo allo scopo di rendere quanto più verosimile possibile il numero degli assassinati. Dal 21 giugno 1944 al 26-27 aprile 1945 i tedeschi hanno avuto a disposizione circa 300 giorni. Se però i giorni di utilizzo erano due o anche tre alla settimana, riduttivamente noi ricaviamo cento giorni effettivi di attiviti, con una media giornaliera di cinquanta persone trucidate e quindi circa cinquanta cadaveri da cremare. Moltiplicando la cifra di cinquanta salme per cento giornate, si raggiunge una somma di cinquemila persone assassinate» (pp. 33-34).

    Questo procedimento argomentativo è assolutamente ridicolo perché si basa da un lato sulla falsa capacità di cremazione di cinquanta cadaveri alla volta, dall'altro sull'IPOTESI che le «esecuzioni» siano avvenute regolarmente due-tre volte alla settimana per dieci mesi. ,
    Tale ipotesi del resto è contraddetta dal testimone Paolo Sereni, che dichiara: «Un giorno alla settimana (non ricordo quale) era destinato alle esecuzioni e cremazioni» (p. 168). Alle «esecuzioni e cremazioni» di quante persone? Paolo Sereni non lo dice.
    Per quanto concerne l'attività del forno, le testimonianze riferite dal Fölkel sono veramente straordinarie:
    «Secondo le testimonianze degh abitanti in quella zona di San Sabba e di Servola (infatti dal versante orientale della [22] collina di Servola si riesce a vedere il comprensorio del Campo), la ciminiera eruttava un fumo giallognolo la sera, grosso modo dalle 21 alle 24, e di solito nei giorni centrali della settimana- (p. 33). Come hanno potuto questi «testimoni oculari» vedere un «fumo giallognolo» uscire in piena notte da una ciminiera alta «circa quaranta metri» ? (p. 9).
    La valutazione del numero delle vittime della Risiera proposta dal Fölkel è dunque assolutamente infondata e arbitraria. Nonostante cio' egli dichiara:
    • «Se è difficilmente contestabile la cifra di 5.000 persone soppresse dai nazisti alla Risiera di San Sabba, è più difficile verificare quante persone sono transitate dal Campo di San Sabba. Gli jugoslavi sostengono di avere in proposito una serie di documenti ineccepibili. Certo si tratta soltanto in parte di documenti nazisti. Infatti gran parte dei libri-mastri dove gli uffici amministrativi di Oberhauser registravano il nome e cognome dei detenuti in transito è stata fatta sparire dai tedeschi alla fine di aprile, cosi come quasi tutta la documentazione compromettente è stata bruciata nel crematorio il 28 aprile 1945. Eppure sembra che un TOTENBUCH, un libro dei decessi, sia finito in mano jugoslava. Bubnic^ stesso mi accennava a una cifra piuttosto alta: 25.000 persone transitate: complessivamente, in circa diciotto mesi di esistenza, il Campo di San Sabba avrebbe ospitato circa 25.000 persone. La cifra mi sembra assai alta sia in rapporto alla struttura iniziale del Campo ottobre-dicembre 1943, quando esso era essenzialmente una base di appoggio militare sia in rapporto alle capacità del Campo di contenere, sia pure in varie riprese, un numero cosi elevato di persone. Forse la cifra va ridotta di un 15-20%» (pp. 34-35).

    Dunque la cifra di 5.000 vittime, calcolata con un procedimento arbitrario quanto ridicolo, diventa un fatto «difficilmente contestabile»! Tanto più che, per ammissione del Fölkel, non esiste alcun documento nazista da cui si possa desumere il numero non diciamo delle vittime ma neppure dei detenuti passati per la Risiera.
    Quanto al fantomatico «Totenbuch», esso registrerebbe i detenuti in transito ma non quelli morti, il che per un [23] «libro dei decessi» è alquanto singolare. Ma quand'anche tale «Totenbuch» esistesse realmente e da esso risultasse un totale di 25.000 persone transitate, dimostrerebbe appunto che la Risiera era un Campo di transito, non già un «Campo di sterminio». Infatti a quale scopo sarebbero stati inviati da Trieste ad Auschwitz 22 convogli di deportati dal 9 Ottobre 1943 al 1· Novembre 1944 (p. 135) se a San Sabba esisteva un «Campo di sterminio»?

    Conclusione
    È impossibile accertare sia pure approssimativamente il numero delle «vittime» della Risiera. Il calcolo e la cifra presentati dal Fölkel sono assolutamente arbitrari e infondati.


    IV


    LE TESTIMONIANZE


    Nelle «Appendici» il Fölkel riporta stralci di dichiarazioni di 19 testimoni: 1) Paolo Sereni (p. 168); 2) Pino Karis (p. 175); 3) Giuseppe Gionechetti (p. 175); 4) Branka Maric^ic^ (p. 176); 5) Francesco Sircelj (p. 176);, 6) Giovanni Millo (p. 177); 7) Gottardo Milani (p. 177); 8) Giovanni Haimi Wachsberger (p. 178); 9) Magda Rupena (p. 178); 10) Cristina Sluga (p. 179); 11) Anonimo (p. 179); 12) Albina Skabar (p. 180); 13) Giordano Basile (p. 180); 14) Dara Virag (p. 180); 15) Bruno Piazza (p. 180); 16) Antonietta Carretta (p. 18 1); 17) Ante Peloza (p. 18 1); 18) Carlo Skrinjar (p. 181); 19) Luigi Jerman (p. 182).
    Nel testo dell'opera appaiono inoltre stralci delle testimonianze di: 20) Giulia Pincherle Spadaro (p. 23); 21) Nerina Levi e Nori Levi in Viviani (pp. 128-129); 22) Giuseppe Gionechetti (p. 27); 23) Haimi Wachsberger (pp. 135-146 e passim); 24) Bruno Piazza (p. 24).
    L'esame delle fonti è particolarmente istruttivo. Infatti tali testimonianze non solo non sono dichiarazioni giurate, ma sono addirittura quasi tutte di seconda mano!
    Ecco le fonti delle varie testimonianze:
    Testimoni: Karis, Maric^ic^, Sircelj, Milani, Sluga, Peloza. Fonte: «Testimonianza raccolta da Albin Bubnic^».
    Testimoni: Gionechetti, Millo, Basile, Carretta, Jerman. [26]
    Fonte: «Testimonianza raccolta da Giovanni Postogna ».
    Testimoni: Rupena, Skabar, Virag, Skrinjar. Fonte: «Testimonianza raccolta da Albin Bubnic^ e Ricciotti Lazzero».
    Testimone Wachsberger (n. 8). Fonte: «Testimonianza raccolta da Ricciotti Lazzero».
    Testimone Anonimo (n. 11). Fonte: «Testimonianza raccolta dal prof. Carlo Schiffrer di Trieste dall'interrogatorio di un amico superstite». (Carlo Schiffrer, "La Risiera", Trieste, 1961) (10).
    Testimone Piazza (n. 15 e 24). Fonte: Dal libro Perché gli altri dimenticano di Bruno Piazza (Feltrinelli, Milano 1956).
    Testimone Sereni. Fonte: «Dichiarazione (in carta libera per gli usi consentiti dalla legge»>. Venezia, 30 Maggio 1966.
    Testimone Pincherle Spadaro. Fonte: non indicata.
    Testimoni Nerina e Nori Levi. Fonte: «Si tratta di una delle testimonianze raccolte da Giuseppe Fano, zio dello scrittore Giorgio Voghera, e controfirmate dal notaio Dandri». Il Fölkel precisa che questa è una o«testimonianza indiretta» (p. 128).
    Testimone Gionechetti (n. 22). Fonte: «Ci sono in proposito molte testimonianze indirette. Perci6 mi sembra utile riportare alcuni passi tratti dall'opuscolo LA RISIERA pubblicato nel 1969 a cura di Schiffrer, testimonianza poi ripresa dall'Associazione nazionale famiglie caduti e dispersi in guerra Sezione provinciale di Trieste» (p. 27).
    Testimone Wachsberger (n. 23). Fonte: intervista del Fölkel.
    [26]
    Conclusione
    Nessuna dichiarazione giurata; nessuna testimonianza di prima mano tranne quella di Paolo Sereni.
    Quale valore si può attribuire a testimonianze di tal fatta ?


    * * *

    Come abbiamo già rilevato, nessun testimone dichiara che alla Risiera sia mai esistita una «camera a gas». Soltanto nella testimonianza di Paolo Sereni appare un fugace accenno ai «gas»:
    • «Il forno era istallato nel luogo adibito a garage: si diceva che a volte fossero usati i gas di scarico degli automezzi per le uccisioni, ma si sentivano frequentemente spari e quindi più verosimilmente i motori degli automezzi venivano accesi per sovrastare le grida e gli spari» (p. 168).
    Si tratta evidentemente di una diceria che non ha alcun valore probativo.


    * * *
    A giudizio di Fölkel, di tutti i testimoni della Risiera «il più preciso , il più lucido, il più informato rimane il Wachsberger» (p. 32). Esamineremo dunque da presso solo le dichiarazioni di questo testimone.
    • «(Fölkel) Ma come uccidevano, queste SS»?
      «(Wachsberger) non glielo so dire. Uccidevano. Posso raccontarle soltanto quello che sentivarno dal nostro camerone: le grida disperate dei condannati a morte, le invocazioni di pietà, di misericordia. In particolare io ricordo perfettamente il rumore di un sibilo che proveniva dal garage».
      «Secondo lei si trattava di gas venefico»? «È possibile» dice Wachsberger (p. 138).
    Ma a pagina 178 Wachsberger dichiara:
    • «Per coprire le urla. i tedeschi alzavano il volume degli apparecchi radio, accendevano i motori degli autocarri, aizzavano i cani da guardia affinché latrassero».
    Q6 significa che era impossibile udire il preteso sibilo, il [28] quale, del resto, non può avere nessuna relazione con il «gas venefico».
    • «Le vittime venivano uccise nel garage» (p. 178). «Mi diceva Wachsberger che nei giorni in cui si doveva procedere agli stermini, la porta del garage rimaneva aperta per l'intero pomeriggio» (p. 33).
    Dunque è impossibile che il garage da cui proveniva il preteso sibilo fosse una «camera a gas».
    • «Accadde, per esempio, che una sera di giugno, dieci uomini erano già stati spogliati nudi (infatti, stranamente, non si sono trovate macchie sugli indumenti dei prigionieri uccisi nel garage) e nove di essi erano già stati gassati, o comunque uccisi, quando improvvisamente suona l'allarme aereo. I tedeschi perdevano letteralmente la testa quando suonava l'allarme; e la perdettero anche in quella circostanza. Ebbene, al cessato allarme, quell'uomo non venne gassato anzi fu dimenticato, e addirittura liberato» (p. 138).
    Questa storia è contraddittoria e ridicola. Infatti il testimone dichiara: «Eravamo troppo vicini per non renderci conto di ciò che stava succedendo, ma non riuscimmo mai a sapere come quei disgraziati venissero uccisi» (p. 178).
    Il Wachsberger ignora dunque come venissero uccise le vittime: ma allora come può parlare di «gasazione»?
    Se ciò è contraddittorio, il fatto di «gasare» le vittime una per volta è decisamente ridicolo. O forse la «camera a gas» della Risiera poteva contenere solo nove persone?
    La scena finale à addirittura comica: il superstite, il testimone oculare della «camera a gas», viene rimesso in libertà !
    Non meno sorprendente è ciò che accadde al Wachsberger e agli altri detenuti che avevano prestato servizio alla Risiera:
    • «Allora Joseph Oberhauser ci accompagnò alla grande porta dalle grate sormontate da filo spinato vicino al villino dove abitava, il tremendo portone guardato sempre a vista da gente armata fino ai denti. Mi accorsi che i battenti erano aperti. A uno a uno il nazista ci dette la mano e ci augurò buona fortuna» (p. 145).
    Dunque il 29 aprile 1945 Joseph Oberhauser lascia [29] liberi i «testimoni oculari» dello «sterminio» perpetrato alla Risiera stringendo, loro la mano e augurando loro buona fortuna, dopo di che, nel corso, della notte, per cancellare le tracce dei suoi crimini, si affretta a far «saltare in aria il camino, il garage, il cremiatorio»! (p. 143).
    Quale attendibilità si può attribuire a un simile testimone?

    [31]

    V


    ERRORI E FALSIFICAZIONI

    Il libro La Risiera di San Sabba rivela inoltre la grossolana ignoranza del Fölkel riguardo alla storiografia ufficiale relativa ai «campi di sterminio» nazisti.
    Riferiamo anzitutto gli errori più significativi.
    Treblinka viene definito «il tristernente famoso campo di sterminio del distretto di Lublino» (p. 17), il che è errato, perché tale campo si trovava nel distretto di Varsavia (11).
    A pagina 99 il Fölkel scrive:
    • «Secondo i risultati delle commissioni d'inchiesta del governo polacco, a Treblinka persero invece la vita 731.000 persone. Contrariamente ad Auschwitz, le camere a gas erano soltanto due e funzionavano a ossido di carbonio. Furono poi costruite altre dieci carnere che funzionavano con cianuro d'idrogeno».
    Anche ciò è errato. Secondo la storiografia ufficiale, il vecchio impianto di «gasazione» comprendeva tre «camere a gas», non due, mentre nel nuovo impianto non fu mai usato «cianuro di idrogeno», ma sempre ossido di carbonio (12).`
    • «I grossi automezzi-mobili della morte venivano chiamati a Belzec "Fondazione Hackenholt"» (p. 26). «Come già detto, l'autotreno a gasogeno era uno dei marchingegni della Fondazione Hackenholt"» (p. 30, nota).
    Il Fölkel si riferisce ai cosiddetti «Gaswagen», che però non hanno nulla a che vedere né con Belzec né con Hackenholt.
    Egli confonde Belzec con Chelmno, in cui sarebbero stati usati i suddetti «Gaswagen» (13).
    L'espressione «Fondazione Hackenholt» deriva dal documento PS-1553 (14) dove designa un impianto di «gasazione» fisso:
    • «Davanti a noi una casa come uno stabilimento balneare, a destra e a sinistra grandi vasi di cemento con gerani o altri fiori. Dopo aver salito una scaletta, a destra e a sinistra, tre e tre camere come garages, di metri 4 x 5, 1,90 d'altezza. Nella parte posteriore, non visibili, uscite di legno. Sul tetto, la stella di David in rame. Davanti all'edificio la scritta: Fondazione Heckenholt» (15)
    Nel documento T-1310 appare la definizione «Heckenholt-Stiftung» (16).
    Il Fölkel aggiunge che «le 'Stiftingen' (17), cioè le "fondazioni", derivavano il nome dalle "fondazioni di pubblica [33] utilita". Per esempio, in Polonia, Wirth e il suo gruppo si fregiavano del nome "Fondazione Wirth "» (p. 139, nota 1).
    In realtà non è mai esistita una «Fondazione Wirth». Il Fölkel fraintende il seguente passo di Gerald Reitlinger:
    • «Il nome di Wirth non ricorre in alcuno dei documenti ufficiali riguardanti l'eutanasia salvatisi dalla distruzione, ma ciò dipende dal fatto che l'ultima fase dell'operazione fu sottratta a Tiergartenstrasse 4 e affidata invece a un ente fittizio, la «Gemeinnützige Stiftung für Anstaltspflege», o «fondazione di utiliti pubblica per le cure sanatoriali» È impressionante il fatto, notato da Kurt Gerstein, che, quando in Polonia erano in piena attività i campi di sterminio, Wirth e compagni si fregiavano ancora del nome di «fondazione (Stiftung)» (18).
    Reitlinger si riferisce alla «Fondazione Heckenholt» del PS-1553, come risulta dal richiamo a Kurt Gerstein.
    Il Fölkel, nella sua sorprendente ignoranza, sdoppia questo Kurt Gerstein in un «ingegner Gersten» (p. 96) (19) e in una fantomatica «ditta Gestein»:
    • «A parte gli esperimenti "medici ", ad Auschwitz fu implegato con grande successo il Ziklon-B (K.C.N.), cioè il cianuro di potassio. La ditta fornitrice era la Kurt Gestein» (p. 99).
    Kurt Gerstein era un SS-Obersturmführer pretesamente antinazista che nell'Agosto 1942 avrebbe assistito ad una «gasazione» nel «campo di sterminio» di Belzec. Di tale pretesa esperienza egli ha lasciato otto relazioni pullulanti di contraddizioni interne ed esterne, assurdità, falsificazioni storiche ed errori che rendono la «testimonianza oculare» di questo personaggio assolutamente inattendibile, come abbiamo dimostrato nella nostra opera Il rapporto Gerstein. Anatomia di un falso. (20)
    Kurt Gerstein ricopriva la carica di capo del servizio [34] tecnico di disinfezione presso l'SS-Führungshauptamt, Amtsgruppe D, Sanitätswesen der Waffen-SS, e in tale qualità nel 1944 ordinò alladitta DEGESCH (21) 2.370 Kg di Zyklon-B a fine di disinfezione per i campi di concentramento di Oranienburg (1.185 kg) e di Auschwitz (1.185 kg).
    Egli allegò al summenzionato rapporto del 26 Aprile 1945 (PS-1553) le 12 fatture della DEGESCH relative alle ordinazioni in questione. Da queste fatture indirizzate all'Obersturmführer Kurt Gerstein risulta la spedizione da parte della DEGESCH delle suddette quantità di Zyklon-B alla «Abt. Entweseung und Entseuchung» (sezione disinfestazione e disinfezione) dei «Konzentrationslager» di Oranienburg e di Auschwitz (22).
    Quanto allo Zyklon-B, esso non era «cianuro di potassio» (KCN), come crede il Fölkel, ma «acido cianidrico, liquido (HCN) assorbito in un coibente poroso, ad es. in farina fossile bruciata (Diagries) o in una sostanza sintetica gessosa (Erco) o in dischi di cellulosa» (23).
    A pagina 100 il Fölkel dichiara:
    • «Appunto in base a queste nuove direttive, e con l'alta supervisione di Eichmann, si operò nel gruppo dei campi di sterminio in Polonia comandati da Globocnik: Sobibor, Belzec, Treblinka, Chemno, Majdanek».
    Secondo la storiografia ufficiale, i campi dell'«Aktion Reinhard» comandati da Globocnik erano Belzec, Sobibor e Treblinka (24). Il campo di Chelmno, di cui il Fölkel non conosce neppure la grafia esatta (25), era sotto la giurisdizione dello Höhere SS-und Polizeiführer Wilhelm Koppe (26), mentre il campo di Majdanek dipendeva dal WVHA [35] (Wirtschafts-und Verwaltungshauptamt: ufficio centrale economico e amministrativo delle SS) (27). Inoltre i «campi di sterminio» polacchi non erano sotto «l'alta supervisione di Eichmann», perchè Globocnik riceveva gli ordini relativi direttamente dalla Cancelleria del Führer e dal Reichsführer-SS (28).
    A pagina 33 il Fölkel parla dei «grandi campi di sterminio nazisti di Germania e di Polonia» e a pagina 79 attribuisce la qualifica di «campo di sterminio» a Buchenwald.
    Ma secondo, la storiografia ufficiale in Germania non è esistito alcun «campo di sterminio».
    In una lettera inviata al giornale tedesco Die Zeit il 19 Agosto 1960, il dott. Martin Broszat, allora membro e Attualmente direttore dell'Institut für Zeitgeschichte München (Istituto di Storia Contemporanea di Monaco), dichiarò:
    «Né a Dachau né a Bergen-Belsen né a Buchenwald sono stati gasati Ebrei o altri detenuti». E ancora: «Lo sterminio in massa degli Ebrei mediante gasazione iniziò nel 1941-1942 ed ebbe luogo esclusivamente (ausschliesslich) in pochi luoghi appositamente scelti e forniti di adeguate istallazioni tecniche, soprattutto nel territorio polacco occupato (ma in nessun modo nel Vecchio Reich): ad Auschwitz-Birkenau, a Sobibor, a Treblinka, a Chelmno e a Belzec» (29).

    * * *
    Le citazioni di documenti nazisti riportate dal Fölkel quasi sempre prive di riferimento alla fonte sono spesso interpolate o falsificate.
    Anche a questo riguardo segnaliamo gli esempi più importanti.
    • «Comunque a Ludwigsburg è conservato un documento significativo. In esso (si tratta di una lettera inviata a Trieste) il capo supremo delle SS Himmler si rivolge al [36] generale Globoc^nik: "Lieber Globus", così incomincia la breve missiva,

      • "Caro Globus, lei si è comportato mirabilmente nèl .Litorale Adriatico, lei che guida l'Aktion Reinhard ha fatto un ottimo lavoro e la ringrazio." Prosegua senz'altro nella sua azione di sterminio, Heil Hitler» (pp. 121-122).

    Il dott. Adalbert Rückerl, dal 1966 direttore della «Zentrale Stelle der Landesjustizverwaltunge» di Ludwigsburg, nei cui archivi sarebbe conservata la lettera di Himmler citata dal Fölkel, dedica la prima parte del libro «NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse» ai «Campi di sterminio dell'Aktion Reinhard» (pp. 37-242). In essa tuttavia non compare il minimo accenno alla lettera in questione. Infatti tale documento, come è riportato dal Fölkel, non esiste negli archivi della «Zentrale Stelle der Landesjustizverwaltungen» di Ludwigsburg (30) né altrove, perch6 è la falsificazione del documento NO-058. Si tratta di una lettera del 20 Novembre 1943 inviata a Globocnik da Himmler. Ecco il testo:
    «Caro Globus,
    Confermo la ricevuta della Sua lettera del 4/ 11/ 1943 e della Sua comunicazione relativa alla conclusione dell'Azione Reinhard.
    La ringrazio per la cartella che mi ha inviato.
    Le esprimo il mio ringraziamento e la mia riconoscenza per i Suoi grandi ed eccezionali meriti che Lei si è acquisiti per tutto il popolo tedesco nell'esecuzione dell'Azione Reinhard.
    Heil Hitler» (31).
    Questo documento è incluso anche nella serie di [37] documenti relativi all'azione Reinhard classificata PS-4024 e con tale riferimento è citato da Rückerl (32).
    Alle pagine 93-94 il Fölkel menziona un altro documento fantasma:
    • «Cito Orianenburg perché al processo di Norimberga contro i nazisti fu esibito un documento ufficiale che, appunto, proveniva da questo lager; in esso si calcolava il reddito medio ricavabile da ogni detenuto. La tariffa media di noleggio del detenuto alle industrie era di marchi 6 giornalieri. Detrazioni per vitto, marchi 0,60; durata media della vita «attiva» di ciascun detenuto, mesi 9. Ne risultava un reddito medio di circa 1.400 marchi ricavati dall'«utilizzazione razionale dei cadaveri». E in particolare da a) oro dentario; b) vestiario; c) oggetti di valore; d) denaro, specialmente valuta svizzera, inglese e statunitense; e) utilizzazione delle ossa e delle ceneri».
    In realtà non si tratta affatto di un «documento ufficiale» proveniente dal campo di concentramento di Oranienburg, bensì di una semplice nota pubblicata nel 1946 da Eugen Kogon senza alcun riferimento, il che rende fortemente dubbia la sua autenticità.
    Infatti essa è priva di intestazione dell'ufficio di provenienza, di indicazione di luogo d'origine, di destinatario, di data e di firma! (33).
    Contrariamente a quanto asserisce il Fölkel, questo preteso documento naturalmente non è mai stato esibito al processo di Norimberga (34).
    Un'altra dimostrazione della crassa ignoranza storica del Fölkel appare a pagina 128:
    • «Al processo Eichmann è stato riportato il brano di una allocuzione ufficiale di Globus: "Se in Germania crescerà [38] una generazione incapace di comprendere il nostro lavoro, allora il nazional-socialismo sara' stato vano. Credo che i .centri di sterminio dovrebbero essere immortalati con targhe di bronzo, su cui dovrebbe apparire la scritta: 'Noi SS abbiamo avuto il coraggio di compiere questa grande opera' ". "Parole anche profetiche"».
    In realtà questa citazione non è tratta da una «allocuzione ufficiale» di Globocnik, ma dai rapporti Gerstein del 26 Aprile 1945 (PS-1553) e del 4 Maggio 1945, i quali furono presentati al processo Eichmann di Gerusalemme come documenti d'accusa T-1309 e T-1310. Ecco i testi originali:
    • «Alors Globocnek: Mais messieurs, si jamais, après nous, il y aurait une génération si lâche, si carieuse, qu'elle ne comprenne pas notre oeuvre si bon, si nécessaire, alors messieurs tout le Nationalsocialisme était pour rien. Mais, au contraire, il faudrait enterrer des tables de bronce, aux quels il est inscrit, que c'étions nous, nous, qui avons eu le courage de réalizer cet oeuvre gigantique! (35).
      «Allora Globocnek: "Ma signori, se dopo di noi, vi sarà mai una generazione cosi fiacca e smidollata (36) da non comprendere la nostra opera così buona, così necessaria, allora signori tutto il nazionalsocialismo sarà esistito invano. Ma, al contrario, bisognerebbe seppellire delle tavole di bronzo nelle quali fosse scritto che fummo noi, noi ad avere avuto il coraggio di realizzare quest'opera gigantesca!».
      «Darauf Glb.: Meine Herren, wenn je nach uns eine Generation kommen sollte, die so schlapp und so knochenweich ist, dass sie unsere grosse Aufgabe nicht versteht, dann allerdings ist der ganze Nationalsozialismus umsonst gewesen. Ich bin im Gegenteil der Ansicht, daß man Bronzetafeln versenken sollte, auf denen festgehalten ist, [39] daß wir, wir den Mut gehabt haben, dieses grosse und so notwendige Werk durchzuführen» (37). "Allora Globocnik: "Signori, se dopo di noi dovesse mai venire una generazione che fosse così fiacca e così smidollata da non comprendere il nostro grande compito, allora certamente tutto il nazionalsocialismo sarebbe stato vano. Io sono al contrario del parere che bisognerebbe sotterrare delle tavole di bronzo sulle quali fosse fissato per iscritto che noi, noi abbiamo avuto il coraggio di realizzare questa grande e così necessaria opera"».

    Pertanto il Fölkel non solo ha fornito il falso riferimento della «allocuzione ufficiale» di Globocnik, ma ha anche storpiato la citazione. Ma non è tutto. Nei due documenti surnmenzionati Kurt Gerstein racconta che Globocnik gli riferì il 17 Agosto 1942 che due giorni prima il 15 Agosto Hitler e Himmler gli avevano reso visita a Lublino. In tale occasione Globocnik aveva fatto il discorso citato, ricevendo, l'approvazione del Führer (38). In realtà il 15 Agosto 1943 Hitler non era a Lublino (39) per cui il discorso di Globocnik è pura invenzione, come riconosce Gerald Reitlinger:
    • «Fu detto loro che si trattava di un ordine di Hitler, il quale poco tempo prima aveva visitato Lublino e aveva pranzato con Globocnik. A tavola il dott. Herbert Linden aveva richiamato l'attenzione di Hitler sul pericolo che in avvenire si scoprissero le fosse comuni e in proposito Globocnik aveva deliziato Hitler dicendo che gli sarebbe piaciuto "seppellire (in quelle fosse) delle targhe di bronzo, che lo proclamassero autore dell'impresa". Tutto questo era pura invenzione di Globocnik, perché Hiteler non aveva affatto lasciato il suo quartier generale.» (40)
    Altre citazioni interpolate e deformate appaiono a pagina 59 e 16:
    • «A questi pseudoproblemi, grosse tare della psiche, [40] poeva far cenno solo un ragioniere frustrato e disgustoso come Himmler; nell'ottobre 1943 in un discorso tenuto a Poznan ai gerarchi delle SS costui disse: "... che le nazioni vivano in prosperità o muoiano di fame come bestie, a me importa solo nella misura in cui avremo bisogno degli appartenenti ad esse come schiavi per la nostra KULTUR, altrimenti per me sono prive di ogni interesse "» (p. 59).
    La fonte, non indicata dal Fölkel, è il documento PS-1919. Questa volta il Fölkel si è limitato a interpolare l'espressione «come bestie». Ecco il testo originale del passo:
    • «Ob die anderen Völker in Wohlstand leben oder ob sie verrecken vor Hunger, das interessiert mich nur soweit, als wir sie als Sklaven für unsere Kultur brauchen, anders interessiert mich das nicht.» (41)
      «Se gli altri popoli vivono nella prosperità o crepano di fame, ciò mi interessa solo nella misura in cui ne abbiamo bisogno come schiavi per la nostra civiltà, altrimenti non mi interessa». «Poi, nell'ottobre 1943 fra il 16 e il 29 , sbarcarono a Trieste i primi novantadue «specialisti» dell'Einsatzkommando Reinhard, come testimoniò a Norimberga Konrad Georg Morgen, Obersturmbannführer delle SS Morgen aggiunse: "Il Kommando Reinhard dovette porre termine alla sua attività nell'autunno del 1943 e distruggere sino alle fondamenta i campi di sterminio orientali. Esso fu impiegato quindi compattamente per garantire la sicurezza delle strade nel territorio partigiano sul Carso e in Istria» (p. 16).

    Il primo riferimento è inventato, mentre la citazione è deformata. INFATTI Morgen dichiarò che, quando fece la sua seconda visita a Lublino, Wirth non c'era più: «Accertai che Wirth nel frattempo aveva inaspettatamente ricevuto l'ordine di distruggere dalle fondamenta i suoi campi di sterminio. Egli era stato richiamato con tutto il suo Kommando in Istria, dove garantiva la sicurezza delle strade ed è morto nel Maggio 1944» (42).
    Conclusione generale
    Il libro La Risiera di San Sabba, di Ferruccio Fölkel è un semplice libello pseudostorico e pseudoscientifico.


    APPENDICE

    La piantina della Risiera durante l'occupazione nazista: Da Ferrucio Fölkel, La Risiera de San Sabba, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1979 (fuori testo).




    1 / Ferruccio Fölkel, La Risiera di San Sabba, Arnoldo Mondadori, Editore, Milano 1979.
    2 / LaRassegna Mensile di Israel, Aprile-Maggio 1979, p.202.
    3 / Sui pretesi «Gaswagen» vedi: F. P. Berg, "The Diesel Gas Chambers: Myth Within A Myth". The Journal of Historical Review, Spring 1980, pp. 38-40 (The Gaswagons); Udo Walendy, "NS-Bewältigung", Historische Tatsache Nr. 5, Historical Review Press, 1979, pp. 29-31.
    4 / Comunicazione della «Zentrale Stelle der Landesjustizverwaltungen» all'Autore. 1· Febbraio 1985.
    5 / Nationalsozialistische Massentötungen durch Giftgas. herausgegeben von Eugen Kogon, Hermann Langbein, Adalbert Rückerl u.a., Frankfurt am Main 1983, cap. IV, "Tötung in Gaswagen hinter der Front", pp. 81-109.
    6 / Vedi ad esempio i documenti NO-4401, NO--445 e NO-4448 relativi al crematorio di Buchenwald. Il documento NO-4448 contiene la descrizione di «un forno crematorio Topf a doppia muffola riscaldato a olio o a coke con impianto di aria compressa e impianto di rafforzarnento del tiraggio». I forni della ditta «Topf und Söhne» erano istallati anche nei crernatori di Birkenau. Vedi le fotografie pubblicate in: KL Auschwitz. Fotografie dokumentalne. Kraiowa Agencia Wydawnicza Warszawa 1980, pp. 64, 65, 66 e 162.
    7 / Riportiarno tale piantina nell'Appendice.
    8 / Enciclopedia italiana, Roma 1949. vol. XI, voce Cremazione, p. 825.
    9 / I forni crematori della ditta Topf und Söhne erano forniti di un Saugzug-Anlage (impianto di tiraggio indotto): NO-4448. Vedi anche: KL Auschwitz. Fotografie dokumentalne, op. cit., p. 62: sezione trasversale nord-sud del crematorio II; al centro, accanto al camino, l'impianto di tiraggio indotto.
    10 / Carlo Schiffrer non dichiara di aver interrogato l'amico anonimo, la cui testimonianza egli introduce con le seguenti parole: «Ma il particolare più raccapricciante me lo ha raccontato un amico che vi fu rinchiuso per alcuni giorni a causa di una sua presunta appartenenza alla "razza ebraica"» (Carlo Schiffrer, La Risiera; in: Trieste, Luglio-Agosto 1961).
    11 / Central Commission for the investigation of German Crimes in Poland. German Crimes in Poland, Warsaw 1947, vol. I, The Treblinka Extermination. Camp p. 95.
    12 / Adalbert Rückerl, NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, München 1979, pp. 203-204; Nationalsozialistische Massentötungen durch Giftgas, op. cit., p. 163 e 184; German Crimes in Poland, op. cit., vol. I, p. 98.
    13 /Nationalsozialistische Massentötungen durch Gifgas, op. cit., cap. V: «In Kulmhof Stationierte Gaswagen», pp. 110- 145.
    14 / Si tratta del cosiddetto rapporto-Gestein del 26 Aprile 1945.
    15 / PS-1553, p. 5. Il documento è redatto in un francese alquanto scorretto. Riportiamo il passo citato come appare nell'originale: «Avant nous une maison comme institut de bain, A droite et à gauche grand pot de beton avec geranium ou autre fleurs. Aprês avoir monté un petit escalier, à droite et à gauche, trois et trois chambres comme de garages, 4 x 5 mètres, 1,90 mètre d'altitude. Au retour, pas visibles, sorties de bois. Au toît, l'étoile David en cuivre. Avant le Bâtiment, inscription: Fondation Heckenholt».
    16 / T-1310, p. II. Si tratta del cosiddetto rapporto-Gerstein del 4 Maggio 1945 già pubblicato con alcune espunzioni da Hans Rothfels nel 1953 sulla rivista Vierteljahreshefte für Zeitgeschichte.
    17 / Leggi «Stiftungen».
    18 /Gerald Reitlinger, La soluzione finale, Milano 1965, pp. 161-162.
    19 / Anche nell'Indice Analitico compaiono i nomi «Gerstein, Kurt, ditta» e «Gesten, ingegnere» (p. 191).
    20 /In pubblicazione presso la casa editrice Sentinella d'Italia.
    21 /Deutsche Gesellschaft für Schädlingsbekämpfung, Società tedesca per la lotta antiparassitaria.
    22 / PS-1553, pp. 15-26.
    23 /NI-9098, p. 35.
    24 / NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, op. cit., p. 13.
    25 / Nell'Indice Analitico appare la grafia «Chemmo» (p. 190). La località in questione si chiama Chelmno in polacco e Kulmhof in tedesco.
    26 / NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, op. cit., p. 245; R. Hilberg, The Destruction of the European Jews, Chicago 1961, p. 572.
    27 / The Destruction of the European Jews, op. cit., p. 572.
    28 / NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, op. cit., p. 349.
    29 / Die Zeit, Nr. 34, Freitag, den. 19. August 1960, p. 16.
    30 Comunicazione della «Zentrale Stelle der Landesjustizverwaltungen» all'Autore. 1·Febbraio 1985 .

    31 «Lieber Globus! Ich bestätige Ihren Brief vom 4.11.43 und Ihre Meldung über den Abschluß der Aktion Reinhardt. Ebenso danke ich Ihnen für die mir übersandte Mappe. Ich spreche Ihnen für Ihre grossen und einmaligen Verduebste, die Sie sich bei der Durchführung der Aktion Reinhardt für das ganze deutsche Volk erworben haben, meinen Dank und meine Anerkennung aus. Heil Hider». NO-058 .
    32 NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, op. cit., p. 131 .
    33 NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, op. cit., p. 131. 32, Eugen Kogon, Der SS-Staat, Verlag Karl Alber, München 1946, pp. 296-297.Circa la fonte del pretesto documento, l'Autore si limita a scrivere che esso «è stato redatto dalle SS» (p. 297), ma di ciò non fornisce alcuna prova.
    34 Der Prozeß gegen die Haiptkriegsverbrecher vor dem internationalen Militärgerichtshof, Nürnberg 14. November 1945 - I. Oktober 1946, Veröffentlicht in Nünrnberg, Deitschland, 1949, vol. XXIII (Indice), p. 62. (utilizzazione dei cadaveri).
    35 T-1309 = PS-1553, p. 5 .36 L'aggettivo "carieuse" non esiste in francese; lo traduciarno secondo il
    senso dd'aggettivo tedesco corrispondente nel docurnento T-1310 knochenweich .
    37 T-1310, p. 9.38 T-1309 = PS-1553, p. 5; T-1310, p. 9 .
    39 Vierteljahreshefte für Zeitgechichte, 1953, p. 189, nota 3 9 a .
    40 La soluzione finale, op. cit., p. 184 .
    41. Der Prozess gegen die Hauptkriegsverbrecher vor dem internationalen Militärgerichtshof, Nürnberg 14. November 1945-1. Oktober 1946. Veröffentlicht in Nürnberg, Deutschland, 1948. Vol. XXIX, p. 123 .42 La fonte, non indicata dal Fölkel, è: Der Prozess gegen die Hauptkriegsverbrecher vor dem internationalen Militärgerichtshof, op. cit., Vol. XX, p. 555 .

    Questo testo è stato messo su Internet a scopi puramente educativi e per incoraggiare la ricerca, su una base non-commerciale e per una utilizzazione equilibrata, dal Segretariato internazionale dell'Association des Anciens Amateurs de Récits de Guerre et d'Holocauste (AAARGH). L'indirizzo elettronico del segretariato è <aaarghinternational at hotmail.com>. L'indirizzo postale è: PO Box 81 475, Chicago, IL 60681-0475, Stati Uniti.

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  7. #7
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