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BLAISE PASCAL
TRE DISCORSI SULLA CONDIZIONE DEI GRANDI

(n.b. E' questo il primo dei tre discorsi che Pascal pronunciò nell'autunno del 1660 per un giovane di elevata condizione, probabilmente il figlio del duca di Luynes)
I Discorso

Per entrare nella vera conoscenza della vostra condizione, osservatela attraverso questa immagine. Un uomo è gettato dalla tempesta in un’isola
sconosciuta, i cui abitanti erano in pena per trovare il loro re che si era perduto; e avendo egli molta rassomiglianza nel fisico e nel volto con il re, è preso per quello stesso e in tale qualità da tutto il popolo. All’inizio non sapeva che partito prendere, ma alla fine si risolse di affidarsi alla sua buona fortuna. Accettò tutti gli onori che gli si volevano rendere e si lasciò trattare da re. Ma poiché non poteva dimenticare la sua condizione naturale, nello stesso tempo in cui riceveva le attestazioni di rispetto, non dimenticava di non essere il re che il popolo cercava, e che quel reame non gli apparteneva. Così, aveva due pensieri: l’uno, in virtù del quale agiva da re, l’altro in virtù del quale riconosceva il suo vero stato, e che solo il caso (hasard) lo aveva messo nel posto in cui si trovava. Egli nascondeva quest’ultimo pensiero e lasciava trasparire l’altro. Con il primo trattava con il popolo, con l’ultimo trattava se stesso.
Non crediate che sia per un caso meno fortuito che voi possedete le ricchezze di cui siete padroni, di quello per cui quell’uomo si trovava ad essere re. Voi non avete alcun diritto da voi stessi e dalla vostra natura, non più di lui; e vi trovate non soltanto figlio del duca, ma perfino al mondo solamente in seguito ad un’infinità di circostanze casuali. La vostra nascita dipende da un matrimonio, o piuttosto da tutti i matrimoni di coloro da cui discendete. Ma da che dipendono quei matrimoni? Da una visita fatta incidentalmente, da un discorso ventilato, da mille circostanze impreviste.
Voi possedete, dite voi, le vostre ricchezze per averle ricevute dai vostri
antenati; ma non è forse per mille casi fortuiti che i vostri antenati le hanno
acquistate e le hanno conservate? Credete anche che sia per qualche legge naturale che questi bei siano passati dai vostri antenati a voi? Ciò non è vero. Tale ordine non è fondato che sulla sola volontà dei legislatori che possono aver avuto delle buone ragioni, nessuna delle quali deriva però dal diritto naturale che voi avete su queste cose. Se ad essi fosse piaciuto ordinare che questi beni, dopo essere stati posseduti dai padri durante la loro vita, dovessero ritornare allo stato dopo la morte, voi non avreste alcun motivo di lamentarvene.
Così, il titolo per cui possedete il vostro bene non è un titolo di natura, ma
di un’istituzione umana. Un altro ordine di considerazioni in quelli che hanno fatto le leggi, vi avrebbe reso povero; ed è solo questo incontro fortuito che vi ha fatto nascere con il capriccio di leggi a voi favorevoli, che vi mette in possesso di tutti questi beni. Io non voglio dire che essi [i beni posseduti] non vi appartengono legittimamente e che sia permesso ad un altro di rapirveli; perché Dio, che ne è il padrone, ha permesso alla società di fare le leggi per dividerli; e quando queste leggi sono stabilite, è ingiusto violarle. È questo che vi distingue un poco da quell’uomo che non possiederebbe il suo reame se non per l’errore del popolo; perché Dio non autorizzerebbe tale possesso e l’obbligherebbe a rinunciarvi, mentre autorizza il vostro. Ma ciò che vi è interamente comune con lui è che il diritto che voi vi avete non è fondato, non più del suo, su qualche qualità e su qualche merito che sia per voi e che ve ne renda degno. La vostra anima ed il vostro corpo sono per loro stessi indifferenti allo stato di battelliere o a quello di duca; e non c’è alcun legame naturale che li leghi a una condizione piuttosto che a un’altra.
Cosa deriva da ciò? Che voi dovete avere come quell’uomo di cui abbiamo
parlato, un duplice pensiero; e che se agite esteriormente con gli uomini secondo la vostra posizione sociale, dovete riconoscere con un pensiero più nascosto ma più vero, che non avete niente naturalmente, al di sopra di loro. Se la considerazione pubblica vi eleva al di sopra degli uomini comuni, l’altra vi abbassi e vi mantenga in una perfetta uguaglianza con tutti gli uomini, perché questo è il vostro stato naturale. Il popolo che vi ammira forse non conosce questo segreto. Crede che la nobiltà sia una grandezza reale e considera quasi i grandi come di una natura diversa da quella degli altri.
Non scoprite loro simile errore, se volete; ma non abusate di questa
superiorità con insolenza, e soprattutto non disconoscete voi stessi credendo che il vostro essere abbia qualche cosa di più elevato di quello degli altri.
Che direste di quell’uomo fatto re per errore del popolo, se dimenticasse
talmente la sua condizione naturale da immaginarsi che quel reame gli fosse dovuto, che lo meritasse e che gli appartenesse di diritto? Vi meravigliereste della sua stupidità e della sua pazzia. Ma ve n’è di meno nelle persone di alta estrazione sociale che vivono in un così strano oblio del loro stato naturale?
Quanto importante è quest’avvertenza! Infatti, tutti i comportamenti
passionali, tutte le violenze e tutta la vanità dei grandi derivano dal fatto che non conoscono ciò che sono: essendo difficile che quelli che si ritenessero interiormente uguali a tutti gli uomini e che fossero ben persuasi di non avere niente in loro che meriti quei piccoli vantaggi che Dio ha loro dato al di sopra degli altri, li trattassero con insolenza. Bisogna dimenticare se stessi per questo, e credere di avere qualche reale superiorità al di sopra di loro; in questo consiste l’illusione che io cerco di svelarvi.