Non è così. La Peppermint ha dato mandato ad una società con sede in Svizzera (la Logistep n.d.r.) di raggranellare gli indirizzi IP di tutti quegli utenti che condividevano files sui quali loro detengono i diritti e questa ha fatto egregiamente il suo compito. Una volta avuti gli indirizzi IP la Peppermint tramite uno studio legale di Bolzano ha chiesto ai provider a chi erano intestati ottenendo dei dinieghi ed allora si è rivolta al Tribunale di Roma per ottenere i dati. Purtroppo il garante della privacy inizialmente non si è costituito in giudizio ed il tribunale di Roma ha ordinato ai provider di fornire i nominativi. A quasi 4000 persone sono arrivate in seguito le richieste di risarcimento di cui stiamo parlando e sulla cui legittimità molti nutrono dubbi (come si fa a chiedere soldi accusando una persona di aver commesso un reato quando questa è solo l'intestataria della connessione, quando indagare sulle ipotesi di reato è competenza degli organi di polizia giudiziaria e per giunta con la minaccia di presentare, in caso di mancato risarcimento, una denuncia per un illecito che in realtà deve essere perseguito d'ufficio?). Successivamente, a causa del notevole clamore suscitato dalla vicenda ed a seguito delle successive richieste presentate al tribunale di Roma (la società incaricata ha continuato a monitorare il traffico P2P) il garante della privacy si è costituito in giudizio ed il tribunale non ha consentito il rilascio dei nuovi dati.





(nel caso abbiano pagato).
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