Dal 1915 al 1917 undici tremende battaglie sull'Isonzo condussero l'armata imperiale sull'orlo della catastrofe. Cadorna non era riuscito a sfondare, ma aveva logorato l'esercito austroungarico infliggendogli enormi perdite; una nuova spallata poteva diventare quella fatale. Era quindi necessario reagire al più presto per liberarsi da quell'abbraccio mortale che l'armata italiana stringeva su quella austro-ungarica. Con la battaglia di Caporetto ci mancò poco che l'ultima battaglia dell'Isonzo non segnasse la vittoria completa sull'Italia, lo sfascio totale delle sue armate. Per l'Impero quell'occasione irripetibile fu sprecata e resterà uno dei grandi enigmi della storia. Le ragioni tecniche dello sfondamento di Caporetto da parte delle truppe austro-ungariche e tedesche sono note. Il comandante supremo Luigi Cadorna si preparava ad un intervento in trincea nelle migliori condizioni possibili, Luigi Capello comandante della seconda armata, credeva invece, che in caso d'attacco occorresse lanciare subito un'energica controffensiva strategica. Capello aveva ragione, ma quando i due generali si incontrarono alla vigilia dello sfondamento, ogni cambiamento era ormai impossibile. L'artiglieria pesante era in posizione avanzata, il comandante del XXVII corpo d'armata, ten. gen. Badoglio, ordinò di sparare solo su suo ordine, che non venne mai dato, sicché la potenza dell'artigliera posizionata non venne utilizzata; il grosso degli uomini era posizionato sulle prime linee, soggetto ai colpi dell'artiglieria nemica, mentre la seconda linea era sguarnita e in pessime condizioni. Inoltre quando un ufficiale ceco si presentò, il 20 ottobre, alle linee italiane per riferire che gli austro-ungarici e i tedeschi si apprestavano ad attaccare nella conca di Tolmino, i comandanti italiani non gli credettero. A monte di tutto vi fu una vera e propria inazione dei vertici generali, i quali lasciando le truppe senza ordini e ritirando i propri Stati Maggiori in posti più tranquilli, assistettero al dramma della ritirata, salvo poi riversare sulle truppe le loro enormi responsabilità, tacciandole ed accusandole di vigliaccheria.
La data d'inizio fissata dapprima al 22 ottobre 1917, fu spostata di due giorni, al 24 ottobre, per via di difficoltà insuperabili di rifornimento, specialmente per la zona nord (passi e monti già innevati). Il maltempo persistente impedì le ricognizioni aeree, facilitando la marcia di avvicinamento delle truppe ed evitando il disturbo dell'artiglieria nemica ai preparativi. Entro il 19 erano già pronte al fuoco 300 batterie dotate di munizioni per quattro giorni. Il 24 ottobre, alle 2.00 di mattina cominciarono i tiri dell'artiglieria lungo l'intero fronte, raggiungendo il massimo dell'intensità dalle 7.30 alle 8.00 quando entrarono in azione anche i lanciamine e lanciagas; la reazione dei cannoni italiani fu piuttosto debole. In quelle ore Badoglio trasmette via radio e in chiaro le sue posizioni che ovviamente sono subito bombardate,
Appena cessata la tempesta delle granate, le truppe d'assalto si gettarono nelle trincee nemiche di prima linea, travolgendo i soldati storditi dal bombardamento o avvelenati dai gas tossici (in una sola grotta morirono intossicati 3000 soldati italiani); l'attacco di sorpresa riuscì subito sull'intero fronte investito. In poche ore l'ala destra della II armata fu distrutta. Già la sera del primo giorno risultò che erano state superate la prima e la seconda linea italiana. La battaglia era persa.
La sera del giorno seguente 25 ottobre risultò che il sistema difensivo italiano avanzato era in dissoluzione; appariva sicura la conquista del Monte Stol, probabile quella del Monte Mataiur, imminente quella del Monte Hum e Monte San Martino.Nelle prime fasi della battaglia di Caporetto si distinse un giovane tenente svevo, Erwin Rommel, che con il suo reparto conquistò il giorno 24 ottobre il monte Kolovrat, poi la cima del monte Kuk, infine il Matajur, postazione strategica per la difesa della valle del Natisone. La via verso Udine e la pianura friulana era completamente libera. Ora era decisiva la velocità, per togliere agli italiani la possibilità di organizzare efficaci contromisure. Il giorno 26 concluse la completa rottura del fronte italiano, dando la certezza di una grande vittoria. Decisiva per l'ordine di ritirata del generale Cadorna fu la conquista della Punta di Monte Maggiore (a sud della Sella Uccea), fatta dal primo reggimento Kaiserschützen, perché essa costituiva a nord il pilastro d'angolo dell'ultima linea difensiva e quindi gli italiani non potevano più pensare ad una resistenza a nord. A questo punto occorreva superare le colonne italiane in ritirata per raggiungere prima di loro i ponti sul fiume Tagliamento, passando e imbottigliando così in una enorme sacca le armate italiane, per annientarle. Ma questo piano fallì e gli austro-tedeschi poterono oltrepassare il Tagliamento appena il 4 novembre, dopo attacchi sistematici agli ultimi tentativi di resistenza, e proseguire l'avanzata il giorno seguente. Si perdette tempo anche al nord per raggiungere la zona di Belluno-Feltre ed il corso medio del Piave, cosicché la IV armata italiana riuscì in gran parte a sfuggire alla prigionia e ad attestarsi sul Monte Grappa. Infine bisognò fermarsi al Piave a causa dell'intervento di truppe inglesi e francesi e per la scarsità di munizioni e di rifornimenti, data la grande distanza dalle basi di partenza.
In conseguenza dello sfascio del fronte isontino gli italiani dovettero sgombrare anche l'intera linea d'alta quota dalle Alpi Giulie e Carniche alle Dolomiti ed ai Monti di Fiemme, fino alla Valsugana. wikipendia.it




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