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Discussione: Caporetto

  1. #211
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    tito conquistòp l'istria manu militari e non era facile sloggiarlo
    inoltre oggettivamente i comunistititini avevano combattuto al fianco degli alleati e gli italiani solo in parte e tardivamente dopo essere stati una delle potenze dell'asse.

    se mussoini non entrava in una guerra assurda contro inostri naturali alleati e al fianco dei nemici storici e dei pazzi nazisti tutto ciò ci sarebbe stato risparmiato
    vae victis

  2. #212
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    Citazione Originariamente Scritto da mosongo Visualizza Messaggio
    Non fare il minchione col dire che in Istria vi sono ancora italiani...lo sai anche tu che è una minoranza risicata.
    Che poi Churchill voleva fare questo o quello non aggiunge nulla al fatto che la cessione dell'Istria a Tito fu un atto vergognoso poiché fu un regalo per metterlo a tacere sulla sua richiesta di un processo ai gerarchi fascisti.
    Per l'Istria caso mai, avrebbero potuto raggiungere l'accordo di formare uno stato indipendente cuscinetto anche se vi erano in maggioranza più italiani, visto che le zone di confine sono "speciali", e in caso caso avrebbero anche potuto infoltirlo di slavi.
    era misto, nn puoi dire chi prevalicava su un popolo, prima bisogna pensare che era tutto uno, cerano sloveni e italiani leggi qui


    Il rapporto italo-sloveno nella regione adriatica ha la sua origine nella fase di crisi successiva al crollo dell'impero romano, quando da una parte sul tronco della romanità si sviluppa l'italianità e dall'altra si verifica l'insediamento della popolazione slovena. Di questo secolare rapporto di vicinanza e di convivenza s'intende qui trattare il periodo, che si apre intorno al 1880, segnato dal sorgere di un rapporto conflittuale e di un contrasto nazionale italo-sloveno.

    Questo conflitto si sviluppa all'interno di una realtà politico-statale, la monarchia asburgica, della quale le diverse zone costituenti il Litorale austriaco erano entrate a far parte attraverso un secolare processo, iniziato nella seconda metà del XIV secolo e conclusosi, con l'Istria veneziana, nel 1797. La plurinazionale monarchia asburgica nella seconda metà del XIX secolo appare incapace di dare vita a un sistema politico che rispecchiasse compiutamente nella struttura statale la multinazionalità della società, ed è scossa pertanto da una questione delle nazionalità che essa non sarà in grado di risolvere. All'interno di questa Nationalitätenfrage asburgica si colloca il contrasto italo-sloveno, sul quale si riflettono anche i processi di modernizzazione e di trasformazione economica, che toccano tutta l'Europa centrale e la stessa area adriatica.
    Il rapporto italo-sloveno appare così caratterizzato, secondo un modello che si ritrova anche in altri casi della società asburgica del tempo, da un contrasto tra coloro, gli italiani, che cercano di difendere uno stato di possesso (Besitzstand) politico-nazionale ed economico-sociale e coloro, gli sloveni, che tentano invece di modificare o di ribaltare la situazione esistente. Il problema è reso ancora più complesso dall'indubbio richiamo culturale ed emotivo, anche se non sempre politico, che l'avvenuta proclamazione del Regno d'Italia e forse più ancora il passaggio a questo stato dei vicini territori del Veneto e del Friuli esercitano sulle popolazioni italiane d'Austria. Allo sguardo che gli italiani rivolgono oltre le frontiere della monarchia si contrappone la volontà slovena di rompere i confini politico-amministrativi, che in Austria li dividono tra diversi Kronländer (oltre ai tre del Litorale, la Carniola, la Carinzia e la Stiria), limitandone i rapporti reciproci e la collaborazione politico-nazionale.

    L'unione del Veneto al Regno d'Italia aveva determinato anche la nascita di una questione che tocca direttamente le relazioni italo-slovene: con il 1866 la Valle del Natisone, la Slavia veneta, entra a fare parte dello stato italiano, la cui politica verso la popolazione slovena esprime immediatamente la differenza tra un vecchio stato regionale, la Repubblica di Venezia, e il nuovo stato nazionale. Il Regno d'Italia segue una linea di cancellazione del particolarismo linguistico, che ha le sue radici in una volontà uniformizzatrice che non tiene in alcun conto neppure l'atteggiamento lealistico della popolazione che è oggetto di queste misure.
    Intorno all'anno 1880 gli sloveni si erano ormai dotati di basi sufficientemente solide per un'autonoma vita politica ed economica in tutte le unità politico-amministrative austriache nelle quali essi vivevano. Anche nel Litorale austriaco il movimento politico degli sloveni del Goriziano, del Triestino e dell'Istria costituì parte integrante del movimento politico degli sloveni nel loro complesso. Viene così a diminuire, per poi cessare quasi completamente nei decenni successivi, l'assimilazione della popolazione slovena (e anche croata) trasferitasi nei centri cittadini e in particolare a Trieste.
    La più viva coscienza politica e nazionale e la maggiore solidità economica sono alla base di questo fenomeno che allarma le élites italiane, dà vita a una politica spesso angusta di difesa nazionale, che contrassegnerà la storia della regione sino al 1915, e contribuisce a rendere più teso il rapporto tra i due gruppi nazionali, anche a causa delle contrastanti aspirazioni slovene e italiane a una diversa delimitazione dei rispettivi territori nazionali.

    In tutte e tre le componenti territoriali del Litorale austriaco (Trieste, Contea di Gorizia e di Gradisca, Istria) sloveni e italiani convivevano gli uni accanto agli altri. Nel Goriziano la delimitazione nazionale appariva più netta, con una separazione longitudinale Occidente-Oriente, etnicamente mista era solo la città di Gorizia, dove il numero degli sloveni era però crescente, tanto da far ritenere ad autori politici sloveni alla vigilia del 1915 che il raggiungimento di una maggioranza slovena nella città isontina fosse ormai imminente. Trieste era a maggioranza italiana, ma il suo circondario era sloveno.
    Anche in questo caso la popolazione slovena appariva in ascesa. In Istria gli sloveni erano presenti nelle zone settentrionali, per la precisione nel circondario delle cittadine costiere a prevalenza italiana. In tutta l'Istria il movimento politico-nazionale degli sloveni si saldava con quello croato, rendendo talora difficile una trattazione distinta delle due componenti della realtà slavo-meridionale della penisola.
    Il carattere peculiare degli insediamenti italiano e sloveno nel Litorale è rappresentato dalla fisionomia prevalentemente urbana di quello italiano ed eminentemente rurale di quello sloveno. Questa distinzione non va però assolutizzata, non devono essere dimenticati gli insediamenti rurali italiani in Istria e in quella parte del Goriziano detta allora Friuli Orientale e quelli urbani sloveni - oltre a tutto in espansione, come si è già detto - a Trieste e a Gorizia.

    Ma anche se una separazione troppo marcata tra realtà urbana e rurale va evitata, il rapporto città-campagna rappresenta effettivamente un momento fondamentale della lotta politica nel Litorale, determinando anche un intersecarsi di motivi nazionali e sociali nel contrasto italo-sloveno, che ne renderà più difficile una composizione. Il nodo del rapporto tra città e campagna sta anche alla base di un dibattito politico e storiografico tuttora in corso sull'autentica fisionomia nazionale della regione Giulia.
    Da parte slovena si afferma l'appartenenza delle città alla campagna, sia perché nelle aree rurali si sarebbe conservata intatta, non alterata dal sovrapporsi di processi culturali e sociali, l'identità originale di un territorio, sia perché il volto nazionale delle città sarebbe la conseguenza di processi di assimilazione che hanno impoverito la nazione slovena. La perdita dell'identità nazionale attraverso l'assimilazione è quindi vissuta dagli sloveni, ancora decenni dopo, come un'esperienza dolorosa e drammatica, che non deve ripetersi. Da parte italiana si replica con il richiamo al principio dell'appartenenza nazionale come frutto di una scelta culturale e morale liberamente compiuta e non di un'origine etnico-linguistica.

    Tornando al nesso città-campagna, secondo l'interpretazione italiana è invece la tradizione culturale e civile delle città che dà la propria impronta alla fisionomia e al volto di un territorio. Da questa differenza di impostazione deriveranno anche i successivi contrasti sul concetto di confine etnico e sul significato degli stessi dati statistici sulla nazionalità delle popolazioni in aree di frontiera, alterati - a parere degli sloveni - dall'esistenza di polmoni urbani prevalentemente italiani.
    Benché la questione nazionale all'interno della monarchia asburgica presenti alcuni denominatori comuni, le condizioni conflittuali nelle singole zone e quindi anche nel Litorale presentano peculiarità specifiche. La rapida crescita del movimento politico ed economico sloveno e l'espansione demografica degli sloveni nelle città sono ricondotte da parte italiana anche all'azione dell'autorità governativa che avrebbe attuato una politica di sostegno all'elemento sloveno (ritenuto indubbiamente più leale di quello italiano, come risulta da dichiarazioni esplicite di autorità austriache), per contrastare l'autonomismo e il nazionalismo italiano.

    L'attribuzione di una fisionomia esclusivamente artificiale all'espansione slovena non tiene però conto di quella che è la naturale forza di attrazione esercitata da centri urbani verso le aree rurali e nel caso specifico a quella esercitata da una grande città in crescita dinamica come Trieste verso il suo circondario. Questo rapporto risponde a leggi economiche, come hanno sottolineato Angelo Vivante e Scipio Slataper, e non solo a un disegno politico.
    Anche alla Chiesa cattolica, come all'autorità governativa, gli ambienti nazionali e liberali italiani rimproverano frequentemente di svolgere una funzione filo-slovena, affermazione questa suffragata dall'attiva partecipazione di sacerdoti al movimento politico sloveno.

    Su un piano politico-amministrativo l'asprezza della questione nazionale impedisce o rende incompleto l'adeguamento delle istituzioni e dei rapporti linguistici ai principi costituzionali e alle idee liberali. Le modifiche alle leggi elettorali locali si mantengono nell'ambito del sistema censitario: in tal modo la composizione dei consigli dietali e comunali non rispecchia le reali proporzioni numeriche esistenti tra i gruppi nazionali (ad esempio nella Dieta provinciale di Gorizia esisteva una maggioranza italiana, anche se gli sloveni costituivano i 2/3 della popolazione di quel territorio). L'evoluzione delle disposizioni in materia linguistica e lo sviluppo delle strutture scolastiche slovene e croate sono frenati dagli organi politici a maggioranza italiana, che impediscono una piena parificazione tra le lingue parlate nel Litorale, due nella Contea di Gorizia e a Trieste e tre in Istria.

    Nei decenni che precedettero la prima guerra mondiale gli sloveni e gli italiani non strinsero legami politici. Costituisce un'eccezione la Dieta goriziana, nella quale si verificarono inconsuete alleanze tra i cattolici sloveni e i liberali sloveni e i cattolici italiani a stringere intese contingenti.
    I cattolici italiani del Goriziano avevano il proprio punto di forza specie nella campagna friulana, dove agiva il partito popolare friulano, i cui dirigenti furono più tardi tacciati di austriacantismo. Il tentativo di dare vita ad associazioni cattoliche slovene-italiane, fallì, né suscitò più tardi legami tra i due popoli il movimento cristiano-sociale. Appare dunque evidente come le ragioni dell'appartenenza nazionale facessero premio su quelle ideologiche.

    Questa tendenza è ancora più chiara in Istria, dove il partito popolare italiano è più vicino a posizioni nazionali e dove la vita politica è imperniata su una contrapposizione tra un blocco italiano, che tenta di mantenere in vita la prevalenza italiana nelle istituzioni politiche e nel sistema scolastico, e un blocco croato-sloveno, che cerca invece di modificare l'equilibrio esistente. In campo liberale e popolare-cattolico i due gruppi nazionali sono rappresentati in tutto il Litorale da parte di partiti "nazionali" distinti e contrapposti.

    Si instaurarono invece legami più solidi nell'ambito del movimento socialista improntato all'internazionalismo benché nel Litorale austriaco esso si fosse dato un'organizzazione articolata in base a criteri nazionali. Fu proprio l'affermazione di questo principio a contenere l'assimilazione dei lavoratori sloveni, ma vi furono palesi attriti fra i socialisti delle due nazionalità e divergenze di vedute spesso aspre si manifestarono anche successivamente, verso la fine della prima guerra mondiale, nel corso delle discussioni sulla appartenenza statale di Trieste e sulla sua identità nazionale.
    Un progetto croato, che contemplava una comune resistenza a un'asserita germanizzazione della monarchia asburgica, avrebbe potuto dare vita ad un "patto adriatico" tra le nazioni gravitanti sul Litorale, ma esso avrebbe, secondo gli sloveni, attribuito agli italiani aree di influenza così estese da danneggiare gli interessi sloveni.
    Il mancato sviluppo di un dialogo e di una cooperazione italo-sloveni incide profondamente sull'atmosfera di Trieste e, sia pure in misura minore, anche di Gorizia e dell'Istria alla vigilia del 1915. Italiani e sloveni guardano prevalentemente alla loro identità nazionale e si rivelano scarsamente capaci di sviluppare un senso di appartenenza comune alla terra nella quale entrambi i gruppi nazionali sono radicati. Gli sloveni perseguono l'idea di una Trieste capace di alimentare l'attuazione dei loro programmi economici e sottolineano il ruolo centrale per il loro sviluppo di questa città, la cui popolazione slovena sebbene minoritaria era superiore a quella della stessa Lubiana, in ragione della diversa consistenza demografica delle due città.

    La loro espansione demografica li portava a ritenere imminente il momento della conquista della maggioranza della popolazione a Gorizia e inevitabile, sia pure in tempi più lunghi, un risultato analogo a Trieste. La maggioranza della popolazione italiana si raccoglie così intorno a una politica di intransigente difesa nazionale, tesa a salvaguardare un'immutabile fisionomia italiana della città. Se gli sloveni guardano a un retroterra vicino, gli italiani si rivolgono al più lontano retroterra dei territori interni della monarchia e anche al Regno d'Italia.

    In campo italiano Ruggero Timeus sviluppa anche un nazionalismo radicale minoritario che è fondato sull'idea di una missione civilizzatrice in senso culturale e nazionale della città e sull'imperativo di un'espansione economica dell'italianità nell'Adriatico. La forza politica più rappresentativa degli italiani di Trieste è però il partito liberale-nazionale, nel quale sopravvive una minoranza legata all'ispirazione mazziniana mentre la maggioranza vede il compito immediato dell'irredentismo nella difesa dell'identità italiana della città e delle sue istituzioni.

    In questo clima teso e infuocato vennero alla luce anche idee di personalità del mondo della cultura che si innestarono sul solco segnato dagli autori della rivista "La Favilla" nella fervida atmosfera del 1848. Si trattò del gruppo che si raccolse intorno alla rivista fiorentina "La Voce", resasi promotrice di iniziative rivolte alla convivenza tra i popoli nonché alla conoscenza e al riconoscimento della realtà plurietnica di Trieste e del suo circondario. A questa rivista collaborarono alcuni giovani triestini, tra i quali Slataper e i fratelli Carlo e Giani Stuparich.

    In opposizione all'irredentismo politico essi definiscono la loro posizione con il termine di irredentismo culturale e intendono sviluppare la cultura italiana nel confronto e nel dialogo con quelle slavo-meridionali e tedesca. Trieste assume quindi per loro la funzione di luogo di incontro tra popoli e civiltà diversi; la loro concezione politica sino al 1914 è quindi molto simile a quella del socialismo triestino. Del resto proprio nelle edizioni de "La Voce" viene pubblicato il più maturo risultato del pensiero socialista, e cioè il volume di Vivante sull'irredentismo adriatico. Dal versante sloveno non si ebbero riscontri incoraggianti né si registrarono reazioni a questo libro.

    Gli sloveni apparivano ancora impegnati nella ricerca di una propria identità e incapaci di incamminarsi alla scoperta di altre identità. Rari furono coloro i quali riuscirono a ergersi al di sopra delle barriere nazionalistiche, si vedano ad esempio alcuni giudizi della fondazione dell'università a Trieste. Le tensioni erano troppo acute e agli sloveni pareva preferibile e più a portata di mano una soluzione slavo-meridionale della crisi che attanagliava la monarchia austriaca alla vigilia dello scoppio del primo conflitto mondiale. Con la prima guerra mondiale il programma dell'irredentismo diventa parte integrante della politica italiana, sia pure nella convinzione - che durerò almeno sino alla primavera del 1918 - che l'Austria-Ungheria, anche se profondamente ridimensionata sotto il profilo territoriale, sarebbe sopravvissuta al conflitto.

    Prima ancora dell'entrata in guerra dell'Italia il diplomatico italiano Carlo Galli nel corso di una missione a Trieste incontrò, per incarico del suo governo, esponenti sloveni. Per la dirigenza slovena si trattò dei primi contatti ufficiali con uno stato straniero. Già con il patto di Londra però il governo italiano adottò un programma di espansione, nel quale accanto alle motivazioni nazionali erano presenti ragioni geografiche e strategiche. Il già diffuso lealismo sloveno nei confronti dello stato austriaco trasse ulteriore alimento dalle prime voci sugli aspetti imperialistici del patto di Londra e sulle soluzioni in esso adottate in merito al confine orientale del Regno d'Italia nonché dall'atteggiamento delle autorità militari italiane nelle prime zone occupate.

    Un parziale revirement italiano si determinò dopo la sconfitta di Caporetto, dando luogo a una politica di dialogo con le nazionalità soggette d'Austria-Ungheria che culminò nel congresso di Roma dell'aprile 1918 e in un'intesa con il comitato jugoslavo. Mentre il persistere del lealismo asburgico sembra ormai contraddittorio di fronte ai processi di disgregazione interna che scuotono lo stato austro-ungarico, tra gli sloveni si diffondono l'idea del diritto all'autodeterminazione e quella della solidarietà jugoslava. Nella fase finale della guerra e all'inizio del dopoguerra si palesa con tutta evidenza il contrasto tra una tesi slovena e jugoslava, tendente a un confine "etnico", che affonda le sue radici nella concezione dell'appartenenza della città alla campagna e che sostanzialmente coincide con il confine italo-austriaco del 1866, e una tesi italiana, mirante a un confine geografico e strategico, determinata dal prevalere nella penisola delle correnti più radicali e dalla necessità politico-psicologica di garantire una frontiera sicura alle città e alla costa istriane, prevalentemente italiane, e di offrire all'opinione pubblica segni tangibili di ingrandimenti territoriali, che compensassero gli enormi sacrifici richiesti al paese durante la guerra.

    http://www.triesteistria.it/sec07_itslo_01.htm

  3. #213
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    Citazione Originariamente Scritto da trenta81 Visualizza Messaggio
    beh nn è che i fascisti di mussolini abbiano fatto meglio, ha trieste hanno bruciato il hotel balkan, dove era la biblioteca, il teatro, il circolo sloveno ecc, a gonars ce stato il lager fascista, quando sono saliti su i partigiani di tito, tanti venivano dai posti dove il fascismo ha fatto piu male che bene, insomma sono stati fatti dei crimini, ed è logico che l'odio imperversava su tutti quelli che parlavano italiano

    La repressione politica e le istruzioni militari [modifica]

    Dai documenti redatti dall'Alto Commissario Emilio Grazioli, ma anche da quelli dei generali Roatta, Robotti e Gambara, emerge un conflitto che non si limita alla repressione contro il Fronte di Liberazione, ma che parte da una diversa visione politica del rapporto tra vincitori e vinti, tra razza dominatrice e popolazione assoggettata: quindi marcatamente razzista.

    Secondo il generale Orlando:
    Collabora a Wikiquote « ... è necessario eliminare: tutti i maestri elementari, tutti gli impiegati comunali e pubblici in genere (A.C., Questura, Tribunale, Finanza ecc.), tutti i medici, i farmacisti, gli avvocati, i giornalisti, ... i parroci, ... gli operai, ... gli ex-militari italiani, che si sono trasferiti dalla Venezia Giulia dopo la data suddetta. »

    (gen. Orlando)

    Orlando, intende l'eliminazione della massa attraverso la deportazione di migliaia di uomini nei campi di concentramento, che i comandi militari hanno aperto in Italia e in Dalmazia per sloveni e croati.

    Viene anche adottata la politica dell'affamamento e della rapina, praticata dai comandanti italiani, tra gli altri il gen. Danioni che progetta di:
    Collabora a Wikiquote « Procedere alla requisizione dei raccolti lasciando ad ogni singolo proprietario il puro necessario per non morire di fame. »

    (gen. Danioni)

    Mario Roatta propone inoltre la deportazione: "di tutti i disoccupati e degli studenti per farne unità di lavoratori".

    Inoltre viene condotta una repressione contro gli intellettuali (docenti e studenti dall'università alle scuole inferiori) essendo considerati la colonna portante del movimento partigiano.

    L'11 luglio 1942 Robotti scrive a Grazioli dopo le ennesime "operazioni di rastrellamento ed epurazione politica", effettuate dal 24 giugno al 1 luglio a Lubiana e nella provincia è stata attuata la deportazione nei campi di più di 5.000 uomini (tra i 16 e i 50 anni); mentre il comandante dell'XI Corpo d'Armata lamenta che:
    Collabora a Wikiquote « ...il mancato rastrellamento di donne, specialmente insegnanti di scuole medie ed elementari, che hanno notoriamente svolto e tuttora svolgono attiva opera di propaganda comunista e di assistenza ai partigiani, ha prodotto cattiva impressione. »


    Nel corso di una riunione con i vertici delle Forze armate di Roma e della II Armata, tenuta a Gorizia il 31 luglio 1942, Mussolini approva le analisi e le decisioni di Roatta:
    Collabora a Wikiquote « Come avete detto è cominciato un nuovo ciclo che fa vedere gli italiani come gente disposta a tutto, per il bene del paese ed il prestigio delle forze armate ... Non vi preoccupate del disagio economico della popolazione. Lo ha voluto! Ne sconti le conseguenze ... Non sarei alieno dal trasferimento di masse di popolazioni. »

    (Roatta)

    I campi di concentramento [modifica]

    La scelta di costituire campi di concentramento per i civili viene concepita dapprima per neutralizzare gli elementi ritenuti pericolosi per l'ordine pubblico; ma successivamente le deportazioni crescono, coinvolgendo quote sempre più vaste di popolazione soprattutto quella rurale.

    In un vertice tenuto a Fiume il 23 maggio 1942, Roatta annuncia l'appoggio di Mussolini alla linea dura dei generali:
    Collabora a Wikiquote « Anche il Duce ha detto di ricordarsi che la miglior situazione si fa quando il nemico è morto. Occorre quindi poter disporre di numerosi ostaggi e di applicare la fucilazione tutte le volte che ciò sia necessario... Il Duce concorda nel concetto di internare molta gente - anche 20-30.000 persone. »

    (Roatta)

    A partire dal luglio 1942 le divisioni italiane, con grandi operazioni di rastrellamento alla caccia delle formazioni partigiane, svuotano il territorio in cui queste sono più presenti, deportando la popolazione dei villaggi in campi di concentramento costituiti appositamente. Si tratta soprattutto di donne, bambini ed anziani, poiché gli "uomini validi" fuggono nei boschi alla vista dei reparti italiani, per evitare di essere presi come ostaggi e fucilati nelle quotidiane rappresaglie decretate dai tribunali militari di guerra.

    Ma dai documenti degli stessi generali italiani emerge anche la determinazione per cui le rappresaglie contro i civili devono essere un'arma di pressione contro i partigiani del Fronte di Liberazione, che tengono in scacco una grossa parte dell'esercito italiano.

    Tra l'estate del 1942 e quella del 1943 furono attivi sette campi di concentramento per civili sotto il controllo della II Armata (che aveva la competenza su Slovenia e Dalmazia).

    Stabilire oggi il numero dei deportati risulta assai difficile, sia per la frammentarietà degli archivi consultabili, sia perché le stesse autorità italiane scrivevano di non avere un quadro delle situazione. Secondo alcune stime si conterebbero almeno 20.000 civili sloveni internati. Mentre un documento del Ministero degli interni italiano, databile alla fine dell'agosto 1942, indica un complesso di 50 mila elementi circa, sgombrati dai territori della frontiera orientale in seguito alle operazioni di polizia in corso, di cui la metà donne e bambini.

    La causa principale delle morti nei campi era la fame e il freddo. Già nel maggio 1942 una lettera di un dirigente cattolico di Lubiana segnala alle autorità militari italiane, che "nel campo di concentramento di Gonars ... gli internati soffrono atrocemente la fame". Dal rapporto destinato ai comandi militari e redatto da un ufficiale medico, emerge un livello di alimentazione insufficiente ed una situazione igienica inadeguata. Lo stesso afferma che la insufficienza alimentare si moltiplica per il freddo e la dispersione di calore corporeo vivendo i civili sotto tende, con abiti estivi e coperte insufficienti.

    Secondo le autorità italiane, fino al 19 novembre 1942, ad Arbe i morti erano stati 289 (di cui 62 bambini).

    Significative a questo proposito, sono le affermazioni del generale Gambara, in data 17/12/1942 :
    Collabora a Wikiquote « Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo d'ingrassamento. L'individuo malato sta tranquillo [...] Le condizioni da deperimento dei liberati di Arbe sono veramente notevoli - ma Supersloda da tempo sta migliorando le condizioni del campo. C'è da ritenere che l'inconveniente sia praticamente eliminato" »

    (generale Gambara, 17 dicembre 1942)

    Della gravità della situazione nei campi scrivono anche ufficiali dei Carabinieri Reali nei loro rapporti ai comandi:
    Collabora a Wikiquote « ... nei campi di concentramento la vita è davvero grama e fiacca il corpo e lo spirito. Particolarmente nel campo di Arbe, le condizioni di alloggiamento e del vitto sono quasi inumane: viene riferito che frequenti sono i casi di morte, gravi e frequentissime le malattie" e inoltre richiamano "vari casi di decesso provocati dalla scarsità del vitto e da malattie epidemiche diffusesi per deficienza di misure sanitarie. »

    I campi di concentramento rimasero attivi fino al disfacimento dell'esercito italiano, avvenuto in seguito dell'armistizio dell'8 settembre 1943 e la conseguente cessazione delle ostilità da parte delle truppe monarchiche italiane verso le forze di liberazione jugoslave

    http://it.wikipedia.org/wiki/Crimini_di_guerra_italiani

    questi fatti molti nn li sanno, ma è la verita, è stato solo un gioco dei alleati e del governo italiano, per nn esser stati messi al pari con norimberga
    I campi di concentramento , dove vennero internati i civili Sloveni durante la seconda guerra mondiale , furono diversi.
    Uno di questi a Monigo , frazione di Treviso.
    In quel luogo i prigionieri venivano tenuti in condizioni precarie , tanto che molti morirono di dissenteria , tifo e altre malattie che si sviluppano dove non c'è igiene....
    Le feroci vendette perpetrate nel 1945 contro gli italiani d'Istria e di dalmazia , e in provincia di Gorizia , non sono nate dal caso o non sono dovute al fatto che gli Slavi sarebbero un popolo barbaro , come spesso si sente dire da una certa propaganda fascistoide.....

  4. #214
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    Citazione Originariamente Scritto da Paolo Paolini Visualizza Messaggio
    tito conquistòp l'istria manu militari e non era facile sloggiarlo
    inoltre oggettivamente i comunistititini avevano combattuto al fianco degli alleati e gli italiani solo in parte e tardivamente dopo essere stati una delle potenze dell'asse.

    se mussoini non entrava in una guerra assurda contro inostri naturali alleati e al fianco dei nemici storici e dei pazzi nazisti tutto ciò ci sarebbe stato risparmiato
    vae victis
    Seguendo il tuo ragionamento iniziale, allora la Germania ancora oggi doveva essere divisa e infoltita di russi, francesi, polacchi, marocchini, australiani, indiani...ecc. ecc.
    Per la parte finale ti do ragione, ma aggiungo: non avrebbe dovuto fare nemmeno la marcia su Roma e nemmeno essere interventista nella prima guerra mondiale.
    Ma con il senno del poi, mi sa che Mussolini oggi rifarebbe gli stessi errori

  5. #215
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    Citazione Originariamente Scritto da Schiffsbauer Visualizza Messaggio
    Viribus Unitis era il motto dell'Imperatore, e per il significato che ha potrebbe diventare il motto dell'Unione Europea.

    Quanto a voi, avete affondato una nave formalmente croata in una base croata ormai priva di sorveglianza o quasi...proprio una bella impresa degna dell'eroismo italiano, non c'e' che dire
    Questi riferimenti sprezzanti puoi tenerli per te. Ciò che ignori è che di rado gli austriaci, i tedeschi e gli sloveni se ne escono con una visione così sciocca e caricaturale dell'Italia. Lo stesso vale per i sudtirolesi.
    Siete voi molesti "wannabe germans" padani o triestini (tavolta anche trentini) a proporre una visione tanto manichea in senso anti-italiano della storia proprio perchè dovete nevroticamente cancellare una parte della vostra identità o quella che è la vostra identità tout court. Quindi un triestino con nonni austriaci di Graz affermerà di essere austriaco, perchè essere italiano è avvilente (cosa su cui al limite, allo stato attuale, posso concordare). Come se io dichiarassi di essere veneto e non romano.
    Secondo punto, il livello di infamia della progettata invasione dell'Italia a seguito del terremoto di Messina è un qualcosa di cui non troverai, per quanto ti sforzi, un corrispettivo italiano nel medesimo periodo.
    Terzo, durante la prima guerra mondiale non vi fu alcun voltafaccia. L'Italia combatte dal primo giorno all'ultimo dalla medesima parte della barricata con un contributo alleato peraltro nettamente inferiore rispetto a quello accordato alla Francia. Quindi piantala di dire cazzate, una buona volta.

  6. #216
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    Schiffsbauer vatti a vedere le fortificazioni della linea cadorna per sbarrare la strada agli austriaci nel caso in cui avessero invaso l'Italia passando per il Canton Ticino.

    Le valli del luinese la Val Cuvia la Val Ceresio tutti gli imbocchi verso l'Italia erano stati fortificati, casematte, postazione per artiglieria......... trincee, magari avessero tentato un piano simile non ne sarebbero usciti vivi....

    E lo stato maggiore italiano non era allucinato, i piani di invasione erano concreti, dato che l'Austria considerava ancora il nord est e Lombardia un provincia ribelle...

  7. #217
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    Citazione Originariamente Scritto da Dani77 Visualizza Messaggio
    Questi riferimenti sprezzanti puoi tenerli per te. Ciò che ignori è che di rado gli austriaci, i tedeschi e gli sloveni se ne escono con una visione così sciocca e caricaturale dell'Italia. Lo stesso vale per i sudtirolesi.
    Siete voi molesti "wannabe germans" padani o triestini (tavolta anche trentini) a proporre una visione tanto manichea in senso anti-italiano della storia proprio perchè dovete nevroticamente cancellare una parte della vostra identità o quella che è la vostra identità tout court. Quindi un triestino con nonni austriaci di Graz affermerà di essere austriaco, perchè essere italiano è avvilente (cosa su cui al limite, allo stato attuale, posso concordare). Come se io dichiarassi di essere veneto e non romano.
    Secondo punto, il livello di infamia della progettata invasione dell'Italia a seguito del terremoto di Messina è un qualcosa di cui non troverai, per quanto ti sforzi, un corrispettivo italiano nel medesimo periodo.
    Terzo, durante la prima guerra mondiale non vi fu alcun voltafaccia. L'Italia combatte dal primo giorno all'ultimo dalla medesima parte della barricata con un contributo alleato peraltro nettamente inferiore rispetto a quello accordato alla Francia. Quindi piantala di dire cazzate, una buona volta.
    ti posto questo che ho gia scritto cmq le trovi su internet le informazioni

    è una cosa politica questa di cambiare per la propria vittoria, l'italia ha cambiato nel corso della guerra ma è normale è un gioco del governo, anche perche era debole con i terremoti che ci sono stati ecc, infatti era alleata dell'austria perchè voleva chiedere trento e trieste, gl'austriaci è vero che per trento nn creavano problemi, pero trieste era il porto dell impero, infatti nn volevano cederlo, per l'italia infatti nn era auspicabile entrare un guerra subito anche perche nemmeno con i francesi avevano buoni rapporti, si legge il ministro degli esteri italiano dice, che entreranno in guerra soltanto quando saranno certi della vittoria, ce stato un doppio gioco dove l'italia faceva il negoziato con tutte e due le alleanze facendo l'amica dell'austria e con l'inghilterra che chiedeva l albania dalmazia trento e trieste,l'italia entra in guerra e l'austria nn poteva reggere date le battaglie su piu fronti e l'esercito stanco, finita la guerra l'italia nn ricevera quello che ha chiesto e stipulato, per il gioco piu grande dei alleati che quando hanno vinto la guerra hanno lasciato all'italia delle bricciole, tutto quello che è stato stipulato nn hanno dato, avrebbero preso di piu con l'austria, l'inghilterra e la francia erano le due superpotenze all'italia nn restava che acettare, i migliaia di morti sono morti praticamente per pochi chilometri e nn per miglia di come si erano messi d'accordo, le alleate si son prese tutti i possedimenti del oriente della sconfitta e nn lasciando niente alla piu debole cioe all italia, insomma l'italia nn ha vinto hanno vinto gl'alleati che facendo pressioni sull'italia e regalando possedimenti fantasma hanno messo in ginocchio l'austria.

    l'infamita come vedi è per tutti i governi uguale, in questo caso l'italia ha commerciato se si puo dire e poi ha scelto d ''tradire'' l'austria come alleato, per questo ce l'avevano con loro dicendo che sono vigliacchi

  8. #218
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    Citazione Originariamente Scritto da trenta81 Visualizza Messaggio
    ti posto questo che ho gia scritto cmq le trovi su internet le informazioni

    è una cosa politica questa di cambiare per la propria vittoria, l'italia ha cambiato nel corso della guerra ma è normale è un gioco del governo, anche perche era debole con i terremoti che ci sono stati ecc, infatti era alleata dell'austria perchè voleva chiedere trento e trieste, gl'austriaci è vero che per trento nn creavano problemi, pero trieste era il porto dell impero, infatti nn volevano cederlo, per l'italia infatti nn era auspicabile entrare un guerra subito anche perche nemmeno con i francesi avevano buoni rapporti, si legge il ministro degli esteri italiano dice, che entreranno in guerra soltanto quando saranno certi della vittoria, ce stato un doppio gioco dove l'italia faceva il negoziato con tutte e due le alleanze facendo l'amica dell'austria e con l'inghilterra che chiedeva l albania dalmazia trento e trieste,l'italia entra in guerra e l'austria nn poteva reggere date le battaglie su piu fronti e l'esercito stanco, finita la guerra l'italia nn ricevera quello che ha chiesto e stipulato, per il gioco piu grande dei alleati che quando hanno vinto la guerra hanno lasciato all'italia delle bricciole, tutto quello che è stato stipulato nn hanno dato, avrebbero preso di piu con l'austria, l'inghilterra e la francia erano le due superpotenze all'italia nn restava che acettare, i migliaia di morti sono morti praticamente per pochi chilometri e nn per miglia di come si erano messi d'accordo, le alleate si son prese tutti i possedimenti del oriente della sconfitta e nn lasciando niente alla piu debole cioe all italia, insomma l'italia nn ha vinto hanno vinto gl'alleati che facendo pressioni sull'italia e regalando possedimenti fantasma hanno messo in ginocchio l'austria.

    l'infamita come vedi è per tutti i governi uguale, in questo caso l'italia ha commerciato se si puo dire e poi ha scelto d ''tradire'' l'austria come alleato, per questo ce l'avevano con loro dicendo che sono vigliacchi

    Ma vedi, amico sloveno, io posso discutere nel merito quel che dici ( e che peraltro condivido in parte considerevole) e trovo comunque il tuo tono del tutto civile.
    Non sopporto invece la iattanza di parecchi passaggi del mio 'connazionale' triestino quando si esprime in termini stupidamente spregiativi verso gli italiani, e sì che sono tutt'altro che un nazionalista italiano. Come una parte di triestini con cognomi in -ich sono divenuti a suo tempo sfegatati nazionalisti italiani, così, con questo "mitteleuropean revival" alcuni triestini (peraltro NON appartenenti alla minoranza slovena) ritengono di dover dare dimostrazione di uno zelo contro gli 'italiani' (che sarebbero 'gli altri italiani d'oltre Timavo') da far paura. Lo stesso vale per molti cosiddetti padanisti nei confronti dei presunti 'italiani etnici' che ebbero peraltro un ruolo periferico nel processo di unificazione nazionale.
    Io desidero poter discutere cordialmente, avere una tenzone telematica o magari litigari con sloveni, austriaci, tedeschii senza che questi epigoni di un padanismo deteriore si assiepino attorno gridando : "italiani massa di vigliacchi! itaglia merda!". Talora lo fanno in forme più ipocrite, ma con la medesima sostanza.

  9. #219
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    Citazione Originariamente Scritto da mosongo Visualizza Messaggio
    Seguendo il tuo ragionamento iniziale, allora la Germania ancora oggi doveva essere divisa e infoltita di russi, francesi, polacchi, marocchini, australiani, indiani...ecc. ecc.
    Per la parte finale ti do ragione, ma aggiungo: non avrebbe dovuto fare nemmeno la marcia su Roma e nemmeno essere interventista nella prima guerra mondiale.
    Ma con il senno del poi, mi sa che Mussolini oggi rifarebbe gli stessi errori

    la metà orientale della germania infatti adesso è polonia o russia addirittura (kaliningrad già konigsberg)

  10. #220
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    1. Il Piave mormorava,
    calmo e placido, al passaggio
    dei primi fanti, il ventiquattro maggio;
    l'esercito marciava
    per raggiunger la frontiera
    per far contro il nemico una barriera...

    Muti passaron quella notte i fanti:
    tacere bisognava, e andare avanti!

    S'udiva intanto dalle amate sponde,
    sommesso e lieve il tripudiar dell'onde.
    Era un presagio dolce e lusinghiero,
    il Piave mormorò:

    «Non passa lo straniero!»

    2. Ma in una notte trista
    si parlò di un fosco evento, *
    e il Piave udiva l'ira e lo sgomento...
    Ahi, quanta gente ha vista
    venir giù, lasciare il tetto,
    poi che il nemico irruppe a Caporetto! **

    Profughi ovunque! Dai lontani monti
    Venivan a gremir tutti i suoi ponti!

    S'udiva allor, dalle violate sponde,
    sommesso e triste il mormorio de l'onde:
    come un singhiozzo, in quell'autunno nero,
    il Piave mormorò:

    «Ritorna lo straniero!»
    3. E ritornò il nemico;
    per l'orgoglio e per la fame
    volea sfogare tutte le sue brame...
    Vedeva il piano aprico,
    di lassù: voleva ancora
    sfamarsi e tripudiare come allora...

    «No!», disse il Piave. «No!», dissero i fanti,
    «Mai più il nemico faccia un passo avanti!»

    Si vide il Piave rigonfiar le sponde,
    e come i fanti combatteron l'onde...
    Rosso di sangue del nemico altero,
    il Piave comandò:

    «Indietro va', straniero!»

    4. Indietreggiò il nemico
    fino a Trieste, fino a Trento...
    E la vittoria sciolse le ali al vento!
    Fu sacro il patto antico:
    tra le schiere, furon visti
    Risorgere Oberdan, Sauro, Battisti...

    Infranse, alfin, l'italico valore
    le forche e l'armi dell'Impiccatore!

    Sicure l'Alpi... Libere le sponde...
    E tacque il Piave: si placaron l'onde...
    Sul patrio suolo, vinti i torvi Imperi,
    la Pace non trovò
    né oppressi, né stranieri!

 

 
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