



Grande Guerra?
Ecco i cantori:
Una poesia da tremila lire
La sua firma prestigiosa veniva pagata a peso d'oro
Così si salvo dai debiti
di ANNA MARIA ANDREOLI
Con il «maggio radioso», come d'Annunzio battezzò la sua campagna per l'intervento dell'Italia nella Grande guerra, il compito del Vate dovrebbe considerarsi quasi concluso. La propaganda bellica, se mai, si sarebbe giovata delle sue straordinarie doti oratorie, ma non si poteva supporre che d'Annunzio fosse decisissimo a combattere.
Non solo il governo mira a non farlo combattere, anche Luigi Albertini, direttore del «Corriere della Sera», sollecita d'Annunzio a fare la guerra con le parole e non con le armi.
Proprio a lui si deve l'ingresso di d'Annunzio in grande stile nel «Corriere». Nella veste ricattatoria di curatore del fallimento che ha costretto il Vate all'espatrio (sommerso dai debiti, nel 1910 ripara ingloriosamente in Francia ), Albertini ha avuto buon gioco nell'accaparrarsi il collaboratore d'eccezione che appunto gli consegnerà a cadenza settimanale le «Faville del maglio».
Mille lire al brano: l'alto compenso è senza precedenti e salirà a duemila lire quando con la guerra di Libia, fra il 1911 e il 1912, d'Annunzio scrive per il «Corriere» le «Canzoni di getta d'Oltremare». E’ del resto conveniente strapagare quei versi.
Grazie alla firma prestigiosa la tiratura raggiunge le 700.000 copie e talora le supera sfiorando il milione. Non possono, ora, dopo che il «Corriere» ha appoggiato l'intervento, mancare i versi del Vate.
Che invece rilutta: si dice risoluto a comporre la sua opera più bella «non con le parole ma con le vite umane». Insiste: «non scriverò finché non avrò avuto il battesimo del fuoco», e intanto si appresta a volare su Trento e Trieste.
Albertini alza allora la posta e offre tremila lire per ogni componimento - una cifra allettante.
Siamo nel novembre 1915, in una spettrale Venezia dove si respira aria di morte.
Una venticinquenne napoletana, malmaritata, bionda e leziosa è il doping indispensabile per la scrittura.
D'Annunzio la porta in gondola fra le nebbie della laguna e lei è nuda sotto la pelliccia... «Farò la mia cantata » concede ad Albertini «e poi, come i canterini girovaghi, penderò il cappello e pioveranno le palanche».
fonte: Corriere della Sera sabato 15 maggio 1999


a no l'è pè fà de-e mosse, ma ghe saieva scrio ciù soto de l'atro...


Ok ok, nel 1797 in Vandea scoppiò una rivolta per sottrarsi alla leva obbligatoria che durò anni.
Da noi più che un po' di antipatia, vere insurrezioni non ci sono state.
Ma poi cos'è, combattere con coraggio è un crimine?
O forse, forza Austria non ne hai ammazzati a sufficenza???
Ma ho forse scritto forza itaglia?


Parlavo dell'arruolamento forzato per il 15-18


il mio bisnonno mi raccontò di come fosse vera la leggenda del teron mangia savon..
era in infermeria,davano il sapone a tutti e i meridionali lo mangiavano..
VALSESIA libera.. Paolo Tiramani


c'entra perchè il fatto avvenne a caporetto..
dove combatte' il mio povero bisnonno.
Te capi?
VALSESIA libera.. Paolo Tiramani
Che pagliacci che siete sputate addosso alla disfatta di caporetto ai fanti ma non agli artefici di quella scontitta cioe badoglio e roatta!
eternamente sul piave alla facciaccia vostra razza di seghisti rimbambiti

