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Partecipanti
11. Non puoi votare in questo sondaggio
  • Marsà al hamem. La baia delle tortore

    3 27.27%
  • Notte molto dopo gli esami

    1 9.09%
  • Sera prima della festa

    1 9.09%
  • La conquista del mondo

    2 18.18%
  • Il mercante

    4 36.36%
  • La madre di Cecilia

    0 0%
  • Marguerite detta Gherta, Putain in Grenoble, marzo 1307

    0 0%
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Discussione: Nuovo sondaggio

  1. #1
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    Predefinito Nuovo sondaggio

    Dato che caco ha sua sponte censurato il racconto di Fen mi sa che il sondaggio è da rifare, quindi lo riposto qui e votate, votate, votate che con cacomassi i conti li facciamo dopo.
    Ultima modifica di Betelgeuse; 20-03-10 alle 00:07

  2. #2
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    Predefinito Rif: Nuovo sondaggio

    Forse però è meglio chiudere l'altro thread e lasciarlo solo per leggere i racconti (il mio l'ho rimesso per intero col post n. 10).
    Ultima modifica di Fenris; 20-03-10 alle 00:09
    Riaffiorano i ricordi degli anni di passione
    ritorna il vecchio sogno per la rivoluzione.
    Racconti senza fine di gente che ha pagato
    non puoi mollare adesso la lotta a questo stato.
    La rivoluzione è come il vento, la rivoluzione è come il vento.

  3. #3
    Bye bye & kisses
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    Predefinito Rif: Nuovo sondaggio

    Fatto.

  4. #4
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    Predefinito Rif: Nuovo sondaggio

    ma perchè, scusate, c'èra chi aveva già votato? onf: impossibbole!
    "extraterrestre.. portami via.. voglio una stella che sia tutta mia.. extraterrestre.. vienimi a cercare.. voglio un pianeta su cui ricominciare"
    ----------------------------

    grazie a tutti..

  5. #5
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    Predefinito Rif: Nuovo sondaggio

    ho appena visto che si. avevano già votato. io non ho ancora finito di rileggerli. aspettatemi almeno..
    Ultima modifica di cacomassi; 20-03-10 alle 10:04
    "extraterrestre.. portami via.. voglio una stella che sia tutta mia.. extraterrestre.. vienimi a cercare.. voglio un pianeta su cui ricominciare"
    ----------------------------

    grazie a tutti..

  6. #6
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    Predefinito Rif: Nuovo sondaggio

    ma non si possono unire e tenere questo sndg? è un casino leggere di là e votare di qua. fa passare la voglia. ora scommetto che non voterà nessuno.. iango:

    e poi l'altro poteva rimanere almeno per i commenti.. state a fà un casino..
    Ultima modifica di cacomassi; 20-03-10 alle 10:07
    "extraterrestre.. portami via.. voglio una stella che sia tutta mia.. extraterrestre.. vienimi a cercare.. voglio un pianeta su cui ricominciare"
    ----------------------------

    grazie a tutti..

  7. #7
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    Predefinito Rif: Nuovo sondaggio

    Citazione Originariamente Scritto da cacomassi Visualizza Messaggio
    ma non si possono unire e tenere questo sndg? è un casino leggere di là e votare di qua. fa passare la voglia. ora scommetto che non voterà nessuno.. iango:

    e poi l'altro poteva rimanere almeno per i commenti.. state a fà un casino..
    Noi eh?? :mmm:
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  8. #8
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    Predefinito Rif: Nuovo sondaggio

    Comunque, rimetto qua tutti i racconti, visto che a cachino gli pesa la manina.

    Marsà al hamem. La baia delle tortore.

    Una piccola ape ronzava, quella mattina del 25 giugno nella piccola Marzamemi, e in tutta tranquillità e col dorso ricoperto di arance stava facendo il suo solito giro di distribuzione.
    Michele si accese una sigaretta, e attraversando la piazzetta fece per accostare. L'ape rimase ferma per una ventina di minuti.

    Nella piazza, il rumore di una Giulia sgommante.
    "Ce la faccio? ce la faccio o non ce la faccio?" si disse il piccolo Paro, che non sapeva se sarebbe passato tra l'ape e il gradino. Vedeva doppio quella mattina. Così come tante altre volte. In paese ormai lo conoscevano tutti, e vedendo arrivare quella scheggia impazzita, Angelo si mise a gridare dal balcolcino "Michèè! Stai attento che c'è Paro.. Michèè..". La moglie rimbrottava "Non ce la farà.." asciugando i piatti con un panno fiorito e scuotendo la testa.
    "Si che ce la fa se Michele se sposta di làà", la ammonì lui indicando lo spazio e l'ape.
    "Tsk!" fece lei alzando la testa e socchiudendo gli occhi come a dire "già lo so.."
    Angelo non si dava per vinto. Perchè Michele non la spostava?
    "Michèèèè! Leva sta minghia 'e motorinoooo". Era una questione ormai che racchiudeva lui e sua moglie. Nè Michele nè Paro c'entravano più a questo punto..
    "Michèèèè! Mich..."
    Troppo tardi. Non ce l'aveva fatta. Rosa e il suo neo sulla bocca volevano dire qualcosa. Ma Angelo le gridò di andare in cucina che lui doveva scendere. Ancora in canottiera e con le ciabatte si mise una camicia a maniche corte e senza allacciarla scese di corsa per la strada. Paro rimase dentro la macchina dicendosi impossibilitato a scendere. La Giulia non aveva niente, se non una bottarella, ma lui si diceva completamente rovinato dall'incidente. Ferito gravemente e reso invalido per la vita. Angelo andò prima di tutto da Paro, che con un colpo aprì lo sportellone e prendendo Paro per la giacca lo scrollò e gli diede due ceffoni mettendolo in piedi.
    Paro era guarito. O meglio, "Miracolato" come si stava presentando ora..

    Le arance che ricoprivano il pavimento e la piazza, colorandola di arancione, illuminata da un sole che le avrebbe squagghiate nel giro di pochi minuti, erano tantissime.

    Una sorella uscì dalla chiesa della piazza. Era Sorella Agata, che serviva da mangiare alla mensa dei poveri, e che, a vederla, pareva mangiasse più lei di tutti i poveri cristi che le chiedevano un tozzo di pane. Era la sorella più rozza e più cattiva della storia di Marzamemi e di tutta Siracusa, a sentire i bambini che andavano a giocare nelle vicinanze. Lei, la bucapalloni che rincorre i bimbi pestiferi con le scope, ora stava andando velocissima, nonostante la mole, verso il gruppetto.
    "Che succede qua? C'ha combinato Paro ancora?".
    E la moglie di Angelo dal balcone "Eeeh! E' ubriaco com'al solito..", disse lei ancora con lo stesso piatto in mano e lo stesso panno fiorito..

    "Và in cucina t'ho detto! Non sò affari tooi!"
    "Ah! Comme semp" fece Agata alla moglie.
    Angelo si innervosì dell'essere ignorato e iniziò ad avercela anche con la sorella. "Ca michia c'entra lei, cò tutt'u rispettu, cò sta storia e cò Paro?"
    "Paro è nu cugghiun'.."
    "Sorella!" la ammonì Stefano. Che stava ripulendo i bidoncini della piazzetta sin da quando era accaduto il guaio. Fino a quel punto non era intervenuto perchè lui gli affari soi se li faceva, come se li faceva sempre, ma ora che c'era di mezzo la santa figura della sorella per dovere di cristianu l'aveva dovuta rimproverare.
    "Sté! Ca ci fai? Me dici come devo parlare?"
    "Signore perdun' chista pora sorella ca nun sà cosa dice"
    "Eh?"
    "Dieci ave marie e dieci pater noster, sorella"
    "'U spazzinu ca m'assolve? Minchia! Ma chist' e tutt' pazz'"
    "Altri dieci sorella. Altri dieci.."

    Dopo circa dieci minuti Angelo si ricordò dell'ape e del motivo per cui erano tutti là. Certo, se l'era ricordato grazie a sua moglie, che da dietro le finestre faceva grandi segni, e con lo sguardo minaccioso e gli occhi spalancati lanciava occhiate all'ape. Era lei che comandava, dopotutto. Anche se Angelo faceva di tutto per far sembrare il contrario. E lei stava al gioco..
    "Minchia ci sta Michele dintu u motorino! Ca minchia vi confessate adesso?"
    La moglie di Angelo scese per strada, tenendo per mano un bimbo. Stavolta, aveva dato lo stesso piatto a lui, e con esso il panno fiorito con cui sfregarlo..
    "Lino! Io vado a portare Tonino a scuola...".
    Si voltò Stefano. "Lo sta allevando proprio bene! -pensò lui- ..diventerà na brava massaia".

    Angelo nemmeno la ascoltò. Era troppo scosso da quello che stava vedendo.
    Michele era morto. La sigaretta sul sedile fumava ancora. La testa rivolta all'indietro e sanguinolenta non lasciava scampo. Era stato ammazzato. "Guardate il finestrino!" fece la sorella indicando un buco al centro del vetro. Angelo ne aveva visti tanti così. Ormai li riconosceva a menadito e sapeva che dietro a questo ci doveva essere qualcuno di sua conoscenza.
    Michele si era fatto molti nemici, è vero. Ma erano tutti in prigione, ora.

    Pochi minuti dopo intervenne la polizia. Non disse niente, Carmelo. Era severo da dietro i suoi baffi, e sembrava non avesse nemmeno un cuore. Quel giorno, però, nel vedere quell'omicidio a sangue freddo rimase fermo a fissare per un po'. Gli occhi lucidi e la mascella tremolante e serrata dalla rabbia. Non disse niente. I suoi soliti ordini al resto dei poliziotti semplici oggi non si fecero vedere. Solo il silenzio. Gli altri procederono da prassi. Lui si accese dopo un po' una sigaretta, rimanendo a fissare l'ape e il corpo che veniva portato via dal necroforo.

    Stefano lo spazzino rimase zitto tutto il tempo anche lui, e triste, continuò il suo lavoro. Quelle arance dovevano pur esser tolte da lì. E qualcuno doveva pur farlo. Arance rosse. Bellissime. Se ne prese una. La sbucciò e di nascosto, vergognandosi pur davanti a dio, la gustò. Non avrebbe dovuto.. era come rubare.. e ad un morto, oltretutto.. Si. Oggi sarebbe andato a confessarsi per questo..

    La sorella Agata ed Angelo si appartarono poco più in là.
    "Chi minchia è stato, Angelo??"
    "Solo uno ce l'aveva così a morte cò Michele da volerlo vedere cù na palla n frunte.."
    "E chi è?"
    "Io lo so, ma lei sorella può mettersi nei guai? Naa. Megghiu ca nu sapisse.. io sto andando a controllare una cosa. Lei rimanga qua.."

    Quando ancora Angelo faceva il mercante e l'artigiano, lo conosceva bene Michele. Era un tirapiedi di Peppino, sempre in debito e in mezzo a giri e traffici di droga più grossi di lui. Era nato in mezzo a quell'ambiente, dopotutto. E dopo parecchi anni era finalmente riuscito a fare un lavoro onesto e togliersi da quella merda..
    Ma questo ora non c'entrava. Michele l'aveva pagata sicuramente per un fatto che con la droga non c'entrava niente. Delitto d'onore lo chiamavano. Bella merda pure quella..
    Michele era un bell'uomo, a quella barba poco curata si attaccavano tutte le labbra del paese e tutte le altre si sarebbero attaccate volentieri. Ma il bel gioco durò poco. Carmela voleva stare con Michele, e fece l'errore di dirlo a suo marito. Voleva lasciarlo per andare a vivere con lui. Si. Doveva essere lui. Lorenzo. Anche lui molto bello. Alto, carnagione scura, fisico statuario e profilo greco. Occhi nocciola e sorriso lucente.
    Quella sera Lorenzo tornò a casa, e trovò Carmela silenziosa. La cucina, che dava sul verde sedano era particolarmente chiassosa in confronto. Lei gli servì una palettata di lasagne. Le sue preferite. Poi lui si decise "ca succede?" "umm.. niente.. mangia!". Dall'"ummm" al "niente" significava già tutto. Era successo qualcosa. Già gli era passato l'appetito. Scostò il piatto e con aria rassegnata assunse l'aria da inquisitore. Un'aria stanca, di chi aveva già troppi pensieri, e non voleva trovarseli anche a casa. E anche da sua moglie, che avrebbe dovuto allietargli la serata e fargli dimenticare i guai del mondo.. Lo sbuffo di Lorenzo fece capire tutto alla moglie. Era un linguaggio chiaro il loro. Lui sbuffava, lei ummmmava. Dalla finestra i vicini poterono sentire e vedere una lite di quelle che non si vedevano da tempo. Schiaffi. Piatti gettati con forza sul pavimento. Lei cercava di dargli dei pugni mentre lui la teneva ferma. Dopo una nottata ad urla alterne, la mattina seguente si vide Carmela scappare con in mano una valigia e qualche vestito in mano.
    Non tornò mai più. Povera lei, che credeva di poter dire di lasciare il marito senza problemi. Forse aveva ascoltato troppi racconti di Franca, che ora stava al nord, e aveva lasciato il marito senza alcun timore di dirglielo. Aveva preso e se n'era andata. Si. così doveva fare pure lei.
    Pochi minuti dopo dalla stessa porta si vide uscire Lorenzo. Lui tornò dopo tre ore. Rincasò come niente fosse. Lei non la si vide pù in paese. E nemmeno i suoi parenti seppero più dove fosse finita la loro amata Carmela.

    "Io nun vadu da nisciuna parti Lino!"
    "Eh?", tornò alla realtà la mente di Angelo.."Ecco. Non andare da nessuna parte. Stai qua.."
    "Ma neppure tu però!"
    "Come? No no.. Io devo annari.."
    "Allora vengo pure io"
    "Eh?"
    "Si! E ca purtimo pure Stefano. Ca ha vistu tutto.."
    "Come lo sa, sorella?"
    "Era a svuotare i bidoncini e anche se non è uscito subbito allo scoperto ha visto ogni mosca ca s'aggirava per la piazza"
    La sorella Agata prese con la forza lo spazzino magrolino ancora sporco di rosso sulla lingua, che agitava fuori dalla bocca per cercare di dire di lasciarlo stare. Che lui niente sapeva. Che lui niente aveva visto. Che lui niente aveva sentito. "Solite frasi di Stefano", pensò Agata non lasciandolo nemmeno esprimere e portandolo via di peso.

    Marzamemi stava assistendo a un trittico davvero notevole. Un anziano con la camicia aperta e le ciabatte, una sorella corpulenta e forzuta, e sulla sua spalla un tizio magrolino con una scopa in mano che non avrebbe mai abbandonato. Dopotutto ci guadagnava il pane con quella, diceva sempre lui.
    Incrociarono la moglie di Angelo, che scosse la testa verso il basso.
    "Cà stai facendo?"
    "Devo trovare Lorenzo, cà vuòi?"
    "Ma Lorenzo in prigione stà, lo sa tutt'u paese!"
    "Zitta e torna a casa!". Non amava essere contraddetto. La moglie rivolse ora lo sguardo verso il cielo, e specificatamente al Padreterno, che avrebbe dovuto far ragionare suo marito e far star lontano i guai e le sue manie investigative.. E anche il piatto del servizio buono sembrò ammonirlo, dopo essersi consultato con lo straccetto merlettato..

    Proseguirono la loro marcia.
    La sorella corpulenta usava ormai il povero Stefano come scacciamosche, quasi come le vacche quando muovono la coda, pensò lui.
    "Allora dove stiamo andando?"
    "Al vecchio cascinale. Se Lorenzo è tornato sarà là"
    "E se ci ammazza?", chiese impaurito lo scacciamosche.
    "Non ce l'ha con noi. E poi noi non ci faremo vedere.."
    "E se ci vede??"
    "Minchia ca futtìu!"
    "Sorella!! Guardi che siamo arrivati a quaranta ave marie e sessanta pater noster, eh!"
    "Ecco.. metti tuttu sul mio conto.."
    "La madre superiora non sarà contenta del suo comportamento!"
    "Ma ca sa futtìsse"
    "cinquanta.." bisbigliò la coscienza del gruppo.

    Il piccolo Paro, intanto, se la stava vedendo con il caro Carmelo all'interrogatorio. I suoi baffi e la sua rabbia se la stavano prendendo forse un po' troppo con il piccolo Paro, ma del resto non era la prima volta che creava scompiglio. Lo strizzò ben bene. Poi lo fece uscire. "Allora?" "Non berrà più un goccio in vita sua.." disse sorridendo. Ma i suoi denti scomparirono in un istante.. Era ancora scosso dalla morte di Michele. Era stato utilissimo anni fa a scoperchiare il tombino per vedere tutti i topi che ci camminavano sotto. Tutti topi presi facilmente. Adesso qualche altro ratto però, gliel'aveva fatta pagare..

    Intanto, i tre si aggiravano per il paese. La sorella aveva messo giù lo scopettone e l'uomo che vi era attaccato. Ormai si era arreso. Non poteva niente contro tutti quei chili di massa muscolare.. tanto valeva collaborare.
    Si appostarono tra i cespugli dietro il cascinale. La sorella tirò fuori qualcosa da sgranocchiare all'occorrenza.
    "E quel panino grussu quantu nu braccio da dove esce?"
    "In tasca lu tenivu"
    "Ma che è? Salame e frittata??", disse stupito lui.
    "C'è pure uovo, lattuga, pomodoro, tonno.."
    "Si ma noi come facciamo a sapere se Lorenzo c'è o non c'è?" chiese Stefano a Lino.
    "Ora aspettiamo. E' troppo pericoloso.. tu che ne pensi?"
    "Mortadella, stracchino, prezzemolo.."
    "Noo secondo me è troppo rischioso pure stare qua! Dovremmo dirlo a Carmelo.."
    "Carmelo non capirebbe. Se Lorenzo è ancora quello che mi ricordo ci parlo io.."
    "Naa secondo me stamo sbajando tutto.. tu che ne pensi?"
    "Na fettina de caciotta, origano, sale, pepe..".

    Intanto, la moglie di Angelo arrivò al cascinale. Doveva fare sempre tutto lei, pensò. Sicuramente se Lorenzo era tornato era andato al cascinale da sua madre. Una brava signora. Regalava pastarelle per tutto il paese a tutte le ricorrenze.. Ci avrebbe parlato lei senza timore. Era una donna coraggiosa, dopotutto..
    "Ca minca ci fa mia moje?"
    "Minchia!"
    "Sessanta.."

    Angelo la inseguì cercando di fermarla. Lei aprì la porta "c'è nessuno?"
    La sorella dietro con tanto di panino a venti piani e Stefano armato di scopa. Parevano dei supereroi armati fino ai denti..
    Angelo entrò in casa, poco dopo la sorella, che non riuscì a buttare giù il boccone da orso che aveva in bocca, e Stefano, che stranamente fece cadere la sua scopa..
    La moglie di Angelo lanciò un urlo. Nel buio del cascinale si vedevano chiaramente due piedi fluttuare nell'aria. La sedia buttata poco lontano diceva tutto. Subito Angelo corse ad aprire le persiane.
    La sorella portò lontano lo spazzino, che era svenuto, poi chiamò la polizia.

    Il commissario Carmelo si accarezzò i baffi, poi disse severo "Si è consegnato alla giustizia. Le prove ricondurranno a lui anche per quello che ha fatto al povero Michele, ne sono sicuro. E voi muoversi a ripulire che c'è tanto da fare! Forza! Forza! Ora mi vogliate scusare.. ma ho delle pratiche e tante carte per questo macello.." disse congedandosi dal gruppo. Era evidentemente tornato in lui, pensò Lino. Severo e senza cuore.. o almeno così voleva far sembrare..

    Forse anche tutta Marzamemi era tornata in sè..
    La mattina dopo, la piazzetta era gremita di gente. Ognuno metteva un'arancia o dei fiori sulla piccola ape che ancora sovrastava quello spiazzo, ormai coloratissimo.
    Le cose sarebbero tornate alla normalità ben presto. Tutti lo sapevano.
    La sorella uscì dalla Chiesa con un mazzo di fiori diretta verso il centro della piazza. "Ancora ca voi?", urlò ai bambini che giocavano poco più giù. Li inseguì a passo svelto mentre si dileguavano nei cortili.
    "La madre superiora non sarà per niente contenta del suo andazzo" diceva Stefano mentre ripuliva i bidoncini.
    "Ca ci vuoi parlare prima con la madre superiora e dopo pigghiare tant' mazzate o subbito le mie mazzate?"
    "Ummm.." fece lui, come quelle vecchie signore del paese.. "Forse il signore la perdonerà.."
    "Ecco.."

    "Allora? Hai visto quanta gente, Rosa?".
    Lo raggiunse lei asciugando il piatto con lo straccetto fiorito.
    "Vedrai ca tra poco Carmela tornerà e si scoprirà ca lui non l'aveva ammazzata.."
    "Ma ca minchia dici?"
    Alzò la testa e socchiuse gli occhi. "Io lo so già..", dissero questi..






    "Rosa?"
    "Eh.."
    "Ti posso chiedere ca minca ci fai tutt'u giorno co sto piatt'in mano?????"
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  9. #9
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    Predefinito Rif: Nuovo sondaggio

    Notte molto dopo gli esami

    Cazzo, che roba… era da un po’ che non mi capitava… eppure quando sono entrato in quella casa, con Fabrizio e quei 5 studenti spagnoli, è stata la prima cosa che il mio amico ha detto: "Senti che odore... il tipico odore delle case di studenti!". Era casa di suo fratello, studente a Bologna, quella in cui siamo entrati. E’ piazzata in via Nazario Sauro, in pieno centro a Bologna, ed il Fabri aveva proprio ragione. Chi non è mai entrato in una casa di studenti in centro a Bologna non lo può capire, chi non ha mai sentito quell’odore non può avere un’idea. Poche ma essenziali caratteristiche accomunano tutti gli appartamenti da studenti di Bologna: intonaci con capacità di scrostamento ed ingiallimento sopra ogni media, infissi vintage traballanti con spiffero incorporato, porte a vetri in legno destinate esclusivamente alle soglie dei cessi ed arredamento da scarto di raccolta di carità, ma soprattutto una inconfondibile essenza di "casa da studente", che pervade le mura dei tugurii che i proprietari sovraffittano (nel senso delle cifre richieste) agli ignari ragazzi provenienti da regioni lontane che, per qualche motivo, decidono di destinare una cospicua parte delle entrate familiari a tutto vantaggio di negozianti, affittacamare, e soprattutto osti bolognesi.

    L'effluvio di cui si sta parlando, che Fabrizio ha immediatamente sottolineato e che ancora mi trovo addosso, è tanto tipico quanto difficile da descrivere. Immaginatevi una cantina, con quel tipico puzzo di umido. Anche se l’appartamento si trova al quarto piano, per qualche motivo, appena ci vanno a vivere degli studenti, assume quell'odore. E' una legge di natura, quasi metafisica, non chiedetemene l'origine. E’ così e basta. A tale effluvio, aggiungete qualche odore di cucina, i vapori emanati da lenzuola e vestiti troppo poco lavati e sparsi per letti ed altri mobili, condite il tutto con posaceneri mai svuotati, bottiglie di alcolici di scarsa qualità lasciate aperte in giro, pavimenti in linoleum stracalpestati e molto meno risciacquati, piatti da lavare accumulati in giorni, settimane e mesi, legno di infissi ormai corroso da umidità, fumo e tempo che fu, mescolate bene, ed avrete un’idea di ciò di cui sto parlando, e che impregna la mia felpa in questo momento. Un odore dolciastro che ti resta impresso nei secoli dei secoli e, anche se non ti ricapita di sentirlo per degli anni, come è stato per me fino a questo momento, appena lo senti ti rievoca un mondo perduto nella memoria ma che è stato tuo per una intera vita da studente.

    Bè, è stato bello immergersi di nuovo in questa atmosfera, dopo tutto ‘sto tempo… merda, ci rivoleva il Fabri, vecchio amico dell'università, teatrante di professione di origine pugliese, ex studente a Bologna ora trasferito a Roma, spigliato, figo ed affascinante quanto basta per svoltarti una cazzo di domenica sera che eri uscito solo per farti la solita birra, nel solito bar, coi soliti 3 amici, e invece ti ritrovi lui, che è in compagnia di 5 studenti spagnoli, ovviamente 1 ragazzo e 4 ragazze, e poi salta pure fuori che l’unico maschio della compagnia in realtà è un professorino neolaureato di non si sa che cosa, e le altre sono sue studentesse. E si finisce a casa del fratello del Fabri, tuttora studente a Bologna, che quando arriviamo, alle 3 di notte, dopo la chiusura dei locali, già dorme, ma il Fabri se ne frega e ci porta tutti là lo stesso, e attacca pure la musica. Nel frattempo el professor espanolo si addormenta sul divano monoposto che ha lo stesso odore della casa, mentre io, il Fabri e le 4 studentesse ce la spassiamo. E, come dice la canzone, "y bailàr y bailàr, y tomàr y tomàr", insomma, ballando e bevendo, arriva l'alba, ed è brutto lasciare il Fabri da solo con 4 donne senza dargli una mano, ma sarà pur ora che me ne vada a casa, visto che sono quasi le 6 e domani (domani? O oggi?) devo anche lavorare.

    Sfiga vuole che, essendo uscito solo per la solita birra, nel solito bar, coi soliti 3 amici, sono uscito in macchina. Porca troia, e adesso? E adesso mi ritrovo all’alba dell’alba con una quantità di alcol in corpo che non consiglierei ad un ufficiale degli alpini e l’ingrato compito di riportarmi la macchina a casa. Cazzo… era da un po’ che non mi capitava, come dicevo… razionalità vorrebbe che chiamassi un taxi e tornassi a prendermi la macchina domani, ma la razionalità è andata a farsi fottere assieme alla terza delle sette birre bevute a casa del fratello del Fabri, tra un arriba, un abajo, un al centro e un por adentro. Vabè, innanzitutto cerchiamola sta cazzo di macchina, allora... uscendo dal locale l'ho presa o siamo venuti fin qua a piedi? No, sticazzi... eravamo in 7, all'uscita dal locale non ero ancora così sbronzo da portare in macchina 7 persone, l'avrò lasciata là. Che palle, saranno almeno 500 metri fino alla zona universitaria, vabè... cammina cammina, becco il classico spazzino extracomunitario.

    Con le mani in tasca, l’andare barcollante e lo sguardo verso il basso, che ad essere ubriaco a ‘sta ora mi vergogno perfino davanti ad uno spazzino pakistano, gli passo davanti, e per sbaglio scalcio una lattina che aveva appena raccolto con lo spazzone di setola in polivinilcloruro. Quello si gira e mi fa: “Eh amigo, sto lavorando, sà!”. Mi sparisce all’improvviso tutta la vergogna, oh, ma che cazzo vuole? “Amico glielo dici a tua sorella!”, gli urlo, girandomi di tre quarti senza neanche fermarmi. Poi subito dopo mi dico: “Ma che cazzo sto dicendo??”, e mi scappa da ridere. Quello però non ride, e incazzato mi rifà: “Cosa tu ha detto? Cosa tu ha detto?? Cosa mia sorella??”. A quel punto ho due scelte: o faccio finta di niente e proseguo, oppure mi fermo e gli rispondo di nuovo, ma cosa? Vabè, intanto mi fermo, poi vedremo cosa rispondergli. Mi giro, sempre con le mani in tasca, i piedi ben piantati per terra, il corpo che fa da giroscopio attorno ai piedi: “Non ho detto ‘tua sorella’, ho detto ‘cosa bella’. Ho detto ‘Amico dici una cosa bella’, stai lavorando, hai un lavoro, è una cosa molto bella in ‘sto cazzo di periodo di crisi, capisc’a mme?”. Ma sarò paraculo? Quello resta un attimo interdetto, non se l’aspettava. Forse pensa perfino che stia sorridendo, in realtà gli sto irrefrenabilmente ridendo in faccia, un po’ mi sento una merda, ma un po’ mi ci diverto. Mi guarda 5 secondi, poi riprende a spazzare, scuotendo la testa. Magari ha anche capito che lo prendevo per il culo, ma a ‘sta ora è più saggio e più sobrio di me e lascia perdere.

    Continuiamo, via Marsala, cazzo ‘sta zona universitaria non arriva mai… oh, finalmente la macchina. Apro la portiera, mi siedo, accendo il lettore CD, c’è dentro lo stesso CD di musica anni 80 che ci ho messo dentro tipo 3 settimane fa, ormai conosco a memoria anche la durata dello spazio vuoto fra un pezzo e l’altro, tante le volte che l’ho ascoltato in loop, ma chi se ne frega. Quando ho addosso ‘sta botta, anche una canzone sentita 100 volte mi esalta, sparo in alto il volume, giusto per non farmi notare, che di macchine guidate da un ubriaco alle 6 del mattino in centro a Bologna ce n’è tante, per cui è meglio mettersi in risalto trasformando l’auto in una discoteca ambulante. Blondie urla “Mariaaaaaaaaaaaa, you’ve got to see heeeeeer” mentre da via Belle Arti risalgo verso via Marsala, via Zamboni ed i viali. Eccomi in porta S. Donato, un esperimento di urbanistica uscito dalla mente del dottor Frankenstein: 6 strade, tutte principali, che confluiscono ad asterisco in un unico incrocio regolato da un semaforo. Arrivare e trovare il verde ha la stessa probabilità che vincere al totocalcio, anche alle 6 del mattino. Aspetto i 3 minuti di prammatica, nel frattempo i Ghostbusters prendono il posto di Blondie nella mia autoradio, volto verso sinistra, e ovviamente il semaforo successivo è nuovamente rosso.

    Davanti a porta Mascarella, una discinta signorina in minigonna e calze a rete ammicca, ma porca troia, le puttane non dormono mai? Vabè, devo aspettare il verde, ci faccio due chiacchiere, abbasso il finestrino, mi pare di essere un tassista sardo che lavora a Berlino di cui leggo ogni tanto in un forum in rete. “Ciao”, le dico. Un semplice “ciao” può bastare a quest’ora e nelle mie condizioni, e poi mica è una manager single al bar fighetto del Quadrilatero, è una cazzo di puttana ad un incrocio dei viali alle 6 del mattino. “Sciau belu”, mi risponde. Uhm… non mi suona bene, sarà una puttana dell’est o un travone brasiliano? Si avvicina alla macchina per togliermi ogni dubbio, si appoggia al finestrino aperto e protende la testa all’interno dell’abitacolo, praticamente mi devo tirare indietro per non prendermi una testata. Minchia, incredibile, è più sbronza di me. Aspè... ho detto sbronza? Cazzo, questo è un pomo d'Adamo di quelli fatti per bene… soccia che fiatella, non si riesce a stargli vicino… “Sciau belu”, mi ripete, e grazie alla (eccessiva) vicinanza, mi toglie ogni dubbio. Ma dio bono, i travoni una volta stavano in fiera, e vabè che via Stalingrado parte proprio da porta Mascarella, ma a ‘sta schifezza umana chi gli ha dato il permesso di sconfinare?? Meno male che arriva il verde, gli rifaccio “Sciau belu”, gli spingo la testa fuori dall’abitacolo con una mano e, senza neanche aspettare che sollevi le mani dall’appoggio sul bordo inferiore del finestrino aperto, riparto di scatto. Il poveraccio quasi cade per terra per la sorpresa e per la botta che si prende sul braccio destro dal montante del vano del finestrino aperto, sento chiaramente il rumore dell’impatto e l’urlo. Ma chi cazzo se ne frega, qua nel frattempo è arrivato Phil Collins a cantarmi Land of Confusion, mi ricordo ancora il video con i pupazzi dei personaggi famosi che cantano sotto il temporale, volo verso la stazione, dopo di che finalmente risalgo via Marconi e cerco di parcheggiare la macchina.

    Volto verso via Ugo Bassi, sono a 2 passi dalla questura, ma non sarò mica così sfigato da… ma porco XXX!!! Una volante della polizia parcheggiata all’inizio di via Ugo Bassi, sono ormai quasi le 6,30 di un lunedì mattina, chi cazzo passa oltre me? Mi fermano all’istante. Uno dei due si avvicina, il finestrino non l’avevo neanche rialzato da quando avevo sbattuto giù il travone, mi fa: “Buongiorno”.
    Buongiorno? Ah sì, in effetti per la gente normale è mattina, non fine nottata… vabè, stiamo al gioco: “Buongiorno”.
    “Mi favorisce patente e libretto?”. Cazzo, neanche nelle barzellette sui carabinieri… glieli do, curandomi di restare sempre di profilo rispetto a lui, sperando che non noti le pupille alcoliche e non senta il fiato, ma non c’è niente da fare:
    “Signore, lei ha bevuto?”
    “Chi, io? Ma no, sto andando al lavoro, ho preso un caffè corretto per colazione…”.
    “Un caffè corretto alle 6,30 del mattino? Signore, non siamo sulle Alpi, le spiace scendere per cortesia? Le dobbiamo fare il test dell’etilometro”.
    Ecco, è finita. Ho bevuto l’impossibile dalle 10 di sera alle 6 del mattino, la macchina è intestata a me, adesso me la sequestrano, mi stracciano la patente davanti al naso e magari mi mettono pure in galera. Che cazzo faccio?? Dio bono… ci sarebbe quell'escamotage... quello che mi ha raccontato quel mio amico di Bolzano, a proposito di Alpi... minchia... il necessaire ce l'ho, ma ce l'ho la faccia da culo per metterlo in atto?
    Oh, qua è questione di vita o di morte, la devo tirare fuori.
    “OK, scendo”.
    Accosto perfettamente la macchina al marciapiede, spengo il motore, estraggo le chiavi dal cruscotto, le mostro all'agente, le metto in tasca e scendo dalla vettura.
    “Signore, si avvicini, deve soffiare qui dentr… ma cosa sta facendo???”
    Non ha fatto in tempo a finire di parlare, che ho tirato fuori dalla tasca quella bottiglietta da mezzo litro di minerale, riempita di whisky, che mi porto dietro da mesi per utilizzarla nella malaugurata evenienza nella quale sono incappato proprio adesso. Prima che mi mettano l'etilometro davanti al naso, via il tappo, giù una mega-sorsata che ne svuoto almeno mezza davanti a loro, gli sbuffo in faccia un'alitata al doppio malto che quasi li stende e gli faccio:
    “Fatemelo adesso l’etilometro. Sarà sicuramente sballato, ma non saprete mai che tasso alcolico avevo prima di spegnere il motore. Non mi potete fare un caaaaaaaaazzoooooooooo!!!”.
    L’enfasi su quest’ultima parola è dovuta probabilmente un po’ all’adrenalina che mi è servita per fare questo numero da circo degli alcolisti anonimi, un po’ alla paura, sfogata in questo modo, che in realtà non abbia fatto altro che peggiorare la mia situazione. Ma ormai siamo alla resa dei conti.
    I due pulotti sono allibiti, sconvolti, senza parole. Uno si volta all’altro: “E adesso? Gli faccio l’etilometro?”
    E l’altro: “Non serve, ha ragione… quando guidava non si era ancora bevuto quel mezzo litro di whisky, l’ha bevuto dopo… come facciamo a sapere che tasso alcolico aveva prima?”.
    Il primo: “Portiamolo in questura per accertamenti almeno.”
    L’altro: “E che cosa accertiamo? I documenti glieli abbiamo già presi…”.
    Il primo: “E quindi? Che si fa?”.

    A quel punto ho capito che ho vinto, e trovo giusto quanto meno toglierli dall'imbarazzo, così mi rivolgo a loro barcollando, la nuova botta alcolica improvvisa mi accentua la parlata bolognese: "Scignori agenti, permettetemi un sciuggerimento: la mia macchina è poshteggiata in divieto, e converrete con me che non la shposhterò certo shul momento. Fatemi una bella multa per divieto di shoshta, dopo di che mi farò una shimpatica passheggiata fino a casa, che mi aiuterà a smaltire la sbronza, e buona giornata a voi e a me”.
    Anche in quello stato, non mi è difficile cogliere lo sguardo di odio che i due pulotti mi rivolgono. Senza aggiungere una parola, uno dei due tira fuori un blocchetto di verbali, e mi fa a denti stretti: “In questa strada c’è anche la rimozione…”.
    “E cosa volete che shia?”, gli dico con un sorrisone a 32 denti. "Shuvvia, shorridete anche voi, è lunedì mattina, voi lavorate e io me ne vado a nanna. La multa me la mandate a casa, ok? Au revoir!".
    Dopo di che levo il disturbo, sono all’inizio di via Ugo Bassi, casa mia è a circa mezzo km da là, se non eccedo con lo zig zag, quel mezzo km non diventerà più di un km, dopo di che mi butterò finalmente sul letto. Credo che la mia giornata lavorativa domani (domani? O oggi?) inizierà verso ora di cena, meno male che lavoro per conto mio e non ho orari. Mica come quei due sfigati in divisa. Ah ah ah!
    Ultima modifica di Fenris; 20-03-10 alle 13:02
    Riaffiorano i ricordi degli anni di passione
    ritorna il vecchio sogno per la rivoluzione.
    Racconti senza fine di gente che ha pagato
    non puoi mollare adesso la lotta a questo stato.
    La rivoluzione è come il vento, la rivoluzione è come il vento.

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    Predefinito Rif: Nuovo sondaggio

    Sera prima della festa


    -Ecco, questo ero io.-
    Marco puntò il dito sulla figura centrale della foto.
    Un ragazzo giovane, sorridente.
    Vestito da carcerato.
    Al suo fianco, anch'egli sorridente, un giovanotto in divisa da poliziotto.
    Sull'altro lato, una suora. Anche lei giovane. Anche lei con un largo sorriso.
    -Che anno era?- Chiese Sara con in mano la foto.
    -'85, credo. Sisi, 1985. Carnevale di Viareggio del nuovo decennio, c'erano ancora il PCI e la Democrazia Cristiana. Vedi, in questa foto...-
    Marco prese un'altra immagine dal mucchio sopra le lenzuola
    -Qui c'è un carro con le facce dei politici di quegli anni.-
    -Si, ci sono proprio tutti. Uahuah, e questo con la maschera di Andreotti chi era?-
    -Guido. Fa il commercialista ed ha due bambini, c'era anche lui alla cena dell'altra settimana. Aveva il travestimento più bello. Una palla di carta sotto la giacca per rifare la gobba e la maschera di Andreotti, non ci volle mai dire dove la comprò, morivamo tutti dall'invidia.-
    -Il poliziotto e la suora invece?-
    -Giuliana Martinelli, sposata con un figlio, ha un negozio di fiori a Viterbo. Marco non-ricordo-il-cognome è ancora single. Nelle forze dell'ordine c'è entrato davvero. Carabiniere, però.-
    -Com'è che ti ricordi il cognome delle tue compagne di classe e non quello dei tuoi compagni?-
    Il tono di Sara era decisamente ironico.
    -Ehhhh... beh.... insomma, guardiamo le foto o facciamo i detective?-
    -Sisi, cambia discorso. Ecco, questa con le calze a rete, per esempio.-
    Sara mostrò un'altra foto.
    -La Clara. Lei purtroppo non c'è più da molti anni-
    Sara ebbe un'espressione triste e stupefatta al tempo stesso.
    Marco continuò
    -Già, non lo sapevo neanch'io, mi ha shoccato l'altra sera quando me lo dissero. Incidente stradale, ma è già qualche anno che è successo. Dietro di lei sbavavamo tutti noi maschi della classe. Sempre vestita succinta, truccata e sguardo ammaliatore. Non a caso alla gita a Viareggio era vestita da prostituta. Volevamo farci le foto solo con lei, ed ovviamente stava al gioco.-
    -Quindi ci sarà anche con te, fammi cercare...-
    Sara cominciò a frugare tra le foto sparse sul letto.
    Marco abbozzò una reazione allontanandole, ma in sostanza lasciandola fare e ridendo.
    Alla fine Sara alzò trionfante un'immagine.
    -Eccoti qui. Guarda ti bacia anche.-
    La foto mostrava la 'prostituta' che baciava generosamente sulla guancia il carcerato.
    -E guarda che bella espressione felice che hai.-
    Sara colpì con la foto Marco, che rise di gusto.
    Un'altra foto.
    -Ecco, qui ci siete tutti. Questo è vestito da.... spazzacamino. Faccia imbrattata di nero, vestiti neri e la scopa in mano.-
    -L'altro Guido. Anche lui presente alla cena di giovedì scorso. Pure lui commercialista, separato.-
    -E questa ragazza è vestita da... Maria, ha pure il bimbo tra le braccia.-
    -Si, e si chiama Maria sul serio, ovviamente il bimbo era un Cicciobello senza vestitini, se lo era legato al vestito, la gara di tutti era staccargli il ciuccio per farlo piangere. Alla fine il ciuccio si ruppe, e dovemmo zittire il bimbo togliendogli le batterie, la Maria si arrabbiò pure. Ora il bimbo ce l'ha davvero, anche se è una bimba.-
    -Ah, questo è magnifico, splendido vestito. Sembra Alì Babà. Come si chiama questo cappellino...-
    -Il Fez, infatti era vestito da turco.-
    -Originale, veramente.-
    -Roberto, lavora in un ufficio poco distante da me. Ogni tanto ci troviamo per la pausa pranzo. E' lui che ha avuto l'idea della cena di ex compagni di classe ed ha chiamato per organizzare.-
    -Ma mi dicevi che non eravate tutti-
    -No, ovvio, non eravamo neanche la metà, di molti altri non abbiamo più contatti, non sappiamo neanche se vivono ancora qui, si sono trasferiti altrove come la Giuliana o peggio ancora sono morti come la Clara.
    -Brrr, speriamo di no.-
    -E' così che vanno le cose. Ad esempio, Stefano-
    Marco indicò un ragazzo in divisa mimetica.
    -Con lui non legai praticamente mai durante gli anni delle superiori, ma Roberto ha incontrato i genitori un paio di anni fa e gli hanno riferito che ora vive a Londra. Non fosse stato per quell'incontro casuale non sapremmo nulla di lui.-
    Marco radunò le foto sparse sul letto.
    -E domani la festa tocca a qualcun altro.-
    Marco e Sara posarono lo sguardo sull'abito appeso alla maniglia dell'armadio.
    Un abito piccolo, da principessa.
    -Ricordiamoci di togliergli l'etichetta del Disney Store domani mattina, prima di metterglielo.-
    -Si, ma senza farci vedere, Si è addormentata dicendo che non vede l'ora di andare alla festa.-
    -Eh, anche io, quando andavo all'asilo, non vedevo l'ora di vestirmi.-
    Marco posò le foto sul comodino.
    -Buonanotte dunque.-
    -Buonanotte Sara.-
    Marco e Sara si dettero un bacio, poi si infilarono dentro le coperte e spensero la luce.
    Riaffiorano i ricordi degli anni di passione
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