«Huwa elladhī anzala es-Sakīnata fī qulūbil-mūminīn» (Corano, XLVIII, 4)
(«Allāh fa discendere la Pace nei cuori dei fedeli»)

Secondo la tradizione indù il termine avyakta sta ad indicare il «Non-manifesto» e, come appare in Bhagavadgītā II.28 e Bhagavadgītā VIII. 18-21, ciò si deve intendere in un duplice senso: dei «due avyakta» infatti uno corrisponde all’avyakta del Sankhya, al pradhāna, cioè alla materia prima, la «prakriti inferiore» di BG. VII.5 la cui natura è separata dall’essenza e ciò da cui ogni essere proviene come dal chaos (amātrā, non-ancora-misurato [nirmāta]) dal quale tutte le cose sono tratte per misurazione, e l’altro avyakta invece come «Non-manifesto» in senso superiore, vale a dire amātrā perché non-è-misurabile, l’Oscurità Divina (avyakta) «deve non brilla alcun Sole» (Khata Upanishad V.15) e «al di là di cui non c’è assolutamente più nulla; quello è il fondamento [pillar = pilastro] (kāshthā), quello è l’ultimo passo» (KU. III. 11 e IV. 9, cfr. BG. VII. 7). In mezzo tra i due avyakta vi è il vyakta [il «manifestato»] così come mātrā (etimologicamente «materia», ma, più precisamente, il campo [dominio] del numero) sta in mezzo tra i due amātrā…»(per questi riferimenti si vedano le chiose di A.K.Coomaraswamy a commento della Khata Upanishad, già da noi in altra sede citate. Inoltre su i «due avyakta» R.Guénon ha sviluppato uno scritto dal titolo “Le due notti” presente in Iniziazione e realizzazione al quale naturalmente rimandiamo).
Quella che dunque è una descrizione di due aspetti di uno stesso termine (avyakta) indicante una realtà cosmologica e una realtà metafisica, in se stessi indipendenti da qualsiasi stato particolare dell’Esistenza come quello in cui si trova l’essere umano, diventa in rapporto a quest’ultimo termine di «Giudizio» in un senso «benefico» o «malefico» a seconda che l’essere in questione sia «fedele» (mūminūn) o «infedele» (kuffar), si conformi o no, alla «Volontà del Cielo» («Il cielo sostiene dall’alto, la Terra dal basso. Chi si conforma, vive. Chi contravviene, perisce.» Tao Te Jing). Così, parimenti, è propria degli Arya, in quanto distinta dall’inoperosità degli Asura, la produzione dell’«Ordine» a partire dal Chaos, ossia la conformità di un essere al rito (rita), che è il «giusto» (non soltanto in un senso morale, ma nel senso più ampio di «corretto», si confronti R.Guénon, Il simbolismo della Croce, ed Luni, pag. 65 nota 3: «la Rettitudine (Te), il cui nome evoca l’idea della linea retta e più in particolare l’idea di «Asse del Mondo», è, nella dottrina di Lao-tzu, quella che si potrebbe chiamare una «specificazione» della «Via» (Tao) con riferimento a un essere o a uno stato d’esistenza determinato: si tratta della direzione che tale essere deve seguire perché la sua esistenza sia secondo la «Via», ovvero, in altri termini, in conformità con il Principio (direzione assunta in senso ascendente, mentre, in senso discendente, la stessa direzione è quella secondo cui si esercita l’«Attività del Cielo»[…]).

Ora, una delle illusioni più profonde e inquietanti che ci è dato assistere in questi momenti in quasi ogni aspetto della vita dell’essere umano, sia essa “sociale” o “privata”, è proprio quella di confondere il vero spirituale con quanto di esso ne costituisce il riflesso inverso, vale a dire lo psichismo inferiore, confusione che è proprio quella tra i due tipi di Non-manifesto sopra descritti, tra quanto cioè sta al di sopra della manifestazione in quanto suo Principio e quanto ne sta al di sotto in quanto sua radice (Mûla-Prakriti). Si verifica infatti da parte dell’essere umano contemporaneo un tipo di realizzazione non ascendente, volta cioè al riassorbimento dell’ «io distinto» nel suo Principio, bensì una sorta di «pseudorealizzazione» inversa di quelle tra le sue possibilità che corrispondono agli stati più bassi della manifestazione universale. Si confonde così ciò che secondo la terminologia orientale viene chiamato «Vuoto», vale a dire ciò che è al di là di ogni tipo di manifestazione in quanto suo centro, con un vuoto che, sebbene se ne mascheri la reale natura con terminologie più o meno tradizionali o suggestioni varie, non è altro che una tendenza massima alla disgregazione interiore di quello stesso «io distinto» e corporeo che dovrebbe invece essere il supporto per ogni tipo di realizzazione ascendente e spirituale. Insomma, ignorando oramai quasi tutto ciò che attiene allo spirituale, si scambia questo con lo psichico e in particolar modo con lo psichismo inferiore.
Uno degli esempi più manifesti di tale spiritualismo deviato sono stati gli utilizzi chiaramente controtradizionali di simboli tradizionali, ridotti a slogan e logo, nel periodo degli anni ’60 del XX sec., quali il “simbolo della pace” o la bandiera ”arcobaleno della pace” sui quali ritorneremo in altra occasione. Verso tale direzione, verso cioè uno psichismo davvero “infernale”, si è voluta spingere buona parte della gioventù nel periodo preso in considerazione e non sarebbe privo di interesse indagare quali organizzazioni stessero realmente dietro a movimenti di massa simili tutt’altro che spontanei e innocui ( si pensi a “trovate” come quella di Abbie Hoffman che durante la guerra del Vietnam condusse 50.000 persone in manifestazione attorno al Pentagono nel tentativo di far levitare in aria l’edificio per mezzo dell’energia psichica della folla). Risulta anche ben evidente da quanto detto che seguendo tale direzione ci si allontana sempre più da quella vera «Pace» che discende nel «cuore» secondo l’”asse verticale” come manifestazione dell’«Attività del Cielo» e che in quanto «non di questo mondo» è data solo «a colui che unito al Principio, egli è in armonia, attraverso lui, con tutti gli esseri. Unito al Principio egli conosce tutto attraverso le ragioni universali superiori, e non si serve più, di conseguenza, dei suoi differenti sensi per conoscere in particolare e in dettaglio.[…]»(Lieh-tzu, cap. IV) e che corrisponde alla Shekinah ebraica, vale a dire alla presenza divina al centro di ogni essere.
Pensiamo che queste sommarie indicazioni siano utili per comprendere maggiormente e premunirsi sia contro altri utilizzi quotidiani di simboli il cui valore invertito è fatto proprio dalla «controtradizione» (come il simbolo delle «corna») sia contro l’illusione che sta al fondo della «vita ordinaria» in rapporto alla reale natura delle fenditure sotterranee che si creano al venir meno di ogni collegamento veramente tradizionale e spirituale.