OMNIA SUNT COMMUNIA


Una teoria generale del conflitto

Ultima modifica: domenica 26 marzo 2006

Parla Domenico Losurdo: "Marx ed Engels hanno elaborato una teoria generale del conflitto sociale che di volta in volta assume una configurazione diversa"
Roberto Ciccarelli
“C’è un motto di Hegel che vorrei ricordare: un grande uomo costringe gli altri ad interpretarlo. A questa operazione siamo obbligati anche nei confronti di Marx, ed è chiaro che dobbiamo potere utilizzare tutto il materiale che si rende disponibile”. Domenico Losurdo, docente di Storia della Filosofia ad Urbino, e autore di numerose opere su Marx, e su Hegel, non ha dubbi: le novità che emergono dalla nuova edizione critica delle opere di Marx e Engels sono importanti al punto di “sottrarre Marx a quell’aura immota che fino a qualche tempo fa sembrava circondarlo”. “Oggi – aggiunge - siamo in grado di leggerlo diacronicamente. Per un autore politico come Marx questo è particolarmente importante”.
Manfred Neuhaus, uno dei curatori dell’edizione critica della Marx-Engels Gesamtausgabe» (Mega) diretta dalla fondazione Marx-Engels (Imes) e pubblicata dalla Berlin-Brandenburgische Akademie der Wissenschaften (Bbaw), sostiene che la fine del socialismo reale ha consentito ai curatori della vecchia edizione delle Opere Complete di Marx ed Engels (la Meoc), prevista in 50 volumi una nuova libertà nella ricerca e nell’opera di completamento dell’opera marxiana. Questo corrisponde a verità a suo parere?
Credo che sia ermeneuticamente ingenuo pensare di leggere Marx a partire da un mitico punto zero della coscienza e dell’ermeneutica. Come se oggi ci fossimo liberati da qualsiasi presupposto! E’ evidente che dagli anni venti agli anni sessanta del Novecento si è letto Marx a partire dai problemi posti dalla guerra e poi dalle speranze e dall’esperimento della costruzione di una società diversa in nome del socialismo. E’ chiaro che oggi che dobbiamo prendere atto dei radicali mutamenti che si sono verificati e della restaurazione del capitalismo in Russia e in Europa orientale, ma non per questo partiamo da un punto zero. Nella rilettura di Marx generalmente si tende oggi a dare per scontato il fallimento totale delle rivoluzioni che a lui si sono richiamate, ma non è detto che tale presupposto sia più fondato delle speranze o delle certezze di alcuni decenni fa. La storia non è finita, ed è probabile che le future generazioni criticheranno le ingenuità dei presupposti dell’odierna rilettura di Marx ed Engels.
Sempre a parere di Neuhaus un altro merito della nuova edizione sarebbe quello di dividere la coppia dei gemelli siamesi Marx-Engels, evidenziando il ruolo che Engels svolse come editore nella trasmissione dell’opera di Marx ai posteri. Che cosa ne pensa?
E’ indubbio che alla luce di questo grande lavoro di edizione critica, non solo è possibile distinguere meglio Marx da Engels, ma siamo in grado anche di distinguere Marx da Marx. Marx è un pensatore che ha subito un’evoluzione; basti pensare alle diverse edizioni del Capitale. Ma non credo che questo lavoro metta in discussione il fatto che i due autori abbiano lavorato insieme, scrivendo numerose opere in comune e continuando a collaborare anche quando si sono impegnati in compiti diversi.
Quali sono a suo parere le ragioni dell’attualità di Marx?
La teoria di Marx (ed Engels) ha potentemente stimolato le due grandi lotte per il riconoscimento, che ancora oggi non sono terminate: la lotta dei servi della metropoli che spesso, nell’ambito della tradizione liberale, sono stati assimilati a strumenti di lavoro, a «macchine bipedi», e la lotta dei popoli coloniali e di origine coloniale, che hanno subito un’oppressione ancora più dura e un processo di de-umanizzazione ancora più accentuato. Il movimento che ha preso le mosse da Marx (e da Engels) ha sapiuto dare voce e dignità umana a classi sociali e a popoli oppressi e de-umanizzati dal capitalismo e dall’imperialismo.
Qualcuno potrebbe rispondere che, a parte Marx, oggi è possibile riprendere anche altri autori per capire la realtà in cui viviamo…
Sono gli stessi Marx ed Engels a sottolineare la necessità di ereditare i punti più alti della cultura borghese. Certo, un’analisi del processo di globalizzazione possiamo intravvederla già in Adam Smith. Ma per comprendere le lotte che si sviluppano nel mondo globalizzato siamo costretti a ricorrere al Manifesto del partito comunista e ad altri testi successivi. Non si tratta solo della ribellione dei proletari contro la loro riduzione a strumenti di lavoro. C’è la lotta dei popoli oppressi (Marx ed Engels fanno riferimento soprattutto all’Irlanda e alla Polonia). Né bisogna dimenticare il conflitto tra le grandi pitenze e la «guerra industriale di annientamento fra le nazioni» di cui parla il Manifesto. Più tardi Engels sottolinea che nell’ambito della famiglia tradizionale è la donna a rappresentare il proletariato. E cioè Marx ed Engels, che non sono mai stati «operaisti», elaborano una teoria generale del conflitto sociale, che di volta in volta assume una configurazione diversa. Ed è questa teoria generale del conflitto sociale che ancora oggi ci può consentire di comprendere e trasformare il mondo. Ovviamente, senza dimenticare le grandi novità che sono intervenute. Mi limito qui a segnalarne due particolarmente rilevanti. E’ evidente che oggi, piuttosto che alla gara per l’egemonia tra grandi potenze più o meno equivalenti, assistiamo al tentativo di una superpotenza solitaria di ergersi a sovrano unico del pianeta. Ancora più significativo è il quadro variegato che oggi presenta il Terzo Mondo: popoli come quello palestinese e iracheno sono costretti a lottare per la conquista delle forme più elementari di indipendenza politica e per conseguire tale obiettivo non possono rinunciare a priori alla lotta armata; un paese come Cuba, mentre è costretto a difendersi in primo luogo contro il tentativo di strangolamento economico mediante embargo, deve aver presente continuamente il pericolo dell’aggressione militare; paesi invece come la Cina, il Vietnam, l’India sono in primo luogo chiamati, sia pure in forme diverse, a consolidare l’indipendenza politica mediante la conquista anche dell’indipendenza economica e il recupero del ritardo tecnologico.
A Marx, il pensiero debole, e non solo, rimprovera la fondazione di un sapere forte, la certezza di una verità incontrovertibile che consisterebbe in una filosofia della storia che dà per certo il successo della teoria e, implicitamente, la realizzazione di un disegno politico epocale che consisterebbe nel comunismo. Lei cosa ne pensa?
Il “pensiero debole” e la filosofia postmoderna sono stati in un certo senso sfortunati. Mentre l’uno e l’altra proclamavano la morte delle “grandi narrazioni” (rimproverate soprattutto a Marx e al comunismo), con la fine della guerra fredda si diffondevano in Occidente teorie che annunciavano l’avvento di un “Nuovo Ordine Internazionale” e che oggi, per bocca di Bush jr., promettono il trionfo su scala planetaria della democrazia e della pace, a partire dal rovesciamento con la forza delle armi di tutte le tirannie: come si vede, le “grandi narrazioni” sono più vive che mai e nella loro forma più rovinosa! Se poi, assieme alla filosofia della storia, intende rifiutare l’idea di progresso in quanto tale, l’ideologia postmoderna incorre chiaramente in un nuovo clamoroso infortunio. Vale la pena di ricordare l’osservazione fatta a suo tempo da Hegel. Se un principe, sia pur brillante e dotato, tentasse di reintrodure la schiavitù in Europa, andrebbe incontro ad un sicuro fallimento: la libertà dell’uomo è ormai diventata seconda natura! Oggi potremmo aggiungere che ugualmente donchisciottesco si rivelerebbe chi volesse ricondurre la donna alla schiavitù domestica: anche in questo caso l’emancipazione è diventata seconda natura, sicchè non è possibile il ritorno allo status quo ante. Irridendo all’idea di progresso in quanto tale, l’ideologia postmoderna finisce con l’attribuire all’uomo poteri pressoché divini, come se egli fosse in grado di cancellare secoli di storia e di annullare l’irreversibilità del tempo storico!

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