Se il Pdl è un grande partito non può fare a meno delle correnti
di Marco Bertoncini
Italia Oggi, 18 marzo 2010
Qualsiasi stupore per la nascita del movimento di Gianfranco Fini è fuori luogo.
In fondo, sono trascorsi più di tre lustri dalla fondazione di Fi, senza che sorgessero correnti ufficiali nel partito di Silvio Berlusconi: un tempo incredibile, se ci si pensi un istante. Dopo la malriuscita fusione con An, sono passati altri mesi ancora, fino al prossimo sorgere di Generazione Italia. Un partito che conta molto più di un terzo dei voti, che aspira a superare il 40%, è fatalmente composito. Non può essere monolitico.
Berlusconi ha più volte asserito, interessatamente e senza crederci troppo, che Fi rappresentava la sintesi della politica di De Gasperi, Einaudi, Pacciardi e Saragat, personaggi che invero furono sovente in forte contrasto. Amalgamata poi An, gli elementi fondanti (e contrapposti) sono cresciuti. Pochi giorni addietro, parlando ai quadri romani, Berlusconi ha citato perfino le radici socialiste del Pdl. Nessuno può negare che al governo e nel partito stiano, in eminente posizione, reduci dei partiti socialisti, da Tremonti a Vizzini, da Sacconi a Cicchitto, dalla Craxi a Brunetta, da Cazzola a Caldoro, alla Boniver, per tacere di tanti altri. Però, parlare di socialismo nel Pdl è francamente molto forte, anche perché nei paesi europei i socialisti normalmente si contrappongono ai popolari. Ebbene, in un partito che a un certo punto vuol mettere insieme Nenni e Almirante, volete concedere che possano sorgere correnti? Correnti politiche, ideologiche, dottrinarie, di pensiero, di cultura, e anche di potere, posto che scopo della politica è la conquista del potere.
Finora nel Pdl i gruppi agivano riferendosi a qualcuna delle tante, forse perfino troppe, fondazioni, oppure ai gruppi di potere legati a potentati locali che diventano presto nazionali. Meglio una corrente con un capo e con una visione culturale propria, piuttosto di ras e capoccia periferici, i quali non di rado immiseriscono l'immagine nazionale del Pdl. Il richiamo a Berlusconi ha certo un fondamento ovvio. Ma in un grande partito, che è un enorme contenitore, ci sono tendenze difformi. I laici, ad esempio, sono stanchi di subire una politica che risponde soltanto alla dottrina della Chiesa in materie come bioetica, insegnamento religioso, comportamenti privati. I liberali aspettano dal '94 la rivoluzione liberale, promessa sempre, attuata mai. Gli euroscettici non ne possono più della costante acquiescenza ai voleri dell'Europa burocratica. E via di questo passo. Dare voce a tante presenze che nel Pdl oggi non trovano accoglienza è opera in fondo scontata. E questo, indipendentemente da Fini, dalle sue ambizioni, dai suoi personalismi, dai suoi capricci.
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