E dunque eccoci qui, tutti in fila, per non perderci l’elegante volume con gli interventi sul tema della morte e del “dopo” che hanno scandito l’estate del Foglio.
Siamo molti, tra autori e lettori, in impaziente attesa.
Cosa c’è da aspettarsi da questa seconda, più distesa lettura?
Beh, non credo che scritture figlie di una intuizione giornalistica, persino un pizzico mondana anche se non futile o, diciamo, irriverente, possano dar adeguata risposta ai mille interrogativi sollevati da temi tanto solenni e alti.
Meglio così, meglio rifuggire dalla metafisica più o meno professionale e seriosa, evitando i rischi di inevitabili inadeguatezze nel confronto con coloro che quelle altezze hanno raggiunto e marcato di sé: agli autori era stato del resto suggerito di pensare più che altro alle proprie esperienze di coinvolgimento, da vicino o da lontano, all’evento finale, e a come essi intendessero (o sperassero) il loro proprio “dopo”.
Alla fine, la lettura sarà quanto meno gradevole.
Mi pare però che, nel proporcelo con la sua consueta e felice leggerezza, il giornale non volesse sottrarsi, e anzi a suo modo sollecitasse un dibattito serio e alto su questo tema e sugli altri, i cosiddetti “eticamente sensibili”, che sono entrati con drammatica intensità nel dibattito pubblico. Per la prima volta da un bel pezzo, infatti, perfino la politica è chiamata a interloquire – in forme per lei inconsuete – sull’evento morte: finora si limitava a determinarlo, se non altro con l’assurdo rito della condanna capitale. Insomma, soprattutto nel mondo occidentale (altrove la morte è ancora accadimento primario, “naturale” o violento ma comunque sottratto alle interpretazioni sofisticate) sulla morte ora ci si accalora e si discetta, persino in termini un po’ morbosamente causidici. Non più sul versante sociologico, tra Weber o, per dire, Durkheim, ma su quello antropologico: ci si interroga proprio, voglio dire, sul “che cosa è” la morte e come vi si rapportino la società, le istituzioni, lo stato.
Quest’ultimo, sorpreso e imbarazzato, rifugge dall’assumersi responsabilità.
Tutto il contrario della chiesa, la quale con la morte ha lunghissima consuetudine.
Due ospedali, due cure post mortem
Uno studioso di questi problemi, Antonio Cavicchia Scalamonti, ci segnala come già Bossuet, agli albori della secolarizzazione dell’occidente europeo, dichiarava che la chiesa sarebbe stata immortale solo se avesse conservato e difeso con fermezza il suo monopolio sulla gestione della morte. Intuiva, Bossuet, che il monopolio su tutto ciò che riguardava l’evento ultimo avrebbe rappresentato il possibile scacco, o almeno il limite invalicabile, alla pretesa di dominio del nuovo soggetto dominante, la borghesia, “con tutto il suo ‘impotente’ razionalismo”, avverte Scalamonti. Ma pure la chiesa ha i suoi grattacapi e dilemmi.
Ricordo ancora la morte di Papa Roncalli, che volle “pubblico” il proprio lento trapasso, visibile a tutti – a finestre, letteralmente, spalancate – così da evitare l’infiltrarsi di comportamenti inadeguati – per non dire peggio – come quelli che avevano segnato la fine del suo predecessore.
Ed è fin troppo ovvio pensare alla morte di Papa Wojtyla.
Una morte esemplare, scandita da quel “lasciatemi tornare alla casa del Padre” che, al di là di ogni strumentalizzazione, era la richiesta rigorosa, formulata da una volontà integra e consapevole, di poter compiere in libertà le scelte definitive sulla propria esistenza e sull’ultimo viaggio: atto “umano, troppo umano”, di un uomo esperto della fondamentale solitudine del rapporto con Dio.
Potrà la chiesa, su questi esempi, recuperare il senso del sacro alla morte e a ogni aspettativa, o illusione, di ciò che seguirà?
Ho perduto, anni fa, due persone a me care.
Una, dopo una lunga degenza presso un ospedale pubblico, l’altra, accolta dopo la morte tragica dall’obitorio di uno di stretta osservanza cattolica.
Provai sconcerto e orrore nel vedere la prima abbandonata, dopo il decesso, in una sorta di squallido e anonimo deposito; venne invece non poco conforto a me laico, quando vidi l’altra accolta con visibile cura in una ordinata, luminosa cappellina, nell’ascolto di quel suo singolare, ormai infinito silenzio.
Angiolo Bandinelli su www.ilfoglio.it del 1 nov 07
saluti




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