



Concordo, il livello culturale medio è bassissimo.
Di chi la colpa?
Delle famiglie?
In parte, del resto i genitori di oggi sono stati i primi a godere delle riforme sessantottine della scuola con le devastazioni culturali a cui stiamo assistendo, lo stesso possiamo dirlo del corpo docente della scuola pubblica, persone speso di un ignoranza abissale arrivati dove sono non per merito ma per una mera questione di numeri e supplenze.
Poi se vogliamo parlarne ci sarebbe anche da mettere dentro la tv, ad oggi abbiamo elogi all'ignoranza a scapito della cultura, la nostra splendida e complessa lingua si sta perdendo sembra che parlare in romanesco piuttosto che in altri idiomi sia una moda piuttosto che un sintomo di scarsa cultura.
Per carità, esiste anche il teatro dialettale ma coloro che lo praticano sanno mille volte meglio l'italiano rispetto ad un qualsiasi presentatore televisivo.
E poi torniamo al mondo della gente comune, quella che chiacchiera al bar piuttosto che per strada, loro sono diventati allergici alla cultura e quando sentono qualcuno che parla di argomenti che vanno oltre il grande fratello, il calcio alla domenica o il gossip, lo guardano come un alieno e lo emarginano.
Stiamo regredendo essendo fieri della nostra regressione.
Nessuno si crea, nessuno si distrugge, tutti si ricandidano.
Tornando alle cose serie e fuori dalle facili ed inutili (mie comprese, ovviamente) battute da stadio, vediamo di decifrare il sartori-pensiero.
A margine, puntualizziamo che la percentuale citata nell’articolo, non attiene alla sua esperienza diretta, bensì ripresa da una pubblicazione di Tullio De Mauro, da cui prende spunto l’articolo.
A me pare che sulla regressione culturale, intesa come conoscenza degli elementi base del sapere (storia, geografia, lingua italiana, matematica, ecc..) e delle materie umanistiche in genere, ci sia una sostanziale convergenza d’opinioni.
Si può discutere sulle percentuali che, comunque , non mutano la natura del problema.
Cosa più importante è individuare le cause di questa involuzione.
Più volte mi è capitato di puntare il dito sulla rivoluzione del “sei politico”, sull’appiattimento verso il basso perseguito dai movimenti studenteschi del ’68, cui la sinistra ha offerto il sostegno politico, contribuendo a trasformare la scuola in un luogo di riunione per i collettivi scolastici e non più di studio.
“Riforme” che hanno fatto perdere all’insegnante il ruolo di educatore, eliminato la meritocrazia e ribaltato il rapporto tra studente e professore. Elementi su cui pare puntare lo stesso Sartori:
“<…> Sì, ma chi ha sfasciato la scuola? Alla fonte, e più di ogni altro, sono stati i pedagogisti, il «novitismo pedagogico», i diseducatori degli educatori. E poi, s’intende, tanti altri: il sessantottismo demagogico dei politici, e anche la marea dilagante delle famiglie Spockiane (illuminate dal permissivismo a gogo del celebre dottore Benjamin Spock). <…>”
Come meravigliarsi se la classe docente di oggi, figlia del ’68, non è in grado di sostenere il compito che gli è stato affidato?
Dall’incapacità nell’insegnare o, anche, dalla disaffezione al mestiere di educatore, declassato a mera attività lavorativa, deriva l’isolamento culturale degli studenti: indifferenti di fronte all’incapacità dei “maestri” di attrarre il loro interesse e di sollecitarne la voglia di apprendere.
L’assenza di stimolo allo studio, apre spazio a nuovi “interessi”, ad altre attività, poco, o per nulla, educative, ma che hanno il “pregio” di riempire il vuoto lasciato dalla scuola.
La TV ha preso il posto dei nonni come babysitter, la playstation sostituisce i giochi di gruppo, l’SMS e le chat sono surrogati alle relazioni personali: i giovani crescono in un mondo virtuale in cui il confronto avviene sulle pagine di Facebook.
La politica, certo. Come si può pretendere che i giovani, educati a vivere nel loro isolamento, possano interessarsi della cosa pubblica?
Specialmente in presenza di una classe dirigente che predilige la bagarre, lo scontro personale, la politica urlata, che elude i doveri che gli sono propri: occuparsi delle necessità del popolo che li ha eletti.
La disaffezione alla politica, nasce da qui e coinvolge la maggioranza del popolo elettore, stufo di sentirsi poco considerato, relegato al ruolo di supporter negl’inconcludenti litigi dei suoi rappresentanti.
Cultura e disinteresse per la vita sociale sono dunque, a mio giudizio, due problemi distinti e non legati dal vicolo causa-effetto.
Ironman
La differenza tra la genialità e la stupidità è che la genialità ha i suoi limiti. - Albert Einstein