Caso Sandri: l'ultimo omaggio. Con civiltà e dignità

Giovedì 15 Novembre 2007 – 17

6 – Antonella Giuli Tommaso Della Longa
Ieri Roma si è fermata. E lo ha fatto in piazza della Balduina.
Migliaia di persone, tra ragazzi comuni e giovani delegazioni di gruppi ultras provenienti da tutta Italia, si sono riuniti nella chiesa di San Pio X e nel piazzale antistante per dare l’ultimo saluto a Gabriele Sandri detto “Gabbo”, il giovane ventottenne tifoso della Lazio inspiegabilmente assassinato domenica scorsa da un agente di polizia nei pressi di Arezzo.
Se ne parla ininterrottamente ormai da cinque giorni, a botta di comunicati stampa di questori e avvocati, di “corsivi” più o meno discutibili che ogni giorno affollano le prime pagine dei giornali nazionali, di note inviate alla stampa con dichiarazioni di politici frettolosi di commentare.
“Potrebbe essere una cerimonia ad alto rischio tensioni”, avevano scritto in questi giorni i quotidiani più letti. E invece le esequie di Gabriele Sandri sono state tutt’altro. Alla faccia di chi forse si augurava un gran casino di teppaglia e “terroristi”, l’ultimo ricordo pubblico di Gabbo ha in realtà deluso i più maliziosi e permesso alla peggio gioventù da stadio italiana l’occasione di riunirsi e dare una bella lezione di stile e contegno. Niente cori e provocazioni contro le forze dell’ordine, ma solo forti battimani e slogan gridati a gran voce che scandivano il nome di Gabbo. Quasi a voler sigillare la promessa: “Non ti lasceremo mai”.
Il rispetto per chi non c’è piú, e per chi comunque rimane qui, dignitosamente oltraggiato, forse lo hanno dimostrato piú di altri. Anche il parroco che ha officiato la cerimonia sembra esser stato all’altezza del compito. Perché non è semplice rivolgersi a una famiglia distrutta e agli amici incazzati dichiarando che “non può esserci perdono senza giustizia”. Già, la giustizia, quella umana. Che fine ha fatto? E’ del pomeriggio di ieri la notizia che l’agente che ha assassinato Gabriele ha guardato i funerali nella capitale alla tivù in una stanza calda, dopo aver avuto la consolazione di fare quattro chiacchiere con il cappellano del commissariato di polizia di Arezzo. Così, tanto per tirarsi un po’ su il morale. Magari sperando pure nella mediazione del prete per una qualche assoluzione da lassù. Il distintivo e l’arma del delitto per ora ce li ha ancora addosso, ma proprio non ci si riesce ad affibbiargli anche il reato di delitto volontario (rimane infatti in piedi, ancora oggi, l’assurda ipotesi di delitto colposo).
Intanto, in queste ore, continuano a rincorrersi voci di altri fermi, arresti e denunce a piede libero in tutta Italia. Rimangono in carcere i quattro arrestati a Roma dopo gli incidenti scoppiati cinque giorni fa, mentre vengono prelevati alle cinque di mattina, da nord a sud, altri tifosi “terroristi” che si sono permessi di offendere e aggredire le istituzioni con forza, parecchio nervosismo, ma soprattutto il dolore provocato da una ferita profonda inferta domenica scorsa e che ancora oggi grida allo scandalo e alla vergogna. La ferita di un’intera famiglia. La ferita di un’intera categoria, quella ultras. E la ferita dei quattro amici che quella domenica erano seduti nella Mégan Scénic al fianco di Gabriele Sandri. Che se lo sono visti morire in braccio, a ventotto anni e senza un valido motivo. Che oggi, per una manovra sotterranea, sono tutti e quattro denunciati per tentate lesioni. Tant’è. In attesa che venga fatta giustizia e gettata luce sulla tragedia che ha colpito la famiglia Sandri, il capo della polizia Antonio Manganelli ieri ha inviato nella chiesa San Pio X una corona di fiori bianchi e rosa.