Racconto di Giovannino Guareschi
Postato nel cinquantacinquesimo anniversario della scomparsa di Sua Maestà la Regina Elena
«Capo» disse lo Smilzo entrando nell'ufficio dei sindaco «giù in piazza c'è qualcosa che non funziona.»
«Non funziona in che senso?» si informò Peppone.
«Difficile da spiegare» borbottò lo Smilzo. «E meglio che vedi tu.»
Peppone lasciò le sue scartoffie e seguì lo Smilzo.
In piazza pareva che tutto fosse a posto, ma sotto il porticato c'era gente ferma davanti a una botteghetta.
«Si tratta di Jofino» spiegò lo Smilzo mentre Peppone marciava decisamente sull'obiettivo.
«Cos'ha fatto?»
«Dieci minuti fa, appena è arrivata la notizia, ha chiuso bottega e ha inchiodato sulla porta quel cartello lì. »
Oramai erano arrivati nel gruppo e il cartello di Jofino era abbastanza leggibile: «Chiuso per lutto nazionale».
Era una cosa incredibile che Jofino avesse potuto combinare una faccenda di quel genere, perché Jofino l'orologiaio pareva l'uomo meno tagliato per i colpi di testa. Sui sessant'anni, piccolo, striminzito, Jofino in vita sua non aveva mai detto una parola più del necessario, non s'era mai impicciato di politica, limitando la sua attività alla cura degli orologi malati e alla pesca con la lenza.
Eppure Jofino, appena in paese era arrivata la notizia della morte della Regina, aveva chiuso bottega e aveva inchiodato sulla porta il cartello che adesso la gente stava rimirando muta e perplessa.
Oramai Peppone si trovava nel gruppo e doveva per forza darsi un contegno.
Accese un mezzo toscano.
Come presa di posizione non andava male: però era poco per un sindaco e la repubblica aspettava da lui qualcosa di più sostanzioso.
La gente si scostò lasciandogli libero il passaggio fino alla porta della bottega di Jofino: ciò significava che la repubblica invitava il cittadino Peppone ad arrivare fino alla porta della bottega di Jofino.
Peppone allora arrivò fino alla porta e, comprendendo che non poteva rimanere lì a rimirare il cartello, bussò.
La testa di Jofino apparve alla finestrella del mezzanino.
«Ripassate, oggi non lavoro» borbottò Jofino.
«Se non lavorate voi la nazione però lavora» rispose Peppone.
«Allora andate a far accomodare il vostro orologio dalla nazione» replicò Jofino.
«Non è una questione di orologi» spiegò Peppone. AI fatto è che se voi oggi non volete lavorare siete padronissimo di chiudere bottega. Però è ben chiaro che si tratta di un affare vostro personale. »
«La morte della Regina non è un affare mio personale, ma interessa tutta la nazione.»
Peppone scosse il capo:
«Secondo i casi: in Inghilterra, per esempio, sì, perché in Inghilterra c'è la monarchia. Qui, per esempio, no, perché qui c'è la repubblica. E voi non siete in Inghilterra ma siete qui».
Jofino non risultò per niente convinto dal rigoroso ragionamento di Peppone:
«Repubblica o monarchia, una Regina è sempre una Regina, e se muore c'è in tutta la nazione gente che si addolora. Quindi è un lutto nazionale».
«Lutto nazionale quando tutta la nazione è d'accordo sulla eccezionale importanza della persona che muore. Qui, per esempio, a me la morte della Regina non fa né caldo né freddo. E’come se fosse morta una donna qualsiasi. »
Jofino si ribellò:
«La Regina non era una donna qualsiasi e tutti lo sanno! ».
«Non ha importanza che fosse diversa dalle altre» sentenziò Peppone che incominciava a sudare. «In una repubblica, eccettuata la moglie del Presidente, tutte le altre donne, anche se sono diverse, sono uguali! »
Jofino aveva già parlato troppo:
«Per me è lutto nazionale. Ognuno è libero di pensare come crede».
Detto questo Jofino si ritirò e chiuse la finestra.
Peppone si asciugò il sudore della fronte e si volse verso l’assemblea:
E' inutile insistere con la gente che non vuol capire!».
«Se non vogliono capire, gli si fa capire!» rispose il farmacista che era un repubblicano furioso. «Quel cartello è una provocazione e, senza stare tanto a discutere, lo si toglie.»
«Giusto» approvò Peppone. «Quando col ragionamento non si riesce a niente, si deve passare all'azione.»
«E allora tolga il cartello e non se ne parli più» disse il farmacista.
Peppone scosse il capo:
«Nella mia qualità di sindaco non posso andare in giro a strappare cartelli o manifesti» spiegò. «Ogni mia azione deve essere legalmente giustificata altrimenti diventa un arbitrio. Piuttosto lo tolga lei, dottore. Lei rappresenta la giusta reazione dell'opinione pubblica. »
Il farmacista rimase titubante, poi scosse il capo.
«Ha ragione il signor sindaco» concluse «il fatto è delicato e potrebbe prestarsi a speculazioni politiche. Si agisca nel più stretto ambito della legge. Una commissione si rechi a denunciare il fatto al maresciallo dei carabinieri.»
La commissione risultò composta dal farmacista, da Peppone, dallo Smilzo e dal Bigio perché, appena sentirono parlare di commissioni, tutti se la squagliarono e rimasero sul posto soltanto il farmacista, Peppone e gli altri due soci della birra.
Si avviarono in silenzio verso la palazzina dei carabinieri e, arrivati alla svolta della strada grande dove era la farmacia, Peppone si fermò e si rivolse al farmacista.
«A proposito, dottore: lei non ha qualche buona specialità contro il mal di fegato? »
«Ne ho due o tre buonissime» rispose il farmacista.
«E perché, allora, non ne approfitta per curarsi il fegato?» borbottò Peppone.
Il farmacista tentennò il capo poi sbuffò:
«Quel maledetto vecchio mi ha fatto perdere la calma. Se non le avesse dette così grosse non avrei parlato. Se venite dentro un momento, vi faccio sentire la china che faccio io. E' straordinaria».
Entrarono tutti in farmacia e passarono subito nella saletta. Il farmacista riempì quattro bicchierini.
La china risultò eccellente e il farmacista fece un secondo giro. E poi ne fece un terzo.
Il terzo bicchierino di china tolse a tutti il desiderio di parlare. Stettero zitti un bel po' guardando il tappeto della tavola, poi Peppone sospirò: «Mah!».
«E' la vita! » disse lo Smilzo.
«E' il mondo che non è più quello di una volta! » borbottò il Bigio. Il farmacista agguantò la bottiglia della china e riempì per la quarta volta i bicchieri. Il che stava a significare che egli era fondamentalmente d'accordo con Peppone, con lo Smilzo e col Brusco.
Tutti e quattro levarono il bicchiere e brindarono in silenzio a non si sa chi.
E il cartello del vecchio Jofino rimase lì dov'era, e tutto il paese vi sfilò davanti ma nessuno si fermò a commentare. Come se non lo vedessero.
Peppone quella sera non riusciva a dormire perché aveva dentro il cervello una cosa che non riusciva a capire.
Intendiamoci: si trattava di un pensiero che gli era nato improvvisamente nel cervello, quindi roba tutta sua personale. Ma un pensiero che finiva con un punto interrogativo. Brutto affare perché si trattava di cosa urgente e non c'era tempo da perdere in contorsioni cerebrali.
E, alla fine, arrivò alla conclusione più logica: fare la cosa e poi, in un secondo tempo, cercare di capire perché avesse fatto la cosa.
Saltò giù dal letto alle quattro e andò a frugare in mezzo ai ferrivecchi nell'angolo dell'officina e trovò lo spezzone di ferro che serviva al caso suo.
Ravvivò il fuoco della fucina e vi ficcò il suo pezzo di ferro.
Poi, quando il ferro fu diventato rosso, incominciò a smartellarlo sull'incudine.
Cosa diavolo volesse cavarne fuori lo sapeva soltanto lui. Smartellò fino a mezzogiorno poi nascose il suo ferro nella cenere calda della fucina e andò a mangiare.
Non finì neppure perché gli portarono il giornale e, sul giornale, trovò una notizia che lo mise in agitazione.
«Oggi non ci sono per nessuno!» disse alla moglie.
«Se ricominci a smartellare ti sentiranno» rispose la donna.
«Che mi sentano o no poco importa: l'importante è che nessuno mi disturbi.»
La moglie di Peppone conosceva il suo pollo e non insistette. Quando Peppone parlava con quel tipo di voce, l'unica cosa da farsi era quella di obbedire alla lettera.
Peppone ritornò in officina: chiuse le serrande di ferro delle finestre e riprese a lavorare alla luce della lampadina elettrica.
Bisognava far presto perché tutto doveva essere finito per l'indomani e nel giornale c'era l'ora precisa. Non si poteva ritardare di un minuto. Anzi, era necessario finire prima per poter avere il tempo di pensare al perché di tutto il lavoro.
Se Peppone non avesse trovato una conclusione logica, tutto sarebbe rimasto una cosa morta, senza significato. Un arnese da mettere nel museo di famiglia. Una carabattola qualsiasi.
Ma, in paese, non c'era soltanto Peppone a vivere ore così agitate. Pur non arrabattandosi a smartellare su una incudine, anche don Camillo stava passando i guai suoi.
Perché anche lui, durante il desinare, aveva trovato sul giornale la stessa notizia che aveva messo in allarme Peppone. E adesso camminava in su e in giù per la chiesa deserta senza trovare una soluzione possibile al problema che gli occupava la cassetta del cervello.
«Gesù» disse a un tratto rivolto al Cristo dell'altar maggiore «io so che farò una certa cosa e non so quale sarà.»
«Non ti preoccupare, don Camillo: lo saprai quando l'avrai fatta,
«Gesù, mi preoccupo, invece. Perché non so se questa cosa sarà bella o brutta.»
«Se sarà brutta, non farla.»
«Gesù, farò a tempo ad accorgermene prima d'averla fatta?»
«Se, nel frattempo, tu non avrai rinunciato alla tua qualità di uomo pensante, te ne accorgerai.»
«Questo mi tranquillizza completamente» sospirò don Camillo. Ma era una grossa bugia che egli diceva non per ingannare il suo Dio ma per ingannare se stesso.
Peppone, intanto, continuava il suo furioso smartellare. Alla sera gli passarono qualcosa da mangiare attraverso la finestra. Buttò giù un po' di roba e poi si rimise al lavoro. Con le finestre chiuse e la luce accesa, Peppone aveva persa la nozione del tempo e le ore volavano via ma egli non ne teneva conto, solo preoccupato di fare il più presto possibile.
E, alla fine, la cosa fu terminata.
Peppone la guardò sbalordito: era una grande, magnifica rosa di ferro battuto. Lo spezzone di ferro era diventato un fiore dai petali sottili.
Peppone afferrò la rosa per l'estremità del lungo gambo: sì, la cosa era riuscita, ma era poi riuscita in tempo?
Socchiuse l'antone di una finestra e vide che era giorno. L'orologio della torre gli disse che mancavano pochi istanti.
Richiuse l'antone e lo sgomento lo prese: aveva fatto la cosa ma era come se non l'avesse fatta perché si trattava di una cosa grigia, fredda. Di una cosa morta. Una inutile cosa morta: una carabattola, un capolavoro artigianesco da mettere nel museo di famiglia. Tanto duro e febbrile lavoro buttato via.
Guardò la sua fredda, grigia, grande rosa che, nata fra quei muri, lì sarebbe rimasta, come l'inutile cadaverino di un pezzo di ferro.
Intanto don Camillo, dopo aver passato un'ora con lo sguardo appiccicato al quadrante dell'orologio, accortosi che il momento era lì lì per arrivare, s'era buttato disperatamente su per le scale del campanile.
E di lì a poco, quando Peppone sentì che le campane suonavano a morto, si riscosse e trovò la soluzione.
Agguantò per il gambo la sua straordinaria rosa e la tuffò tra le fiamme della fucina e girò furibondo la ventola.
Poi trasse la rosa dai carboni e la rosa non era più grigia, ma rossa. Era viva!
La depose così rossa e sfavillante sull'incudine nera e stette a rimirarla; gli pareva che palpitasse tanto era viva. E quando il rosso accennò a diventar più cupo, Peppone disse:
«Adesso il feretro della Regina sta davanti a me! ».
E buttatosi via di testa il cappello, agguantò il martello grosso e sussurrando «Salve Maestà!» menò sulla rosa una martellata tremenda. E le lacrime di ferro ancora rovente si frantumarono schizzando tutt'intorno.
Una manciata di rossi petali sulla bara della Regina morta in terra straniera.
Le campane di don Camillo rintoccarono ancora a morto per un bel po'. Poi tacquero e la gente dimenticò immediatamente che le campane avevano suonato.
Peppone riaprì gli antoni della finestra e si mise a lavorare attorno al motore di un trattore. Tranquillo, senza più problemi da risolvere perché la rosa rossa era stata fatta ed era arrivata dove doveva arrivare.




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