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Discussione: Sulla Decrescita

  1. #1
    PENULTIMO VALLIGIANO COMUNISTA
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    Predefinito Sulla Decrescita

    Pubblichiamo la trascrizione dell’intervento di Serge Latouche nel seminario sulla decrescita organizzato giovedì 4 ottobre dalla commissione cultura della Camera dei deputati

    DI SERGE LATOUCHE
    Carta

    Mi convinco sempre sempre di più che la sinistra abbia sottovalutato la forza del liberismo e la sua forza anche nella sinistra stessa. Soprattutto ha sottovalutato il fatto che il mito della crescita ha un posto centrale sia nel dispositivo del liberalismo che in quello del capitalismo. Su questo punto dobbiamo dire che purtroppo Marx si è sbagliato. Ha pensato che fosse possible, sostituire all’«accumulazione» cattiva del capitale [accumulazione è il nome marxista della crescita], quella buona di un altro sistema. Questo non è vero, l’accomulazione del capitale è sempre legata all’economia di mercato. Da questo punto di vista, i cosiddetti socialisti utopisti, come per esempio William Morris di «News from Nowhere», avevano capito meglio di Marx il carattere perverso della crescita, il fatto che essa sia legata al sistema termoindustriale, e quindi ai rapporti capitalistici. Oggi dobbiamo fare i conti con questa eredità.

    Uno scienziato francese, Hubert Reeves, molti anni fa raccontava questa favola. Un giorno un vecchio pianeta nelle sue divagazioni incontra la Terra che non aveva visto da alcuni milioni di anni. Allora dice: «Come stai?». La Terra risponde: «Non mi sento molto bene, credo di avere una malattia mortale». «E come si chiama questa malattia?». «Si chiama umanità». «Ahh – conclude il vecchio pianeta –, anch’io l’avevo presa alcuni milioni di anni fa. Ma guarisce da sola, si autodistrugge».



    E’ vero che oggi sembra che l’umanità rischia di sparire. Abbiamo molti segnali che lo confermano quasi ogni giorno. Sappiamo che stiamo vivendo la sesta estinzione delle specie, la quinta è quella che ha avuto luogo 65 milioni di anni fa, quella che ha visto sparire i dinosauri. Solo che ci sono tre differenze tra la quinta e la sesta: questa è organizzata dall’uomo e procede a una velocità terrificante. Per fortuna la natura ha una vitalità straordinaria e una capacità di adattarsi sorprendente, ma quando i cambiamenti sono così veloci è impossibile per la natura adattarsi.
    Un’altra importante differenza è che anche l’umanità potrebbe essere la vittima di questa sesta estinzione. Lo sarà sicuramente se non facciamo niente.

    La scommessa della decrescita è diversa. Non pensiamo che l’umanità sia una specie votata al suicidio, o che non ci sia speranza. Pensiamo infatti che il suicidio faccia parte dell’essenza della società della crescita, ma non di tutte le società umane. Che la nostra società, la società moderna, sia candidata al suicidio ma non l’umanità in quanto tale. La decrescita scommette che sia possibile salvare l’umanità, ma solo a condizione di uscire dal paradigma della modernità, della società della crescita.
    Che cos’é quindi una società come la nostra? È una società che ha per unico fine la crescita senza limiti. È un’idea assurda per questa idea si deve consumare sempre di più, produrre ancora di più rifiuti e profitti. Per promuovere questa idea ci sono tre grandi strumenti: la pubblicità che ci invita sempre a consumare cose di cui non abbiamo veramente bisogno; l’obsolescenza programmata e il credito.

    La scommessa della derescita è che l’umanità possa fare una rivoluzione culturale, uscire dalla società di crescita, di deglobalizzarsi e ritrovare il locale, di uscire dal capitalismo e quindi dall’accomulazione illimitata, sotto l’impulso di due forze, una forza positiva e una forza negativa.
    La forza positiva è l’aspirazione all’ideale che vivremmo meglio se vivessimo in un altro modo. Questa è la grande lezione del mio maestro Ivan Illich, che per quarant’anni ha predicato nel deserto. Invece di prendere come slogan, come fa il governo francese attuale, «lavorare di più per guadagnare di più» diceva «lavorare di meno per vivere meglio». Di sicuro lavorando meno si produrrebbe meno o si distruggerebbe meno il pianeta e avremmo più tempo per godere della vita, per ritrovare il senso della vita. Forse meno ricchezze in termini di prodotto interno lordo ma più richezze in termini di vita, di ricerca del piacere e della felicità. E consumare meglio è possibile.

    Il grande, uno dei grandi precursori della decrescita, che recentemente è morto in Francia, l’amico André Gorz, negli anni ’70 e ‘80 aveva descritto degli scenari per dimostrare come era possibile allo stesso tempo ridurre il tempo di lavoro, diminuire la disoccupazione e aumentare la felicità.
    Oggi siamo tossicodipendenti di consumismo. Lo siamo tutti. E allora dobbiamo intraprendere una terapia, dobbiamo liberarci da questa dipendenza, ma non è facile. Naturalmente l’aspirazione a un’ideale, a un mondo più giusto, a un mondo più sostenibile ha un ruolo importante ma non basterà. Questo è il motore positivo. Il motore negativo invece è la pedagogia delle catastrofi. È per questo che paradossalmente sono molto ottimista, perché sono certo che ci saranno catastrofi.

    Il progetto di costruire una società della decrescita dunque è un’utopia, un’utopia nel senso concreto e positivo della parola che è un altro mondo possibile. Ho proposto di realizzare questo progetto attraverso uno schema delle otto «R»: Rivalutare, Riconcettualizzare, Ristrutturare, Ridistribuire, Rilocalizzare, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare. Ogni volta che faccio una conferenza c’é qualcuno nella sala che mi dice: «Lei ha dimenticato una R molto importante, si deve anche reinventare la democrazia». Un altro mi dice: «Si deve ri-cittadinare». Il concorso è aperto, si possono aggiungere molte altre R.

    Questa proposta non é un programma politico perché non sono un politico, sono uno scienziato, un intellettuale, non è il mio lavoro fare un programma politico. Ma è un progetto politico, l’utopia di una società autonoma. Il progetto della decrescita non è nuovo, la cosa nuova è che la parola decrescita parla all’immagnario. Questo ‘de’ crea un colpo, come è possibile rimettere in questione il fondamento della nostra società, di tutto il nostro mondo. E allora questo crea una reazione molto forte. Alcuni che avevano dubbi sul nostro mondo, sulla società, dicono: “Sì, bastava pensarci, ha ragione, abbiamo trovato alla fine la cosa importante”. E altri dicono “Ma è impossibile. Come parlare di derescita?”. Se non parliamo di decrescita andiamo verso la catastrofe e l’apocalisse.

    Ora vorrei in alcune parole spiegare come opporre l’utopia concreta alla altra grande utopia dell’occidente che è il liberismo. Il liberismo è anche un grande progetto, un progetto che ha strutturato l’occidente per secoli. Dobbiamo prendere coscienza che in questo progetto la cosa più importante è il mito della crescita. Nella sinistra c’è la tentazione di separare il liberalismo buono dal liberismo cattivo. Fondamentalmente, però, sono come dottor Jekyll e mister Hide, due facce della medesima medaglia, strettamente legate anche se diverse.
    E’ un progetto fantastico, il liberismo, nato nel medioevo in reazione all’orrore per le guerre, soprattutto quelle civili. E’ un progetto grandioso, il liberismo, e precisamente è l’utopia di una società autonoma. Una società autonoma che si basa sull’individualismo, sull’emancipazione dell’umanità, sul progetto della modernità, della liberazione dalla trascendenza, dalla tradizione, della religione e dalla gerarchia.
    Il problema di questo progetto è nelle sue aporie: l’aporia della libertà è la libertà di sfruttare gli altri. L’individualismo è un progetto autodistruttivo e l’uguaglianza ancora di più. L’uguaglianza assoluta è impossibile perché per natura non siamo uguali, quindi la strada che il liberismo ha trovato, soprattutto attraverso il suo aspetto economico, è di reinventare un’eteronomia che permette il funzionamento della società moderna: l’eteronomia della mano invisibile.

    Se c’é la mano invisibile allora nessuno può rimpiangere della sua povertà, nessuno è responsabile delle disuguaglianze, sono le leggi del mercato. Basta leggerlo su tutti i giornali: se i popoli del sud sono più poveri la colpa, in fondo, è loro. Non è colpa più delle grandi imprese o dei governi, è la legge del mercato, la stessa legge per tutti. Una legge che funziona benissimo e che funziona perfino meglio se c’é la continua fuga in avanti della crescita infinita. Che ha come corollario l’idea che se l’uguaglianza non è realizzata oggi, almeno domani le disuguaglianze saranno minori. Se oggi non possiamo comprare l’ultimo modello di automobile, certamente potremo farlo domani, grazie alla crescita.
    Questo meccanismo ha funzionato per tanti anni gloriosi tra il 1945 e il 1975. E’ vero che gli operai hanno potuto comprare una macchina, un frigorifero. E’ vero che le cose che prima erano riservate ai ricchi sono diventate delle comuni. Questo permette alla società liberista di funzionare.

    Un amico, un filosofo, ha scritto recentemente un bel libro che si intitola «L’impero del meno male». Sono riusciti a creare, con il liberismo e la crescita, l’impero del meno male, ma oggi questo non basta più. Perché il problema è che oggi ci si confronta con l’autodistruzione sociale perché l’ingiustizia, aporia strutturale di questo stesso meccanismo, è diventata senza limite.

    Serge Latouche
    Fonte: www.carta.org
    Link: http://www.carta.org/articoli/11502

  2. #2
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    Un amico, un filosofo, ha scritto recentemente un bel libro che si intitola «L’impero del meno male».
    L'amico in questione si chiama Jean-Claude Michéa, "L'Empire du moindre mal, essai sur la civilisation libérale", éd. Climats.

    Molto interessante l'articolo di Latouche.
    Ho un dubbio sul fatto che
    Marx si è sbagliato. Ha pensato che fosse possible, sostituire all’«accumulazione» cattiva del capitale [accumulazione è il nome marxista della crescita], quella buona di un altro sistema. Questo non è vero, l’accomulazione del capitale è sempre legata all’economia di mercato.

    Latouche dovrebbe scrivere "marxismo" li dove scrive invece "Marx". Il marxismo quello si che si è sbagliato, anzi non solo si è sbagliato ma costituisce una mostruosa falsificazione del pensiero di Marx. Perché in verità è chiaro per chi lo ha letto che l'accomulazione del capitale è per definizione legata all'economia. Se togli l'economia togli anche l'ossigeno con il quale funziona il motore accomulativo. Non c'è più, per cominciare, un lavoro umano da sfruttare, un valore da valorizzare, una merce da realizzare. Dunque non ci puo essere alcuna accomulazione.

    E in realtà è cosi che si deve capire il pensiero di Latouche e dei suoi amici: una radicale critica del cosidetto "marxismo".

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da orkonner Visualizza Messaggio

    Latouche dovrebbe scrivere "marxismo" li dove scrive invece "Marx". Il marxismo quello si che si è sbagliato, anzi non solo si è sbagliato ma costituisce una mostruosa falsificazione del pensiero di Marx. Perché in verità è chiaro per chi lo ha letto che l'accomulazione del capitale è per definizione legata all'economia. Se togli l'economia togli anche l'ossigeno con il quale funziona il motore accomulativo. Non c'è più, per cominciare, un lavoro umano da sfruttare, un valore da valorizzare, una merce da realizzare. Dunque non ci puo essere alcuna accomulazione.

    E in realtà è cosi che si deve capire il pensiero di Latouche e dei suoi amici: una radicale critica del cosidetto "marxismo".
    Quoto il buon Orkonner
    PRO SA REPUBRICA DEMOCRATICA SARDA
    FINTZAS A SA BINCHIDA, SEMPER!

  4. #4
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    Arrow Interessante: Il Partito per la Decrescita

    Il Partito per la Decrescita

    Il Partito per la Decrescita e' un soggetto politico autonomo ed indipendente che aspira ad affermare nell'Europa Comunitaria di valori economici e sociali legati al concetto di decrescita, sostenendo che con questa, intesa come forma di sviluppo assennato non vincolata alla necessaria crescita del pil, sia l'unico modo di rallentare quegli sconvolgimenti climatici e quindi sociali innescati dalle logiche liberiste del mercato.
    Essendo convinto dell'assoluta insostenibilita' dell'attuale forma di sviluppo, il Partito intende promuovere sin da ora degli interventi a breve, medio e lungo termine per ridurre i consumi e agevolare il passaggio ad uno sviluppo assennato, che pur prevedendo la ricerca del benessere materiale, non sacrifichi in nome di quest'ultimo integrita' ambientale e qualita' della vita.
    E' infatti obiettivo primario del Partito ottenere un progressivo e costante miglioramento delle condizioni di salute del Pianeta Terra, intervenendo su quelle esasperazioni economiche che sono causa sistematica di degenerazione ambientale e, parimenti, promuovendo l'adozione di uno stile di vita meno legato al bisogno di possedere e piu' indirizzato alla tutela dell'integrita' ambientale all'interno ed in simbiosi con il quale sia possibile trovare progresso ed armonia.
    Nell ambito di quanto sopra esposto si vogliono identificare alcune idee guida: 1- Si identificano cinque tipologie di merci:
    - utili
    - piacevoli
    - indotte: sono merci indotte, ad esempio, quelle che siamo costretti ad acquistare perche' non esistono parti di ricambio specifiche o perche' la componentistica e' volutamente differente per ogni casa produttrice (vedi il carica batteria dei cellulari: ogni modello con uno spinotto differente).
    - superflue: le bottiglie di acqua minerale (eccetto in casi dove c'e' carenza idrica), molti prodotti per la casa, molti prodotti farmaceutici, etc.
    - dannose: le armi, alcuni insetticidi, etc.
    Ci sembra opportuno che:
    - il legislatore operi per metter un freno alla proliferazione delle merci indotte agevolando quindi l'accessibilita' ai ricambi ed imponendo la versatilita' della componentistica.
    - le merci superflue vengano assoggettate ad un aggravio fiscale i cui proventi vengano utilizzati per invertire la tendenza. Ad esempio l'acqua in bottiglia gravata di una consistente tassa potrebbe produrre un gettito da impiegare nella ristrutturazione degli acquedotti e nella realizzazione di una campagna pubblicitaria che decanti la buona qualita' dell'acqua pubblica. Questo semplice intervento, non certo rivoluzionario, avrebbe degli effetti benefici enormi in termini ambientali e di giustizia sociale.
    Il Partito ritiene quindi che sia necessario intervenire con misure disincentivanti per ridurre il consumo e la produzione di merci indotte e superflue (oltre ovviamente a quelle dannose). Va' detto inoltre che questi prodotti si rendono appetibili perche' venendo incontro alla scarsa disponibilita' di tempo e informazione in cui il consumatore si dimena, come in un vortice che si autoalimenta, sono veicolatori di praticita'. E' indispensabile quindi intervenire con forme di buon governo e buona amministrazione locale, sfruttando al meglio le potenzialita' tecnologiche, per pervenire ad una migliore qualita' della vita e contrastare questo fenomeno alienante.
    2 -Si ritiene che la produzione su vasta scala non sia concepibile per ogni tipo di merce. Solo per alcune di esse e' infatti accettabile l'accentramento dei mezzi di produzione, mentre per molte altre (la maggior parte dei servizi, i prodotti alimentari etc..) e' auspicabile una produzione artigianale e localizzata.
    L'attitudine ad "industrializzare" qualunque prodotto o servizio e' infatti una forma esasperata e inadeguata al mantenimento della qualita' e concorre all'accelerazione del ritmo della vita, nonche' alla perdita del discernimento nell'acquisto, trasformando il cittadino da acquirente in consumatore ed in particolare in consumatore di merci spesso superflue.
    La distanza, non solo logistica, ma anche concettuale fra la produzione di merci e l'individuo che ne usufruisce alimenta sempre piu' la pratica dell'usa e "getta" con tutto cio' che ne consegue (in primis, danni ambientali ormai non piu' assorbibili). Opponendosi ad una "industrializzazione diffusa" si contrasta peraltro il drenaggio delle risorse economiche da parte delle grandi aziende, che rischia di emarginare i ceti piu' deboli e in particolare quelli a reddito fisso. Al contrario il Partito si propone di valorizzare le risorse locali e, con la creazione di nuovi posti di lavoro radicati nel territorio, mettere a frutto e capitalizzare quel surplus di qualita' che solo una produzione artigianale e locale puo' fornire.
    3- Sebbene non manifesti, nella fase attuale, alcuna inclinazione verso una dottrina economica socialista intesa come la piu' idonea alla realizzazione dei suoi obiettivi, il Partito Per la Decrescita ritiene un principio che i beni comuni (acqua, energia, una parte del territorio) rimangano alla collettivita' e che il cittadino torni ad essere utente e non cliente. I servizi pubblici (scuola, sanita', etc.) dovranno essere garantiti e nessuno potra' esserne escluso.
    4- Il Partito vuole riaffermare il significato positivo del concetto di risparmio, in questi ultimi anni minato da incentivi a consumare, pratica, quest'1ultima, che si e' andata affermando come doverosa e necessaria per l'andamento dell'economia.
    Risparmio come risorsa economica per i ceti piu' deboli, ma ancor piu' una risorsa di tutti per l'energia e le materie prime intrinseche alla merce non acquistata. Il risparmio costituisce percio' un principio basilare di buon senso sulla base del quale ristudiare l'evolversi della nostra economia ed il nostro sistema complessivo di sviluppo.
    5- Viceversa il Partito ritiene che altri concetti, originariamente con valenza positiva, come igiene, sicurezza, comodita', abbiano in realta' provocato effetti deleteri perche' su di essi si e' addensata una esasperazione nevrotica ed egoistica arrivando ad effetti altamente inquinanti.
    6- Cosciente della necessita' di rendere graduale ogni mutamento e di dover salvaguardare al meglio il benessere raggiunto, seppur precario, il Partito e' convinto che si debba intervenire in maniera lungimirante per spostare gradualmente le risorse che attualmente concorrono al PIL verso settori ad alto contenuto scientifico ed intellettuale.
    7- Il Partito identifica nell'Unione Europea, per la sua storia, cultura e per il benessere gia' acquisito, un referente ideale per la divulgazione dei valori ecologici e di qualita' della vita insiti nella decrescita e ritiene che dall'Europa stessa questi valori possano espandersi nel resto del mondo a partire dai paesi con un benessere diffuso. E' infatti ben cosciente che le nazioni in via di sviluppo si ritengono in diritto di pervenire ad un benessere almeno paragonabile a quello dei paesi gia' sviluppati.
    Tenendo conto di questa esigenza il Partito si attivera' per divulgare una visione del mercato che tenda ad una piu' equa distribuzione del reddito al fine di ridurre il gap di ricchezza tra il nord ed il sud del mondo. Consapevole peraltro di porre in questo modo un freno all'esodo cui milioni di persone sono sfuggire a problemi di sopravvivenza e a emergenze climatiche.
    8- Il Partito si dichiara rispettoso di ogni fede religiosa, cosi' come di ogni forma di convincimento laico e si esprime in particolare per la salvaguardia delle culture e delle tradizioni dei popoli. Ritiene infatti che la diversita' culturale sia un bene assoluto da preservare e da cui trarre che sia quindi doveroso opporsi al processo di omologazione in atto a causa del mercato globale.

    www.partitoperladecrescita.it

    Voi cosa ne pensate?

  5. #5
    Omia Patria si bella e perduta
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    Agghiacciante e tale da destare discredito su tutti coloro che vedono positivamente la decrescita.

    Io non sono tra questi, io riconosco alle differenti teorie della decrescita dei meriti sul lato decostruttivo, ma nulla dal lato costruttivo.

    Quando avrò più tempo scriverò qualcosa di più dettagliato.

  6. #6
    sionismo = infamità
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    E' simile a quello che già esisteva da un po' di tempo in Francia.

    http://www.partipourladecroissance.net/

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da iL Cane SciOlt0 Visualizza Messaggio
    Voi cosa ne pensate?
    Ahò, si te sente La Grassa, te corca

  8. #8
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    Per aiutare a capire di che cosa parliamo...

    a cura del Gruppo di Studio sulla Decrescita di Livorno

    - Innanzitutto, la decrescita è paradigma "culturale" più che non
    formula operativa o manuale di istruzioni pronto per l'uso: uno "slogan
    provocatorio" (Latouche) contro l'ossessione della crescita. Meglio
    addirittura parlare di a-crescita, cioè usando l'"a-"privativo greco per
    indicare la necessità di uscire dall'orizzonte che tiene di conto la
    crescita come indicatore di benessere. [cf Latouche: "Se vogliamo essere
    più rigorosi dovremmo parlare di A-CRESCITA come si parla di ateismo e
    precisamente si tratta della medesima cosa, si tratta di uscire dalla
    religione dell'economia, dalla religione della crescita, diventare degli
    agnostici della crescita, dell'economia, dello sviluppo" p.1 P]

    - soprattutto dunque un tentativo di cambiamento d'immaginario,
    quell'immaginario oggi forgiato sulla credenza che sia necessaria una
    crescita economica - nelle società moderne industriali misurata con il
    PIL - per assicurare un benessere per tutti.

    - questo immaginario, lungi dall'essere connaturato – come vorrebbero
    farci credere – all'essere umano, è invece un fenomeno recente,
    storicamente limitato, onni-pervasivo a partire praticamente solo dalla
    fine della II guerra mondiale. [cf Bonaiuti: "Come hanno mostrato in
    particolare gli studi di M.Sahlins (1980), nelle società arcaiche di
    cacciatori e raccoglitori non è rintracciabile alcuno sforzo di
    incrementare la produttività del lavoro, come dimostra il fatto che il
    tempo a esso dedicato non supera mediamente le quattro ore al giorno. La
    maggior parte della giornata è dedicata all'ozio, al gioco e alle
    celebrazioni rituali. Ancora in pieno medioevo, in Europa, usi e
    tradizioni religiose imponevano una settimana lavorativa assai più breve
    di quella oggi riconosciuta come frutto delle lotte sindacali. Per avere
    una misura di come l'avvento del mercato autoregolato e della
    rivoluzione industriale abbiano trasformato alla radice i valori e le
    motivazioni che orientano l'azione economica, basta ricordare che nelle
    culture dell'antichità si era pienamente uomini solo in quanto sottratti
    alle necessità materiali e all'obbligo del lavoro. Ne possiamo
    concludere che egoismo e centralità degli interessi materiali – lungi
    dal configurarsi come naturali – sono dunque tratti antropologici
    istituiti" p.12 P]

    - i "decrescenti" sostengono, dunque, che la razionalità strumentale
    sulla cui base si radica l'impianto sviluppista della crescita, non è
    poi così naturale come vogliono farci credere, e che anche oggi, in
    pieno dominio del mercato e dell'economia, si incontra più raramente di
    quanto si pensi alla base delle scelte, anche economiche, che ognuno
    opera durante la sua vita. [cf.Bonaiuti: "L'Homo Oeconomicus è razionale
    e tutta la scienza economica è informata dal principio di razionalità.
    Ciò che possiamo dire è che, a partire dagli anni '70 con i
    pionieristici studi di Herbert Simon (sul fronte delle decisioni
    d'impresa) e soprattutto, recentemente, attraverso gli studi di
    psicologia economica (Tversky e Kahneman), si è potuto mostrare come gli
    individui generalmente non seguano gli assiomi di razionalità e, nel
    prendere decisioni, non seguono normalmente strategie che massimizzano
    l'utilità attesa" p.13 P]

    - Ma cos'è la società della crescita, come la si identifica? In primo
    luogo, è una società produttrici di MERCI. La mercificazione del mondo è
    necessaria per l'accumulo di valore (espresso in moneta) . Questo è il
    meccanismo che sta alla base del sistema della "crescita economica
    infinita". La crescita al tempo stesso è determinante per mantenere la
    mercificazione del mondo: entrambe sono cioè speculari entro un circuito
    poco virtuoso che rimanda dall'una all'altra. La mercificazione,
    attraverso la valorizzazione (cioè la vendita del prodotto), crea
    crescita economica, che a sua volta permette, attraverso il
    reinvestimento di parte del profitto ricavato, la trasformazione in
    merce di altre risorse, cosa che porterà ad una ulteriore valorizzazione
    e via così ad infinitum. Diversa è invece le produzione di BENI, cioè
    cose utili per il fabbisogno reale. Mentre la merce conosce come unico
    criterio la vendita ai fini dell'accumulo di denaro, indifferente di
    fatto ad ogni altro scopo - e solo marginalmente e quasi "casualmente"
    incontra talvolta i veri bisogni - la produzione di beni è regolata dal
    bisogno e dalle esigenze umane e non sorpassa questa misura. [cf.
    Pallante: "Nel paradigma culturale della decrescita l'indicatore della
    ricchezza non è il reddito monetario. Cioè la quantità delle merci che
    si possono acquistare, ma la disponibilità dei beni necessari a
    soddisfare i bisogni esistenziali" p.10 DD - "La produzione di merci
    implica invece la dismisura, quell'atteggiamento mentale che i greci
    chiamavano hybris, in cui ravvisavano la rottura dell'ordine, che regola
    la vita, e la fonte di ogni tragedia" p.11 DD]

    - Dal punto di vista della politica, sia la destra che la sinistra si
    trovano d'accordo nel sostenere la necessità della crescita, sia pure
    con sfumature diverse. Questo perché entrambe provengono dallo stesso
    paradigma culturale, e rimangono al suo interno [cf. Pallante: "La
    destra e la sinistra, in tutte le configurazioni che hanno assunto nel
    corso della storia, dalle più moderate alle più estremiste, sono due
    varianti di un identico paradigma culturale che ha come capisaldi la
    crescita, l'innovazione e il progresso. Accomunate dallo stesso sistema
    di valori, le differenze che le distinguono consistono nelle politiche
    da adottare per favorirne al meglio la realizzazione e nelle modalità di
    ripartirne i vantaggi tra gli attori sociali che col loro lavoro
    consentono di realizzarli. La destra sostiene che il mercato e la
    concorrenza sono gli strumenti migliori per favorire lo sviluppo delle
    innovazioni e la crescita economica. La sinistra ritiene che
    l'intervento statale sia indispensabile per guidare le innovazioni e la
    crescita economica verso obiettivi che armonizzino gli interessi
    individuali col benessere collettivo. Il pre-requisito è che la torta
    cresca, altrimenti non ce n'è per nessuno" pp.22-23 DD - anche Latouche
    "Proprio perché non contemplava la questione ecologica, la critica
    marxista della modernità è rimasta prigioniera di una grande ambiguità:
    critica e condanna l'economia capitalistica, ma considera 'produttiva'
    la crescita delle forze che è in grado di attivare (mentre sono entrambe
    ugualmente distruttive). In definitiva, la crescita, quando è
    considerata sotto la prospettiva produzione/impiego/consumo è portatrice
    di benefici, mentre se è considerata come accumulazione del capitale è
    ritenuta responsabile di tutti i mali: proletarizzazione dei lavoratori,
    il loro sfruttamento, depauperizzazione, per non dire dell'imperialismo,
    delle guerre, delle crisi (comprese ovviamente anche quelle ecologiche)
    ecc. Il cambiamento dei rapporti di produzione (obiettivo della
    necessaria e auspicata rivoluzione) si riduce dunque a un rovesciamento
    più o meno violento dello status degli aventi diritto nella ripartizione
    dei frutti della crescita. Allora, si può discutere sul suo contenuto,
    ma non si può mettere in discussione il principio" p.121 SD]

    - La decrescita non è neanche, come vogliono far credere i detrattori,
    un pensiero contro anti-tecnologico a priori. Piuttosto, è per una
    tecnologia diversamente orientata e quindi diversamente utilizzata, una
    tecnologia dalla quale essere anche meno dipendenti [cf Pallante: "In un
    sistema economico e produttivo finalizzato alla crescita del prodotto
    interno lordo, le innovazioni tecnologiche sono finalizzate ad
    accrescere la produttività, ovvero le quantità prodotte da ogni
    produttore nell'unità di tempo, indipendentemente dalle conseguenze che
    possano derivarne in termini di esaurimento delle risorse, di crescita
    dei rifiuti e di impatto ambientale (e di distruzione delle persone –
    nota mia J ) . In un sistema economico e produttivo finalizzato alla
    decrescita, le innovazioni tecnologiche sono finalizzate alla riduzione
    del consumo di risorse e di energia, della produzione di rifiuti e
    dell'impatto ambientale per unità di bene prodotto (e alla liberazione
    delle persone – ri-nota mia J ). Chi si pone l'obiettivo della
    decrescita non ha pregiudizi antiscientifici o antitecnologici, come
    insinuano i paladini della crescita. La decrescita non richiede meno
    tecnologia della crescita, ma uno sviluppo tecnologico diversamente
    orientato" p.27 DD]

    - La decrescita implica, al tempo stesso, anche un recupero delle
    capacità umane di "autoprodursi" l'esistenza. [cf Pallante: "La crescita
    ha bisogno di esseri umani incapaci di tutto. Solo chi non sa fare nulla
    deve comprare tutto ciò di cui ha bisogno per vivere. Chi non sa fare
    nulla è assolutamente dipendente dalle merci. Il paradigma culturale
    della crescita implica l'impoverimento culturale degli esseri umani. Il
    paradigma culturale della decrescita, riducendo l'incidenza delle merci
    nella soddisfazione dei bisogni esistenziali e potenziando
    l'autoproduzione di beni, richiede lo sviluppo e la diffusione di un
    sapere finalizzato al saper fare che rende più autonomi e liberi. Il
    paradigma culturale della crescita comporta il disprezzo del lavoro
    manuale e lo relega ad attività di rango inferiore. Il paradigma
    culturale della decrescita comporta una rivalutazione del lavoro manuale
    e artigianale, il superamento del lavoro parcellizzato, una
    ricomposizione unitaria del sapere come si fanno le cose (cultura
    scientifica) con la ricerca del senso per cui si fanno (cultura
    umanistica)" pp.28-29 DD]

    - Dunque, riepilogando, la decrescita è al tempo stesso una negazione
    della crescita e una riproposizione di tematiche che all'interno di
    questo di questo paradigma vengono rimosse o denigrate [cf Latouche:
    "Decrescita è una parola d'ordine che significa abbandonare radicalmente
    l'obiettivo della crescita per la crescita, un obiettivo il cui motore
    non è altro che la ricerca del profitto da parte dei detentori del
    capitale e le cui conseguenze sono disastrose per l'ambiente (e per
    l'umanità -nota mia J). A rigor del vero, più che di 'decrescita' si
    dovrebbe parlare di 'a-crescita', utilizzando la stessa radice di
    'a-teismo', poiché si tratta di abbandonare la fede e la religione della
    crescita, del progresso e dello sviluppo. Decrescita è semplicemente uno
    slogan che raccoglie gruppi e individui che hanno formulato una critica
    radicale dello sviluppo e interessati a individuare gli elementi di un
    progetto alternativo per una politica del doposviluppo, Decrescita è
    dunque una proposta per restituire spazio alla creatività e alla
    fecondità di un sistema di rappresentazioni dominato dal totalitarismo
    dell'economicismo, dello sviluppo e del progresso" pp.11-12 SD]

    - I limiti della crescita infinita si stanno comunque rivelando da soli:
    non soltanto dal punto di vista ecologico "Gaia" (come amano chiamarla
    alcuni "decrescenti", riprendendo l'antica parola greca per designare la
    terra) sta soffrendo e conseguentemente noi con lei, ma anche dal punto
    di vista sociale, economico ed umano si stanno incontrando limiti, che
    coincidono con la saturazione di merci del mondo e l'impossibilità di
    elevare tutta la popolazione a un livello "occidentale" di benessere
    (quindi al rango di "consumatori"). Per mantenere quel livello è
    necessario infatti che una parte della popolazione - la più numerosa,
    fra l'altro, e in continuo aumento - venga sfruttata e schiavizzata. È
    indispensabile cioè che i più vengano tenuti lontano dal grande
    banchetto dell'abbondanza capitalistica, affinché ci sia per l'appunto
    una tale "abbondanza" per i pochi. La maggior parte della popolazione
    mondiale deve dunque essere schiavizzata o quanto meno mal-pagata per
    quanto è possibile affinché l'incessante produzione di merci sia
    "produttiva". Ma questo rende difficoltoso smaltire le enormi riserve di
    merci che il sistema deve produrre quotidianamente. Senza vendita di
    merci ad un livello tale da procurare profitto la "crescita" non cresce,
    e quindi non aumenta nemmeno il PIL. Se però il raggio di coloro che
    possono acquistare a quel livello si restringe troppo, sono dolori per
    lo stesso sistema della crescita. La decrescita, spesso accusata di
    sognante utopia, può rappresentare la reale alternativa a questo
    distruttivo e irrazionale sistema, un'alternativa radicalmente "altra" e
    incompatibile con esso [cf. Latouche: "Dal momento che crescita e
    sviluppo sono crescita dell'accumulazione del capitale e sviluppo del
    capitalismo, dunque sfruttamento delle forza lavoro e distruzione senza
    limiti della natura, decrescita non può che significare decrescita
    dell'accumulazione, del capitalismo, dello sfruttamento e della rapina.
    Si tratta non solo di rallentare l'accumulazione, ma di metterne in
    discussione il concetto per rovesciare il processo distruttivo" p.120 SD]

    - Lo stesso indicatore di "felicità economica" (PIL) delle società
    industriali è una totale impostura. Per portarlo in "attivo" è
    necessario quel livello di schiavismo e devastazione ora descritti. Per
    di più, il PIL considera solo una parte dei fattori che concorrono a
    costruire l'atto economico: non comprende per esempio i costi sociali,
    ecologici e umani affinché possa avere il segno +, tantomeno i costi nel
    lungo periodo, come l'inquinamento o l'esaurimento delle risorse. Questo
    costi, una volta considerati, renderebbero molto più difficile
    continuare a considerarlo l'indicatore della "felicità" e del "benessere"

    - Anche l'idea di "sviluppo sostenibile" è, per i "decrescenti",
    un'impostura. Si tratta di una contraddizione in termini, un ossimoro,
    anzi un "pleonasmo", dice Latouche, poiché cerca di salvare qualcosa, lo
    "sviluppo", che in realtà non è sostenibile né umanamente né socialmente
    né economicamente né ecologicamente. Piuttosto, dobbiamo decostruire
    l'immaginario sviluppista. [cf Latouche: "L'irrazionale attaccamento al
    concetto feticcio di 'sviluppo', nonostante tutti i suoi fallimenti,
    svuotato di ogni contenuto e riqualificato in mille modi, rende
    impossibile una rottura con l'economicismo e la crescita stessa" p.73 SD]

    - Ma - punto dolente - come si fa questa "decrescita", come la si
    costruisce? È solo un'opzione critica e negativa, oppure può già essere
    pensata come un progetto di società? Innanzitutto, non la si può
    costruire entro una società forgiata dall'immaginario dello sviluppo e
    della crescita [cf.Latouche: "Decrescita è soprattutto una parola
    d'ordine per indicare con forza la necessità di abbandonare l'insensato
    obiettivo della crescita per la crescita, obiettivo il cui unico motore
    è la ricerca sfrenata del profitto da parte di chi detiene il capitale.
    Evidentemente, non si tratta di rovesciare la situazione sostenendo la
    decrescita per la decrescita. Bisogna inoltre intendersi sui termini:
    decrescita non significa crescita negativa, espressione antinomica e
    assurda che esprime nuovamente la dominazione dell'immaginario della
    crescita. È noto che il semplice rallentamento della crescita manda le
    nostre società in crisi producendo disoccupazione e 'smantellamento' dei
    dispositivi sociali, culturali e ambientali che assicurano un minimo di
    qualità della vita. Possiamo allora immaginare a quale catastrofe
    andremmo incontro con un tasso di crescita negativa! Così come non c'è
    nulla di peggio di una società del lavoro senza lavoro, non c'è nulla di
    peggio di una società della crescita senza crescita" p.97 SD]

    - Si tratta dunque di fare qualcosa di più radicale, ovvero uscire
    proprio dall'orizzonte della crescita, "saltarne" fuori e, partendo da
    un orizzonte diverso e incompatibile con quello, "ricostruire" il
    mondo. Questo prefisso "ri-"diventa ora la chiave di volta che ci aiuta
    a pensare, almeno inizialmente, un programma di uscita dalla crescita in
    vista di una riorganizzazione su vasta scala del mondo stesso. Non a
    caso i "decrescenti" parlano di un "programma delle 8 'R'" [cf Latouche
    "Il cambiamento reale di prospettiva può essere realizzato attraverso il
    programma radicale, sistematico, ambizioso delle 'otto R': rivalutare,
    ridefinire, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre,
    riutilizzare, riciclare. Questi otto obiettivi, interdipendenti tra
    loro, possono avviare un circolo virtuoso di decrescita serena,
    conviviale e sostenibile. Si potrebbe allungare ancora l'elenco delle R
    con radicalizzare, riconvertire, riconcettualizzare, ridimensionare,
    rimodellare, ripensare ecc., ma questi concetti sono in sostanza già
    presenti nelle prime otto R" p.97 SD]

    - Il tragitto verso il "reincanto del mondo" è comunque lungo e
    tortuoso, tuttavia ci può aiutare paradossalmente, lungo questa strada,
    la "pedagogia delle catastrofi". Il lamento di Gaia, che si fa sempre
    più sentire, può indurre molti a guardare con più interesse e a prendere
    più sul serio proposte come quella della decrescita.


    ---
    Legenda: P =pubblicazione Piemonte / DD = Discorso sulla Decrescita /
    SD = la Scommessa della Decrescita

  9. #9
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    Partito per la decrescita.
    CHE FARE DI PRATICO?
    Ogni cosa è interconnessa ed è terrorizzante l'idea di far crollare
    tutto il sistema con conseguenze spaventose sulla vita di tante persone.
    Il sistema è come un enorme castello di carte . Se coloro che auspicano un mondo secondo i principi della decrescita hanno l'intima convinzione di poter provocare uno tsunami, vivono necessariamente un ricatto interiore e sono necessariamente relegati all'utopia. A questo proposito voglio dire che dissento da chi definisce la decrescita " una utopia costruttiva" e non credo, come dicono in molti, che l'unica cosa possibile sia intervenire sulla coscienza della gente.
    Detta coscienza è bombardata da milioni di messaggi e mistificazioni finalizzati a creare soggetti funzionali all'allargamento del mercato. Per una persona conquistata ad " una giusta causa" ce ne sono mille ( soprattutto le nuove generazioni) che vengono irreggimentati. Secondo me una teoria per essere valida deve essere attuabile sin da subito; per gradi, ma attuabile. Quello che ci possiamo prefiggere come obbiettivo a medio termine è di sostituire alcune tessere senza far crollare il castello.
    Intervenire su alcune esasperazioni del mercato per deviare la direzione che lo sviluppo ha intrapreso. Provo ad entrare nel merito: Negli ultimi anni si è industrializzato tutto. Quello che era lecito e quello che non lo era. Pervenendo ,con la complicità del consumatore, a delle vere aberrazioni. In nome dell’economie di scala qualunque merce o servizio è stato sottoposto ad un processo di industrializzazione. In realtà ci sono molte merci che per la loro stessa natura hanno piena ragione di esistere solo se realizzati artigianalmente.
    Penso ad esempio a molti prodotti alimentari per i quali arrivare a produrli industrialmente comporta necessariamente una perdita di qualità e quindi di valore. Oppure penso alla manutenzione degli oggetti che, con la pretesa di gestirla su vasta scala, si è trasformata di fatto in una chimera per cui si preferisce alla fine comprare l'oggetto nuovo, togliendo anche qui valore all'oggetto stesso. Penso ai call center dove un organizzazione "industriale" del lavoro, che di fatto priva di ogni responsabilità l'operatore, ha per effetto un servizio di scarso valore (e molto frustrante per l'utente). Ma penso anche alla produzione di energia elettrica che, centralizzata come è attualmente, comporta spreco e dispersione nelle linee di trasmissione. Insomma ci sono molti campi in cui una gestione artigianale comporterebbe notevoli vantaggi.
    I grandi sistemi sono ottusi; mancano di flessibilità e di responsabilità; andavano bene per gli anni 60 e 70 in cui si voleva dare una utilitaria e una lavatrice a tutti. Comportano necessariamente degli sprechi e non sono più adatti per una società come la nostra opulenta in termini economici ma povera di risorse primarie.
    Bene, ogni volta che si può intervenire in maniera oculata per riacquisire una dimensione artigianale migliorando la qualità del prodotto (e della vita) si è di fatto sostituta una tessera senza pregiudicare la sussistenza di tutto il sistema. Ma vorrei dare una risposta molto pratica anche sul che cosa fare in termini politici: quando penso al partito per la decrescita mi viene in mente la Lega di Bossi. Non ovviamente per i temi trattati, che non condivido minimamente, ma bensì per l'approccio avuto dal movimento leghista verso la politica di palazzo: entrare cioè in una dinamica di governo al fine di conseguire degli obiettivi specifichi. Nel loro caso erano la fiscalità decentrata.. la secessione e quanto altro è nel loro humus di padani. Ora, quando abbiamo deciso di fare un partito siamo stati animati dal desiderio di dare autorevolezza ad una idea e creare un contenitore per non disperdere i consensi a tale idea.
    Tuttavia mi immagino che con il tempo ci saranno persone che riterranno più significativo dare il voto a questo partito piuttosto che votare una delle tante sigle in auge che si differenziano tra loro sempre meno. Bene, se arriverà il momento che le persone in questione saranno un numero considerevole, il partito per la decrescita dovrà cercare di conseguire obiettivi specifici: individuare le esasperazioni del mercato più aberranti ed impegnare il proprio potenziale politico per condizionare le scelte verso alternative più assennate.
    Se per esempio si riuscisse ad imporre una "fiscalità di scopo" sull'acqua minerale in bottiglia di plastica, con l'obiettivo di impegnare il gettito ricavato per la diffusione dell'acqua pubblica, certo l'economia mondiale non ne risentirebbe più di tanto. Si otterrebbero tuttavia una infinità di obbiettivi positivi tra cui , non ultimo, una visibilità ed una concretezza molto utili a quella opera di intervento sulla coscienza della gente di cui tu parlavi. Insomma non stiamo parlando di una utopia , Abbiamo un progetto, degli obbiettivi. E' solo che siamo agli inizi.

    Vi saluto cordialmente.


  10. #10
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