L’Europa marcia unita verso Bali, ma il mondo vi arriva diviso. La ratifica australiana del protocollo di Kyoto sottrae un alleato prezioso agli Stati Uniti, e la stessa amministrazione americana si dice aperta al dialogo, mentre aleggia il consueto scetticismo tra le economie emergenti. L’Ue insiste nell’affermare la sua leadership nella lotta al riscaldamento globale, ma le sue posizioni risultano indebolite dalla scarsa credibilità del suo impegno. Se infatti, da un lato, il vecchio continente è ancora lontano
dalla riduzione delle emissioni dell’otto per cento rispetto al 1990, gli obiettivi che i 27 si sono dati per il futuro prossimo appaiono di realizzazione ancor più complicata. Il consiglio europeo di primavera ha lanciato la strategia del 20-20-20: entro il 2020, l’Unione dovrà ridurre il consumo di energia del 20 per cento al di sotto del tendenziale, abbattere i gas serra del 20 per cento, e far crescere il parco rinnovabile al 20 per cento del fabbisogno complessivo. Inoltre, l’europarlamento ha chiesto a tutti i paesi industrializzati “il taglio fino al 50 per cento dei gas a affetto serra entro il 2050”. La posizione europea è, al tempo stesso, chiara e nebulosa. Se è evidente che l’ambientalismo è ormai uno dei pilastri su cui si regge l’edificio comunitario, è meno scontato che alle parole seguiranno i fatti. Le difficoltà con la direttiva 20-20-20, che avrebbe dovuto essere emanata a dicembre e invece è stata rimandata almeno a gennaio, è una spia del travaglio che attraversa gli stati membri, combattuti tra l’esigenza di tener fede alle promesse e la speranza di poter scaricare lo sforzo
sui partner, o almeno di limitare i danni.
I tempi lunghi del settore energetico
In ogni caso, non è solo questione di buona volontà. Il settore energetico è caratterizzato da alta intensità di capitale e tempi lunghi. Vi sono dei vincoli oggettivi alle possibilità di dar seguito agli slogan politici. Uno studio di Alberto Clò e Stefano Verde, di prossima pubblicazione sulla rivista Energia, afferma che “in soli 15 anni, dal 2005 al 2020, si ritiene di poter conseguire una riduzione dei consumi – in rapporto al reddito – maggiore di quella che si ottenne nei 30 anni compresi tra 1970 e 2000, a fronte tuttavia di minori prezzi reali dell’energia e di livelli dell’intensità energetica già inferiori di oltre il 30 per cento”. Più che sfidante, tale target sembra impossibile, senza tener conto dell’effetto di spiazzamento che potrebbe produrre: poste di fronte all’aspettativa di un contemporaneo calo della domanda e aumento delle rinnovabili, le imprese che hanno previsto investimenti nelle fonti convenzionali potrebbero rivedere i loro piani, resi obsoleti dalla politica europea. Il rischio, quindi, sarebbe quello di indebolire la sicurezza degli approvvigionamenti, e – nel caso i miraggi verdi si rivelassero infondati – addirittura determinare un’offerta insufficiente. Tutto questo non sfugge agli americani, che osservano quanto accade da noi e hanno pure notato il sostanziale fallimento del mercato europeo delle quote di emissione.
È probabile, dunque, che la Casa Bianca manifesti la massima disponibilità per forme di cooperazione e trasferimento tecnologico verso i paesi in via di sviluppo, ma voglia tenersi le mani libere da obiettivi vincolanti definiti a livello sovranazionale. Neppure i democratici, da questo punto di vista, dovrebbero spingersi molto in avanti, specie se i timori di un raffreddamento dell’economia saranno confermati. Né le nazioni che oggi crescono (ed emettono) di più, come Cina e India ma anche Russia e Brasile, sembrano disposte a mettere a repentaglio la nuova ricchezza per contribuire a risolvere un problema che, ai loro occhi, riguarda soprattutto l’occidente. L’Europa, insomma, arriva a Bali forte del suo primato, che probabilmente conserverà anche al termine della conferenza. È un leader ben strano, quello che nessuno vuole seguire.
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