





Ci si stava chiedendo perchè dopo il '90 in Cecoslovacchia non fosse scoppiata una guerra civile interetnica come quella in Jugoslavia , non andiamo indietro alla guerra del 30 anni o alla WWII , nel '90 in Cecoslovacchia il panorama etnico era chiaro , indifferenza religiosa su un substrato cattolico , secoli di dominio austriaco , ceki in Boemia e Moravia , Slovacchi in Slovacchia , più qualche briciola di tzigani , ungari e ruteni.
Niente a che fare col mosaico jugoslavo.
Forse non proprio pianificata a tavolino ma le lobbies industriali tedesche ci saltarono subito sopra premendo sul governo di Bonn affinchè riconoscesse il prima possibile Croazia e Slovenia.
I gruppi industriali della Germania han sempre mirato allo sbocco Adriatico e al mercato balcanico , avere a che fare con una miriade di staterelli è per loro molto più conveniente che trattare affari con una sola grande nazione , com'era la Jugoslavia.
Pensa che in queste settimane Lubiana sta vagliando , siccome le mancano i soldi per ammodernare le reti su rotaia , di vendere tutte le ferrovie alle Ferrovie Tedesche in cambio dei necessari investimenti;un esempio fra i tanti...


Ti rendi conto che quelli come a te rivendicano l'appartenenza del kosovo in base alle battaglie medioevali? La serbia odierna non ha nessun diritto a rivendicare il Kosovo come Serbia.
Tito riusciva a mantenere in piedi uno stato multiconfessionale e multietnico, ora non sono riusciti a tenere neanche il montenegro.




La Serbia ha tutto il diritto di rivendicare come suo quel territorio e liberarlo da quella feccia che c'è ora composta da narcotrafficanti in piena regola, lì nonostante le cosiddette forze Nato che sembra non vedano quel che non vogliono vedere, oramai è diventato un porto franco per le peggior malefatte


confini non si cambiano con la forza, come insegna la legalità internazionale
Nessuno può disporre di un territorio sul quale non ha alcuna sovranità legale
I troppi errori dell'Europa
di fronte a una polveriera
dal nostro inviato GUIDO RAMPOLDI
BELGRADO - Per quanto penosa sia stata in questi anni la performance della politica europea nei Balcani, forse soltanto nel 1990-91 si può ritrovare la somma di improvvisazione, supponenza e deficit di pensiero strategico con la quale l'Unione arriva all'indipendenza del Kosovo. Come allora la gran parte dei governi continentali non capì cosa avrebbe comportato il collasso della federazione jugoslava, e anzi alcuni si adoperarono per quel risultato immaginando di trarne chissà quale vantaggio, così oggi quasi tutta l'Europa maggiore pare non vedere le micce a lenta combustione che essa stessa sta per innescare. Prevale la sensazione che il Kosovo, più piccolo dell'Umbria, sia irrilevante: una piccola pedina finita casualmente su una scacchiera enorme.
Ma né irrilevanti né minuscole sono le questione che l'indipendenza trascina.
Occorre innanzitutto prendere atto che in Kosovo gli occidentali hanno filato senza accorgersene una matassa mostruosamente aggrovigliata. Gli americani hanno promesso a cuor leggero l'indipendenza, e gli europei che contano si sono accodati. Magari a malincuore, ma si sono accodati. Non perché fossero convinti, ma perché in questo momento Francia, Gran Bretagna, Germania e Italia non hanno alcuna convenienza a contraddire Washington su un tema che non coinvolge i loro interessi primari.
Questi invece si giocano sui due tavoli limitrofi dove sarà deciso quali nazioni entreranno nel Consiglio di sicurezza riformato e quali assumeranno di fatto la guida della baraonda europea. Una delle precondizioni per candidarsi a quei ruoli, o almeno per evitare le soluzioni più sgradite, è l'appoggio degli Stati Uniti: da qui lo scodinzolare francese, la timidezza tedesca, la circospezione italiana, in aggiunta alla tradizionale remissività britannica. Ma il punto è che americani ed europei non possono disporre a piacimento di un territorio sul quale non hanno alcuna sovranità legale.
Quella appartiene alla Serbia, come è scritto perfino nel preambolo della Risoluzione 1244, per la quale la Nato oggi è in Kosovo con l'indispensabile mandato delle Nazioni Unite. Dunque Belgrado può rinunciare volontariamente alla propria sovranità, ma non può esserne spogliata neppure dalle Nazioni Unite. Tantomeno da una coalizione di Paesi, l'Alleanza atlantica.
I confini non si cambiano con la forza: di fatto questa è l'unica norma chiara, e finora universalmente condivisa, che dalla Guerra fredda ad oggi abbia garantito un senso alla formula "legalità internazionale". Abrogarla significa addentrarsi dentro una giungla hobbesiana dove tutto diventa possibile.
Questo certo non è l'interesse americano. E infatti Washington ha cercato di camuffare l'enormità dell'indipendenza affermando che il Kosovo è "un caso sui generis", la definizione del sottosegretario Burns. Il guaio è che i casi sui generis fondano, appunto, un genere. E in futuro potrebbero scoprirsi come appartenenti a quel genere, per esempio, le enclaves russe in Georgia che Mosca sostiene. O i territori popolati da minoranze russe in Ucraina, nel Baltico, in Asia centrale. Senza contare le minoranze dell'Europa orientale, cominciando dai i magiari della Transilvania romena, della Slovacchia, della Vojvodina. In altre parole l'indipendenza del Kosovo potrebbe diventare un pretesto, domani, per secessionismi e annessionismi, soprattutto se la Russia decidesse di esercitare la propria protezione su questa o quella minoranza.
Ma senza dover lavorare d'immaginazione, per scoprire in quali labirinti conduca il "caso sui generis" basterà attendere l'inizio del prossimo anno, quando il Kosovo proclamerà l'indipendenza.
Immediatamente i serbi di Mitrovica, al confine con la Serbia, annunceranno il loro rifiuto di secedere la loro obbedienza alla capitale legittima, Belgrado. Li potrebbero imitare le enclaves serbe del sud. E questo metterebbe in enorme imbarazzo l'Unione europea e la Nato. Considerare quei serbi "secessionisti"? Davvero difficile. Riconoscere il loro diritto al rifiuto? Ancora più complicato. Può l'Unione accordare il diritto all'autodeterminazione agli albanesi e negarlo ai serbi? E se lo riconosce ai serbi, può negarlo alle altre minoranze del Kosovo, una dozzina? Come si vede, quando il principio di autodeterminazione perde quel limite, l'intangibilità dei confini, si trasforma a valanga nel principio di frammentazione infinita.
Questo fu chiaro fin dall'inizio della dissoluzione dell'ex Jugoslavia, quando uno spirito beffardo telefonò ad un'agenzia di stampa e annunciò la secessione del suo villino e del giardino circostante. Ma almeno la Costituzione federale confusamente riconosceva alle Repubbliche il diritto di secedere. Il Kosovo non è mai stato una Repubblica, e secondo qualsiasi legalità, interna o internazionale, non ha più diritto all'indipendenza di quanto ne abbiano le Province basche, la Corsica o il Comune di Ponte di Legno e frazioni limitrofe.
Ovviamente la Serbia potrebbe aiutarci a dipanare questo groviglio accettando non solo nei fatti ma anche formalmente la secessione del Kosovo.
Dopotutto Belgrado si rende conto che la provincia albanese oggi è soprattutto un fardello. E rinunciandovi potrebbe ottenere una corsia preferenziale per entrare nell'Unione. In via ufficiale questo baratto non è mai stato proposto (né sarà proponibile finché Belgrado non consegnerà i Mladic e i Karadzic al Tribunale dell'Aja). In segreto, è possibile che il governo serbo abbia preso impegni e ricevuto garanzie. Ma perfino se esistesse un patto, soprattutto sul medio termine, questo darebbe lo stesso affidamento degli accordi euro-jugoslavi del 1990, che in capo a pochi mesi erano carta da macero. In primo luogo perché la politica serba non ha ancora trovato un assetto definitivo.
Grossomodo la Serbia oggi è filo-europea, ma anche tentata dall'offerta di protezione russa. Grossomodo è democratica, ma un terzo dell'elettorato vota per i partiti degli imputati dell'Aja.
Grossomodo sta cominciando a fare i conti con le proprie colpe, enormi, ma tra mille esitazioni. E non riuscirà a completare quel passaggio fondamentale fin quando l'Europa non affermerà nei fatti che i serbi non sono stati soltanto i carnefici, ma talvolta anche le vittime: se non fosse così le loro città non pullulerebbero di profughi. Applicare alla Serbia soltanto lo schema punitivo, e nel caso del Kosovo violando il fondamento della legalità internazionale, equivale a lasciar sedimentare un risentimento che prima o poi tornerà in superficie.
Quale poi sia la razionalità strategica della politica euro-atlantica verso Belgrado, attendiamo di capirlo. Favorendo l'indipendenza del Montenegro e permettendo alla criminalità albanese una presenza organica nel governo del Kosovo, gli astuti occidentali sono riusciti a cogliere due interessanti risultati: hanno aiutato la Russia a tornare nei Balcani e hanno fortificato il network criminale che spadroneggia in Adriatico. I russi si stanno comprando le coste montenegrine. Oggi costruiscono alberghi, domani porticcioli turistici, dopodomani, chissà, un porto militare che materializzi l'incubo delle cancellerie europee a partire dalla fine dell'Ottocento: i russi nel Mediterraneo!
Quanto al Kosovo, un territorio dove si entra e si esce nel più facile dei modi è quanto di meglio potesse sperare la rete globale formata dalle cosche montenegrine, kosovare, albanesi, serbe, croate, turche, bulgare e italiane. I risultati non si sono fatti attendere: l'Adriatico orientale comincia a smistare grandi partite di cocaina sudamericana, oltre a merci più tradizionali (eroina afgana, sigarette, immigrati, ragazze schiavizzate).
Si dirà che stiamo scontando l'attacco Nato alla Serbia, nel 1999. In realtà fu proprio quella guerra che evitò il dilagare di un conflitto slavo-albanese già in corso (nei primi otto mesi del 1998 ben duemila abitanti del Kosovo morirono di morte violenta, quattro volte i civili serbi uccisi dall'aviazione occidentale).
L'errore della Nato fu successivo. Sconfitta la Serbia, per evitare conflitti con la guerriglia albanese l'Alleanza rinunciò in partenza a governare il Kosovo come doveva, cioè con equidistanza e determinazione. E delegò il compito di costruire lo Stato alle Nazioni Unite, che in Kosovo hanno montato la più sconveniente tra le missioni Onu viste negli ultimi anni, l'Unmik.
Finalmente l'Unmik sta per togliere il disturbo, ma con essa sparisce anche quel minimo di apparato giudiziario e investigativo che mimava uno stato di diritto. Dovrebbero subentrare giudici e poliziotti inviati dall'Unione europea, ammesso e non concesso che i 27 trovino un accordo. Ma anche in quel caso, è difficile immaginare che la missione europea lanci l'attacco ad un sistema criminale assai vendicativo, e ben rappresentato nelle istituzioni kosovare. Più probabile che la Ue replichi quella cosuccia furbetta e tremebonda che è stata l'Unmik.
Di tutto questo discuterà nei prossimi giorni il parlamento italiano. Se va bene e la maggioranza tiene, non ci metteremo nei guai sganciandoci dagli alleati e fingeremo che l'indipendenza del Kosovo sia una gran trovata. Poi cercheremo il modo, insieme agli europei ragionevoli, di limitare i danni.
Vasto programma.
(10 dicembre 2007)
http://www.repubblica.it/2007/11/sez...pi-errori.html


Ora sei passata alle motivazioni di controllo del territorio dalla criminalità? Sto kosovo si trova circondato da altri paesi, i controlli si possono fare alle frontiere...e informati meglio, buona parte della droga proviene dai porti olandesi.




Beh se la discussione deve partire obnubilata in principio da considerazioni su quanto sono buoni i mussulmani o quanto sono cattivi beh non ha alcun senso...............
In Kossovo attualmente c'è una maggioranza albanese se si andasse a fare un referendum gli albanesi vincerebbero in maniera esorbitante ............questa è la verita.....
Sul fatto che poi comncedere l'indipendenza sia una cosa buona o meno non mi pronuncio........
Ma un altra cosa è chiara ........I russi vogliono che il Kossovo resti serbo gli americani vogliono che il Kossovo diventi indipendente ...........gli europei non sanno che pesci pigliare ..................