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Discussione: Prima e dopo

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    Prima e dopo

    Furio Colombo


    Prima c’era Berlusconi, con la sua ricchezza misteriosa, i suoi legami mai chiariti, i suoi alleati che fanno gesti sporadici di ribellione e poi tornano come attratti da una irresistibile calamita. Prima c’era Berlusconi che possedeva un vasto schieramento di televisioni private e controllava con certi suoi uomini chiave la televisione di Stato, paralizzata oppure messa in contatto quotidiano e cordiale con la televisione privata (di proprietà di Berlusconi) per evitare sorprese o danni. Prima c’era Berlusconi e la televisione pubblica era controllata, in trasmissioni chiave, da uomini che garantivano di «accennare al Dottore al momento giusto». Il Dottore era lui. Berlusconi era il tipo disinvolto che si liberava all’istante di un ministro degli Esteri (Renato Ruggiero) sospettato - giustamente - di non essere omogeneo con i suoi affari anche se molto apprezzato e stimato nel mondo degli affari italiani e internazionali. Era il tipo disinvolto che si liberava all’istante di un giornalista inadatto a cantare la sua gloria nella Tv di Stato (Enzo Biagi) e non gli importava nulla della fama, del prestigio, del talento professionale, del ridicolo di cui si è coperta la Rai quando ha tentato, prima arruolando comici, poi giornalisti (seriamente svantaggiati dal confronto) per colmare il posto e il vuoto di Biagi.

    Prima c’era Berlusconi, che definiva criminale il dissenso, chiamava terrorismo la critica, complotto delle “toghe rosse” qualunque indagine che riguardasse le sue molte e molto discutibili attività in Italia e nel mondo. Ricordate le limpide figure di alcuni suoi avvocati, da Previti a Mills? E tutti gli altri legali del Dottore che sono diventati presidenti di commissioni chiave del Parlamento italiano per tutelare gli interessi personali di Berlusconi? Con la sua agilità che lasciava indietro e senza fiato i giovanotti della scorta, Berlusconi - quando c’era - si muoveva sempre munito di un libro che conteneva tutti i titoli del giornale l’Unità ostili o antipatici per lui (a quanto pare nessun falso, perché su nessuno di questi titoli è pervenuta denuncia o querela) e lo esibiva come prova del rischio che - per colpa de l’Unità correva la sua vita.

    Prima c’era Berlusconi che faceva spiare dai servizi segreti italiani alcuni giornalisti e molti giudici che non gli andavano a genio. E faceva organizzare commissioni parlamentari bicamerali, dotate di potere giudiziario, immensamente costose a causa della copiosa dotazione di consulenti (quasi sempre finiti per falso o calunnia o reati più gravi nelle patrie galere). E tutto ciò al solo scopo di denigrare, screditare, accusare i leader che gli facevano opposizione in quegli anni.

    So che questa descrizione è lacunosa. Manca il disastro economico, la xenofobia leghista, un nuovo cordiale rapporto instaurato con fascisti rimasti fascisti nei decenni, gente che rimpiange Salò e nega la Shoah. Mancano i danni enormi di una guerra eseguita su ordinazione (ragioni immaginarie ma morti veri). Manca il fatto unico e storico avvenuto nel Parlamento europeo (gli insulti al deputato Schultz), mancano le scene delle sue assenze e (peggio) della sua presenza ai processi di Milano. Manca la rievocazione di un aspetto importante: la sua ricchezza che - a causa degli effetti naturali e deleteri del conflitto di interessi - si è moltiplicata negli anni del suo governo.

    Mancano molte cose e altre sono state appena accennate in modo mite. Eppure è bene notare tre fatti strani. Il primo: nessuna delle cose che ho scritto è smentita o smentibile.

    Il secondo: voi non avete trovato, non trovate adesso e non troverete su alcun quotidiano o periodico di alcuna proprietà questo breve curriculum di Silvio Berlusconi. Non a sinistra - per quanto si vada a sinistra (là sono impegnati a far fuori Prodi) - e non a destra perché non esiste una destra libera dalla rete di Berlusconi.

    Il terzo: benché tutto ciò sia vero e provato, se lo dici o lo scrivi compi un gesto di “odio” (questa è l’accusa da destra, comprensibile perché è una forma estrema di difesa del loro leader, la stessa che usano gli uomini di Putin e di Chavez).

    Oppure cadi nel peccato di “demonizzazione”. L’accusa, per strano che sia, negli anni di Berlusconi, veniva da sinistra insieme con l’altra accusa, “giustizialismo”, che si spiegava così: nel confronto-scontro tra le legioni di avvocati di Berlusconi e l’indifesa ed esposta solitudine coraggiosa dei giudici (da Gerardo D’Ambrosio a Borrelli, da Ilda Boccassini a Davigo a Gherardo Colombo) era giustizialista chi prendeva le parti dei giudici. Giustizialismo, come ricorderebbero due grandi italiani - Paolo Sylos Labini e Indro Montanelli (la cui amicizia e il sostegno ci ha onorato) voleva dire (vuol dire): «La legge è uguale per tutti».

    * * *

    Occorre tenere conto di questi tre punti perché non possiamo far finta di non vedere la scolorina in cui siamo immersi. Qualcosa che sta fra la magia e il trionfo finale del conflitto di interessi induce alcuni che stanno leggendo a meravigliarsi (ancora? non la smetterete mai con questa storia di Berlusconi?). E altri a dedicarci ostilità e irritazione. A considerarci un ingombro.

    Strano, se ci pensate, perché alcune voci insistenti, allora e adesso, ci chiedono di non metterla giù tanto dura. E per sicurezza preferiscono farci stare lontano dalla Tv.

    Strano, se ci pensate, perché - come posso testimoniare nelle mie non allegre giornate al Senato - noi ascoltiamo ogni ora descrizioni di Prodi come “stupido”, “incapace”, “rapinatore degli italiani” “responsabile della rovina di tutte le possibili categorie sociali, dai tassisti all’industria farmaceutica”. Ma noi dobbiamo sorridere tutti insieme con gentilezza bipartitica al passaggio di Berlusconi. Al punto che Fini e Casini, nei brevi intervalli di disamore per il potente leader, sono autorizzati ad insulti e insinuazioni che - dette da noi - sarebbero subito definite “demonizzazioni”. Ci ammoniscono che, in altri tempi più ortodossi l’Unità non avrebbe mai “demonizzato” l’avversario (dimenticando che le copie arretrate di questo quotidiano esistono ancora).

    * * *

    Merita attenzione una accusa in più: ti dicono che «scrivere a favore e difesa dei giudici è un buon affare finanziario». La avventata affermazione si può tradurre così: se tenere duro e scrivete di leggi vergogna, di leggi ad personam e di ostinati processi che solo la potenza di decine di grandi avvocati hanno potuto trascinare fino alla prescrizione (ma in qualche caso anche con l’espediente di comprare la sentenza e * con essa * un intero impero editoriale) provocate un’enorme attenzione e i libri diventano best seller. Perché? Perché certe cose, altrimenti, dato lo scrupoloso controllo dei media da parte del Dottore, non le potreste leggere e sapere mai. E non sono mai smentite. Non sarebbe una ragione di elogio?

    Ma qui comincia un’altra storia. E comincia quasi con le stesse parole. La raccontiamo così: dopo Berlusconi c’è Berlusconi, splendidamente sopravvissuto alla sua sconfitta al punto da essere definito l’alfa e l’omega della politica italiana (ricorderete che lo stranissimo elogio è di Fausto Bertinotti, che ha anche fatto sapere di non gradire “la demonizzazione” ovvero la descrizione dal vero del fenomeno finanziario-politico Berlusconi).

    So che mi ripeto, ma come uscirne? Dopo Berlusconi c’è Berlusconi e i media stanno bene attenti a non irritarlo, proprio come allora, proprio cone nel “prima”. Per esempio, nella sera dedicata da Rainews24 a ricordare Enzo Biagi, l’uomo che più di ogni altro ha tenuto testa a Berlusconi, che da Berlusconi è stato offeso nel modo più grave (la privazione della libertà di continuare con la sua celebre trasmissione) in quella serata, Berlusconi non è stato mai nominato (salvo che da Biagi e Montanelli ma in un vecchio filmato de «Il Fatto»).

    Dopo Berlusconi c’è Berlusconi che, con un capriccio da ricco, finge che esistano sette milioni di cittadini * non visti da alcuno * che accorrono a lui nell’istante in cui, con una trovata da miliardario, liquida il suo vecchio partito e ne compra uno nuovo (così nuovo che persino lui si sbaglia e si contraddice nelle continue interviste e afferma che «il nuovo c’è ma non esiste ancora». Non importa. Chiunque sarebbe preso in giro se liquidasse e poi fondasse in un giorno un partito da 30 per cento dei voti. Non lui. Sia per prudenza (ogni editore è attivo in settori d’affari in cui è attivo anche Berlusconi) sia perché l’immensa ricchezza di cui stiamo parlando può benissimo fondare e liquidare grandi partiti in un giorno, quando questi partiti sono aziende e non movimenti di cittadini.

    Dopo Berlusconi c’è Berlusconi, è al centro della scena, come prima, al centro dell’attenzione dei suoi media e di quelli di Stato, come prima. Come prima è sempre in carica il suo uomo Petroni che, nel consiglio della Rai, ha il compito di squilibrare lo schieramento e di impedire le decisioni. Come prima ha sempre i suoi Minzolini (un bravo e attivissimo inviato della Stampa ha dato il nome a una nuova professione, come era avvenuto con i “paparazzi” ai tempi di Fellini, ed è una professione ricca di talenti) che hanno sempre citazioni virgolettate e smentibili con cui irrorare tutta la stampa italiana dichiarando, anticipando, celebrando, negando. In tal modo la voce di Berlusconi, con uno strano effetto stereofonico, ci giunge da ogni lato dei media, creando il risultato desiderato. Ci sta dicendo: «Non vi azzardate. Io sono sempre qui». La manovra funziona. Tornano puntuali contro di noi le rampogne sulla “demonizzazione” e sul “giustizialismo” che per un po’ erano state sospese, dando l’impressione, anzi l’illusione di vivere in un “dopo Berlusconi” al modo in cui la Francia sta vivendo un dopo Chirac, la Germania un dopo Schroeder e l’America vivrà un dopo Bush.

    Per noi, non pensateci neanche. E allora lui stesso dice e fa dire (da destra e da sinistra, proprio come ai bei tempi) che chi ricorda fatti e avventure di Silvio Berlusconi, in realtà attacca Veltroni. Bel colpo: demonizzatori, giustizialisti, ma anche infidi.

    Per fortuna l’argomento non funziona per i tre milioni e passa che hanno votato per il leader del Partito democratico. Come lo sappiamo? Semplice. Non solo dal successo e dai voti che hanno avuto coloro che dicevamo, nella campagna per le primarie, ciò che sto scrivendo adesso. Ma perché * votando Veltroni * tutti quegli italiani volevano votare per il contrario (persona, vita, curriculum, lavoro, immagine pubblica e privata) di Berlusconi, del padronato mediatico, della politica a pagamento, dell’intimidazione continua a giornalisti e giudici, della censura che ha avuto come bersaglio costante questo giornale e come vittima esemplare Enzo Biagi.

    Dopo Berlusconi c’è Berlusconi. E il leader eletto del partito democratico lo incontra, lo deve incontrare. È un incontro tecnico, non un summit politico. Deve coinvolgerlo nella cancellazione di uno dei peggiori delitti politici di Berlusconi stesso, la attuale legge elettorale. E fa bene a dire: discuteremo e lavoreremo anche ad altre riforme. Fa bene perché è esattamente ciò che Berlusconi nega e rifiuta. Fa bene anche come simbolo della vitalità determinante di un partito nuovo. Stabilisce finalmente una agenda che non è stata imposta da Arcore.

    Dopo Berlusconi c’è Berlusconi, e i media stanno bene attenti. La carriera di ogni giornalista italiano, dal più giovane praticante al più abile direttore, dipende da Berlusconi. O dipendeva. Se Veltroni (mentre Prodi governa, e non si commette il gesto incosciente di toglierli il sostegno) allarga l’orizzonte, mette in modo l’iniziativa, e un territorio pulito meno claustrofobico torna a essere la casa degli italiani. Lo so, lo so sto parlando di attese e speranze. E di una azzardata scommessa: che ci sia davvero in Italia, come nelle alternanze di ogni Paese libero, un dopo Berlusconi. In quel dopo, reduci e sopravvissuti potranno dire agli increduli «andava alla tv di Stato a disegnare su fogli già preparati finte opere pubbliche, e senza alcun disturbo o contraddittorio firmava trionfalmente il suo “contratto con gli italiani”. Sembra una commedia di Bertolt Brecht e invece, ai tempi di Berlusconi, era vita italiana.

    colombo_f@posta.senato.it

  2. #2
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    Oddio che lungo...
    Meglio che aspetti un riassunto va!

 

 

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