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Discussione: Educazione

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    Educazione
    Maurizio Blondet
    17/12/2007
    «I funerali di Sigurd», C. Butler, 1908

    Ricevo questa mail:
    «Sono Costantina V.,
    Le scrivo perchè sono rimasta molto colpita dall'articolo che ha pubblicato sull'architettura di Roma e, se non è troppo disturbo, vorrei farle una piccola richiesta: potrebbe consigliarmi qualche libro interessante in questo senso?
    Anche a me piacerebbe avere questa cultura!
    Ma come si fa?
    Temo che iscrivendomi all'Università finirei col perdere ogni interesse: infatti sono già laureata in giurisprudenza, ma ho trovato l'esperienza universitaria terribilmente deludente.
    Invece se mi aiuta lei, di sicuro riuscirò a tener viva la curiosità per questi argomenti.
    Forse le sembrerò molto ingenua, e probabilmente lo sono davvero.
    Ma da qualche parte devo cominciare, ho atteso fin troppo».

    Costantina ama l'architettura e l'arte, è disposta a studiare.
    Ma teme che, all'università, le ucciderebbero la voglia, la curiosità di sapere.
    Anzi lo sa già, perché ha una laurea.
    Questa è l'università in Italia: un parcheggio dove si ammazza ogni voglia di conoscenza.
    Chi mi accusa di violenza verbale verso la Casta, forse qui avrà la spiegazione: altro che violenza verbale, urge la violenza fisica per liberare l'università dai parassiti che ne affollano le cattedre, risultati di una lunga selezione di leccaculo, mediocrità che uccidono la gioventù, spiritualmente e intellettualmente.

    Vorrei tranquillizzare chi si può sentire scoraggiato: la «cultura di Blondet» è inarrivabile, ho perso troppo tempo… la cultura di Blondet è quella del buon liceo classico Parini di Milano, che ho frequentato negli anni in cui era ancora il liceo di Giovanni Gentile, già edulcorato e facilitato, ma non stravolto.
    Il fatto che una cultura liceale sembri oggi superiore, non accusa gli studenti; accusa il livello a cui è scesa la scuola, il sistema d'istruzione.
    Un proverbio americano dice: insegnare non significa riempire un sacco, significa accendere un fuoco.
    In quel liceo accendevano ancora qualche fuoco.
    Non ci evitavano le difficoltà, non ci facilitavano: anche questo era un modo di accendere il fuoco, le nozioni facili spengono.
    Non ero un bravo studente (un sacco di 4 in latino, greco, algebra) ma ho imparato come imparare per tutta la vita.
    Come studiare senza capire tutto dall'inizio.
    Un esempio.

    A Costantina ho consigliato «Perdita del Centro» di Hans Sedlmayr: libro capitale, che spiega l'arte contemporanea come sintomo della malattia spirituale dell'Occidente.
    Ma poi mi sono pentito: è un libro difficile.
    Sono quasi appunti delle lezioni di quel grande critico d'arte viennese - sarebbe stato bello sentirle a voce, quelle lezioni; e per di più Sedlmayr trae esempi dal mondo della cultura tedesca, cita architetti e artisti che ci sono ignoti (è vero che c'è qualche illustrazione).
    E' un libro che uno deve rassegnarsi a capire a sprazzi, per frasi illuminanti: ma questi sprazzi da soli valgono la fatica e la lettura; si viene cambiati da questo libro.
    Tuttavia, richiede concentrazione.
    Sono stati resi capaci, i giovani, di concentrazione?
    Di leggere con sforzo e non abbandonare una lettura che non capiscono del tutto, così «frustrante»?
    La frustrazione viene vinta dalla curiosità, dal fuoco di sapere.
    Ma questa voglia deve essere creata.
    Come?

    Creando l'habitus mentale dell'avventuriero, dell'esploratore.
    Infatti la cultura è un'esplorazione, più rischiosa che ficcarsi nelle foreste del Mato Grosso alla ricerca dell'arca perduta.
    Non è cosa per cattedratici ed eruditi, ma da Indiana Jones.
    Richiede coraggio, tenacia, apertura a sconvolgenti verità che ti renderanno per sempre diverso da quello che sei; devi esser pronto a perdere la fede in Dio o trovarla, dannare la tua anima o salvarla per sempre, essere divorato da draghi e superare prove iniziatiche.
    Richiede lo spirito del cercatore di smeraldi che setaccia tonnellate di detriti per cercare una gemma, l'anima del pirata che ruba tesori da galeoni altrui.

    La cultura è avventura, rischio e piacere: se non lo è, se annoia, non è cultura… ma bisogna imparare a distinguere la noia erudita, accademica, dallo smeraldo grezzo che vale lo sforzo.
    E anche questo s'impara con la cultura.
    L'habitus del pirata va creato «prima» della scuola.

    Se ci sono mamme in ascolto, un suggerimento: ai loro bambini ancora analfabeti leggano le favole.
    Ma non le fiabe moderne, inventate da pedagogisti, che parlano di ragionieri e di contabili.
    Le fiabe che servono sono quelle antiche.
    Quelle raccolte dai fratelli Grimm possono andare.
    Esse sono parte di un repertorio invariabile che risale all'età della pietra, trasmesso fino ai giorni nostri.
    Quelle fiabe, un tempo, erano miti di fondazione, e riti terribili: bambini mandati a perdere nel bosco, cappuccetti rossi divorati da lupi-totem, streghe con case di marzapane che bollono i bambini, principesse avvelenate dal fuso che le punge, orchi che li sentono all'odore e li cercano… storie da far paura.
    Mamme, lasciate che i bambini abbiano paura delle fiabe che li affascinano.
    La voce con cui li leggerete, la voce della mamma, basta a tranquillizzarli, non c'è pericolo.
    Ma leggete loro queste fiabe da libri illustrati con illustrazioni antiche: niente pupazzetti disneyani, ma il Gatto con gli Stivali così inquietante, la strega bollitrice che sembra vera.
    Soprattutto, non cercate di spiegare loro i simboli sottostanti, di «razionalizzare».
    Un bambino di cinque anni non ha bisogno di «ragioni», ma di esempi affascinanti e incitanti.
    Di sapere che nei libri ci sono cose tremende e misteriose, quasi incomprensibili, ma che rapiscono e danno voglia di entrare con Pollicino nella foresta spaventosa, di salire sul fagiolo che arriva fino al cielo… e che tutto questo è davvero possibile.
    Anzi, che bisogna farlo.

    Così faceva la pedagogia antica: raccontava di Romolo e Remo che succhiavano il sangue della lupa (la stessa lupa-totem di Cappuccetto Rosso? O un'altra lupa più atroce e misteriosa, che allevava guerrieri-lupo?), la guerra di Troia per amore di una donna, con guerrieri che si sbudellano - e Omero descrive il sangue nero versato del morente, vi pare lettura da bambini?
    E Muzio Scevola che si brucia una mano per spaventare il nemico, e i Curiazi e gli Orazi.
    Le vite degli uomini illustri, vere o no (o più vere del vero), le vite degli eroi: modelli da imitare, esempi che accendono il fuoco a cose nobili ed alte, al rischio, al mistero che non si capisce.

    Quand'ero bambino io, al Corriere dei Piccoli doveva esserci qualcuno che la pensava ancora così, perché il Corrierino cominciò a raccontare a puntate la storia di Sigurd.
    E' la storia più barbarica e atroce che esista, l'Oro dei Nibelunghi, la saga germanica.
    Sigurd, avrei appreso più tardi, è noto come Sigfrido.
    La storia era a fumetti, ben illustrata.
    Ricordo il giovinetto biondo che misteriosamente fu addormentato dal mago, e si svegliò adulto; della spada spezzata, che a lui e non altri era destinata, e che fu ricomposta da nani metallurgici.
    Ricordo il guerriero che uccide il drago Fafnir, e si bagna nel lago del sangue di drago per divenire così invulnerabile; ricordo la foglia che si posò sulla sua spalla, e lo rese in quel solo punto mortale (Sigurd è l'Achille tedesco col suo calcagno vulnerabile), ricordo Brunilde dormiente fra mura di fuoco, e la sposa che segna con un ricamo il punto mortale di Sigfrido, e la sua morte, e gli Unni... Nulla veniva risparmiato, della sanguinosa storia di un'immortalità fisica quasi raggiunta ma tradita, eppure quasi quasi possibile.



    Sigurd e il drago Fafnir La forgiatura della spada di Sigurd


    Mia mamma mi lesse anche un libro illustrato con figure di guerrieri achei, nudi e con l'elmo crinito e la spada corta, credo si chiamasse «Le più antiche storie del mondo»: non mi fu risparmiata la storia degli Atridi, Clitennestra che col suo amante dà in pasto i suoi figli al marito Agamennone,
    la catena di vendette.
    Non mi fu risparmiato Edipo, la Sfinge e la sua profezia, il parricidio, l'incesto con la madre.
    Dite voi, erano letture per bambini?
    Non lo erano.
    Uno può dire che la mamma ha fatto di me uno spostato asociale.
    Infatti non ho finito l'università, non sono andato alla Bocconi, non ho fatto carriera, e dall'ultimo giornale per cui ho lavorato sono stato licenziato: un fallito.
    Ma non mi lamento, anzi sono grato alla mamma.
    Ho imparato che nel mondo e nei libri accadono cose tremende e incomprensibili, che la vita è un percorso di cui Sigurd è un modello, che vale la pena di volere l'immortalità; ho imparato che esiste il Fato imperscrutabile, e che quel che conta è combattere nobilmente, non vivere.
    Non dico che vivo nobilmente: ma almeno ho quello come modello.

    Favole, favole: per i bambini che non hanno ancora una mente, ma hanno già un cuore infiammabile - anzi il cuore come solo organo di comprensione; è il solo modo di impartire insegnamenti.
    Si chiama, o si chiamava, «educazione dei sentimenti».

    La scuola fa il contrario, oggi.
    Essenzialmente, perchè è seguace di una pedagogia di stampo radicale, illuminista, di un illuminismo per di più residuale, fatto di dogmi minimi, che gli (o le) insegnanti accettano senza ripensarlo (salvo eccezioni).
    Il dogma fondamentale di questa pseudo-pedagogia è quello di Rousseau: «L'uomo nasce buono e la società lo corrompe».
    La realtà è evidentemente l'opposto: il bambino nasce non solo selvaggio, da civilizzare, ma anche
    «inclinato al male».
    Come per ogni uomo, fare il male riesce più facile che fare il bene.
    Il bambino va addestrato allo sforzo necessario, perchè non s'aspetti che quel che farà spontaneamente nella vita sarà «buono».
    Tutto ciò che è buono è il risultato di sforzo, fatica e studio.
    Il bambino nasce anche privo di quel che Freud chiamava «principio di realtà»: pensa che l'intero mondo sia al suo servizio, docile al suo imperio di piccolo megalomane barbaro, a tutti i suoi desideri.
    Una pedagogia concreta, non ideologica, lo deve disilludere al più presto, facendogli «provare» che la realtà non è ai suoi ordini, e resiste ai suoi desideri e impulsi.
    Altrimenti a 20 anni sarà un grosso megalomane barbaro, che uccide la fidanzata perchè gli resiste e manifesta una volontà diversa dalla sua.

    La pseudo-pedagogia ideologica commette un altro errore ridicolo: ritiene che ogni scolaro abbia, per diritto democratico, un «io».
    E lo tratta di conseguenza come un piccolo adulto, come un cittadino di bassa statura.
    Se fa il bullo, ricorrono alla «educazione alla legalità».
    L'illuminismo di risulta ritiene che basta insegnare «Educazione civica» per far sorgere sentimenti d'onestà.
    La lettura della Costituzione è ritenuta lo strumento educativo primario.
    Ovviamente, il ragazzino capisce subito una cosa: che i «grandi» sono i primi a violare la Costituzione e a non praticare la «legalità», anzitutto i politici e il governo, la magistratura e il parlamento: e ne conclude che la «legalità» non è altro che ipocrisia e falsità.
    Non a caso i ragazzi d'oggi sono allo stesso tempo cinici, disinformati e attratti (come rivelano i sondaggi) da modelli dittatoriali e autoritari.
    Che almeno «funzionano» e sono meno ipocriti.
    La pedagogia democratica ottiene il risultato opposto a quello che si prefigge: come spesso è accaduto ad ogni illuminismo progressista.
    Si chiama «eterogenesi dei fini».
    Un «io» non esiste come dotazione naturale.
    L'«io», la personalità, si forma con l'educazione, lo scontro con la realtà e le esperienze dolorose.
    E chi non sia accecato dall'ideologia vede che l'«io» si forma «dall'esterno verso l'interno».

    Al principio, il ragazzino vuole, sente e pensa ciò che sente, vuole e pensa il gruppo, la banda dei coetanei; non ha desideri propri, ma i desideri «di tutti gli altri della mia età»: vuole gli stessi abiti, gli stessi segni di prestigio e riconoscimento che «hanno gli altri».
    Privo di personalità, il ragazzino - specie adolescente - è dolorosamente conformista.
    E' anche falso, sempre perchè non ha un io.
    La brava ragazzina in famiglia diventa la cubista dodicenne in discoteca.
    Il ragazzino «normale» diventa uno del branco e commette gli atti odiosi o autodistruttivi del branco, quando si trova nel branco.
    Dunque ha almeno due «io», entrambi posticci e provvisori.
    Una pedagogia seria deve «unificare» gli io falsi e molteplici dal ragazzino.
    In altre parole, aiutarlo a diventare «autentico».
    Capace di chiedersi, ad un certo punto: cosa voglio veramente «io»?
    Davvero voglio «come tutti»?
    E' la scoperta della solitudine radicale, solitudine feconda, da cui tutto può partire: per diventare un Leonardo da Vinci o un metalmeccanico orgoglioso del suo mestiere.

    Anche per questo la scuola, prima della pedagogia ideologica, obbligava a indossare il grembiule: per nascondere i segni della diversa ricchezza, della diversità sociale.
    Era più educativo dell'educazione civica, era l'educazione civica nei fatti: sotto il potere pubblico, tutti sono uguali.
    Strano che questa pratica elementare di democrazia sia stata rigettata dai «democratici».
    Poichè non ha un «io», il bambino è impermeabile ai concetti.
    Non li capisce.
    La comprensione del concetto, ossia del pensiero, è una conquista relativamente tarda (personalmente ne divenni cosciente verso i 16 anni, quando uno studente universitario che mi faceva il doposcuola mi avviò alla lettura di Thomas Mann, romaziere filosofico primario), e per molti non arriva mai.
    La pseudo-pedagogia scolastica vuole impartire concetti, e si rende ridicola.

    Una mamma mi racconta che la sua bambina, 9 anni, torna da scuola e pronuncia parole come «autotrofo» ed «eterotrofo».
    Cosa vuol dire?, le chiede la mamma.
    Lei: «Sono le alghe blu....».
    Difatti, le alghe blu sono «autotrofe», nel senso che non ricavano il loro alimento da altri esseri viventi, ma dalla fotosintesi.
    Ma la bambina non sa cosa farsi di quelle nozioni, premature, che le restano appiccicate insieme con la falsa idea di aver «imparato», di «sapere».
    La stessa bambina torna da scuola e chiede: «Mamma, noi siamo ricchi? Me l'hanno chiesto i compagni».
    Oppure torna da catechismo e chiede: «Mamma, io sono vergine?»
    Voglio sperare, pensa spaventata la mamma.
    Ma è solo che il prete ha raccontato di Maria Vergine, senza ben spiegare - come spiegare poi? - la verginità.
    Ai bambini non bisogna impartire concetti.
    Bisogna educare loro non il cervello (che non hanno ancora) ma il cuore.
    Coi grandi esempi.
    Per questo tutta la pedagogia classica consisteva nell'imparare il greco leggendo l'Iliade e le storie degli eroi, nel dividere la classi tra Achei e Troiani.
    I testi di insegnamento si chiamavano «Vite degli uomini illustri» e «Vite parallele»: esempi di abnegazione, di coraggio eroico per lo Stato.
    Nel Medio Evo, a tenere questo compito furono i racconti cavallereschi: educavano alla nobiltà d'animo, alla magnanimità, con l'esempio.
    Esempi «belli», anzitutto: prima estetici che etici (l'etica è burocratica o moralistica, e i ragazzi del moralismo si fanno beffe, non a torto, se chi impartisce la lezione poi si comporta altrimenti...).

    Infine, la scuola d'oggi facilita troppo.
    Anche per colpa dei genitori: la scuola pubblica, che nacque per unificare un Paese dai cento dialetti e fornire le nozioni primarie per la sopravvivenza in una civiltà già alquanto avanzata, ora viene vissuta - dai genitori anzitutto - come un parcheggio degli insopportabili piccoli dittatori che loro stessi hanno creato a forza di merendine, telefonini a scarpine griffate.
    Cinque o sette ore di quiete.
    Il compito della scuola va ripensato: e anzitutto, le va ridata autorità.
    L'insegnante è anzitutto un pubblico ufficiale: il genitore che lo malmena se dà i brutti voti al suo bulletto, commette vilipendio di pubblico ufficiale.
    Certo, dovrebbe trattenersi dal malmenare o deridere il docente per altri motivi: anzitutto, per vergogna.
    Ma siccome i genitori già non hanno conosciuto la Cavalleria, nè Sigfrido e le vite degli uomini illustri, non ci si può aspettare che abbiano sviluppato il nobile, estetico senso della vergogna.
    Per loro, è «vergogna» non dare lo zainetto firmato e il telefonino ultimo modello.
    I loro modelli sono i vari furbetti del quartierino, i divetti da quattro soldi della TV, gli «esempi» del fare soldi senza sforzo, nè cultura, nè studio.
    Smetto per non essere troppo lungo.

    Ma siccome c'è chi mi accusa di «non dare speranza» con le mie diagnosi spietate, replico: come vedete, posso dare delle ricette per una pedagogia migliore di quella imperante.
    In questo campo non c'è niente da inventare.
    L'ostacolo viene da altrove, ossia dalla società.
    Provate a proporre un ripristino dell'autorità, del grembiule nero, della pedagogia basata sugli esempi eroici, e due italiani su tre, e tre insegnanti su quattro, grideranno: questo è «fascismo», reazione cattolica, irregimentazione autoritaria.
    In Italia ogni riforma è impossibile perchè la società è troppo fratturata.
    Non riesce ad accordarsi nemmeno su terapie elementari e chiarissime, nemmeno di fronte a fenomeni tragicamente evidenti.
    Qualunque cosa si proponga, ci sono sempre potenti minoranze, o la maggioranza, che si oppongono con successo, in nome del «progresso» che non sanno più trasmettere, e che nasconde per lo più alcuni interessi costituiti.
    E allora teniamoci le cubiste dodicenni, e i ventenni che ammazzano le fidanzate e nemmeno si vergognano.
    Lasciamo che i nostri figli siano «educati» dai pubblicitari, dalla famiglia Costanzo e dai gestori di discoteche.

    Non vorrei lasciare «senza speranza» le mamme riflessive allarmate, che capiscono il problema.
    Si può fare ancora qualcosa, nonostante questa scuola?
    In USA, 600 mila famiglie hanno ritirato i bambini dalle scuole, per sottrarli alla pseudo-pedagogia, e gli impartiscono l'insegnamento a casa.
    Si chiama «homeschooling».
    Il fenomeno è cominciato da gruppi molto coesi e solidali (dagli Amish), ma si è diffuso abbastanza.
    Ovviamente, l' «homeschooling» non è facile, se non si è Amish, ossia in famiglie allargate e concordi, che si aiutano a reggere il peso dei bambini.
    Eppure, ci sono famiglie americane nucleari che fanno «homeschooling», affrontando i sacrifici inevitabili, fra cui quello di riprendere in mano i libri, e ripensare da capo, alla radice, «come» educare.
    La difficoltà è facilitata però, in USA, da un interessante fenomeno: basta mettere «homeschooling» su internet e si scopre che ci sono insegnanti che offrono «pacchetti educativi», danno consigli, e mamme o papà che si scambiano le esperienze.
    Ne cito solo alcune.

    La prima: le mamme hanno scoperto che, dopo le elementari, bisogna insegnare il latino.
    Lo hanno scoperto da sè: la lingua morta, fortemente strutturata, insegna il pensiero logico, così necessario per la modernità tecnico-scientifica.
    Le mamme dell' «homeschooling» hanno scoperto che l'insegnamento elementare deve essere «inattuale».
    Non il computer, ma Shakespeare e i Greci.
    Le basi perenni della civiltà, insomma.
    Proprio in USA sanno che, senza queste basi, essenzialmente mitiche, letterarie e linguistiche, si formano mostri magari bravi in una tecnica, ma incivili nel resto.
    Sanno anche che un adulto di Wall Street non rileggerà più Shakespeare (o da noi Dante), e che la scuola è per molti la sola occasione di prendere contatto con i pilastri della cultura, su cui la civiltà occidentale si fonda.

    C'è un altro consiglio che le mamme si scambiano tra loro: trovate dai rigattieri di libri usati le enciclopedie per ragazzi «degli anni '70».
    Vecchie, cioè.
    Come mai?
    Perchè le enciclopedie più recenti o sono ultra-facilitate, con quiz e test con le risposte
    pre-confezionate, dove si tratta di scegliere fra a), b) e c).
    O sono enciclopedie piene di «autotrofi», di «archaepterix» e di illustrazioni naturalistiche, ma pochissima storia e scienze umane.
    Le migliori fra esse sono enciclopedie da consultare, come un vocabolario, o come la Treccani: ma bisogna essere adulti e già colti, per consultare un'enciclopedia.
    Le enciclopedie dei ragazzi anni '70 invece sono «storie» e «racconti».
    Se parlano di scienza, lo fanno raccontando la vita di Pasteur, di Mendeleyev e di Madame Curie: gli «uomini illustri» su cui ci fondiamo.
    Sono enciclopedie narrative, che affascinano con storie umane e insegnano a parlare e scrivere in modo articolato.
    I quiz con le risposte a) b) e c) non sono in grado di insegnare il linguaggio, sicchè i bambini non sono capaci di riflettere e di comunicare.
    Lo dicono le mamme americane.

    Anch'io, ora che ci penso, devo molto all'Enciclopedia dei Ragazzi Mondadori, devo quella «cultura» che a molti sembra enorme, benchè siano stati all'università (e ne siano stati giustamente disgustati)...
    Enciclopedia dei Ragazzi anni '60.
    Bisogna ritrovarla, ci devono ancora essere nei magazzini di libri usati.
    Mamme italiane, almeno questo: è anche economico.

    Maurizio Blondet


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  2. #2
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    sì, l'avevo letto sul sito della effedieffe.
    è un'ottimo articolo e dice cose (purtroppo) vere...

  3. #3
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    professore, lei che dice di questa storia:

    http://www.politicaonline.net/forum/...d.php?t=392631

    ???

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    Citazione Originariamente Scritto da codino Visualizza Messaggio
    professore, lei che dice di questa storia:

    http://www.politicaonline.net/forum/...d.php?t=392631

    ???
    Nel 2004 un insegnante di lettere di liceo con 25 anni di onorato servizio fu sospeso d'arbitrio dal direttore regionale del veneto Carmela Palumbo per aver sostenuto in classe la storicità dei Santi Vangeli. La sospensione, a metà stipendio, durò non due giorni ma SEI MESI E MEZZO prima del riconoscimento dell'innocenzxa da parte del giudice del lavoro e del consiglio di disciplina del ministero. Il caso finì sulla stampa nazionale (articolo a tutta pagina di Stefano Lorenzetto per la rubrica "Tipi italiani" sul "Giornale" di domenica 4 gennaio 2005) e in Parlamento (tre interrogazioni al ministro Moratti tra cui una del vicepresidente della Camera Publio Fiori). Chissà dov'erano allora gli zelanti membri di questo comitato.
    Inutile precisare che Carmela Palumbo, che aveva chiesto nientemeno che la radizione dall'insegnamento e che il docente ha denunciato per abuso d'ufficio e diffamazione (aveva rilasciato un' intervista alla stampa con oscure accuse a suo riguardo prima ancora di avergli consegnato copia della relazione ispettiva) è ancora saldamente al suo posto e che nessuno chiede la sua rimozione.

  5. #5
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    sì, conosco la sua storia, per quello le chiedevo.
    Mi interessava sapere se in quest'altro caso si sente più "dalla parte" della docente o del preside...

  6. #6
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    Predefinito Potenza pedagogica delle fiabe

    Potenza pedagogica delle fiabe

    Maurizio Blondet
    27/12/2007

    Serge Boimare è direttore pedagogico del «Centro Claude Bernard» di Parigi, un centro «medico-psico-pedagogico» che ha a che fare, come si intuisce, con scolari difficili, socialmente o psichicamente disturbati, ribelli, semi-delinquenti.
    Bomaire è un esperto del problema seguente: perché alcuni ragazzi, quando entrano a scuola, cessano o si rifiutano di apprendere?
    Prima, da bambini, hanno imparato spontaneamente e con piacere cose difficilissime: camminare, parlare, disegnare.
    Perché la scuola li blocca?



    Ecco come il direttore Boimare rievoca le sue esperienze in un'intervista a Le Monde (1): «Ai miei inizi nell'insegnamento specializzato, i bambini di 10-12 anni che avevo in carico non erano capaci di leggere e presentavano tutti gravi problemi di comportamento. Dopo quindici giorni non avevo più scolari nella classe: i più se ne stavano fuori, nel cortile, occupati a giocare o a provocarmi».
    «Sarei caduto in depressione se un giorno non avessi aperto un libro di favole dei Grimm che era là attorno per tentare di trattenere quelli che ancora stavano in classe. Come per incanto, ho visto i miei scolari tornare in classe, e mettersi ad uno ad uno ad ascoltare…».
    «In capo a qualche settimana ero riuscito a ricostituire il mio gruppo leggendo loro delle favole. Non che la cosa mi rassicurasse. Tanto più che quelle storie erano piuttosto tremende da capire, e ciò secondo me rischiava di aggravare il problema…Ma molto presto notai che, se applicavo i miei insegnamenti sul testo che leggevo loro, essi accettavano di fare un piccolo sforzo. Solo più tardi ho compreso che se quei racconti terrificanti li interessavano, era anche perché i ragazzi vi trovavano la raffigurazione delle loro inquietudini, proprio di quelle paure arcaiche che li parassitavano».
    Da quel momento, Boimare applica ai super-renitenti ad apprendere quella che lui chiama «mediazione culturale».
    Che cosè?



    «Fiabe, passaggi della Bibbia, romanzi: La mediazione culturale deve permettere loro di avvicinare le loro preoccupazioni identitarie dando loro una forma, includendole in uno scenario che le rende universali, e condivisibili con gli altri. Così, poco a poco, questi ragazzini trovano un poco della libertà di pensare. Ci vogliono quasi due anni per cominciare ad avere dei risultati, ma funziona! E gli scolari delle classi normali, quelli che non hanno problemi particolari, non hanno nulla da perdere da questo metodo».
    «…Per esempio, appoggiandosi ad un romanzo di Giulio Verne, ogni professore, sia di lettere, di matematica o d'inglese, può trovarvi materia per tornare sulle linee generali del suo programma. Non è tanto complicato. Beninteso, a condizione di accettare il lavoro di riflessione e di animazione in gruppo che ciò comporta…E' questo che spesso viene rifiutato dagli insegnanti, che hanno l'impressione di rischiare di perdere una parte della loro libertà d'azione…Ciò può essere vero, ma gli allievi hanno tanto da guadagnarci».



    Il professor Boimare ha scoperto una cosa non proprio insolita: che la cultura si trasmette con la cultura.
    Che altro sono le «favole, i passaggi della Bibbia, i romanzi»?
    Sono precisamente gioielli della cultura, e di quella cultura «arcaica», «irrazionale» e «terribile» dove i ragazzi difficili vedono proiettate le loro paure arcaiche, corrispondenti allo stato arcaico-infantile del loro sviluppo.
    Piccoli uomini primitivi, si lasciano affascinare dal racconto orale e dal mistero potente che si cela e si promette dietro figure simboliche, e inquietanti: l'orco, la strega cattiva, il gatto con gli stivali; Davide re e peccatore prediletto da Dio, il capitano Nemo…
    Perenni figure che accendono il fuoco del voler scoprire, del voler capire, appellandosi non alla ragione (che i ragazzi non hanno) ma al cuore voglioso di avventure e di prove iniziatiche.
    Boimare non è affatto stupido.
    E' uno psicologo clinico specializzato in pedagogia, e insegna a ragazzi difficilissimi (quelli con «rifiuto totale») da trent'anni. Il suo ritardo culturale non è suo, ma della pedagogia egemone, illuminista e «progressista», che ha cancellato le fiabe.
    No, non è affatto sciocco Boimare.
    Tant'è vero che ha ripensato da capo e rigettato quella pedagogia che mantiene selvaggi i selvaggi, limitandosi a dotarli di telefonino.
    «Sarebbe tempo di ammettere - dice - che i rimedi cognitivi più sofisticati non danno risultati con quel genere di scolari». Perché?
    «Perché il problema è altrove. Quando un ragazzo intelligente rifiuta totalmente di entrare nell'apprendimento della lettura e del calcolo, vuol dire che è riuscito a mettere in atto, a sua insaputa, delle strategie per non affrontare la situazione…E' come se l'allievo in stato di fallimento massiccio non potesse trovare il suo equilibrio personale che evitando di pensare».



    La fiaba supera questo blocco.
    Dice al ragazzo: non pensare, ascolta. Ecco il racconto, l'antica storia di Pollicino o di Edipo. Basta ascoltarla.
    Non occorre capirla.
    E' bella in sé.
    Invece, dice Boimare, «Dal momento esatto in cui si mette il ragazzo di fronte alle costrizioni connesse al funzionamento intellettuale, egli si blocca, perché vede risvegliarsi in questa situazione di apprendimento i suoi timori arcaici, forse legati alle sue prime esperienze educative, che non è mai riuscito a superare».
    Ma quali sarebbero questi arcaici terrori, domanda scettico il giornalista di Le Monde, ovviamente razionalista.
    Boimare spiega: nell'infanzia, il bambino ha appreso tantissimo vedendo e ascoltando, senza far ricorso alle facoltà di ragionamento intellettuale.
    I ragazzi difficili in particolare possono aver sviluppato «eccellenti capacità di associazione immediata» (non hanno appreso così, i bambini della foresta amazzonica, a diventare buoni cacciatori, seguendo il padre cacciatore e vedendo come riconosce le tracce e i segni della preda, di cui sa dire il nome e il carattere?); il guaio è che queste capacità «eccellenti» ma selvagge le usano anche a scuola, «con un solo scopo: 'bruciare' il tempo di sospensione che comporta il lavoro del pensiero».
    Infatti quesi ragazzi sono i noti «iper-attivi», sempre in movimento, nel «passaggio all'atto», che nelle scuole USA vengono imbottiti di tranquillanti e sedativi.
    Invece, avrebbero bisogno di fiabe.



    La fiaba insegnerebbe loro a bassa voce: non chiederti «come va a finire».
    Come va a finire, lo sai: «…E vissero felici e contenti».
    Ma il bello della antica storia non è la sua fine: è il suo indugio, il suo percorso lento e tortuoso come un fiume, le sue anse dietro a cui può esserci il drago o la principessa, il cavallino parlante che ti aiuterà o l'orco che ti getta nel pentolone… la storia è così bella in sé, che tu «non vuoi» che finisca. Vuoi che essa indugi, che tardi a concludersi.
    E' così bella, che persino tu fai finta di non sapere «come va a finire».
    E così impari a sospendere la domanda: che cosa c'è di vero?
    E' tutta inventata la storia?
    Ci sarà tempo per scoprirlo.
    Per adesso, ascolta l'antica storia.
    Questi bambini che vogliono «bruciare» le tappe usando le arcaiche associazioni che hanno imparato da selvaggi, e che non valgono più, dice Boimare, «Non hanno appreso a ripiegarsi nel loro mondo interiore, sia perchè non hanno ricevuto da piccoli la sicurezza affettiva di cui avevano bisogno (2), sia perché non gli è stato insegnato a gestire la frustrazione. E per questo mancano di certe competenze psichiche: la stima di sé, e la capacità di differire i desiderio nel tempo, di sopportare le loro mancanze».



    Eh sì. Il mondo interiore è ciò che distingue l'uomo ad ogni altro animale; basta osservare le scimmie nella gabbia dello zoo per capire che esse scrutano costantemente, tese fino allo spasimo, «il mondo esterno»: ogni piccolo movimento, il crocchio di un sacchetto di noccioline, la banana in mano di un bambino le rende iper-attive; guardano spiritate, lanciano urli saltando, incontenibili.
    Sono letteralmente «fuori di sé», assorbite dall'esterno che urta i loro sensi eccitati.
    Ma il mondo interiore non è meno doloroso.
    Anzi, da lì vengono tutti i nostri arcaici terrori.
    Lì compaiono quelle creature che pongono le domande cui si vorrebbe sfuggire: perché anch'io morirò?
    Che senso ha tutto questo?
    Perché il dolore mi ha colpito?
    Non c'è scampo a tutto questo?
    Il mondo interiore è la scoperta della propria radicale solitudine.
    Ma esplorarlo è compito proprio dell'uomo, e le fiabe sono le guide primarie in questa foresta primordiale.
    Insegnano a vincere gli orchi e le streghe che ci attendono alle svolte inevitabili della vita umana.
    E danno speranza: anche tu, sartorello che ti vanti di aver ammazzato sette mosche, puoi vincere il drago e conquistare la principessa dormiente che, in giorni lontanissimi, era chiamata Psiche.
    Può esseri accanto il gatto con gli stivali: questa inquietante creatura che, in un'altra e più arcaica metamorfosi, accompagnò Tobia figlio di Tobi a chiedere il suo, e si chiamava Rafael.
    Questo Rafel aveva infatti gli stivali delle sette leghe, perché con lui accanto Tobia fece a piedi in due giorni la strada da Rage ad Ectbatana, che sono almeno 300 chilometri; e quando il demone ammazza-mariti uscì da Sara, mentre Tobia godeva la prima notte con la sposa, quell'essere inseguì il demone fino in Egitto e lo legò con catene.
    Una creatura magica, che indicò a Tobia come catturare il pesce con il cui fiele, cuore e fegato si può guarire un cieco e cacciare un demonio assassino.
    E' una vecchia fiaba, narrata molte volte, in molti modi diversi, eppure sempre uguale.
    Inutile dirsi che è inverosimile.
    Quel pesce risanatore inverosimile divenne «vero» molti secoli dopo, quando i suoi seguaci si riconobbero fra loro col segno del Pesce, Ichtyos.
    Lo videro ridare la vista ai ciechi e cacciare i demoni, e videro il suo cuore spaccato.
    Ma per il bambino sono favole, inutile chiedersi subito se sono vere, se il desiderio verrà esaudito.
    Per ora, basta sapere che il Mago, che si chiamava Merlino e in tempi molto più primordiali si chiamò Wotan, anzi Ouranos (3), si fa elusivo e invisibile, sembra che non ci sia - e alla fine l'eroe della fiaba scopre che gli è stato sempre accanto, gli ha segnato la strada, l'ha soccorso e sostenuto in ogni istante.
    Questo raccontano le fiabe.



    Ognuno decida da sé, negli anni, se esse sono false o vere: ti lasciano libero, mentre ti introducono al mondo interiore - in cui vivrai come uomo - e ai suoi terrori.
    Ma la pedagogie illuminista non vuole.
    Vuole che il bambino stia assolutamente nella »realtà» e non ne sfugga, che non sogni; che diventi un «cittadino» e magari un agente di Borsa, uomo coi piedi per terra, che non spera mai nell'aiuto del mago.
    Così vogliono i nostri bambini, i pedagogisti.
    A costo di farne degli iper-attivi che che si bloccano nel pensare, dei malati.
    Io sospetto che i padri della pedagogia illuminista lo sapessero benissimo, ma abbiano lo stesso vietato le fiabe per il motivo intuibile: per impedire ai bambini anche solo di ipotizzare Rafael con gli stivali delle sette leghe, anche solo di sentir parlare del mago sempre invisibile ma che, forse, ti sta segnando la strada.
    In fondo, nessuno è realista e secolarizzato come le scimmie dello zoo: ma quale mago, date qui le noccioline!
    Arraffa la banana! Tutte le banane! A quanto le banane oggi? 3 mila noccioline a me! No a me, ottomila!
    Subito! Con gesti spiritati, con urla, saltellando, pisciandosi addosso per l'eccitazione… esattamente come i broker a Wall Street, come i padroni del vapore, come i furbetti del quartierino, come i politici nello zoo parlamentare.
    Gente coi piedi per terra.
    Che non crede a nessuna favola.

    Maurizio Blondet




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note:
    1) Catherine Vincent, «Les enfants en échec scolaire massif doivent retrouver la liberté de penser», Le Monde, 1 dicembre 2004.
    2) Incredibilmente, la pedagogia illuminista (almeno in Francia) «raccomanda ai giovani insegnanti, durante la loro formazione, di evitare le relazioni affettive con i loro scolari. Mentre la stessa neurologia dice che se un bambino non è coinvolto affettivamente non è in grado di apprendere nulla» (Boris Cyrulnik, neuropsichiatra, Le Monde citato).
    3) «Ouranos» in greco è il cielo stellato: parola antichissima, che in sanscrito suona Varuna (Uaruna), l'Onnisciente, il primo e più alto dio. Dice il Rig-Veda: «Ogni cosa che esiste nel cielo e nella terra, o anche oltre il cielo, sta aperto davanti agli occhi di Varuna il re. Egli conta le occhiate segrete di ogni occhio mortale (i desideri occulti). Quando il giocatore tira il suo dado, è Lui che regge il gioco sulla scacchiera universale. Quei lacci annodati che tu lanci per legare il malvagio, o Dio! Che catturino tutti i mentitori, ma che risparmino tutti i veritieri». Varuna abita in una reggia che ha migliaia di porte - le stelle - sì da essere sempre accessibile agli uomini. Conosce tutto ciò che si agita nel cuore di ogni uomo. Egli è superiore a tutti gli altri dei, il sovrano regolatore dell'universo: sue sono le leggi che regolano l'universo, e sono fisse per sempre. In un altro mito, d'altra cultura, è chiamato l'Antico dei Giorni. L'allusione vedica ai lacci di Varuna richiama l'arma di Merlino, che è la rete: la magica rete annodata di stelle di cui il Mago celtico ha avvolto il mondo e tutti gli uomini, di cui conosce i pensieri. Merlino può cambiare forma a piacere, apparendo sotto le più insolite spoglie. Merlino è il bardo, racconta favole antiche.




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    sì, conosco la sua storia, per quello le chiedevo.
    Mi interessava sapere se in quest'altro caso si sente più "dalla parte" della docente o del preside...
    Ovviamente del preside: c'è un'infinità di pessimi insegnanti cui nessuno torce un capello e che fanno danni inenerrabili.

 

 

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