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Discussione: Referendum 1946

  1. #11
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    Monarchia, senza dubbio monarchia.
    Più un governo Parri con Togliatti al MAE, ma Monarchia e ben salda.
    «Non ti fidar di me se il cuor ti manca».

    Identità; Comunità; Partecipazione.

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    Sempre monarchia!!!

    NOI SIAMO LA VERA ITALIA !
    RICOSTRUIAMO LA NOSTRA PATRIA !

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    REFERENDUM


    INVALIDITA' DEL REFERENDUM ISTITUZIONALE DEL 2-3 GIUGNO 1946
    da “Il Re dall’esilio” di falcone Lucifero

    Nel suo messaggio ai giovani, il 4 ottobre 19641, il Re Umberto II ha ripetuto quanto più volte aveva dichiarato e quanto é ferma convinzione di tutti i monarchici italiani. E cioè " che questo regime, estraneo alle tradizioni nazionali, nacque - anche se fossero esatti i dati forniti dal governo d'allora - dalla più esigua delle maggioranze e in un momento di generale gravissimo turbamento degli spiriti. Mentre furono esclusi dal voto centinaia di migliaia di prigionieri, innumerevoli profughi e le intere popolazioni dell'intangibile provincia di Bolzano e del sacro territorio di Trieste ".
    Aggiunge il Re: " Tutto questo si cerca invano di far dimenticare con la congiura del silenzio, ugualmente mantenuta da certa stampa e dagli organi di informandone al servizio del regime, e non è a sperare che si dia atto della immutata fede monarchica di tanta parte degli italiani ".
    Appare perciò storicamente utile e politicamente rilevante pubblicare alcune documentazioni e deduzioni che dimostrano inoppugnabilmente com'è nata la repubblica italiana2.

    1 Vedi Parte I, pag. 63 a 66.
    2 Per più ampia trattazione Vedi: Ezio Saint, Storia Segreta di Un mese di Regno, Roma, Sestante, 1948; Mario Viana, La monarchia e il fascismo, L'Arnia, Roma, 1951; Nino Bolla, Il segreto dei due Re, Rizzoli, Milano, 1951; Luigi Cavicchioli, Il referendum che esiliò i Savoia, Milano, Rizzoli, 1953; Niccolò Rodolico e Vittorio Prunas-Tola, Libro azzurro sul referendum 1946, Torino, Superga, 1953; Giuseppe Romita, Dalla monarchia alla repubblica, Pisa, Nistri-Lischi 1959; Giovanni Artieri, Il Re, Milano, ediz. del «Borghese», 1959; Luigi Barzini jr., La verità sul referendum, in « Il Corriere della Sera», dal 1° al 9 gennaio 196o; Carlo Antonio del Papa, La repubblica nasce nel sangue, Napoli, Editrice «Tribuna Politica», 1968.


    SOMMARIO


    I - Violazione della tregua istituzionale – Condizioni dell'ordine pubblico nel periodo precedente al referendum istituzionale.
    II - L'ordine pubblico nel racconto di diversi scrittori dell'epoca.
    III - Atmosfera di intimidazione.
    IV -"La repubblica o il caos".
    V - La scheda per il referendum.
    VI - Duplicazioni di certificati elettorali.
    VII - Romita, ministro degli Interni, si serve di formazioni partigiane armate.
    VIII -" L'apparente tranquillità" delle votazioni del 2-3 giugno 1946.
    IX - 2.266.043 italiani furono esclusi dal voto.
    X - L'eventuale maggioranza repubblicana fu di soli 244.451 voti.
    XI - Romita manovra le elezioni amministrative.
    XII - Nel referendum Romita tiene segreti i risultati di 34.l12 sezioni - De Gasperi non credeva nella vittoria della repubblica.
    XIII - L'elevato numero di schede nulle (1.509.735) – Schede nulle distrutte arbitrariamente e non allegate ai verbali - Verbali scritti à lapis - Solo cinque su ventidue Corti di Appello inviarono alla Corte suprema di Cassazione i plichi con le schede annullate. Innumerevoli ricorsi, contestazioni, proteste e reclami.
    XIV - Il governo, parte in causa, pretende di essere garante della regolarità del referendum.
    XV - Colpo di stato.
    XVI - Sovranità popolare e forma istituzionale dello stato. Si impone un nuovo referendum.


    I
    VIOLAZIONE DELLA TREGUA ISTITUZIONALE - CONDIZIONI DELL'ORDINE PUBBLICO NEL PERIODO PRECEDENTE AL REFERENDUM ISTITUZIONALE


    Il referendum, tipica manifestazione democratica, deve svolgersi, ovviamente, in condizioni di perfetta normalità dell'ordine pubblico.
    Deve essere possibile ad ogni cittadino di propagandare liberamente le proprie idee e di potere poi liberamente esprimere il proprio voto.
    Queste condizioni non si verificarono in Italia prima e durante il referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946.
    Nel giugno 1944, allorché tra il Luogotenente Generale del Re, il Comitato di liberazione nazionale e la Commissione alleata di controllo si era convenuto che il problema istituzionale sarebbe stato deciso dal popolo italiano, si concordò anche una tregua istituzionale. Questa era la condizione essenziale, riconosciuta concordemente, perché la decisione del popolo italiano potesse essere presa in piena libertà.
    Invece, quasi tutti i ministri, che rappresentavano i partiti dei Comitati di liberazione e che si succedettero nei quattro ministeri dal giugno 1944 al giugno 1946, lottarono apertamente, accanitamente e spesso faziosamente contro la monarchia e personalmente contro il Luogotenente Generale del Re. L'ammiraglio Ellery W. Stone, presidente della Commissione alleata di controllo in Roma, precisa: " Non si può negare che il governo, al quale spettava di preparare le votazioni, era formato nella sua maggioranza di elementi repubblicani e che fra i componenti del gabinetto il più acceso era il ministro degli Interni Romita1".
    La lotta contro la monarchia da parte di taluni gruppi organizzati si accentuò dopo il 25 aprile 1945, quando sopraggiunse, col Comitato di liberazione nazionale dell'alta Italia, quello che Pietro Nenni chiamò il " vento del nord ".
    Artificiosamente si cercò di sollevare il popolo contro l'allora Principe Umberto, utilizzando a tal uopo tutta l'organizzazione dei partigiani, della quale avevano pur fatto parte tanti elementi anche monarchici, ma che erano dominati e guidati da capi comunisti, impostisi ovunque. Con la liberazione del nord essi reclamarono in molte località le cariche di prefetti e di questori e le utilizzarono ai loro scopi.
    Si noti il seguente caso. Nella città di Bologna, appena liberata, si recò subito il Luogotenente Generale del Re e fu accolto dall'entusiasmo delirante della folla ammassata in piazza Vittorio Emanuele II (oggi piazza Maggiore). Il Principe venne da tutti festeggiato e salutato, senza un gesto, uno solo, irriverente o ostile.
    Ebbene, dopo pochi giorni, i dirigenti comunisti che assunsero la direzione della lotta politica della città, riuscirono a fare apparire Bologna del tutto mutata e ostile. Sostanzialmente non era così, ma il sistema del terrore e l'esempio di quanto era accaduto inducevano i non scalmanati a rimanere nell'ombra ed a nascondere i propri sentimenti per timore della vita stessa.
    L'esempio di Bologna fu imitato in tutta l'Italia del nord, dominata dai gruppi antimonarchici prevalenti nei Comitati di liberazione. All'incubo dei quali si deve se, nelle visite del Capo dello stato a Torino e a Milano, quei prefetti del Regno non si recarono a riceverlo e a salutarlo. A Torino era prefetto il socialista Passoni, cognato di Romita; a Milano il partigiano Troilo, che pur si era recato al Quirinale ad ossequiare il Luogotenente, quando era sceso con i suoi partigiani dalle montagne dell'Abruzzo ormai liberato.
    " Il clima politico era repubblicano. Il governo era repubblicano. Il, ministro del Interni (Romita) faceva comizi repubblicani... Repubblicani erano in gran parte i nuovi personaggi e i nuovi gruppi politici usciti dalla Resistenza, che facevano il bello e il cattivo tempo nelle provincie2".
    Ben si comprende come in questa situazione non fosse possibile, e non fu consentita, nessuna propaganda monarchica, prima del referendum, in gran parte dell'Italia centrale e settentrionale.
    A Roma stessa si poté fare la prima manifestazione monarchica solo il 5 maggio 1946. L'adunata era stata convocata sul Palatino per timore di rappresaglie comuniste. Essa riuscì così imponente da indurre gli avversari a non provocare questa volta i monarchici, che scesero con un interminabile corteo lungo la via dei Fori Imperiali, deposero una corona di alloro all'Altare della Patria e si recarono a Palazzo Reale inneggiando al Luogotenente e alla Famiglia Reale, che tutta apparve al balcone tra l'entusiasmo della folla.
    Ma a Firenze, il 24 maggio 1946, pochi giorni cioè prima del referendum, una turba di violenti assalì un ordinato corteo monarchico e bruciò le bandiere, senza che la polizia intervenisse a proteggere quei liberi cittadini che democraticamente manifestavano la loro fede e la loro opinione politica favorevole alla monarchia.
    La stampa dell'epoca rispecchia quell'atmosfera di intimidazione e di violenza, di cui d'altra parte il triste ricordo è vivo negli italiani che non possono dimenticare. E ci piace di riportare le parole che in proposito disse ben chiaramente il deputato on. Antonino Cuttitta nella Camera dei Deputati: "... istituzioni repubblicane, nate in un clima torbido di violenze e di brogli elettorali, mentre centinaia di migliaia di cittadini erano ancora lontani dalla Patria3".

    1 Luigi Romersa e Bonaventura Caloro, Finalmente parlano gli alleati: così cadde la monarchia italiana, in « Il Tempo illustrato », n. 29, 16 luglio 1960, pag. 33.
    2 Luigi Barzini jr., La verità sul referendum, in « Il Corriere della Sera », 7 gennaio1960.
    3 Camera dei Deputati, Resoconto sommario, venerdì 16 ottobre 1964, pag. 216.


    II
    L'ORDINE PUBBLICO NEL RACCONTO DI DIVERSI SCRITTORI DELL'EPOCA


    Questa atmosfera corrusca di violenze e di soprusi è ampiamente documentata dalla stampa dell'epoca (che ciascuno può consultare nelle emeroteche della Biblioteca Nazionale di Roma e in quella di Firenze).
    Anche gli autori che si sono interessati della storia di quegli eventi ne parlano diffusamente negli scritti che abbiamo indicato come i più espressivi della situazione dell'epoca e dello svolgimento del referendum istituzionale. Qui vogliamo riportare soltanto alcuni giudizi:
    Luigi Cavicchioli afferma: " In tutta l'Emilia e la Toscana non furono tenuti comizi monarchici perché qualunque oratore avesse osato pronunciare una parola in favore del Re avrebbe corso il rischio di essere linciato1 ". E più oltre: " Dove le forze monarchiche avrebbero potuto far fronte alle violenze dei socialcomunisti, cioè a Roma e al sud, vigilava la polizia ausiliaria, composta in buona parte da partigiani del nord, comunisti fanatici, i quali, spesso, interrompevano i comizi monarchici e malmenavano gli ascoltatori... Un giorno, a Roma, il ministro Romita fece sequestrare ottomila opuscoli di propaganda monarchica compilati nel più corretto e democratico dei modi 2 ".
    Lo stesso ministro degli Interni Romita nel suo volume in cui si vanta della " paternità della repubblica » 3, dice: "... in febbraio (1946) presentai una proposta di provvedimento legislativo per il reclutamento di quindicimila uomini, fra ufficiali e agenti ausiliari scelti tra i partigiani 4... " Renzo Trionfera precisa che nella " pubblica sicurezza erano stati immessi decine di migliaia di ausiliari, provenienti tutti da formazioni partigiane di estrema sinistra 5 ".
    Pochi giorni prima del referendum, alla fine del maggio 1946, durante un comizio a Frascati, il comunista Scoccimarro, ministro delle finanze in carica, affermò: ". Nessuno in Italia potrebbe impedire la rivoluzione, nel caso che il referendum fosse favorevole alla monarchia 6 ". E il comunista Emilio Sereni, membro della Consulta, e poi senatore e deputato, disse in un suo discorso all'assemblea : " Se per lontana ipotesi la monarchia dovesse prevalere per scarsa maggioranza, si avrebbe la guerra civile 7... ".
    " Palmiro Togliatti - scrive Renzo Trionfera - in attesa del vento del nord, scatenava la piazza contro il governo di cui era membro, facendo agitare dai dimostranti cartelli con le scritte: 'A morte Umberto'; 'A morte il criminale di guerra Taddeo Orlando'. E il criminale di guerra era il comandante generale dei carabinieri 8 ".
    Il Cavicchioli commenta: " Questo era stato lo spirito della propaganda repubblicana dei socialcomunisti in tutte le piazze dell'Italia settentrionale. E questo è il primo indiscutibile motivo che infirma la validità del referendum.
    Molti elettori al nord subirono la violenza, si rassegnarono a votare per la repubblica, proprio per non correre rischi, per impedire le nuove stragi che i comunisti promettevano in caso di vittoria monarchica 9".
    E non basta. Racconta Luigi Barzini jr., nel suo ricordato studio La verità sul referendum: " Organizzazioni armate terrorizzavano intere regioni 10 ". E più oltre precisa : " Intere zone del settentrione erano minacciate da formazioni armate clandestine, che, in verità, volevano instaurare un regime totalitario marxista, ma che, per il momento, si accotentavano di una repubblica democratica 11 ".
    E Vincenzo Caputo: " Mentre i repubblicani potevano liberamente e senza correre alcun rischio condurre la propria campagna propagandistica e abbandonarsi perfino a ogni sorta di abusi e di violenze, i monarchici erano costretti, si può dire, a conservare nell'intimo dell'anima il sentimento della fedeltà al Re, non potendo contribuire alla campagna senza il pericolo di rimanere vittime delle peggiori sopraffazioni 12 ".
    Luigi Romersa e Bonaventura Caloro, nella citata inchiesta dal titolo Finalmente parlano gli alleati: così cadde la monarchia italiana, precisano : " Con queste parole, Herbert Matthews (del New York Times) fece il punto della situazione italiana...: 'La mia impressione.., era che il fascismo non fosse morto. Riviveva, anzi, nelle sue forme peggiori, con altri uomini, con camicie di differente colore e con altre etichette politiche13'. Questa dichiarazione del Matthews conferma quanto egli aveva già scritto nel suo volume I frutti del fascismo, essere cioè " il fascismo il pericolo numero uno della vita italiana "; intendendo per la parola fascismo la mentalità totalitaria e violenta, subito invalsa e fatta propria da alcuni movimenti politici succeduti al fascismo di Mussolini.
    Dice in proposito Giovanni Artieri nella indicata sua opera: " Cos'era, se non fascismo rosso l'affermazione del Lussu: 'Se io fossi ministro degli Interni, il movimento dell'uomo qualunque non vivrebbe più di tre giorni?'; cos'era se non attivismo totalitario quel promuovere, all'annunciarsi della crisi Parri, cortei, una catena di violenze, manifestazioni, bombe e conflitti in tutta Italia 14? ".
    Molti di noi ben ricordano la triste e vergognosa atmosfera del linciaggio di Donato Carretta 15, di piazzale Loreto, del triangolo della morte in Emilia; atmosfera che culminerà nella caduta della monarchia e nell'invio alla Camera dei deputati di Walter Audisio, come nel 1919 l'atmosfera di allora aveva inviato alla Camera il disertore Misiano.
    E che questa dolorosa, ma significativa descrizione dell'atmosfera in cui si preparò e si svolse il referendum, non sia frutto o deformazione provocata da sentimento passionale, lo dimostrano le parole del giornalista americano Herbert Matthews, sopra riportate; tanto più gravi, in quanto egli aveva guardato con simpatia prima alla rivoluzione in Spagna e poi alla caduta del fascismo.
    Lo stesso signor David Key, che, quale incaricato di affari, sostituì nel marzo 1946 l'ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, Alexander Kirk, dice: " Roma viveva giornate agitate, c'era una gran confusione di lingue e di idee... Nel nord c'era aria di rivoluzione 16 ... ".

    1 Luigi Cavicchioli, Il referendum che esiliò i Savoia, Milano, Rizzoli, 1953: pag. 20.
    2 Cavicchioli, op. cit., p. 20; vedi anche Saini, op. cit., p. 83.
    3 Giuseppe Romita, Dalla monarchia alla repubblica, Pisa, Nistri-Lischi, 1959, p. 37. Di questo volume del Romita, Corrado Pecci dice che fu « probabilmente messo insieme e rimanipolato malamente dal figliolo del Romita... » (in « La Repubblica, il valzer e il referendum », art. su « Il Borghese », 11 febbraio 1960).
    4 Romita, op. cit., pag. 43.
    5 Renzo Trionfera, Messaggio Segreto, in « L’Europeo », n. 50, 13 dicembre1950.
    6 Cavicchioli, op. cit., pag. 22.
    7 Cavicchioli, op. cit., pag. 22.
    8 'l'rionfera, art. cit.
    9 Cavicchioli, op. cit., pag. 22.
    10 Barzini, artt. cit., ivi, 2 gennaio 1960.
    11 Barzini, artt, cit., ivi, 7 gmnaio 1960.
    12 Vincenzo Caputo, Repubblica e referetldum, AIilano, Castaldi edit., 1959, pag. 18.
    13 Romersa e Caloro, art. cit., ivi, n. 27, 2 luglio 1960.
    14 Giovanni Artieri, Il Re, Milano, ediz. del Borghese, 1959, pag. 318.
    15 Artieri, op, cit., pag. 240 e segg.
    16 Romersa e Caloro, art. cit., in « Il Tempo illustrato», n. 28, 9 luglio 1960, pag. 40. .


    III
    ATMOSFERA DI INTIMIDAZIONE


    L'atmosfera di intimidazione, di sopruso e di impunità era tale che, per esempio, a Genova, a Milano, a Venezia si organizzarono apertamente, senza che il governo e le forze di polizia vi si opponessero, manifestazioni ostili al Re che si era recato in quelle città nell'immediata vigilia del referendum.
    Malgrado ciò, " il viaggio di Umberto, devo riconoscerlo, " - dice l'incaricato di affari degli Stati Uniti a Roma, signor David Key - " fu un successo1 ".
    Ciò perché i monarchici erano numerosissimi, erano i più. Ma essi venivano terrorizzati da pochi violenti. Le formazioni partigiane armate - ancora esistenti e presenti, come da esplicita ammissione del ministro degli Interni Romita (ammissione di cui parleremo in modo particolare al successivo capitolo VII), pur essendo minoranze, continuavano a intimidire le popolazioni, già atterrite dalle esecuzioni sommarie, dai sequestri di persone, dalle violenze, dalle minacce. E raggiungevano il loro scopo, quello di evitare che i monarchici, anche se numerosi, anche se i più, ma inermi e non protetti dalle autorità governative2, potessero manifestare e propagandare la propria fede, prima del referendum.
    E per le stesse intimidazioni, costoro erano indotti a non votare per la monarchia se non volevano far precipitare il paese nel " caos ", minacciato in caso di vittoria del Re.
    Lo stesso " padre della repubblica " (Romita) dice candidamente nelle ricordate sue memorie: " Un rinvio (del referendum) anche soltanto di sei mesi avrebbe potuto essere fatale per la causa repubblicana3 ".
    A Roma stessa, quando il Capo dello stato, il Re Umberto II, si recò la mattina del 3 giugno 1946 ad una sezione elettorale di via Lovanio, per votare, il presidente della sezione contigua uscì sulla porta e si mise a urlare contro il Re, perché la folla che lo aveva riconosciuto lo applaudiva4. Dissero che quell'energumeno era un comunista. Di certo, era uno dei fondatori dell'attuale repubblica.
    Tale, obiettivamente, l'atmosfera in cui si preparò e poi si svolse il 2-3 giugno 1946 il referendum istituzionale.

    1 Romersa e Caloro, art. cit., in « Il Tempo illustrato», n. 28, 9 luglio 1960, pag. 35. Lo stesso incaricato d'affari sig. Key dichiarò: « Se io avessi dovuto scommettere.., avrei scommesso per Umberto... » (ivi).
    2 Vedi il capitolo VII di questo studio: « Romita, ministro degli Interni si serve di formazioni partigiane arnJate ».
    3 Romita, op. cit., pag, il.
    4 Cavicchioli, op. cit., pag. 22.


    IV
    « LA REPUBBLICA O IL CAOS »


    Vogliamo aggiungere qualche altra edificante precisazione. Gli uomini politici, che capeggiavano questi facinorosi, non erano meno violenti nei loro discorsi e nei loro scritti. Alessandro Pertini, membro della Consulta e poi della Costituente, quindi deputato al parlamento per il P.S.I., presidente della Camera dei deputati e oggi presidente della repubblica, chiedeva la fucilazione del Luogotenente Generale del Regno1. Pietro Nenni, dal 21 giugno 1945 ministro per la Costituente nel gabinetto Parri e vicepresidente del consiglio anche nel gabinetto De Gasperi, cioè fino al referendum istituzionale, era incendiario nei suoi scritti sull'Avanti! e andava urlando : " La repubblica o il caos2".
    La capacità intimidatoria di questo antidemocratico slogan nenniano era particolarmente perfida e suggestiva. Pietro Nenni sapeva e sa che i monarchici, a cominciare dal Re, sono cittadini che antepongono a tutto la Patria e quindi temevano e non volevano il caos che, dopo già tanti lutti e distruzioni materiali e morali, per loro significava la rovina dell'Italia. Quindi la minaccia del caos, fatta, ripetuta, conclamata dal vicepresidente del consiglio in carica, dall"uomo politico preposto alla preparazione della Costituente, dal tribuno facondo, in quella atmosfera di intimidazione e di violenza, fu purtroppo idonea a impressionare i monarchici e raggiunse il suo effetto schiettamente antidemocratico.
    L'ammiraglio Ellery W. Stone, capo della commissione alleata di controllo, così parla del Nenni : " Nenni era il più agitato di tutti: sulle piazze annunciava la fine del mondo, se il Re non se ne fosse andato dal Quirinale3 ". Ed è bene ricordare e tener presente, per la evidente antitesi con la impostazione intimidatoria e antidemocratica del Nenni e consoci fondatori della repubblica, l'impostazione libera e democratica della battaglia istituzionale di tutti i sostenitori della monarchia, sintetizzata da Falcone Lucifero, ministro della Real Casa, nella frase : " La monarchia o la repubblica secondo quello che sarà la volontà del popolo italiano, liberamente espressa ".

    1 Artieri, Il Re cit., pag. 382; Falcone Lucifero, Il pensiero e l'azione del Re Umberto dall'esilio, Appendice, 2da ediz., Rizzoli ed., Milano, 1966, pag. 162.
    2 Saini, op. cit., p. 82-85; Romita, op. cit., p. 109; Enzo Biagi, La nascita della repubblica italiana, in « L'Europeo », n. 16, aprile 1963; Luigi Barzini jr., art. cit., in « Il Corriere della Sera », 9 gennaio 1960; Giovanni Artieri, nella citata sua opera ricorda che Pietro Nenni « aveva fondato nel 1919 il fascio di combattimento di Bologna » e che « il 28 aprile del 1919 aveva solennemente e in camicia nera, "consegnato un gagliardetto di seta intessuto da donna Carmela Nenni all'Associazione degli Arditi" con rito fascista », p. 315.
    Lo stesso Nenni, dopo la caduta del fascismo, divenne « alto commissario per l'epurazione » e poi vicepresidente del Consiglio dei ministri.
    3 Romersa e Caloro, art, cit., in «II Tempo illustrato», n. 24, 11 giugno 1960.


    V
    LA SCHEDA PER IL REFERENDUM


    Perfino sulla scheda per il referendum istituzionale, che doveva contenere due chiari simboli, che indicassero e opponessero le due scelte, vi furono discussioni, proposte e controproposte, ma si volle alla fine imporre una scheda che potesse confondere l'elettore. Per simbolo della repubblica fu scelta la testa dell'Italia con la corona turrita. Così accadde che molti " specie nelle campagne, avevano creduto che la donna con la corona turrita, raffigurante la repubblica, rappresentasse invece la monarchia; i più semplici avevano pensato alla testa della Regina! Anche i giornali inglesi avevano constatato la stranezza delle schede, notando che quella complicata simbologia, da cui era bandita la parola, avrebbe favorito confusioni, incertezze e imbrogli. Per aiutare gli analfabeti, si finì col mettere in difficoltà coloro che sapevano leggere1! ".
    A questo proposito lo stesso Saini racconta: " Lo scrittore Alberto Moravia, uno dei firmatari del cosiddetto 'manifesto degli intellettuali per la repubblica', sentendo riferire questi accidenti, sentenziò nel tono saputo che gli è consueto : 'Divertente. I monarchici si sono fatti battere con le loro stesse mani, vittime della loro ignoranza2 ”.
    Per uno scrittore impegnato di sinistra non ci pare lodevole questo disprezzo verso gli umili.

    l Saini, op. cit., pagg. 94 e 95.
    2 Saini, op. cit., pag. 95, nota 59.


    VI
    DUPLICAZIONI DI CERTIFICATI ELETTORALI


    E che dire delle irregolarità dei registri elettorali?
    Per esempio, i casi di duplicazione, di elettori cioè iscritti due e talora anche tre volte nei registri ed assegnati a diverse sezioni elettorali (cosa che consentiva quindi di poter votare più volte), furono innumerevoli.
    Tutti sanno e ricordano queste cose. Comunque, vogliamo citare un caso limite.
    Il Re Vittorio Emanuele e la Regina Elena, già in esilio volontario in Egitto fin dal 9 maggio, avevano ricevuto ugualmente le schede elettorali. Non solo. Ma le avevano ricevute due volte e ogni volta per una sezione diversa.
    Tanto che il ministro della Real Casa, Falcone Lucifero, con sua lettera n. 27389 del 31 maggio 1946 aveva così scritto al sindaco di Roma: " Sono qui pervenuti con la sua nota in data 28 maggio n. 21776 i due certificati elettorali intestati a S. M, Vittorio Emanuele III e S. M, la Regina Elena, rispettivamente assegnati alle sezioni n. 365 e n. 3591.
    " Al riguardo è necessario rilevare che già in precedenza erano pervenuti due altri certificati elettorali intestati alle stesse Persone con rispettiva assegnazione alle sezioni n. 873 e n. 172 ".
    Se questo era avvenuto per persone note come i Sovrani in esilio, è facile immaginare cosa avvenne in tanti altri casi.

    1 Nelle illustrazioni di questo volume pubblichiamo i dl certificati elettorali.


    VII
    ROMITA, MINISTRO DEGLI INTERNI, SI SERVE DI FORMAZIONI PARTIGIANE ARMATE


    Frattanto, il ministro degli Interni del Regno d'Italia, Giuseppe Romita, tramava con le forze partigiane antimonarchiche. In una intervista concessa al giornale socialista Sempre avanti!, nel novembre 1947, il Romita si vanta: " Nel maggio 1946 (cioè pochi giorni prima del referendum) io mi recai ad Alessandria ed a Genova per tenere una conferenza. Ma devo confessare ora di avere compiuto quel viaggio soprattutto e realmente per un motivo di cui pochissime persone furono a conoscenza allora. Il pretesto della conferenza doveva consentire al mio viaggio verso il nord di svolgersi senza suscitare sospetti. Il fatto è che io avevo bisogno di conferire con il compagno Battisti, comandante per il Piemonte della brigata Matteotti e con altri comandanti partigiani. Chiesi loro l'affidamento che qualunque cosa fosse accaduta essi non si sarebbero mossi;... avrebbero mantenuto intatte le loro forze per affluire là dove io avessi disposto, non appena giunto il mio ordine1... ".
    Il racconto non ha bisogno di commenti. Spiega bene con quale mentalità e con quali propositi il ministro degli Interni preparava il referendum istituzionale e c'è l'ammissione esplicita del Romita dell'esistenza di brigate e di comandanti partigiani.
    E Barzini : " ... le sole bande armate esistenti erano comuniste, in quell'anno... 2 ". E più oltre: " Il paese era in rovina, senza comunicazioni, senza forze dell'ordine sufficienti, senza servizi essenziali. L'osservanza della legge era precaria3 ".

    1 Cavicchioli, op. cit., pagg. 20 e 21.
    2 Barzini, artt. cit., ivi, 5 gennaio 1960.
    3 Barzini, artt. cit., ivi, 7 gennaio 1960.


    VIII
    « L'APPARENTE TRANQUILLITA'» DELLE VOTAZIONI DEL 2-3 GIUGNO 1946


    L'atmosfera dei due giorni di votazione, 2-3 giugno 1946, fu ovviamente la stessa che abbiamo fin qui descritta.
    I ricorsi alla commissione alleata di controllo e alla Suprema Corte di Cassazione piovvero a migliaia da coloro che poterono e osarono. Molti, moltissimi, in quelle zone dominate dal " terrore rosso ", ove vigilavano partigiani armati a disposizione del ministro degli Interni Romita, non poterono e non osarono.
    " Oltre i reclami, le proteste e le contestazioni denunciati, il Paese era inoltre pieno di voci allarmate - precisa Barzini -, del racconto di soprusi che nessuno aveva osato denunciare per prudenza1 ".
    " Il personale addetto ai seggi era senza esperienza, reclutato alla meglio, legato alla propria fazione più che alla legge2 ".
    E lo stesso Barzini aggiunge: " Era inoltre vero, obiettivamente vero, che i repubblicani erano stati in grado di commettere impunemente più irregolarità dei monarchici in molte regioni dove erano in maggioranza o dove spadroneggiavano ".
    Nel citato Libro azzurro sul referendum 1946 di Niccolò Rodolico e Vittorio Prunas-Tola, questa situazione è ampiamente illustrata e documentata 3 ".
    " Molti ancora pensano - scrive Barzini - che nessuno seppe allora, né potrà mai sapere, con assoluta certezza, per- ché non è più possibile ricostruirlo in base alla documentazione, ciò che è successo in Italia il 2 giugno 1946, se non che i voti repubblicani ebbero- ufficialmente la maggioranza 7 ".

    3 Barzini, artt. cit., ivi, 7 gennaio 1960.
    4 Barzini, artt. cit., ivi.
    5 Barzini, artt. cit., ivi.
    « Niccolò Rodolico e Vittorio Prunas Tola, Libro azzurro sul referendum
    1946, Tonno, Superga, 1953, capitoli IX, X, XI, MI, XIII, XIV, pp. 72-105.
    7 Barzini, artt. cit., ivi, 7 gennaio 1960.

    Qui vogliamo riportare soltanto una frase, una significativa frase, riferita dall'ammiraglio Stone e contenuta in "uno dei rapporti della commissione alleata di controllo a Washington". Vi si diceva: " Le elezioni si sono svolte in un clima di apparente tranquillità1".
    Gli " alleati " che continuavano ad occupare il nostro paese, avevano dichiarato di volersi disinteressare del problema istituzionale. In realtà non ebbero il coraggio di pretendere, essi che si proclamavano vindici della democrazia, che la situazione italiana fosse tornata normale prima della consultazione popolare. .


    IX
    2.264.043 ITALIANI FURONO ESCLUSI DAL VOTO


    Tutto quanto fin qui, sia pur succintamente, esposto ci pare più che sufficiente ad infirmare la validità del referendum.
    Ma anche l'esame dei dati numerici forniti dal ministero degli Interni e poi dalla Corte di Cassazione, che costituiva l'ufficio centrale elettorale, induce alla stessa conclusione.
    Per chi voglia un'ampia trattazione dei risultati numerici, rimandiamo all'accurato studio del professore Agostino Padoan, pubblicato nel Libro azzurro sul referendum 1946.
    Qui ci limiteremo a pochi dati e poche considerazioni, che ci sembrano esaurienti. Si è scritto da più autori delle pressioni esercitate dal ministro Romita, a mezzo del segretario generale della Camera dei deputati, Cosentino, e del consigliere della Corte di Cassazione, Vitali, presso il presidente della Corte, Pagano, per affrettare la riunione del collegio, dicendo falsamente che il Re voleva partire il giorno 10 giugno 1946.
    In quasi tutti gli studi da noi man mano citati, sono ricordati i particolari di questa grave inframmettenza, -che si giudica da sé. Scoperta per caso dal ministro Falcone Lucifero, a mezzo -del sottosegretario alla presidenza del consiglio, Arpesani, si ricercò di notte il presidente De Gasperi e Lucifero telefonicamente gli denunciò l'azione del Romita 3.

    1Romersa e Caloro, art. cit., in « Il Tempo illustrato», ~. 29, 16 luglio 1960, pag. 36.
    2 Niccolò Rodolico e Vittorio Prunas-Tola, op, cit., pagg. 137-154.
    3 Saini, op, cit., pag 145 e segg.

    De Gasperi fece rinviare quella riunione escogitata dal Romita; ma ne fu fissata un'altra nel pomeriggio dello stesso giorno! Comunque, questi fatti provano l'agitazione dei ministri dopo il referendum, di cui parleremo più ampiamente in seguito (capitolo XIV), e le loro pressioni sulla Corte di Cassazione.
    Nel referendum c'erano stati 1.498.136 voti nulli (numero poi rettificato in 1.509.735 dall'Istituto Centrale di Statistica)1 e il governo non voleva che si tenesse conto di questo alto numero di voti nulli, giacché, tenendone conto, la modesta vittoria della repubblica appariva ancora più irrisoria.
    Non solo. Ma il grande timore era nel fatto che " con la maggioranza repubblicana ridotta a sole poche centinaia di migliaia di voti, l'accoglimento anche di pochi ricorsi monarchici potrebbe bastare a togliere la vittoria alla repubblica " 2.
    Anche su questo punto vi furono pressioni sui componenti della Corte, ove, nella seduta del 18 giugno 1946, vi fu battaglia. Pure questa riunione si era voluta affrettare e il ministro guardasigilli Palmiro Togliatti aveva mandato duecento persone ad aiutare i funzionari della Corte per accelerare le pratiche di esame dei verbali e documenti, onde poter giungere al più presto all'agognata seduta definitiva.
    Ezio Saini precisa: " Era in quei giorni opinione diffusa che il presidente di sezione Saverio Brigante (l'eminenza grigia di Togliatti) fosse segretamente iscritto al P.C.I. e che si tenesse in continuo contatto con Togliatti: si ritenne che proprio lui gli suggerisse l'innesto dei duecento funzionari 'di fiducia' in soprannumero. Brigante a sua volta contava sulla 'collaborazione' del presidente di sezione Colagrosso 3 ".
    Corrado Pecci dà a tal proposito i seguenti particolari:
    "... Il capo del comunismo italiano (Togliatti) entrò nel vivo della manipolazione del referendum non solamente influenzando con la sua forte personalità e autorità il consiglio dei ministri, al quale partecipava come ministro della giustizia, ma direttamente mettendo le mani nella fluida pasta del computo dei voti... Togliatti intervenne attraverso un componente della Corte Suprema a lui devoto e legato, il presidente Saverio Brigante. Attraverso costui vennero mobilitati duecento piccoli funzionari e impiegati di sicura fede con il compito di sbrigare la revisione dei tredicimila verbali.

    1 Istituto Centrale di Statistica, Note illustrative e documentazioni sulle elezioni dei deputati alla Costituente e sul referendum istituzionale del 2 giugno 1946, Roma, 1948.
    2 Antonio Gambino, Storia del dopoguerra. Dalla liberazione al potere
    DC, Laterza ed. Bari, 1978, tomo primo, pag. Mo.
    3 Saini, op. cit., pag. 254.

    Ciò era contro la legge. Simile operazione apparteneva al giudizio della Corte. Ma essa venne effettuata lo stesso. La fretta presiede sempre ai grandi mutamenti storici, sia che si debba tagliare la testa di un re, sia che si debbano revisionare dei verbali i ". E Oreste Mosca precisa che per affrettare i lavori della Corte di Cassazione " all'uopo si ebbe dal ministro di grazia e giustizia (Palmiro Togliatti) la destinazione di un certo numero di funzionari di quel ministero 2 ".
    La maggioranza della Corte, contro la richiesta e il parere del procuratore generale Pilotti e contro il voto dello stesso primo presidente Pagano, e cioè con dodici voti contro sette, in accordo con l'opinione del governo, accolse la tesi di considerare non votanti coloro che avevano votato scheda nulla o bianca. '
    I voti attribuiti alla repubblica erano stati 12.717.923.
    I voti attribuiti alla monarchia erano stati 10.719.284.
    Quindi il distacco era di due milioni. Ma se - come il diritto e la logica impongono - si considerano votanti anche coloro che hanno votato schede bianche e nulle, che furono, come abbiamo visto ben 1.509.735, il distacco si riduce allora a meno di mezzo milione di voti e cioè a 488.904.
    Ma questo distacco scompare addirittura se si tiene conto, come si deve tener conto, di coloro che non poterono partecipare al referendum istituzionale: essi furono nientemeno che 2.266.043. E precisamente: 250.000 prigionieri di guerra non rimpatriati; sfollati non rientrati nelle originarie residenze; cittadini all'estero non rimpatriati; ufficiali delle forze armate della R.S.I.; cittadini nelle carceri e nei campi di concentramento per motivi politici; cittadini sottoposti a procedimenti di epurazione, eccetera.
    Queste varie categorie, secondo l'Istituto Centrale di Statistica, nel ricordato studio, ammontavano a 1.516.043 persone 3.
    Ma a tale cifra occorre aggiungere gli elettori della pro incia di Bolzano e della Venezia Giulia valutati in circa.750.000 persone4.
    La somma di queste due cifre corrisponde appunto a quei 2.266.043 cittadini italiani, che non poterono esprimere il proprio voto sul vitale problema istituzionale della Patria.

    1 Corrado Pecci, Un'appendice al pasticcìaccio del referendum – Cosi parlò il procuratore generale Pilotti, in « Il Borghese», n. 13, 31 marzo 1960, pag. 504.
    2 Oreste Mosca, Giuseppe Pagano racconta come nacque la repubblica, in « Il Tempo », 24 gennaio 1960. .
    3 Istituto Centrale di Statistica, op. cit.
    4 Agostino Padoan, in Libro azzurro sul referendum 1946, pag, 1451 GiovannI Artieri, op, cit., pag. 376.

    Cioè, concludendo, anche se si volessero accettare i dati ufficiali, di fronte ad una maggioranza per la repubblica di 488.094 voti, è certo che vi furono ben 2.266.043 cittadini italiani che non poterono partecipare al referendum.


    X
    L'EVENTUALE MAGGIORANZA REPUBBLICANA FU DI SOLI 244.451 VOTI


    Ma, in effetti, secondo la legge che indiceva il referendum istituzionale, la maggioranza con cui avrebbe vinto la repubblica, fu ancora minore. Infatti, ai fini di stabilire chi fosse vittorioso nel referendum, bisognava determinare la cifra dei votanti. La parte che avesse ottenuto la metà più uno dei voti, quella sarebbe stata vittoriosa.
    Sommando i voti attribuiti alla repubblica (12.717.923), i voti attribuiti alla monarchia (10.719.284), i voti bianchi e nulli (1.509.735), si ha un totale di 24.946.942 votanti.
    Per vincere, quindi, la monarchia o la repubblica avrebbe dovuto ottenere la metà di questa cifra (12.473.471) più uno, cioè non meno di 12.473.472 voti.
    Essendone stati attribuiti alla repubblica 12.717.923, la differenza rispetto al minimo necessario (la metà più uno dei votanti e cioè 12.473.472) è di soli 244.451 voti.
    Quindi, se effettivamente tutto si fosse svolto in regola nella preparazione, nelle votazioni e negli scrutini, - la repubblica avrebbe prevalso sulla monarchia per 244.451 voti .
    Pochissimo, in verità, ma anche questa modestissima prevalenza scampare, se si tiene conto, come si deve tener conto, dei 2.266.043 italiani che, come abbiamo visto nel capitolo precedente, furono esclusi dalla possibilità di votare.
    Del pari, se fossero stati esaminati dalla Suprema Corte di Cassazione, con la dovuta libertà e ponderazione e non già sotto le faziose pressioni del ministro guardasigilli Togliatti e del ministro dell'interno Romita, i numerosissimi ricorsi presentati contro i numerosissimi imbrogli verificatisi durante le votazioni e gli scrutini1 , non sarebbe più esistita nemmeno la piccola maggioranza dei 244.451 voti, con la quale è nata li repubblica.

    1 Cavicchioli, op, cit., pag. 30; Artieri, op. cit., pag. 376; Oreste Mosca,

    Solo 250.251 voti di maggioranza affermano la repubblica italiana, in « Il Tempo», 26 gennaio 1960. La piccola differenza tra i 250.251 voti indicati dagli scrittori ricordati e i 244.451 voti da noi riportati, é dovuta alla correzione apportata dall'Istituto Centrale di Statistica all'ammontare dei voti nulli: la Corte di Cassazione aveva indicato come voti nulli la cifra di 1.498.136, mentre l'Istituto Centrale di Statistica l'ha poi corretta in 1.509.735, nelle citate Note illustrative e documentazioni sulle elezioni dei deputati alla Costituente e sul referendum istituzionale del 2 giugno 1946.


    XI
    ROMITA MANOVRA LE ELEZIONI AMMINISTRATIVE


    Quanto abbiamo esposto basta a dimostrare la invalidità del referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946.
    Ma vogliamo fare ancora qualche altra considerazione. Non possiamo certo essere così ingenui da attendere che parlino quanti parteciparono col Romita, da dirigenti e funzionari - alcuni hanno ancora altissime cariche repubblicane, - alle operazioni elettorali nel conclave del Viminale.
    Vediamo di trarre dalle ammissioni stesse di colui che si dice "oltremodo orgoglioso della paternità della repubblica", le logiche deduzioni infirmative del referendum, che devono tenere il posto delle impossibili ammissioni degli artefici.
    Enzo Fedeli, in un suo scritto: I segreti di Romita in merito al referendum, racconta che un giorno, durante una seduta del consiglio comunale di Torino .- il Romita era allora consigliere di parte socialista -, presente il consigliere Chiaramello, il padre della repubblica ebbe a dirgli : " Ho fatto vincere la repubblica: questo sì. Ma non come pensate e dite voi 3... ".
    Il Romita, nel citato suo libro, a parte "... il tono immodesto, diciamo pure un po' troppo napoleonico... " 4, si vanta di avere così agito nelle elezioni amministrative qualche mese prima del referendum:
    " Secondo me, se dalle elezioni amministrative fosse maturata una maggioranza nell'uno o nell'altro senso, quella maggioranza, influenzando gli elettori con la suggestione che le masse subiscono sempre nei confronti del più forte " (le masse ringrazino il compagno Romita di questo bel complimento!), avrebbe finito " col prevalere anche nel referendum.

    1 Rodolico e Prunas Tola, op. cit., Capitolo X « Imbrogli», pagg. 77 a 83.
    2 Romita, op. cit., pag. 37; anche Vittorio Gcrresio lo chiama « padre della repubblica » in Le astuzie di Romita e le dolcezze di De Nicola, in « Storia illustrata », dicembre 1957, pag. 37.
    3 Enzo Fedeli, I segreti di Romita in merito al referendufi~ in « La Mole », Torino, 26 settembre 1959.
    4 Bruno Gatta, Dieci giorni di cronaca e di storia, in « Il Gazzettino », 10 marzo1960.


    Avevo quindi, fin dal gennaio (1946), iniziato una operazione concepita nel segreto del mio cervello e che rite nevo della massima importanza: far votare anzitutto i comuni dove era prevedibile la maggioranza repubblicana e rimandare le elezioni negli altri a dopo il referendum. Fu questo il cardine della mia politica per portare l'Italia alla repubblica 1 ".
    A parte il giudizio sulla correttezza di siffatta strategia e di siffatto cardine, questo racconto dimostra la capacità del Romita a manovrare le elezioni, per giungere al risultato che egli vuole, non già per attendere democraticamente il risultato voluto dalla maggioranza dei cittadini.


    XII
    NEL REFERENDUM ROMITA TIENE SEGRETI - I RISULTATI DI 34,112 SEZIONI - DE GASPERI NON CREDEVA NELLA VITTORIA DELLA REPUBBLICA: LETTERA AUTOGRAFA A FALCONE LUCIFERO


    In quanto poi ai risultati delle votazioni per il referendum istituzionale, il Romita si vanta di non averli pubblicati man mano che gli giungevano dalle 35.320 sezioni elettorali dell'intera nazione, ma di averli tenuti segreti per sé fino al pomeriggio del 4 giugno 1946, quando fu sicuro che la vittoria era per la repubblica 2.
    Il Presidente del consiglio dei ministri dell'epoca, on. Alcide De Gasperi, era tenuto anch'egli all'oscuro dei risultati, tanto è vero che la mattina del 4 giugno 1946, così scriveva, su carta intestata della Presidenza del Consiglio e di suo pugno, al ministro della Real Casa, Falcone Lucifero (riproduciamo in facsimile la lettera) :
    " Signor Ministro,
    Le invio i dati pervenuti al Min, dell'interno fino alle 8 di stamane. Come vede si tratta di risultati assai parziali che non permettono nessuna conclusione. Il ministro Romita ritiene ancora possibile la vittoria repubblicana. Io, personalmente, non credo che si possa - rebus sic stantibus -giungere a tale conclusione.
    Cordialmente. f.to De Gasperi ".
    E il De Gasperi doveva avere tanta poca fiducia nel suo ministro dell'Interno Romita, che nella stessa lettera aggiungeva, sempre di suo pugno, il seguente poscritto:

    1 Romita, op. cit., pag. 108.
    2 Romita, op. cit., pag. 196.

    " P.S. Le cifre sono ancora confidenziali. Le sarò grato se Ella mi mandasse [sic] Sue eventuali informazioni accertate 1 ".
    Tanto più strana appare questa lettera, in quanto l'on. Pietro Nenni - allora vicepresidente del consiglio dei ministri -, dicendo di volere " ristabilire la verità e la cronologia dei fatti ", in data 17 gennaio 1960 ha scritto che " i risultati del referendum erano noti fin dal 4 giugno "2, cioè fin dallo stesso giorno in cui il Presidente del consiglio dei ministri scriveva al ministro Lucifero che personalmente non riteneva possibile la vittoria della repubblica e chiedeva allo stesso Lucifero di mandargli " eventuali informazioni accertate ".
    E, a meno di ritenere che De Gasperi scrivesse a Lucifero una cosa mentre ne sapeva e pensava una diversa, la lettera dell'on. De Gasperi smentisce nettamente quanto afferma il Romita nelle sue memorie, che cioè De Gasperi constatando " che i voti repubblicani aumentavano troppo lentamente ", avrebbe esclamato: " Andiamo male, ma non c'è assolutamente da disperare 3".
    Anche l'ammiraglio Stone ha dichiarato : " I risultati del referendum istituzionale sono stati mantenuti segreti 4 ".
    L'uomo dal tono un po' troppo napoleonico, per adoperare la citata espressione di Bruno Gatta, si permise di trattare così i quarantacinque milioni di italiani che attendevano ansiosi le notizie che decidevano il futuro della Patria.
    Egli, installato al Viminale senza investitura popolare 5, disprezzando l'ansia del popolo, godette alfine quello che egli definisce " il momento più bello della mia vita 6 ".
    Tenute presenti la condotta e le vanterie di Romita quale ministro degli Interni, la confessione che egli serbò per sé i risultati degli scrutini di 34.l12 sezioni finché non ebbe la certezza della vittoria, ha fatto ritenere che in questo lasso di tempo fossero stati manipolati i risultati.
    Una volta spostati dalla monarchia alla repubblica, e viceversa, i dati di alcune delle 34.l12 sezioni - di cui il Romita ammette di aver tenuto per sé i risultati -, in modo che il numero dei votanti restasse immutato, come sarebbe stato più possibile rintracciare questi spostamenti tra quelle decine di migliaia di risultati?

    1 De Gasperi non credeva nella vittoria della repubblica, in « Settimana Incom illustrata », n. 32, 8 agosto 1965.
    2 Pietro Nenni, Riflessi italiani del gollismo su l'«Avanti!», li gennaio1960.
    3 Romita, op. cit., pag. 186.
    4 Romersa e Caloro, op. cit., in «II Tempo illustrato», 19 luglio 1960, pag. 36.
    5 I ministri di quel periodo erano membri della Consulta e non deputati o senatori democraticamente eletti.
    6 Romita, op. cit., pag.196.

    Sarebbe occorsa un'opera gigantesca e interminabile di controllo e revisione delle singole cifre.
    L'avvocato Francesco Garzilli racconta che essendosi recato a Montecitorio - dove la Corte di Cassazione fungeva da ufficio centrale elettorale - in un giorno tra il 6 e il 9 giugno 1946, assieme ad un funzionario del Ministero degli Interni e ad altra persona, poté vedere alcuni verbali caduti da pacchi di schede sfasciatisi per il maneggio, e rilevare così un'alterazione elementare e furbesca. Su alcuni moduli predisposti per i verbali delle votazioni di ciascuna sezione, " con un tratto di penna era stata concellata la parola a stampa 'Monarchia' e sostituita, sempre a penna, con la parola 'Repubblica', invertendo così i risultati a danno della monarchia "1.
    E' noto che il Romita aveva chiuso l'ufficio elettorale del Ministero degli Interni, al Viminale, come un conclave, con paratie di legno erette nei corridoi, onde vietare a tutti i non addetti l'accesso a quegli uffici.
    Nessun controllo mentre pervenivano i dati 2; nessuna comunicazione al pubblico man mano che giungevano dalle migliaia e migliaia di sezioni. I dati erano soltanto comunicati al Romita nella sua roccaforte del Viminale, ove - come egli stesso narra - era rimasto in quei giorni anche a mangiare e a dormire.
    Egli solo il padrone dei numeri, non già il popolo italiano.
    Comunque, il Romita, vantandosi, come abbiamo riportato, di avere manovrato le elezioni amministrative a suo libito e con lo scopo di giungere alla vittoria repubblicana nelle successive elezioni per il referendum; vantandosi di avere trattenuto presso di sé e nascosto al paese i voti di 34.112 sezioni elettorali, si è comportato una volta e l'altra in modo arbitrario e antidemocratico, dando diritto ad ogni cittadino di pensare che egli abbia manipolato i dati in modo da portare alla vittoria, sia pure esigua, la repubblica che egli voleva. Vittoria in ogni modo inesistente, perché, come abbiamo dimostrato nei capitoli precedenti, i cittadini che non poterono votare furono nove volte di più della pretesa esigua maggioranza attribuita alla repubblica.

    1 Francesco Garzilli,in «Giornale Nuovo»; Milano, 26 gennaio 1978, pag.17.
    2 Si deve riconoscere, e lo stesso ministro Falcone Lucifero lo ha ammesso, che fu un grave errore della legge istitutiva del referendum, non aver prescritto che i dati elettorali dovessero essere trasmessi non solo al ministero degli Interni, ma anche al ministero della Real Casa. E' che, malgrado tutto, Giuseppe Romita era ministro del Re d'Italia. Ma lo stesso presidente del consiglio De Gasperi si fidava tanto poco del suo ministro Romita, da chiedere, nella riportata lettera al ministro della Real Casa Lucifero, se mai avesse « sue eventuali informazioni ».


    XIII
    L'ELEVATO NUMERO DI SCHEDE NULLE (1.509.735) - SCHEDE NULLE DISTRUTTE ARBITRARIAMENTE E NON ALLEGATE AI VERBALI - VERBALI SCRITTI A LAPIS - SOLO CINQUE SU VENTIDUE CORTI DI APPELLO INVIARONO ALLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE I PLICHI CON LE SCHEDE ANNULLATE - INNUMEREVOLI RICORSI CONTESTAZIONI, PROTESTE E RECLAMI


    La Suprema Corte di Cassazione si trovò nella impossibilità di poter accertare essa l'esatta entità dei voti annullati e delle schede bianche, in quanto moltissimi seggi elettorali all'atto dello scrutinio non verbalizzarono i dati relativi alle schede non ritenute valide ed anzi addirittura distrussero le schede stesse invece di allegarle ai verbali di scrutinio. In effetti, su ventidue Corti di Appello, solo cinque furono in grado di inviare i plichi contenenti le schede annullate.
    E molti dei verbali giunti alla Corte Suprema erano addirittura vergati a lapis.
    Dice in proposito Luigi Barzini: " Migliaia di verbali non erano in regola, o mancavano i pacchi di schede, o addirittura i risultati della sezione erano scritti a matita, su un foglio di carta, alla buona, tanti voti alla Monarchia e tanti alla Repubblica, senza le schede che potessero confermare le cifre 1 ".
    Nessun controllo quindi su scala nazionale di questi voti dichiarati nulli fu potuto fare dalla Corte di Cassazione.
    L'Istituto Centrale di Statistica, nel citato studio (vedi capitolo IX, pag. 476, nota 1) fissa la cifra dei voti nulli in
    1.509.735. E' sorto perciò legittimo il sospetto che - a parte la voluta confusione dei simboli nelle schede per il referendum di cui abbiamo parlato al capitolo V - possano essere state distribuite schede in cui era già stato segnato il simbolo repubblicano. In tal modo, segnando poi l'elettore il simbolo monarchico, il voto era divenuto nullo.
    Concludendo questa parte delle nostre argomentazioni, ci piace ricordare le seguenti parole di Corrano Pecci : " In somma: dobbiamo constatare che tra il dicembre 1959 e il gennaio 1960 si sono offerte all'opinione pubblica le prove della fondatezza storica della protesta monarchica.

    1 Barzini, artt. cit., ivi, 7 gennaio1960.

    La repubblica in Italia è stata fatta mediante una maggioranza irrisoria, e sovrattutto, nel clima di sospetto di brogli ancora più vasto: cioè di una vera e propria sottrazione e trasferimento per mezzo dei poteri dello Stato del risultato favorevole dalla monarchia alla repubblica 1".



    XIV
    IL GOVERNO, PARTE IN CAUSA, PRETENDE DI ESSERE GARANTE DELLA REGOLARITA' DEL REFERENDUM


    Fatto il colpo - pur se riuscito non come speravano questi bardi della democrazia -, incominciò l'agitazione incomposta propria di chi non ha la coscienza tranquilla.
    La legge sul referendum aveva precisato i tempi. Ma i vari personaggi che non dormivano più nel proprio letto 2, volevano affrettare i tempi, liberarsi al più presto della legittima e per loro ingombrante presenza del Re d'Italia.
    Conciliaboli continui, sia al Viminale che nelle sedi dei partiti; pressioni sulla Corte di Cassazione, fino al diretto intervento di Romita, che falsamente afferma che il Re voleva partire e quindi occorreva che la Cassazione si riunisse subito; timori di inesistenti progetti di arresti e di congiure; insomma, la pace della coscienza perduta dagli artefici del referendum.
    Quanto aveva dichiarato la Corte di Cassazione nella seduta, tanto premurata dal governo, del giorno 10 giugno 1946, " era sembrato incerto, in verità anche al Governo, tanto che De Gasperi, che aveva in tasca un breve discorso per celebrare l'avvento della repubblica, era stato dissuaso dal pronunciarlo 3 ".

    1 Corrado Pecci, La Repubblica ecc., in « Il Borghese», 11 febbraio 1960, pag. 231.
    2 Sir Noel Charles, ambasciatore d'Inghilterra presso il Quirinale, disse al ministro Lucifero il 13 giugno 1946, subito dopo la partenza del Re, che Palmiro Togliatti, ministro di grazia e giustizia in carica, aveva trasferito i suoi sonni agitati nella sede dell'ambasciata russa a via Gaeta (Giovanni Artieri, op. cit., pag. 380), luogo in verità molto appropriato per lui, cittadino russo. Precisa Barzini (artt. cit., ivi, 8 genn. 1960) che l'ambasciatore britannico « aveva appreso tale notizia dai suoi servizi di informazione ». Manlio Brosio, allora ministro della difesa, ebbe poi a dire: «Al Viminale si parlava di movimenti dei monarchici, tanto che De Gasperi una volta mi disse: "Ma tu continui ad andare al ministero della difesa?"...» (Romersa e Caloro, art. cit., «Il Tempo illustrato », n. 2Il, 16 luglio 1960, pag. 33). Questo episodio é sostanzialmente ripetuto in una «conversazione» col Brosio di Antonio Gambino. Ivi Brosio così conclude: «Ad ogni modo io non cambiai le mie abitudini e il momento di tensione passò senza che nessun episodio concreto giungesse a provare che un complotto monarchico vi era stato davvero». (Antonio Gambino, op. cit., vol. cit., pag. 234).
    3 Barzini, awt. cit., ivi, 8 gennaio 1960. Vedi anche Bruno Gatta, art. cit., ivi, 12 marzo 1960.

    Mino Cingolani afferma che in questo discorso preparato e non pronunciato, De Gasperi avrebbe annunciato di assumere immediatamente la carica di capo provvisorio dello Stato 1.
    Quindi cominciano gli affannosi viaggi di Alcide De Gasperi e dei suoi ministri, tra cui quel professore Mario Bracci che poi inventò di sana pianta, in un suo scritto sulla rivista Il Ponte (agosto 1946), gli occhiali di Lucifero battuti sul petto di De Gasperi. Notizia smentita dal ministro Lucifero in una dichiarazione pubblicata su La Settimana Incom illustrata 2.
    La sera dell'11 giugno 1946 il presidente del consiglio De Gasperi chiama dal Viminale al telefono del Quirinale il ministro della Real Casa, Falcone Lucifero. Ezio Saini così descrive la scena: " Fu una telefonata di un'ora e un quarto. De Gasperi parlava circondato dai suoi minacciosi 'collaboratori'... Il tono era, contrariamente al solito, perentorio, provocante; quell'uomo, ammantato di pelle di agnello, voleva apparire energico di fronte ai suoi. E' facile immaginare la reazione di Lucifero " che " gli rispose -con sdegno:
    'Luogotenenza, Luogotenenza, non è più il caso di parlarne, per vari motivi, lei m'intende... E non foss'altro per quel capolavoro che avete varato all'alba, in cui si legge che il governo si rende garante'. Non avete sempre detto che la Suprema Corte è l'unica arbitra responsabile? Voi governo siete soltanto un giudicabile! La vostra deplorevole espressione mi fa fornare in mente una famosa frase di Mussolini: 'La mia questione morale la risolvo io'. Se la ricorda, presidente 3? ".


    XV
    COLPO DI STATO


    In questa agitata atmosfera, il consiglio dei ministri, la notte dal 12 al 13 giugno 1946, su proposta di Pietro Nenni, " elaborata con l'ausilio dei colleghi Bracci e Molè" 4, stabilisce illegalmente, senza attendere la pronuncia definitiva della Cassazione, che i poteri del Re erano ormai passati al presidente del consiglio Alcide De Gasperi, quale capo provvisorio dello Stato.

    1 Mino Cingolani, La verità sul referendum: gli appunti di De Gasperi, in « Epoca », li gennaio 1960.
    2 Falcone Lucifero, Un episodio del 2 giugno, in « La Settimana Incom illustrata », n. 23, giugno 1956, pag. li. .
    3 Saini, op, cit., pag. 188. Questa conversazione telefonica é riportata in modo completamente diverso da come effettivamente si svolse, nel volume di Maria Romana Catti De Gasperi, De Gasperi, uomo solo, Milano, Mondadori, 1964, pagg. 220 e 221 e da Antonio Gambino (op. cit., vol. cit., pagg. 238-239). Questi dice di riferirsi a « Documenti Bartolotta », mai publicati e che, comunque, per quanto ci riguarda, contestiamo.
    4 Pietro Nenni, art. cit., ivi.

    Tutte queste poco edificanti vicende sono raccontate più o meno ampiamente nelle varie fonti già da noi più volte citate 1.
    Il quotidiano Die Tat di Zurigo, scrisse in proposito: " Quale che sia la situazione giuridica, la intempestiva proclamazione della repubblica da parte del governo, che non ha voluto pazientare fino alla seduta conclusiva della Suprema Corte di Cassazione", fa apparire "... quasi che il governo avesse una cattiva coscienza di fronte ai reclami monarchici e perciò abbia voluto prevenire la decisione della Corte Suprema. Ma anche se questa ipotesi non rispondesse al vero, il governo avrebbe dovuto per lo meno farsi guidare dal principio: evitare anche l'apparenza del male" 2.
    Il Times commentò: " Il Governo italiano si è cacciato con le sue mani in -una situazione imbarazzante. Esso deve essere biasimato per l'affrettata proclamazione ".
    I vari autori italiani che si sono interessati di quegli eventi, li stigmatizzano. Citiamo per tutti quanto ha scritto in proposito Luigi Barzini jr., poi deputato al parlamento: " I ministri nella notte tra il 12 e 13 giugno precipitarono le cose. Nominarono De Gasperi capo provvisorio dello stato e dichiararono decaduto Umberto. Non attesero il regolare passaggio dei poteri che avrebbe fatto della repubblica italiana, la sola, nella storia, creata legalmente per decreto reale. La decisione permise ad Umberto di partire senza abdicare, di pubblicare un proclama di protesta e -di conservare il titolo di Re. Che qualcosa di irregolare fosse accaduto quella notte è forse confermato da poche righe, quasi invisibili, pubblicate più tardi dalla Gazzetta Ufficiale. Nel decreto con cui si passano i poteri a De Nicola, si affermava che De Gasperi li deteneva dal 18 giugno 1946, dal giorno cioè della seconda e definitiva seduta, dal giorno che Umberto credeva fosse suo dovere aspettare, e non dal 13 giugno.
    Il colpo di stato del governo è riconosciuto quindi implicitamente dalla stessa Gazzetta Ufficiale della repubblica.
    Il Re Umberto II, al " gesto rivoluzionario del governo "rispose lasciando l'Italia, per amor di Patria, e indirizzando al popolo il proclama, che qui integralmente riportiamo. La nobiltà del sacrificio è pari alla severità della condanna:

    1 Vedi anche: Fernand Hayward, Stona della Casa di Savoia, traduz. Di Amedeo Tosti, vol. 2°, Cappelfi edit., 1955, Capitolo X; Francesco Cognasso, I Savoia, dall'Oglio edit., 1971, Parte sesta, Capitolo LXIII; Dante Fadset, Il «colpo di Stato» di 25 anni fa, in « Strenna dei Romanisti », 1971; Giovanni Artieri, op. cit., vol. 2°, pagg, 1029-1043; Antonio Gambino, op. cit., vol. cit., pagg. 240-248.
    2 Vedi anche: Falcone Lucifero, «Il referendum istituzionale», su «Giornale Nuovo», Milano, 11 settembre 1977.

    "ITALIANI!
    "Nell'assumere la Luogotenenza Generale del Regno prima, e la Corona poi, io dichiarai che mi sarei inchinato al voto del popolo, liberamente espresso, sulla forma istituzionale dello Stato. E uguale affermazione ho fatto subito dopo il 2 giugno, sicuro che tutti avrebbero atteso le decisioni della Corte Suprema di Cassazione, alla quale la legge ha affidato il controllo e la proclamazione dei risultati definitivi del referendum.
    "Di fronte alla comunicazione di dati provvisori e parziali fatta dalla Corte Suprema; di fronte alla sua riserva di pronunciare entro il 18 giugno il giudizio sui reclami e di far conoscere il numero dei votanti e dei voti nulli; di fronte alla questione sollevata e non risolta sul modo di calcolare la maggioranza, io, ancora ieri, ho ripetuto che era mio diritto e dovere di Re attendere che la Corte di Cassazione facesse conoscere se la forma istituzionale repubblicana avesse raggiunto la maggioranza voluta.
    "Improvvisamente questa notte, in spregio alle leggi ed al potere indipendente e sovrano della Magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario assumendo, con atto unilaterale ed arbitrario, poteri che non gli spettano e mi ha posto nell'alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza.

    "ITALIANI!
    "Mentre il Paese da poco uscito da una tragica guerra vede le sue frontiere minacciate e la sua stessa unità in pericolo, io credo mio dovere fare quanto sta ancora in me perché altro dolore ed altre lacrime siano risparmiati al popolo che ha già tanto sofferto.
    "Confido che la Magistratura, le cui tradizioni di indipendenza e di libertà sono una delle glorie d'Italia, potrà dire la sua libera parola; ma, non volendo opporre la forza al sopruso, né rendermi complice della illegalità che il governo ha commesso, lascio il suolo del mio Paese, nella speranza di scongiurare agli italiani nuovi lutti e nuovi dolori.
    "Compiendo questo sacrificio nel supremo interesse della Patria, sento il dovere, come Italiano e come Re, di elevare la mia protesta contro la violenza che si è compiuta; protesta nel nome della Corona e di tutto il popolo, entro e fuori i confini, che aveva il diritto di vedere il suo destino deciso nel rispetto della legge, e in modo che venisse dissipato ogni dubbio e ogni sospetto.
    " A tutti coloro che ancora conservano fedeltà alla Monarchia, a tutti coloro il cui animo si ribella all'ingiustizia, io ricordo il mio esempio, e rivolgo l'esortazione a voler evitare l'acuirsi di dissensi che minaccerebbero l'unità del Paese, frutto della fede e del sacrificio dei nostri padri, e potrebbero rendere più navi le condizioni del trattato di pace.
    " Con l'animo colmo di dolore, ma con la serena coscienza di aver compiuto ogni sforzo per adempiere ai miei doveri, io lascio la mia terra. Si considerino sciolti dal giuramento di fedeltà al Re, non da quello verso la Patria, coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove. Rivolgo il pensiero a quanti sono caduti nel nome d'Italia e il mio saluto a tutti gli Italiani.
    Qualunque sorte attenda il nostro Paese, esso potrà sempre contare su di me come sul più devoto dei suoi figli.
    "Viva l'Italia!
    UMBERTO
    " Roma, 13 giugno 1946 ".


    XVI
    SOVRANITA' POPOLARE E FORMA ISTITUZIONALE DELLO STATO
    SI IMPONE UN NUOVO REFERENDUM


    Come è indice di agitata coscienza il " colpo di stato " della notte dal 12 al 13 giugno 1946, così rivela paure e ansie la disposizione della immutabilità della forma repubblicana, inserita nell'articolo 139 della nuova costituzione: " La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale ".
    E' più che evidente il timore di un nuovo referendum, svolto in clima di autentica libertà, che mosse il cervello e
    le mani di -quei costituenti nel redigere quella norma in contrasto con l'articolo 1 della stessa costituzione, là dove si dice, evidentemente a parole: " La Sovranità appartiene al popolo ".
    Malgrado siffatta intenzione di parte dei costituenti, confortata dalla opinione di alcuni autori 1, la maggioranza della dottrina ritiene che la costituzione " non impedisce in modo assoluto il passaggio legale dalla repubblica alla monarchia 2 "
    Sì, la sovranità popolare, cioè la maggioranza dei cittadini democraticamente espressa, ha bene il diritto di mutare la forma istituzionale dello stato, ma non già soltanto quando faccia piacere ai demagoghi e ai manipolatori di voti, bensì quando lo richiedano ragioni storiche e la profonda aspirazione ad un regime di vera democrazia. La sola cosa che non può fare nessuna maggioranza in un paese civile, è privare i cittadini del loro diritto alla libertà e alla vita.
    Questo, e non altro, è il solo limite alla sovranità popolare. Ancora oggi, con la stessa mentalità antidemocratica, si continua a credere - come ha detto il Re nel suo messaggio ai giovani il 4 ottobre 1964 - ~ " di poter falsare la storia, rinnegare il passato, non ricordare che questo regime, estraneo alle tradizioni nazionali, nacque - anche se fossero esatti i dati forniti dal governo di allora - dalla più esigua delle maggioranze e in un momento di generale gravissimo turbamento degli spiriti. Mentre furono esclusi dal voto centinaia di migliaia di prigionieri, innumerevoli profughi e le intere popolazioni dell'intangibile provincia di Bolzano e del sacro territorio di Trieste.
    " Tutto questo si cerca invano di far dimenticare con la congiura del silenzio ugualmente mantenuta da certa stampa e dagli organi di informazione al servizio del regime, e non è a sperare che si dia atto della immutata fede monarchica di tanta parte degli italiani. Ma la storia fa ugualmente il suo cammino 3 ".
    La RAI-TV, mentre dà le trombe ad ogni notiziola che si riferisce anche a più o meno invisibili movimenti politici, rifiuta sistematicamente di parlare del Re e della Unione Monarchica Italiana, che pur rappresenta, anche se fossero esatti i dati del Romita, circa la metà della popolazione.
    Questi milioni di monarchici presenti nei vari partiti dello schieramento democratico della nazione, o non aderenti ad alcun partito, sono tutti rappresentati dalla Unione Monarchica Italiana e non vanno confusi con le sorti di un partito monarchico, che, già quando era forte, rappresentava soltanto determinate e limitate correnti.
    " Malgrado tutto, l'opinione monarchica è rimasta quale era. Al fondo della coscienza nazionale giace la nozione del diritto offeso e della necessità di riparare ".
    Questi milioni di monarchici, schiettamente democratici, auspicano e perseguono il mutamento della costituzione e il ritorno, tramite una nuova e cristallina consultazione del paese, ad una monarchia come quelle degli stati nel nord-Europa, in cui ogni progr1esso sociale è possibile, ma nel rispetto assoluto di ogni libertà.
    Nella vita dei popoli, come in quella degli individui, le questioni morali non si prescrivono: restano sempre vive e aperte.
    I monarchici italiani denunciano ancora una volta alla pubblica opinione il modo in cui è nata l'attuale repubblica. Né abili falsificazioni, né sprezzanti sarcasmi, né untuosi bigottismi possono sanare ciò che la storia denuncia e l'etica condanna.

    1 Ad es, Mortati, Concetto, limiti, procedimento della revisione costit. in Studi per Rossi, 1952, pag. 379 e segg.; Lucate1lo, Sull'immutabilità della forma repubbl., in « Rivista trimestrale di diritto pubblico », 1955, pag. 745.
    2 Bon Valsassina, Referendum abrogativo, revisione cost., mutabilità della forma di governo, in «Rivista di diritto pubblico»,1949, pag. 81segg.: Pergolesi, Diritto Costituz., 1949, pag. 73; Bisca1°etti, Sui limiti della revisione costituz., in Annali Catania 1949, pag. 37; Crosa, Dir. Cast. 1951, pag. 484; Monaco e Cansacchi, La nuova costit. ital., 1951, pagg. 120 e 187; Lucifredi, La nuova costituz, ital., 3Iilano, 1952, pag. 214; Bon Valsassina, A proposito di revisione della forma di governo in « Studi Urbinati », XXII, 1953-54, nuova sene A, n. 6.
    3 Messaggio del Re Umberto II ai giovani, Cascais, 4 ottobre 1964, riportato nella Parte I, pagg. 63 a 66.

    www.torinomonarchica.it/
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  4. #14
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  5. #15
    Gaeta resiste ancora!
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    Sono isciritto da un paio di anni a qst forum epuntualmente ogni mese da due anni si ripropone questo forum.... e che diamine non avete nemmeno un pò di fantasia eh che palle! Ma consolatevi che l'anno prossimo il nostro amatissimo principe Filberto sarà il Re dell'Isola dei Famosi !!!

  6. #16
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    Citazione Originariamente Scritto da Princ.Citeriore Visualizza Messaggio
    Sono isciritto da un paio di anni a qst forum epuntualmente ogni mese da due anni si ripropone questo forum.... e che diamine non avete nemmeno un pò di fantasia eh che palle! Ma consolatevi che l'anno prossimo il nostro amatissimo principe Filberto sarà il Re dell'Isola dei Famosi !!!
    e dai princ che tu sai tutto di chi é il vero pretendente al trono in Italia!!!

    LEGGASI QUI NEL CASO:

    http://www.politicaonline.net/forum/...d.php?t=306063


    Per quanto riguarda il Capo della Real Casa d'Italia:




    Sua Altezza Reale il Principe Amedeo Umberto Costantino Giorgio Paolo Elena Maria Fiorenzo di Savoia, Capo della Famiglia Reale, Duca di Savoia, Principe di Savoia, Principe della Cisterna, Principe di Belriguardo, Marchese di Voghera, Conte di Ponderano, Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata, Gran Croce dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, Cavaliere d'Onore e Devozione del Sovrano Militare Ospedaliero Ordine di Malta, nasce a Firenze (Villa della Cisterna) il 27 Settembre 1943. Figlio di S.A.R. il Principe Aimone di Savoia (1900-1948), Duca di Spoleto, Duca d'Aosta e Re designato di Croazia (Tomislavo II), e di S.A.R. la Principessa Irene di Grecia e Danimarca (1904-1974). Dopo l'armistizio dell'8 Settembre 1943 viene deportato dai tedeschi in un campo di internamento in Austria, con la madre, la zia Anna (Duchessa d'Aosta vedova) e le cugine Margherita e Maria Cristina.
    Studia in Italia (Collegio Navale Morosini di Venezia) e in Inghilterra. Completa gli studi presso l'Accademia Navale di Livorno dalla quale esce in qualità di Ufficiale di Complemento della Marina Militare Italiana. Sposa il 22 Luglio 1964, a Sintra (Portogallo), S.A.R. la Principessa Claudia di Francia (Ann. Sacra Rota 08.01.1987), dalla quale ha tre figli: S.A.R. la Principessa Bianca (1966), S.A.R. il Principe Aimone, Duca d'Aosta e delle Puglie (1967) e S.A.R. la Principessa Mafalda (1969). Sposa il 30 Marzo 1987, nella cappella di Villa Spedalotto a Bagheria, presso Palermo, Donna Silvia Paternò, dei Marchesi di Regiovanni, Baroni di Spedalotto, Conti di Prades, (nata a Palermo il 1° Gennaio 1954), Dama di Gran Croce dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, Dama di Gran Croce dell'Ordine Costantiniano di San Giorgio, Dama d'Onore e Devozione del Sovrano Militare Ospedaliero Ordine di Malta. Vive attualmente in Toscana (San Rocco - Castiglion Fibocchi). E' Imprenditore Agricolo (Vini Savoia-Aosta) e segue altre diverse attività inerenti le tematiche ambientali con particolare riferimento al settore agricolo.
    Siede nel Consiglio di Amministrazione di alcune importanti Società.
    Nel 1996 è nominato rappresentante del Comune di Palermo in seno alla Fondazione Internazionale "Pro Herbario Mediterraneo" con sede presso l'Orto Botanico di Palermo e, dal 1997 ne ricopre la carica di Presidente.
    Nel 2003 è stato nominato, dal Governo Italiano, Presidente del Comitato di Gestione Permanente della Riserva Naturale Statale "Isola di Vivara".
    Sempre nel 2003 è stato nominato "testimonial" della Rassegna Internazionale del Cinema Nomade e di Emigrazione "Metix Film Festival" che si terrà a Grosseto nel 2005.
    E' Cittadino Onorario di Marigliano, Pantelleria e Abetone. Appassionato di Botanica (in particolare piante succulente e tropicali), ha viaggiato in tutto il mondo, particolarmente in Africa, effettuando ricerche nel campo della flora e della fauna.
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  7. #17
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    Citazione Originariamente Scritto da Vannucchi Visualizza Messaggio
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    Monarchia, ovvio.

  8. #18
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  9. #19
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  10. #20
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