





Lo scrittore di Comiso (1920-1996), coetaneo di Sciascia, ma tardivo esordiente nel mondo letterario e proprio per merito suo e di Elvira Sellerio, è stato il più fedele e paradossale interlocutore di Sciascia negli anni ottanta. Due letterati assolutamente agli antipodi si sono ritrovati in un’amicizia materiata di comuni ricordi, libri letti, film visti, incisioni ammirate con golosità: Bufalino riassumeva la loro diversità con l’immagine dello scrittore “umido” (lui stesso) e dello scrittore “secco” (Sciascia), attirati ognuno dalla diversità dell’altro, per quanto ognuno restasse fedele alle proprie modalità di scrittura. A separarli c’era pure l’indefettibile impoliticità di Bufalino, il suo amore per Proust, i decadenti, le bagattelle della poesia più ilare e bizzosa. E c’era, a unirli, l’interesse per i moralisti classici, il cinema francese degli anni trenta, la secchezza dell’aforisma, il gusto di decifrare l’anima di chi nasce in Sicilia, il romanzo poliziesco, la letteratura dell’Ottocento. Fu un’intervista epistolare di Sciascia a presentare nel 1981, dalle pagine dell’ “Espresso” , Diceria dell’untore, il primo romanzo di Bufalino. I due poi si scambiarono recensioni: poco indovinate, a dire il vero, quelle di Sciascia, elegantemente perspicue quelle di Bufalino, capace di una sottile analisi stilistica delle Parrocchie di Regalpetra o di spiegare con una battuta il senso di Cruciverba parlando del “supplizio delle parole messe in croce, inchiodate a slogarsi sulle dure ascisse e ordinate della storia, nello sforzo di scioglierne, una volta per tutte, i nodi”. Ma ciò che conta di più è che, se è riscontrabile nell’ultimo Sciascia la sottile penetrazione di qualche “veleno” decadente – per esempio l’idea della malattia come privilegiata esperienza conoscitiva - , ciò forse si deve proprio alle chiacchierate letterarie con l’ “umido” Bufalino.
Da Leonardo Sciascia di G.Traina, B.Mondadori

