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Discussione: Moratoria per l'aborto

  1. #1
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    Predefinito Moratoria per l'aborto

    Appello, ora la moratoria per l’aborto

    Scritto da GIULIANO FERRARA Il 20/12/2007
    GLI EDITORIALI - Letto 1673 volte

    C’è anche una pena di morte, legale, che riguarda centinaia di milioni di esseri umani. Le buone coscienze che si rallegrano per il voto dell’Onu ora riflettano sulla strage eugenica, razzista e sessista degli innocenti

    Questo è un appello alle buone coscienze che gioiscono per la moratoria sulla pena di morte nel mondo, votata ieri all’Onu da 104 paesi. Rallegriamoci, e facciamo una moratoria per gli aborti. Infatti per ogni pena di morte comminata a un essere umano vivente ci sono mille, diecimila, centomila, milioni di aborti comminati a esseri umani viventi, concepiti nell’amore o nel piacere e poi destinati, in nome di una schizofrenica e grottesca ideologia della salute della Donna, che con la donna in carne e ossa e con la sua speranza di salute e di salvezza non ha niente a che vedere, alla mannaia dell’asportazione chirurgica o a quella del veleno farmacologico via pillola Ru486.
    Questi esseri umani ai quali procuriamo la morte legale hanno ciascuno la propria struttura cromosomica, unica e irripetibile. Spesso, e in questo caso non li chiamiamo “concepiti” ma “feti”, hanno anche le fattezze e il volto, che sia o no a somiglianza di Dio lo lasciamo decidere alla coscienza individuale, di una persona. Qualche volta, è accaduto di recente a Firenze, queste persone vengono abortite vive, non ce la fanno nonostante ogni loro sforzo, soccombono dopo un regolare battesimo e vengono seppellite nel silenzio. La pena di morte per la cui virtuale moratoria ci si rallegra oggi è di due tipi: conseguente a un giusto processo o a sentenze di giustizia tribale, compresa la sharia. Sono due cose diverse, ovviamente. Ma la nostra buona coscienza ci induce a complimentarci con noi stessi perché non facciamo differenze, e condanniamo in linea di principio la soppressione legale di un essere umano senza guardare ai suoi motivi, che in qualche caso, in molti casi, sono l’aver inflitto la morte ad altri. Bene, anzi male. Il miliardo e più di aborti praticati da quando le legislazioni permettono la famosa interruzione volontaria della gravidanza riguarda persone legalmente innocenti, create e distrutte dal mero potere del desiderio, desiderio di aver figli e di amare e desiderio di non averli e di odiarsi fino al punto di amputarsi dell’amore. E’ lo scandalo supremo del nostro tempo, è una ferita catastrofica che lacera nel profondo le fibre e il possibile incanto della società moderna. E’ oltre tutto, in molte parti del mondo in cui l’aborto è selettivo per sesso, e diventa selettivo per profilo genetico, un capolavoro ideologico di razzismo in marcia con la forza dell’eugenetica. Rallegriamoci dunque, in alto i cuori, e dopo aver promosso la Piccola Moratoria promuoviamo la Grande Moratoria della strage degli innocenti. Si accettano irrisioni, perché le buone coscienze sanno usare l’arma del sarcasmo meglio delle cattive, ma anche adesioni a un appello che parla da solo, illuministicamente, con l’evidenza assoluta e veritativa dei fatti di esperienza e di ragione.

  2. #2
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    Predefinito Appello contro la moratoria

    « E’ in distribuzione il numero di dicembre di ‘noidonne’
    Costumi (e non solo!) sessuali dal mondo…/da Valeria »

    Appello femminista contro la “moratoria per l’aborto” proposta da Il Foglio

    Autrice: calafuria - 27 Dicembre 2007
    Care amiche e cari amici, di fronte all’ennesimo attacco mediatico alla libertà delle
    donne mosso da Giuliano Ferrara e da Il Foglio, abbiamo preparato una
    risposta che è anche un appello vi chiediamo di leggere e se siete d’accordo
    di aderire inviando una email di risposta all’indirizzo andremonia@genie.it
    , il nostro intento è di raccogliere più firme possibile e poi inviarlo alla
    stampa nazionale come forma di risposta collettiva, possibilmente prima
    della fine dell’anno, consapevoli che la retorica finto buonista verterà
    anche su questo punto. Le promotrici Dead women walking
    Il patriarcato da bar è il modo più semplice cha ha il simbolico patriarcale
    e maschilista di fare presa e di riprodursi all’interno del discorso
    comune, della chiacchiera riportata e non ragionata, dello stereotipo senza
    argomentazione e logicità. Tutto questo si ritrova nell’ultima idea di
    Giuliano Ferrara, quella di prendere adesioni per una grande moratoria
    sull’aborto. Ma nell’intento di aprire nuovamente questo discorso stantio
    c’è anche la malafede di coloro che fanno di ogni discorso un’arma politica
    contro l’avversario per cui, con il PD debole sulla bioetica e di fronte ad
    una bella figura internazionale del governo ottenuta con il voto all’ONU
    sulla moratoria per la pena di morte, Ferrara e altri hanno deciso di
    strumentalizzare l’aborto per aumentare i malumori nel governo e sperare in
    un cedimento sui nodi scoperti.
    Siamo davvero stufe che i nostri corpi e le nostre vite vengano invase da
    discorsi opportunistici e di bottega. Ci appelliamo a Giuliano Ferrara
    perché rivolga la sua crociata altrove: mai pensato di diventare animalista?
    La questione della libera scelta della maternità non deve più essere
    argomento su cui imbastire lotte per poltrone e potere politico.
    Utilizzare la moratoria sulla pena di morte per fare un parallelo con
    l’aborto è arrampicarsi sugli specchi. Infatti non c’è nesso logico tra una
    decisione che per legge uno Stato prende per togliere la vita di qualcuno
    che è nato ed ha diritti anche se ha commesso qualche grave delitto, e la
    decisione di una donna di far nascere, amare e crescere un figlio o di non
    poterlo fare per motivi che riguardano le sue singole e personalissime
    decisioni di vita e di coscienza. Già lo Stato italiano si è arrogato
    diritti di decisione per parte delle donne, ponendo limiti alla libera
    maternità attraverso le limitazioni imposte dalla 194 e con il diritto
    all’obiezione di coscienza, e decidendo per noi su quando e come avere dei
    figli o non averne. Si è raggiunto il paradosso della Legge 40 del 2004 con
    la quale lo Stato ha preso chiara posizione su come bisogna che noi donne
    abbassiamo la testa alle decisioni degli altri, a decisioni ideologiche e di
    principio, perché non possiamo scegliere liberamente di avere dei figli
    neanche in caso di problemi di sterilità.
    Il femminismo italiano, come ha ricordato Adriana Cavarero intervistata da
    Il Foglio, ha già ribadito che sul corpo e sulla sessualità, sulle decisioni
    di vita delle donne non si deve legiferare, pertanto nessun appello ad un
    “diritto universale” a favore di ipotetici nascituri può permettersi di
    andare a contrastare con il diritto di autodeterminazione (autonomia) e di
    libera scelta che è tra l’altro anche uno dei fondamenti della bioetica, e
    che spetta a ogni donna. Il dibattito dovrebbe essere posto sul versante
    dell’etica della responsabilità che deve coinvolgere le donne e gli uomini
    in ogni parte del mondo, per una decisione matura rispetto alla nascita di
    un figlio che è un progetto di vita, un impegno fondamentale perché questo
    nuovo nato abbia possibilità di una vita felice e sviluppare tutte le sue
    potenzialità. E non funziona neppure l’argomentazione che vuole le donne
    vittime di una selezione delle nascite in paesi considerati meno civili di
    quelli europei, questa tragica piaga infatti non si vince con un’ipotetica
    imposizione statale alla nascita ma con il miglioramento delle situazioni
    economiche delle donne e con i diritti politici effettivi dati alle donne.
    Solo così e con una cultura dell’autodeterminazione le donne di questi paesi
    saranno libere di scegliere quanti figli avere, e solo se non saranno
    costrette a mandare le loro bambine a prostituirsi o a venderle come spose
    bambine, allora la nascita delle loro figlie sarà una gioia e non un dolore
    mortale.
    Noi donne, di nuovo trattate pubblicamente come contenitore da maneggiare in
    talk show abbiamo ora il compito di gridare forte non solo il nostro NO a
    queste strumentalizzazioni. Dobbiamo pubblicamente rifiutare il ruolo di
    “dead women walking” che vogliono appiopparci, perché in questo gioco
    mediatico siamo noi le sottoposte a pena di morte simbolica.
    In questa società nella quale il diritto alla vita è sempre più messo in
    pericolo, e non certo per le scelte della popolazione femminile ma semmai
    per la cultura scellerata maschilista che ci considera proprietà del marito,
    del fidanzato, del padrone, dello Stato, noi donne dobbiamo rivendicare la
    nostra responsabile autodeterminazione.
    Ci chiediamo infine come mai lo pseudo-neo-tomista Giuliano Ferrara non
    abbia invocato gli universalissimi principi della vita e della difesa degli
    innocenti quando volenterosamente il suo governo appoggiava – quella sì - la
    silenziosissima strage di innocenti in Afghanistan e Iraq. C’è da chiedersi
    infatti come mai il realismo politico di certi maschi rimanga tale per
    quanto riguarda la guerra – ultima e preziosissima ratio della politica di
    cui solo loro colgono l’essenza – e si trasformi in un melenso idealismo che
    difende i feti quando si tratta del corpo femminile. Ferrara – e molti
    uomini con lui - è realista e cinico quando si tratta delle bombe in Iraq,
    diventa idealista e mistico quando si tratta del corpo delle donne.
    Che dire infatti di quei bambini carbonizzati dalle bombe al fosforo bianco
    lanciate sull’Iraq dagli aerei americani: innocenti forse non lo erano più
    per il fatto di essere venuti al mondo dalla parte sbagliata? Perché ci fu
    il silenzio, allora, su quella vera e propria strage di innocenti - vivi e
    coscienti - avallata dall’occidente? Quello è sì uno dei tanti crimini
    contro l’umanità passati sotto silenzio per il quale le madri gemono e
    continueranno, inascoltate, a gemere.
    Monia Andreani, Olivia Guaraldo, Francesca Palazzi Arduini, Emma Schiavon
    Seguono adesioni:

    Pubblicato Giovedì 27 Dicembre 2007 alle ore 177 nella categoria La Politica delle donne.

    7 Risposte a “Appello femminista contro la “moratoria per l’aborto” proposta da Il Foglio”

    1. <LI class=alt id=comment-3930>Mauro Antonetti dice:
      27 Dicembre 2007 a 227 Appoggio in toto questo appello. Che nessuno tocchi la 194, già molte volte l’abbiamo difesa e continueremo a farlo. Giuliano Ferrara è un verme (si può dire? no? e io lo dico lo stesso!)
      Cordiali saluti
      Mauro Antonetti
      <LI class="" id=comment-3932>Diego Risuglia dice:
      28 Dicembre 2007 a 10:46 Nessuno tocchi la 194.
      Di aborto ne devono parlare solo le donne.
      Ferrara hai perso un’altra occasione per stare zitto
      Ciao
      Diego
      <LI class=alt id=comment-3934>Giuseppe dice:
      29 Dicembre 2007 a 23:23 diffendere la 194 non è solo un diritto delle donne, ma anche un dovere degli uomini
      <LI class="" id=comment-3935>Giuseppe dice:
      29 Dicembre 2007 a 238 Peccato che quando è nato Giuliano Ferrara… no esisteva la legge sull’aborto… un’occasione mancata
      <LI class=alt id=comment-3938>agnese dice:
      30 Dicembre 2007 a 17:21 vorrei taNTO FARE DUE CHIACCHIERE COL BEL TIPO CHE HA DICHIARATO CHE DELL’ABORTO POSSONO PARLARE SOLO LE DONNE… COMODO EH… VOI MASCHIETTI DOVE ERAVARE MENTRE SI CONCEPIVA UN BAMBINO????
      ” il corpo è mio è lo gestisco io”…ma il bambino che si va ad abortire è un altro corpo, un’altra persona…eppure si ha il diritto di eliminarlo se da fastidio……MAH!!!!!!!!!!! scusatemi ma resto senza parole!!!!!
      <LI class="" id=comment-3941>Diego Risuglia dice:
      31 Dicembre 2007 a 13:23 Agnese, mi hai frainteso, decisamente frainteso!!!
      Diego
      Buon 2008
    2. agnese dice:
      31 Dicembre 2007 a 178 beh diego…se vuoi spiegare cosa intendevi mi farebbe piacere

  3. #3
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    Predefinito C'era chi ci aveva già pensato


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    Predefinito Quinto giorno di digiuno

    http://www.camilloblog.it/archivio/2...ari-christian/

    Ieri pomeriggio, giovedì, ho lavorato al Foglio per la chiusura delle pagine, ho letto ovviamente tutte le lettere sulla moratoria, che sono semplici e belle, il fondino di Sergio Soave su Scalfari che mette limiti alla provvidenza (gustoso), il Pieraccioni di Langone, consacrazione del nostro reverse snobism, della nostra avversione al contegnoso senso di sé che hanno le opere e gli operatori di serie A (naturalmente quello di Pieraccioni, che ho visto per venti minuti in un cinema affollatissimo di Orbetello, è un film - make no mistake, altro che giuggiole - imbarazzante per quanto è brutto). Quanto all’attacco velenoso al nome Christian, per evidenti ragioni Langone sarà punito con una forte ammenda. E spero che Christian Rocca gli risponda a tono, ovviamente in inglese. Ok? Bellasio è riuscito a coprire alla grande, senza risorse umane (come dicono i capi del personale), l’assassinio di Benazir Bhutto. Auspico ricordino con insistenza, i commentatori (non li ho ancora letti), che Benazir era una donna di potere, dura, forse corrotta come sono corrotti gli uomini di potere duri che giocano in situazioni dure, una un po’ diversa dalle Ségolène andanti di oggigiorno, che non diceva ai pakistani “j’ai besoin de vous”, piuttosto gli diceva: “avete bisogno di me”, e della mia coalizione tribale per la democrazia possibile, quella del pugno di ferro. Auspico ricordino, i commentatori, che questo spicinìo di morti ammazzati, a grandi mazzi come certi invii di fiori, è il prodotto del cancro islamista, non degli errori dell’impero americano, senza del quale saremmo già governati da qualche emiro, qui in Europa. Ieri sera, dopo il brodino di dado, ho letto brani da un libro di Gilles Routhier, storico québecois, sull’ermeneutica e la ricezione del Concilio Vaticano II: è il libro di un Alberto Melloni che scrive in francese, appena più moderato del maestro di Bologna erede di Pino Alberigo, e la sua tesi è che del Concilio conta la storia evenemenziale, lo spirito e l’attesa dei fedeli, il fatto pentecostale, più che i documenti, tesi esposta con molta dignità accademica, passione militante per una chiesa cattolica nuova e diversa da quella passata, e soprattutto con il conforto della teologia della recezione conciliare del cardinale teologo progressista moderato Walter Kasper e il bollo prestigioso dell’editrice Vita e pensiero della Cattolica di Milano. Poi ho pensato che bisognava rileggersi la Humanae vitae, l’enciclica scandalosa con cui Paolo VI, di venerata memoria, festeggio il 1967 + 1, nel luglio di quell’anno, mettendo un segno di contraddizione nella recezione entusiastica del Concilio e dicendo agli uomini e alle donne del suo tempo che è meglio amarsi e fare figli, anche regolando con mezzi naturali e continenza la natalità, piuttosto che scopazzare in giro. Ieri fu tutto un “apriti cielo!”, ora quel testo inattuale, anche per merito di Kakà e del suo casto “I belong to Jesus”, torna buono per riflettere su questi primi quarant’anni della modernità, sebbene alla riflessione manchino un miliardo e più di cittadini del mondo esclusi dall’aborto di massa e dall’eugenetica dispiegata. Alle sette e mezzo, puntuale, stamane venerdì è arrivata suor Augusta, mi ha pizzicato il sangue alla perfezione. Nel pomeriggio i risultati, che saranno festosi. Nel quinto giorno di brodini, mi sento un leon che rugge. La dieta speciale pro moratoria continua fino all’ottavo giorno, ma è cosa fatta, mi pare. Sconsiglio fiaccolate, per l’anno prossimo. Secondo me bisognerà organizzare in primavera una riunione europea di cinque milioni di persone a Roma, in cui si manchi di rispetto all’aborto di massa e si denunci la vergogna dell’eugenetica. Un miliardo di aborti nel quarantennale della Humanae vitae? Cinque milioni di persone saranno appena sufficienti. Sogno? No, sono sveglio e sto per andare al Foglio, spero ancora lucido.

  5. #5
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    Predefinito Una dieta speciale

    Una dieta speciale per la moratoria sull’aborto. Perché siano garantiti fondi al movimento per la vita e ai centri di assistenza che lavorano contro l’aborto, come ha chiesto ieri il giornale dei vescovi e come dovrebbero chiedere i giornali borghesi e laici. Una dieta semplice, che consiste nell’assumere soltanto liquidi dalla vigilia di Natale (dalla mattina della vigilia di Natale) al primo dell’anno (alla mattina del primo giorno del 2008). Non lo chiamo digiuno perché sono grasso, sebbene io pensi in generale di essere felicemente grasso e di recente mi senta un grasso molto in forma, orgoglioso di avere lo stesso peso corporeo (quello mentale è un altro paio di maniche) attribuito a Tommaso d’Aquino.
    Questa è la mia decisione, e chi voglia associarsi sarà il benvenuto. Non chiamatela testimonianza, perché la testimonianza è sorella del martirio. Chiamatela per quello che è. Una dieta speciale contro l’ipocrisia e la bruttezza di un tempo in cui la morte viene bandita in nome del diritto universale alla vita e blandita, coccolata come un dramma soggettivo, nella spregevole forma, e molto oggettiva, dell’aborto chirurgico o farmaceutico.
    Terrò un diario pubblico dalla casa di campagna in cui mi ritiro, lo terrò in questo giornale e, nei giorni in cui non sarà in edicola, nel suo spazio sulla rete (www.ilfoglio.it). Ho consultato il mio medico e mi ha detto che posso fare quel che faccio senza troppi problemi, basta bere molto, dosare le pillole antidiabete ed eseguire qualche banale controllo della glicemia e della funzione renale. Non è un sacrificio eccezionale, tutt’altro. E’ un altro modo di fare festa. E’ una cosa che non mi sarei mai sognato di immaginare nella vita e che in genere mi ispira una tremenda diffidenza: una buona azione. Buon Natale.

    Per scrivere e aderire: lettere@ilfoglio.it
    Per seguire il diario di giuliano ferrara: feed rss

  6. #6
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    Predefinito 23 dicembre

    Parla la donna del ricorso. Voglio un figlio sano. Eccetera

    23 Dicembre 2007 Diario di una dieta speciale di Giuliano Ferrara

    La mia prova più difficile arriva sempre quando a parlare è un individuo, una donna in questo caso, una donna che desidera un figlio, non vuole trasmettergli una seria patologia ereditaria, dunque ricorre alla procreazione artificiale assistita attraverso associazioni come madreprovetta o cercounbimbo e, di fronte ai limiti della legge 40, fa ricorso e si vede dare ragione da un giudice civile di Firenze. Con la conseguenza, denunciata da Shriver in America (vedi sotto) ma anche dal laicissimo ugonotto francese, a capo del comitato di bioetica, che ha parlato a Le Monde di selezione eugenetica dispiegata attraverso la generalizzazione delle diagnosi preimpianto o prenatali (l’intervista fu tradotta e pubblicata e discussa per settimane nel Foglio, nel silenzio stampa generale). Giovanni Berlinguer, illuminista ma anche vecchio comunista, e chissà che cosa ho voluto dire con questo, fu nella sostanza d’accordo con l’allarme dell’ugonotto di Francia (di cui adesso non ricordo il nome, Didier qualcosa) e con il nostro allarme. Alla donna di Firenze, intervistata su Repubblica oggi, domenica 23 dicembre, direi questo: “Cara signora, non la giudico. Esercita i suoi diritti, coltiva il suo desiderio, la sua coscienza personale le dice quel che deve fare. Lei vuole ’solo’ un figlio sano. Non lo vuole perfetto, biondo e con gli occhi azzurri. Lei dice di non capire tutte queste polemiche, dice che è solo buonsenso, dice di essere felice della sentenza. Punto. La capisco. Lei soffre di una patologia ossea e non vuole trasmetterla a un figlio procreato con il mezzo tecnico della fecondazione artificiale. Chi non vorrebbe un figlio sano, nel senso da lei suggerito? Sembrerebbe anzi una questione privata. Creaturale e non dogmatica, come direbbe il mio amico Ruggero Guarini. Materia per romanzi che sprofondano nella coscienza, non per un dibattito pubblico secondo logica oggettiva, legale, morale, culturale, spirituale e intersoggettiva. Ma le cose non stanno così, cara signora. Fuori di noi, fuori del nostro desiderio legittimo, fuori delle nostre buone intenzioni, fuori della nostra coscienza, fuori del nostro diritto, stanno - che le vediamo o no, che le consideriamo o no - le cose e le persone. Quando lei dice: “Voglio un figlio sano”, lei dice nello stesso momento: “Non voglio quel figlio malato, ne voglio un altro, e la tecnica mi consente di scegliere”. Si tratta di scegliere: tu sì, tu no. Il fatto che la scelta si faccia in laboratorio, in vitro, invece che nel suo seno, non cambia di molto il problema. Lo raffredda. Lo rende moralmente più maneggevole, forse. La funzione della tecnica, quando non sia sotto il controllo della cultura e della civilizzazione, è quella: rendere più maneggevoli e serene le scelte più tragiche. Eppure la scelta tra due embrioni è la stessa cosa di un aborto selettivo. Nel caso della fecondazione artificiale c’è perfino un di più, l’inesistenza di ogni azzardo, il divenire concreto dell’amore in una scelta programmata. C’è poi un altro problema. Il suo ricorso è nato da un desiderio privato che vuole farsi diritto privato, ma ha conseguenze pubbliche di enorme portata. Anzi, ha una conseguenza: l’eugenetica, il miglioramento della razza. Se diventasse ovvio, scontato, di buonsenso, scegliere un figlio e fabbricarlo come lo si desidera, in prima battuta sano e poi vediamo quali altre caratteristiche debba o non debba avere, sarebbe abrogato il confine che ci separa da una sofisticata Rupe Tarpea, cioè dal raffinamento e imbarbarimento ulteriore, tecnoscientifico, di un vecchio sogno o incubo superomista precedente l’era cristiana, l’era in cui si è deciso nei cuori e nelle opere e nelle leggi in favore della humanitas, della uguale dignità di ogni essere creato. Questa verità logica e storica non può forse prendere posto nel suo desiderio, troppo vivo, troppo umanamente comprensibile, troppo caldo e doloroso, ma deve prendere posto nella visione oggettiva delle cose da parte di chi fa le leggi e di chi pretende di ragionare sulla questione laica del “chi sono” e del “che cosa debbo o posso fare”. Il giornalista che l’ha intervistata facendo di lei la tribuna dolente di uno sfondamento agognato della legge 40, e il titolista che ha dettato: “Polemiche dopo la sentenza. Diagnosi pereimpianto, in arrivo modifiche”, avrebbe il dovere di tenerne conto. Il suo desiderio ha il giusto posto nel governo della mentalità corrente, e infatti le leggi negli altri paesi danno ragione a lui, al desiderio, ma l’eccezione alla mentalità corrente determinata dalla legge 40, dal referendum che l’ha confermata in un turbine di polemiche durissime, e dalle opinioni di milioni di cristiani o di non cristiani, presbiteri o laici, che considerano intrattabile la deriva eugenetica in corso, anche quelle dovrebbero trovare posto. Qualcuno, in una società decente, dovrà pure prendere le parti dell’altro figlio, quello che non è sano. Sono certo della sua comprensione e le faccio molti auguri di buon Natale”.

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    Predefinito

    Ecco la mia diagnosi preNatale

    23 Dicembre 2007 Diario di una dieta speciale di Giuliano Ferrara

    I giornali laicisti (90 per cento e più) sono pieni di crassa e politica soddisfazione per la decisione di un giudice favorevole a una diagnosi preimpianto o prenatale (è lo stesso, il fatto e il cromosoma), e come sempre fanno autorevolmente schifo non per la tesi assurda e legittima che sostengono, ma per il modo unilaterale, per conformismo e piattezza, no dissentig opinion: s’imbrodano unanimi e s’illuminano d’immenso ideologico, sono certi che adesso, magari con il contributo della ministra cattolica e mia amica disperata Livia Turco, si potrà rovesciare il verdetto parlamentare della legge 40 e quello popolare del referendum, che sarebbe stato più chiaro se la battaglia fosse stata per il no, ma è risultato abbastanza chiaro lo stesso, visto che il sì all’abrogazione non ha superato il 23 per cento dei consensi. Sostanza: vogliono la libertà di diagnosi prenatale. Ecco però che cosa dice Timothy Shriver, che mi segnala Giulio Meotti (grazie, magnifico ragazzo). Uno Shriver, caro Veltroni, uno della famiglia Kennedy, che guida il comitato olimpico degli atleti speciali, quelli con disabilità fisiche. Riporto i capoversi decisivi in inglese, li riassumo e traduco il più importante, quello che consente, a Timothy Shriver e a me, di fare una bella diagnosi preNatale alla nostra immensa e illuminata civiltà. Ecco Shriver. Today’s mothers experience dramatically increased feelings of passive and involuntary segregation. And unlike their counterparts in 1970, a stunning 40 percent of them report being confronted with accusations that their child could have been “avoided.” The conclusion is inescapable and stark: Although our policies over the past thirty years have become more supportive of people with Down syndrome, these children are increasingly seen as liabilities. We’ve become more generous with services, but more judgmental too. In this strange mix, what’s clear is that we still don’t believe that people with intellectual disabilities are valuable. When parents knowingly choose to have such a child, the message they frequently receive from the larger society is that they have chosen wrongly. Imagine knowing that others believe your child should not exist. Year after year the debate rages about abortion and choice. But the time has come for a different debate-a debate about what exactly we are choosing. To many people, it is surprising that some studies suggest that the majority of parents of children with Down syndrome report that having to deal with the disability has brought positive changes in their lives. These parents report high rates of happiness, family strength, and personal confidence. Common experiences include a new or increased sense of purpose in life, the acquisition of new skills, and an increased regard for spirituality. The disaster many people associate with the birth of a child who has a disability is not the complete picture. In fact, despite adversity, most family members cope, and find new meaning in their lives. They turn apparent loss into profound gain. Those who live with and care for people with Down syndrome are able to do this because they know something that the technicians of genetic testing may need to learn: in giving to one another, we get back far more than we give. And in accepting unconditionally the full dignity of every human being, we often discover our own. In this way, the parents of children with Down syndrome embrace the always-unfulfilled aspiration of our nation’s founding-that we are all equal, capable, worthy of a chance, no matter what. But does our nation still believe that? At this moment, the stakes are high. For make no mistake: we are in the midst of a silent resurgence of eugenics. The idea that each of us has equal human value regardless of background, wealth, religion, or disability-a cornerstone value of both our religious traditions and our political heritage-is at risk today. The promise of equality and universal dignity is the radical challenge that inspired the founding of our nation and one that we dare not forget today. To take up that challenge is to understand that disability-whether mental or physical-is not an end but a beginning. That belief is a choice. And it is a choice worth living for. Fin qui Shriver. Primo capoverso, riassunto. Siamo progrediti. Forniamo servizi migliori di trent’anni fa ai genitori di bambini down. Ma ora li condanniamo in nome della nostra nuova morale prodotta dal progresso della tecnica. Potevate evitare quel bambino. Potevate scegliere, pro choice. Poi Shriver mette in questione la cosa vera: discutiamo sempre sul pro choice, in linea di principio, ma non ci domandiamo che cosa scegliamo. Commento mio. Questa è la mia linea: io sono pro choice, e poi voglio che la scelta sia chiara, senza l’unzione dell’ipocrisia. Questa è una guerra culturale moderna, l’unico mezzo per riportare la pace dei giusti e dei forti nella stupida irrequietudine postmoderna. Pro choice e pro life. Nominare le cose con il loro nome. Secondo capoverso, riassunto. E’ più felice chi sceglie per la vita. Questa è una cosa che risulta sconosciuta ai tecnici della diganostica prenatale (e, aggiungo io, ai lettori di giornale o ai vedenti di telegiornale). Peccato, perché intorno alla scelta per la vita si giocano i criteri ordinatori della Repubblica americana, il più grande esperimento di eguaglianza e di libertà sulla terra. Peccato, perché sta risorgendo l’eugenetica, una visione del mondo che ebbe la sua fortuna anche nel mondo libero, il nuovo mondo, ma sulla quale il nazismo avrebbe dovuto aver detta l’ultima parola. Era la penultima, invece. Nominerai la cosa con il suo proprio nome. Terzo capoverso, traduzione. La promessa dell’uguaglianza e della dignità universale è la sfida radicale che ha ispirato i fondatori del nostro paese, una sfida che oggi non dobbiamo osare dimenticare. Rilevare quella sfida vuol dire capire che la disabilità - fisica o mentale - non è una fine ma un inizio. Questa certezza è una scelta. Una scelta per la quale vale la pena di vivere. Commento mio: la grande retorica americana pro life è infinitamente superiore alla retorica europea abolizionista della pena di morte. La realizza nelle sue premesse, dunque non è una retorica bolsa, ipocrita, genericamente e vanamente filantropica. Non ho ancora letto, ne parlerò più tardi, l’intervista alla madre che è contenta per la sentenza a lei favorevole, forse, del giudice che vuole smantellare la legge sulla procreazione che è umana, equilibrata, sapiente, medievale nel senso più alto del termine. Ho letto però due righe finali dell’intervento sull’Unità di un ginecologo che propone dei compromessi: scrive che è diventato persona quando si è iscritto al sindacato. E io sono diventato persona quando ho fatto il mio primo 740, caro ginecologo. Che buffonata umanitaria e pusilla questo non saper dire: voglio l’eugenetica, basta con gli scrupoli, selezioniamo la specie, miglioriamo la razza, questo non saper nominare la cosa secondo la sua verità. E questa è la mia diagnosi preNatale, nella domenica di antivigilia del 2008.

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    Predefinito Magris, dovresti fare punto

    24 dicembre Claudio Magris è come sempre elegiaco, elusivo e falso tragico. In una parola, ideologico. Un buon cattolico e un buon cristiano, ma ideologico. Merita davvero un Nobel. Ha scritto molte parole nel Corriere, contro Babbo Natale. Vuole farci sentire la sua malinconia anticonsumista, e ne ha diritto. Ma quando ci spiega che Natale è la nascita di un bambino, ecco, lì dovrebbe fare punto. Punto e a capo.

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