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    Predefinito Scuola: la carica degli alunni stranieri, entro metà secolo più degli italiani

    Sono le cifre su cui si basano i progetti della giornata dei migranti
    La Chiesa cattolica: "Cifre che costringono a muoverci: sono una risorsa"

    Potrebbe bastare una decina di anni. O forse di più. Ma lo scenario di cambiamento già si profila nettamente: a scuola gli alunni stranieri saranno più numerosi di quelli italiani. Un sorpasso che statistici e demografi prevedono nel 2050; che altri anticipano, e che interroga in ogni caso sui mutamenti e sugli effetti possibili. Rischi e opportunità. Modelli didattici e orizzonti culturali: un sistema complesso di fattori in fermento, destinato a un lungo e delicato rodaggio.

    A tale situazione guarda in particolare la Giornata mondiale delle Migrazioni, che la Chiesa cattolica celebra quest'anno il 13 gennaio. "Giovani migranti: risorsa e provocazione" è il tema scelto dalla commissione episcopale per le Migrazioni della Cei. Perché "oggi l'universo dei giovani migranti è molto ampio - sostiene monsignor Piergiorgio Saviola, direttore generale della fondazione Migrantes (http://www. migrantes. it), e si estende al mondo sempre più vasto degli immigrati in Italia, come pure a quelle forme di mobilità umana che sono minoritarie per numero, ma non per i problemi che suscitano e per l'attenzione che meritano".

    I dati. In Italia, secondo l'ultimo Dossier statistico Immigrazione di Caritas-Migrantes di Roma, sono 665mila i minori stranieri residenti all'inizio del 2007, mentre circa 560 mila sono gli italiani minorenni emigrati all'estero. "Per quel che riguarda Sinti e Rom - aggiunge monsignor Saviola - ci troviamo di fronte a una realtà molto giovane: una popolazione di circa 120 mila unità, di cui oltre il 40 per cento sotto i 18 anni". Inoltre sono da considerare "le realtà circensi, 6 mila persone e circa 1.500 famiglie, che comprendono approssimativamente 900 giovani, quella lunaparkista: 6mila licenze registrate, 15 mila famiglie, circa 9600 giovani. Infine i marittimi, circa il 50 per cento dei 2 milioni in transito nei centri Stella Maris sono giovani".

    Ma a registrare con maggiore evidenza la densità della popolazione giovanile straniera nel nostro Paese è soprattutto la scuola: "Secondo gli ultimi dati del ministero dell'Istruzione - nota Migrantes - gli alunni stranieri nell'anno in corso sono più di 500 mila, circa il 6 per cento della popolazione scolastica". E seppure è difficile fare previsioni precise per il futuro, "pensiamo che il numero sia destinato ad aumentare già fra una decina d'anni - osserva padre Gianromano Gnesotto, direttore nazionale per gli immigrati e i profughi - gli esperti in demografia a statistica prevedono il 2050 come l'anno del 'sorpasso' degli alunni stranieri su quelli italiani, ma potrebbe avvenire anche prima".

    Gli scenari possibili. Con quali effetti e quali rischi? "Effetti positivi", valuta padre Gnesotto, "perché la scuola italiana si è posta da tempo obiettivi interculturali, dove le differenze sono non ostacolo ma ricchezza, e cerca di realizzarli". Ormai difficilmente le classi sono monoetniche, e ciò spinge verso un'evoluzione del modello educativo, "perciò la prospettiva può essere solo quella della mediazione tra le diverse culture di cui sono portatori gli alunni". Una sfida obbligata, per la quale secondo Migrantes servono programmi di informazione e aggiornamento per i docenti, e un forte impegno concreto. Del resto, se c'è plauso per le scelte di indirizzo ministeriale, avviate da tempo e confermate ad esempio dal recente documento "La via italiana alla scuola interculturale", dove si assume la diversità "come paradigma dell'identità stessa della scuola, occasione di apertura a tutte le differenze" si chiede però che l'idea non resti solo sulla carta.

    "Nelle scuole italiane sono presenti 192 nazioni su 194 (mancano solo Lesotho e Vanuatu) - evidenzia Gnesotto - con una molteplicità di lingue, culture e abitudini. È dunque un contesto molto ricco e variegato, e la scuola ha il compito di superare il monoculturalismo, ed essere un luogo in cui si rende equilibrato il rapporto con la diversità". In genere, il primo approccio dei ragazzi e delle famiglie italiane è infatti quello che si ha quando si è abituati a una monocultura: sospetto, paura, diffidenza, a volte disprezzo. "Poi però grazie all'incontro reale tra le persone, l'atteggiamento cambia profondamente e si riconosce la ricchezza del confronto e del dialogo". Ecco la direzione auspicabile. Un indirizzo che non elude anche scelte politiche e civili precise: "Il discorso della cittadinanza è fondamentale - precisa padre Gnesotto - molti giovani vivono questa limitazione con estremo disagio. Chi nasce in Italia da genitori stranieri deve essere riconosciuto come italiano. La cittadinanza deve discendere dallo "ius soli" e non più "ius sanguinis", e noi crediamo sia giunto il momento per questo passaggio".
    (10 gennaio 2008)

    http://www.repubblica.it/2006/10/sez...-sorpasso.html

  2. #2
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    De migrantibus (non solum sed etiam)

    Il caso Reggiani induce a riflettere. Il fenomeno dall'immigrazione è gestito come peggio non si potrebbe ed ha effetti catastrofici. Tanto per cominciare ha innescato una guerra tra poveri che rischia di non finire mai. Questa guerra è incoraggiata quotidianamente da una serie di ingiustizie, sperequazioni e favoritismi che avvantaggiano gli stranieri sugli italiani, gli stranieri irregolari sui regolari, e infine, tra gli irregolari, quelli più pericolosi socialmente.
    I costi economici, sociali, culturali dell'immigrazione sono altissimi. L'immigrazione incide non poco anche sull'ordine pubblico e sulla sicurezza.
    Non esiste una politica credibile – né l'ipotesi di una politica credibile – sull'immigrazione.


    Trinariciuti e agghiaccianti


    Le voci che si levano in proposito sono quasi sempre assurde, espressioni di logiche trinariciute, a volte agghiaccianti.
    I profeti del paradiso cosmopolita ripetono incessantemente un'interminabile serie di assurdità ideologico-moralistiche facendosi così agenti patogeni di una vera e propria epidemia. Nella veste di censori morali criminalizzano la reazione normale della gente e pretendono anche manu militari che essa eviti di ribellarsi al non senso.
    E' pur vero però che dal canto suo la gente ama il sensazionalismo ed è semplicistica nelle sue emozioni. E così, presa oggi da romenofobia, oltre a dimenticare che esistono non pochi immigrati laboriosi e onesti, non si accorge in questi giorni di altri reati non commessi da immigrati, come a Guidonia ieri (che sarebbe successo se a sparare a diciassette passanti fosse stato un rom?) o di altri omicidi tutti italiani. Mai un po' di misura... La gente oscilla pericolosamente tra un buonismo neo-rousseauiano e un'intolleranza ottusa.
    Se si continua così, con demonizzazioni e angelizzazioni alterne, non si farà che far marcire irrimediabilmente tutto, senza che alcuna misura intelligente venga mai presa nemmeno in considerazione.


    L'immigrazione? Un business


    Ma qualcuno vuole prendere misure serie? Francamente ne dubito.
    E' vero infatti che l'immigrazione è l'effetto di un colonialismo anomalo e intrecciato che tanto giova alle multinazionali e tanto danneggia i popoli. E' certo che un'ideologia perniciosa di cui sono imbevute le intellighenzie occidentali non fa che alimentare il meccanismo multinazionale.
    E' vero, tremendamente vero, che ci sono troppe associazioni che vivono dell'immigrazione, foraggiate da fondi europei, nazionali, locali, da tasse dirette e indirette. L'immigrazione è diventata un business per associazioni clericali e marxiste, prima tra tutte Migrantes della Caritas.
    Di sicuro fino a quando saranno versati migliaia di miliardi di lire a chi si occupa di frizioni sociali dovute all'immigrazione costoro si adopereranno affinché l'immigrazione resti un fenomeno socialmente devastante anziché cercare di trovare soluzioni. (E parte di questi miliardi si spreca nella manutenzione degli inutili e indegni Cpt, contrappeso uguale e contrario dell'assistenzialismo). Quella che si è venuta a creare è una ricchissima, vergognosa e pericolosa forma di tangente; una porcheria che ha un peso notevole nella gestione migratoria. E tutte le misure previste non vanno minimamente a risanare le problematiche sull'immigrazione bensì a rimpinguare ulteriormente le casse degli sfruttatori dell'immigrazione; lo si scopre chiaramente con la legge Amato-Ferrero.


    Dobbiamo alzare le braccia?


    Non c'è via di uscita? Dobbiamo gettare miliardi per finanziare i profittatori e rassegnarci così a un futuro letteralmente invivibile? E dobbiamo, nel frattempo, essere costantemente ingiusti verso tutto e tutti? Dobbiamo continuare a confondere l'immigrazione (che è un fenomeno) con la figura emblematica dell'immigrato?
    E che dobbiamo pensare di questo fantomatico “immigrato”? Che è un criminale, un selvaggio, offendendo così decine e decine di migliaia di persone per bene e la nostra stessa dignità? O dobbiamo pensare che questo inesistente “immigrato” sia un buono, una vittima onesta da proteggere e con cui costruire un melting pot americano? E così alimenteremo ingiustizie, sperequazioni, guerre tra poveri e lasceremo crescere anche le ampie sacche criminogene, rendendoci complici, quando non vittime, di violenze e omicidi.
    Dobbiamo rassegnarci a un'impotenza imbecille chiusi a tenaglia tra affermazioni ideologiche e prive di proposte? Sembrerebbe che tutti, dall'estrema sinistra all'estrema destra con esternazioni irreali e sloganistiche siano d'accordo per fare in modo che nulla si muova e che tutto contribuisca allo sviluppo incontrastato dello status quo, così come pretende – giustamente per le sue finanze – il cardinal Bertone.


    Molto si può


    E' certo che non si può risolvere il problema dell'immigrazione in una condizione di sovranità limitata e sottostando ai diktat del Wto e delle organizzazioni internazionali. Ma questo non significa che, pure nell'attuale limitato margine d'azione, alcune decisioni di buon senso non possano rivelarsi salutari.
    Innanzitutto s'impone la chiusura totale dei rubinetti per le associazioni che incoraggiano il disagio migratorio.
    Quindi si può uscire dai vincoli di Schenghen, ché non è un obbligo restarci invischiati, e regolarizzare così meglio i flussi.
    Quindi è possibile passare una serie di accordi internazionali – in controtendenza rispetto al sistema multinazionale - per finanziare i Paesi colonizzati che oggi vivono in buona parte delle rimesse finanziarie degli emigrati e che, fronte a un'ipotesi più ghiotta, si adopererebbero a cambiare e far cambiare rotta.
    Si dovrebbe poi smetterla di offrire la cittadinanza o la nazionalità (a me non è mai venuto in mente di chiedere quella francese benché abbia vissuto per quindici anni a Parigi e stimi a ragion veduta molto più quello Stato del nostro); si parli di permessi di soggiorno che, sia ben chiaro, offrono le medesime garanzie legali e assistenziali quando non addirittura maggiori.
    Si dovrebbe infine avviare una serie di programmi di qualificazione professionale con integrazioni lavorative temporanee i cui proventi siano versati obbligatoriamente in parte nel loro Paese in fondi destinati all'acquisto di casa e terra (ad esempio potrebbe trattarsi dei contributi che andrebbero vincolati a questo scopo).
    Si agisca, insomma, per ribaltare la logica di questa dinamica.
    Si può fare; si può fare in concordia e in collaborazione internazionale, si può fare rispettando la nostra cultura, la nostra intelligenza, le nostre tradizioni, i popoli e gli individui delle altre nazioni.
    Ma la domanda che va posta è: si vuole fare? Perché a me non pare proprio. Nessuno, davvero nessuno, mi sembra volerlo; tutti, gli imbelli, i parassiti e gli oppositori che alzano la voce, si agitano e inseguono voti nel malcontento, sembrano soddisfattissimi della situazione com'è. Oppure sono soltanto superficiali e pressapochisti, il che di fatto non cambia. E allora ammettiamolo: abbiamo esattamente quello che ci meritiamo e andremo sempre peggio. Ma prendiamocela con noi stessi invece di ululare alla luna. Che noi siamo iene, cani, sciacalli o lupi mannari fa lo stesso: è solo una perdita di tempo.

    Gabriele Adinolfi

    http://www.noreporter.org/dettaglioArticolo.asp?id=9863

  3. #3
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    Non è vero che chi si oppone all’immigrazione disprezza gli immigrati né che li stima chi la favorisce. Osserviamo da vicino la trappola dialettica, ideologica e giuridica che impedisce un adeguato approccio al problema. La confusione sul razzismo e sulla xenofobia, il ruolo delle oligarchie di sfruttatori. Alla ricerca di un'impostazione corretta, giusta e realistica della questione.

    Da destra e da sinistra

    Sull’immigrazione massiccia, a volte definita “selvaggia” ed altre “clandestina” si fa un gran sparlare, ovvero un parlare a sproposito. A destra la si ostacola veementemente in quanto vi si ravvede una volontà di sradicamento e di annientamento dell’insieme terra-storia-popolo da parte di registi perfidi e occulti. A sinistra la si difende in nome dell’utopia egalitarista ed a causa del complesso di colpa che prova chi, industrializzato e colonizzatore si sente oggettivamente responsabile della fame e della disperazione del Terzo Mondo e, pertanto, si sente obbligato a risarcirlo.
    Al solito entrambe le aree hanno ragione, ma solo parzialmente. Vediamo perché.

    Cause dell’immigrazione

    L’immigrazione è un effetto del capitalismo, ovvero della suddivisione in zone economiche che sono rigidamente differenziate affinché si lavori sottocosto in alcuni territori per vendere a sovrapprezzo in altri. È il plusvalore all’ennesima potenza la causa di questo gigantesco mercato di schiavi che non è nato affatto con il colonialismo come si crede ma da quella decolonizzazione voluta e gestita insieme dall’Onu, dalle multinazionali americane e dalle internazionali socialista e comunista. Per interromperlo bisognerebbe rimettere in discussione i parametri dell’intera economia mondiale permettendo alle zone sfruttate di uscire dallo stato alle quali sono relegate e di offrire condizioni di vita accettabili e dignitose ai sottoparia dell’economia globalizzata.
    Il che non è possibile senza una rimessa in causa di tutto il sistema produttivo e mercantile, senza un rilancio dell’economia privata, della proprietà privata e dell’economia comunitaria e sociale, e infine della produzione autonoma e localizzata.
    Ovvero senza un totale abbandono delle logiche progressiste di sviluppo sulle quali si è andato evolvendo il liberismo internazionale, ovvero, ancora, senza il tramonto delle utopie marxiste che, a voler essere pignoli, poco hanno a che vedere con lo stesso Marx.
    L’immigrazione è, dunque, innanzitutto una cosa: un mercato di schiavi a vastissimo raggio, insito nelle logiche del capitalismo.
    Ed a tal proposito si rifletta sulla forza d’attrazione e di condizionamento umano raggiunto dal capitalismo. Secoli addietro uomini senza scrupoli solcavano i mari per rapire la mano d’opera africana e condurla di forza oltre oceano. E tra questi mercanti di schiavi singolarmente ritroviamo uno dei principali finanziatori di Marx ed Engels, un tal Lafitte.
    Oggi sono gli stessi schiavi ad offrirsi volontari e a cercare direttamente i mercanti di uomini ai quali versano tutti i loro averi purché li conducano dai loro padroni occidentali.
    Potenza ipnotica del Leviatano!

    Sintomo di disastro sociale e acceleratore di disgregazione

    L’immigrazione è indiscutibilmente un sintomo del disastro sociale verificatosi nei paesi di provenienza ed è, al contempo, un acceleratore di disgregazione della società di accoglienza. Perché, come osserva giustamente Geminello Alvi, essa non è l’avvio di quel confronto etno-culturale che pretenderebbero gli utopisti umanisti bensì lo scimmiottamento del modello yankee.
    “Il collante tra l’immigrante e le nazioni che lo ospitano, anche in Europa, non è né la cultura dell’immigrato né quella di chi lo ospita: è la sciatta cultura delle plebi americanizzate”.
    E, come fa notare Eric Werner, essa contribuisce a creare attrito sociale e senso di pericolosità rafforzando, pertanto, l’instabilità collettiva e la consequenziale stabilità del potere oligarchico.
    Benché gli americani siano consci del fattore deflagrante ed identicida dell’immigrazione di massa e, probabilmente, tendano a favorirla in Europa, neppure è corretto risolvere la questione come il frutto di un complotto mondialista. Proprio da alcuni tra i principali esponenti mondialisti, come Giscard d’Estaing e Kissinger, si sono levate autorevoli voci volte a contrarre questo fenomeno, ma inutilmente. Il gotha finanziario, le multinazionali, le chiese ed i partiti comunisti, che sono tutti, sia pur in misura diversa, parassiti dell’umanità, non hanno alcuna intenzione di porre freno al mercato di schiavi che arreca loro potere, onore e ricchezze.
    Ci troviamo dunque in presenza di un dramma irreversibile e di un problema irrisolvibile?
    No, perché nulla è definitivo e tutto può cambiare. Si, fintanto che i rapporti di forza, la struttura economica e lo stordimento culturale non subiscano modifiche.
    Il che non significa che non si possa controbattere, anche se è da stabilire come, una tendenza pericolosa. A patto, però, di avere le idee chiare e, soprattutto di saper evitare le trappole disseminate sul cammino di chi ha deciso di far propria questa battaglia.
    Ed a tal proposito vogliamo sgombrare il campo dai peggiori equivoci.

    Il tabù “razzista”

    Il primo equivoco, forse il più importante, è insito nella vera e propria trappola ideologica, dialettica e giuridica nella quale si imbatte chiunque voglia trattare il problema dell’immigrazione.
    All’origine di questo equivoco che oramai è divenuto una vera e propria trappola stanno due elementi: da un lato la mistificazione linguistico-ideologico-valoriale che è insieme l’ariete ed il cavallo di Troia di tutte le penetrazioni marxiste e dall’altro l’interesse di alcune oligarchie (le multinazionali, i centri gerarchici dell’integralismo islamico e le chiese cristiane) che esigono che il processo migratorio non abbia fine né regolamentazione.
    La coincidenza di questi fattori ha finito con l’imporre l’assioma anti-immigrazione = razzismo.
    Dal che il timore, da parte di chi vorrebbe veder scemare detto fenomeno, di essere incriminato o comunque socialmente scomunicato. E quindi la solita premessa dell’uomo della strada “non sono razzista ma...”
    In realtà l’assioma è falso in quanto si può essere contro l’immigrazione senza essere razzisti ed essere razzisti e favorire l’immigrazione, com’è il caso frequente dei mercanti di schiavi Wasp delle multinazionali.
    Ma è arduo comprenderlo finché si resta prigionieri della confusione imposta dialetticamente dalle sinistre che hanno la capacità straordinaria e la vocazione atavica di snaturare, mistificare e bollare qualsiasi valore o modello che non rientri nelle loro categorie.
    Così sotto la voce “razzismo” si sono fatte passare una serie di tendenze diverse e spesso inconciliabili, talune delle quali con il “razzismo” almeno così come lo si intende comunemente non hanno nulla a che fare.

    A proposito di razzismo

    Il razzismo zoologico, il razzismo sociale, il razzismo nazionalistico, la fierezza della propria identità e persino la preservazione della memoria storica si sono così venuti a confondere nel medesimo pentolone mescolandosi infine con altre categorie quali la xenofobia e l’antisemitismo.
    Che non vi sia comunanza tra tutti questi sentimenti è ovvio: non hanno neppure la medesima origine storica.
    Il razzismo zoologico, che si fonda sull’ipotesi evoluzionista darwiniana e adduce superiorità di scatole craniche o di Q.I., è una trovata anglosassone e protestante, contro cui Evola peraltro polemizzò a lungo. Con qualche allargamento in zone germaniche, questo razzismo è prettamente di stampo inglese o di civilizzazioni insulari restie all’apertura della mente.
    È’ indiscutibile che la gran parte dell’oligarchia dominante, e dunque degli stessi mercanti di schiavi, sia razzista zoologicamente e, malgrado ciò o forse proprio perciò, favorevole all’immigrazione massiccia.
    Il razzismo sociale, che poi è il più diffuso e dal quale ben pochi sono esenti, è un razzismo borghese e classista per il quale Tizio disprezza gli Africani non tanto perché portatori di valori a lui non consoni ma in quanto pezzenti, poveri, squalificanti socialmente. E’ il razzismo dei parvenus che, attraverso l’abbassamento dell’altro ritengono di innalzarsi; infatti nell’inferiorità altrui trovano il conforto di una presunta superiorità individuale altrimenti indimostrabile nella loro vita quotidiana.
    Il razzismo colonizzatore nasce a sinistra, nella cultura giacobina. Chi lo nutre ritiene che il suo popolo sia portatore di un modello avanzato, da esportare assolutamente per emancipare chi è culturalmente ritardato.
    La fierezza della propria identità è, invece, elemento fondamentale ed imprescindibile per la salute di un popolo e della sua civiltà: colpevolizzarla, come avviene da tempo, significa minarne la compattezza, la sopravvivenza ed il destino. L’attacco pernicioso contro questo naturale riflesso identitario si è infine spinto fino a mettere in discussione la stessa memoria storica dei popoli europei perché in essa, giustamente, si ravvedono al contempo elementi “politicamente scorretti” e gli anticorpi alla dissoluzione.
    L’antisemitismo c’entra come i cavoli a merenda ma lo si lascia lì nel pentolone perché è fonte di facile criminalizzazione. In realtà sullo stesso antisemitismo dovremmo dilungarci molto perché è a sua volta un fenomeno assai complesso che si nutre di sentimenti di sinistra, di reazioni di destra e di elementi di razzismo religioso, peraltro reciproci.
    Infine nel coacervo razzista ritroviamo la xenofobia che non è altro che timore e diffidenza verso l’ignoto. Un sentimento, questo, un po’ primario, di origine contadina che dovremmo considerare angusto e censurabile. L’esperienza ci insegna però che oltre cinque secoli fa gli “indios” americani non erano xenofobi e per tutta risposta sono stati sterminati; se invece lo fossero stati avrebbero rigettato in mare coloro che furono la causa della loro estinzione. Dunque la xenofobia non è necessariamente un difetto.

    Per una corretta impostazione del problema

    Ma cosa c’entrano queste precisazioni con il problema politico dell’immigrazione?
    C’entrano per quel che riguarda la sua impostazione che è di primaria importanza se è vero, come è vero, che l’albero è nel germoglio.
    Da quanto sommariamente esposto si ricava infatti una prima certezza e cioè che a proposito di “razzismo” si parla a vacca. Dal che consegue una seconda certezza, ovvero che nell’equiparare l’opposizione all’immigrazione con il razzismo si fa quantomeno una forzatura.
    La stessa equazione che viene automaticamente formulata tra l’ideologia del neofascismo, poiché esso si esprime quasi compatto ed a gran voce perché sia dato freno all’immigrazione, e l’odio razziale è pretestuosa ed infondata.
    L’esperienza storica ci insegna infatti che durante l’ultimo conflitto le relazioni con le popolazioni e le truppe di colore furono improntate, da parte fascista, al massimo rispetto mentre il disprezzo razziale fu prerogativa delle autorità civili e delle gerarchie militari delle democrazie.
    Le conseguenze sta ad ognuno il trarle.
    Personalmente riteniamo che l’opposi all’immigrazione debba sì fondarsi sulla fierezza della propria identità e sulla difesa della propria memoria ma anche sulla concordia con i popoli schiavizzati e gettati alla deriva sulle nostre spiagge.
    Riteniamo che la difesa delle identità vada perseguita contemporaneamente ed in contrasto con la prepotenza e l’antiumanismo che sono alla base dell’attuale sistema capitalistico a cultura angloamericana ed a struttura oligarchica.
    Concordiamo con Jean Marie Le Pen che non si stanca d’insistere sul fatto che i nemici della Francia (e dunque i nostri) non sono gli immigrati ma le lobbies dell’immigrazione.
    Va da sé che non vogliamo giungere all’eccesso di assolvere i consistenti gruppi di criminalità organizzata che immigrano da noi, perché l’essere oggettivamente vittime di un fenomeno non cancella le successive colpe soggettive.

    Liberarsi degli equivoci

    A nostro avviso una visione corretta e complessiva s’impone perché non si può restare prigionieri dell'alternativa tra il favorire gli scafisti e lo sperare che la Marina mitragli le scialuppe dei disperati.
    Proprio in quest’alternativa, falsa e fuorviante, si trova infatti il secondo equivoco, la seconda trappola insita nell’impostazione comune del problema e che impedisce che questo abbia una soluzione.
    Il che è lampante in terre d’immigrazione massiccia, come la Francia o il Belgio. Prigionieri di questo equivoco i “progressisti” accordano agli immigrati tutte le qualità morali possibili ed immaginabili mentre gli “xenofobi” si sentono obbligati a negar loro la stessa dignità umana.
    Alla prova dei fatti le teorie, come sempre accade, si dimostrano mendaci ed al momento di entrare in contatto con gli immigrati tanto coloro che li esaltano quanto coloro che li rifiutano si accorgono di avere ampiamente torto, di aver commesso iniquità, sicché si trovano a disagio ed incapaci di fornire ipotesi praticabili per la risoluzione del problema giacché il fondamento teoretico delle loro costruzioni si fonda sulle sabbie mobili.
    Una volta di più nel dualismo imposto subdolamente troviamo la falsità, la mistificazione e l’impossibilità di una via d’uscita.
    Una terza via non solo è possibile ma è fondamentale.

    Alla ricerca della soluzione

    Quale via? Una via che, come abbiamo detto, si orienti verso la cooperazione e verso la fuoriuscita dal capitalismo nel nome della proprietà privata e sociale, della produzione e del benessere e non certo in quella della regressione allo stadio proletario proto-industriale che certe opposizioni nostalgiche e marginalizzate propugnano.
    Ma questo è un obiettivo ambizioso, nel frattempo c’è da far fronte ad ondate sempre più massicce di portatori di drammi e di infelici destini ed è urgente ed opportuno stabilire il come.
    Nell’attuale caos è indispensabile battersi per una regolamentazione e per l’assegnazione di priorità che magari favoriscano la composizione di modelli omogenei (ciò che avverrebbe ad esempio con le migrazioni intraeuropee) ma che, soprattutto, puntino ad incoraggiare l’immigrazione di ritorno dei nostri compatrioti partiti un tempo oltremare.
    Ed è quantomeno singolare che allorquando essi ci domandano oggi asilo, specie dall’Argentina, le autorità politiche scoprano che “è meglio aiutarli laggiù”. Può essere anche vero ma perché questo mai viene loro in mente quando si tratta degli immigranti africani? Probabilmente perché ciò andrebbe in contrasto con le logiche di sfruttamento delle multinazionali, ovvero dei padroni dei nostri politici e dei nostri facitori d’opinione.
    Regolamentare l’immigrazione, dunque, dando priorità alla salvaguardia culturale ed ai doveri nei confronti dei nostri compatrioti. E’ stupefacente che una soluzione così logica e naturale, che dovrebbe essere non solo trasversale ma sfiorare l’unanimità nelle persone ragionevoli ed indipendenti di giudizio, sia rimasta del tutto inascoltata.



    Gabriele Adinolfi

    http://www.fiammapistoia.org/Contro%...20razzismo.htm

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da PointBreak Visualizza Messaggio
    Sono le cifre su cui si basano i progetti della giornata dei migranti
    La Chiesa cattolica: "Cifre che costringono a muoverci: sono una risorsa"

    Potrebbe bastare una decina di anni. O forse di più. Ma lo scenario di cambiamento già si profila nettamente: a scuola gli alunni stranieri saranno più numerosi di quelli italiani. Un sorpasso che statistici e demografi prevedono nel 2050; che altri anticipano, e che interroga in ogni caso sui mutamenti e sugli effetti possibili. Rischi e opportunità. Modelli didattici e orizzonti culturali: un sistema complesso di fattori in fermento, destinato a un lungo e delicato rodaggio.

    A tale situazione guarda in particolare la Giornata mondiale delle Migrazioni, che la Chiesa cattolica celebra quest'anno il 13 gennaio. "Giovani migranti: risorsa e provocazione" è il tema scelto dalla commissione episcopale per le Migrazioni della Cei. Perché "oggi l'universo dei giovani migranti è molto ampio - sostiene monsignor Piergiorgio Saviola, direttore generale della fondazione Migrantes (http://www. migrantes. it), e si estende al mondo sempre più vasto degli immigrati in Italia, come pure a quelle forme di mobilità umana che sono minoritarie per numero, ma non per i problemi che suscitano e per l'attenzione che meritano".

    I dati. In Italia, secondo l'ultimo Dossier statistico Immigrazione di Caritas-Migrantes di Roma, sono 665mila i minori stranieri residenti all'inizio del 2007, mentre circa 560 mila sono gli italiani minorenni emigrati all'estero. "Per quel che riguarda Sinti e Rom - aggiunge monsignor Saviola - ci troviamo di fronte a una realtà molto giovane: una popolazione di circa 120 mila unità, di cui oltre il 40 per cento sotto i 18 anni". Inoltre sono da considerare "le realtà circensi, 6 mila persone e circa 1.500 famiglie, che comprendono approssimativamente 900 giovani, quella lunaparkista: 6mila licenze registrate, 15 mila famiglie, circa 9600 giovani. Infine i marittimi, circa il 50 per cento dei 2 milioni in transito nei centri Stella Maris sono giovani".

    Ma a registrare con maggiore evidenza la densità della popolazione giovanile straniera nel nostro Paese è soprattutto la scuola: "Secondo gli ultimi dati del ministero dell'Istruzione - nota Migrantes - gli alunni stranieri nell'anno in corso sono più di 500 mila, circa il 6 per cento della popolazione scolastica". E seppure è difficile fare previsioni precise per il futuro, "pensiamo che il numero sia destinato ad aumentare già fra una decina d'anni - osserva padre Gianromano Gnesotto, direttore nazionale per gli immigrati e i profughi - gli esperti in demografia a statistica prevedono il 2050 come l'anno del 'sorpasso' degli alunni stranieri su quelli italiani, ma potrebbe avvenire anche prima".

    Gli scenari possibili. Con quali effetti e quali rischi? "Effetti positivi", valuta padre Gnesotto, "perché la scuola italiana si è posta da tempo obiettivi interculturali, dove le differenze sono non ostacolo ma ricchezza, e cerca di realizzarli". Ormai difficilmente le classi sono monoetniche, e ciò spinge verso un'evoluzione del modello educativo, "perciò la prospettiva può essere solo quella della mediazione tra le diverse culture di cui sono portatori gli alunni". Una sfida obbligata, per la quale secondo Migrantes servono programmi di informazione e aggiornamento per i docenti, e un forte impegno concreto. Del resto, se c'è plauso per le scelte di indirizzo ministeriale, avviate da tempo e confermate ad esempio dal recente documento "La via italiana alla scuola interculturale", dove si assume la diversità "come paradigma dell'identità stessa della scuola, occasione di apertura a tutte le differenze" si chiede però che l'idea non resti solo sulla carta.

    "Nelle scuole italiane sono presenti 192 nazioni su 194 (mancano solo Lesotho e Vanuatu) - evidenzia Gnesotto - con una molteplicità di lingue, culture e abitudini. È dunque un contesto molto ricco e variegato, e la scuola ha il compito di superare il monoculturalismo, ed essere un luogo in cui si rende equilibrato il rapporto con la diversità". In genere, il primo approccio dei ragazzi e delle famiglie italiane è infatti quello che si ha quando si è abituati a una monocultura: sospetto, paura, diffidenza, a volte disprezzo. "Poi però grazie all'incontro reale tra le persone, l'atteggiamento cambia profondamente e si riconosce la ricchezza del confronto e del dialogo". Ecco la direzione auspicabile. Un indirizzo che non elude anche scelte politiche e civili precise: "Il discorso della cittadinanza è fondamentale - precisa padre Gnesotto - molti giovani vivono questa limitazione con estremo disagio. Chi nasce in Italia da genitori stranieri deve essere riconosciuto come italiano. La cittadinanza deve discendere dallo "ius soli" e non più "ius sanguinis", e noi crediamo sia giunto il momento per questo passaggio".
    (10 gennaio 2008)

    http://www.repubblica.it/2006/10/sez...-sorpasso.html
    Come sempre su questi temi, perfettamente d'accordo con la Chiesa
    Against all odds

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da PointBreak Visualizza Messaggio
    Sono le cifre su cui si basano i progetti della giornata dei migranti
    La Chiesa cattolica: "Cifre che costringono a muoverci: sono una risorsa"
    Per il vaticano.

    Venghino, venghino, avanticheccepposto. Tutti in piazza San Pietro.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    Per il vaticano.

    Venghino, venghino, avanticheccepposto. Tutti in piazza San Pietro.
    Per loro sono si una risorsa visto che senza i preti immigrati metà delle chiese di paese sarebbero chiuse e che la Caritas ci guadagna miliardi con l'immigrazione facendoli arrivare qua e poi abbandonandoli a loro stessi

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    Per il vaticano.

    Venghino, venghino, avanticheccepposto. Tutti in piazza San Pietro.
    Credo che il Vaticano sia stato il primo a vedere gli effetti collaterale da immigrazione selvaggia e a disilludersi di poter risolvere in tale modo il problema delle vocazioni e la costante riduzione dei fedeli.

    Ovviamente non può rinunciare a certe posizioni populiste, un pò per interesse, un pò perché le fondamenta stesse della religione glielo impediscono.

    Ma se vogliamo analizzate il discorso di Papa Benedetto Sedicesimo alle autorità romane, non può sfuggirci il richiamo ad un comportamento più prudente.


    Comunque gli articoli postati inducono a più di una riflessione da diversi punti di vista.

  8. #8
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    .

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da iannis Visualizza Messaggio
    Come sempre su questi temi, perfettamente d'accordo con la Chiesa
    ... che per l'assistenza a ogni immigrato prende parecchi soldini dallo stato italiano e dalla ue... deus vult!

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da ugolupo Visualizza Messaggio
    Credo che il Vaticano sia stato il primo a vedere gli effetti collaterale da immigrazione selvaggia
    mi permetto di correggerti: il primo fu enoch powell, deputato inglese, negli anni '60 con il suo discorso sui "rivers of blood", quando gli stati inglese e francese iniziarono a legiferare per fare entrare immigrati come forza lavoro per le grandi industrie.
    all'epoca, l'ocse inventò la storiella sociologica che, una volta guadagnatio qualche soldo, gli immigrati se ne sarebbero tornati nel loro paese.
    invee, come funziona costantemente in ogni fenomeno migratorio, gli immigrati fecero venire le loro famiglie e la situazione attirò ulteriori immigrati.
    oggi siamo al punto in cui siamo.

 

 
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