Se non capisci cosa c'è scritto...


Se non capisci cosa c'è scritto...
non sarà mai possibile con la ragione pervenire a qualche verità assoluta


si, scusa...quello è stato scritto nel 1215, ma la domanda era rivolta a te...
xchè lo hai riportato e cosa intendevi dire riportandolo?


C'è scritto la grande tolleranza verso i giudei che venivano solo esclusi dai pubblici uffici e non dai commerci e dagli offici privati. Tolleranza che non veniva riservata ad eretici e scomunicati i quali venivano estromessi dalla vita sociale. Proprio perchè il popolo di Isralele ha una considerazione a parte che si innesca in una visione escatologica. In quel tempo, durante il Sacro Romano Impero, non erano concessi offici pubblici a non cristiani, ed il fatto che si apprende che alcuni giudei erano assurti a tali incarichi... beh significa che erano addentrati nel tessuto sociale dell'epoca tanto che un Papa e molti altri in seguito dovettero spesso richiamare i funzionari all'ordine.
UT UNUM SINT!


in quel concilio il Papa diede una "bella tirata d'orecchi" anche ai Cristiani.


Allora o non capite o fate finta, voglio semplicemente dire ( e nonera il 1212 ma intorno al 1500 non ricordo la data esatta) che la discriminazione non era teologica ma sociale, tutto li e questa è una eredità come un patrimonio genetico che molti, troppi cattolici continuano a portarsi dietro.
non sarà mai possibile con la ragione pervenire a qualche verità assoluta


, simplicio....simplicio.....
niente di genetico
Quarto Concilio Lateranense
Dall'11 al 30 novembre 1215, 3 sessioni. Papa Innocenzo III (1198-1216). Settanta capitoli: confessione di fede contro i Catari; transustanziazione eucaristica; confessione e comunione annuale.
II Edizione IntraText CT
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- Indice -
Vedi anche: Indice delle note Statistiche e grafici (Occorrenze: 18894. Parole: 3836)
( LXIX è ciò che simplicio aveva postato)
- I La fede cattolica
- II Gli errori dell'abate Gioacchino
- III Degli eretici
- IV L'orgoglio dei greci contro i latini
- V Della dignità dei patriarchi
- VI Dei concili provinciali
- VII Della correzione delle colpe
- VIII Delle inchieste
- IX Riti diversi nella stessa fede
- X La scelta di predicatori
- XI Dei maestri di scuola
- XII Dei capitoli generali dei monaci
- XIII Proibizione di nuovi ordini religiosi
- XIV Punizioni per i chierici incontinenti
- XV Contro l'ubriachezza dei chierici
- XVI Le vesti dei chierici
- XVII Dei festini dei prelati e della loro negligenza per gli uffici divini
- XVIII Sentenze di morte e duelli proibiti ai chierici
- XIX Divieto di ingombrare le chiese con oggetti profani
- XX Il Crisma e l'Eucarestia devono essere custoditi sotto chiave
- XXI Della confessione, del segreto confessionale, del dovere di comunicarsi almeno a Pasqua
- XXII Gli infermi provvedano prima all'anima poi al corpo
- XXIII Una chiesa cattedrale o regolare non resti vacante oltre tre mesi
- XXIV L'elezione per scrutinio o per compromesso
- XXV L'elezione fatta dal potere secolare è invalida
- XXVI Pene contro chi conferma una elezione irregolare
- XXVII L'istruzione degli ordinandi
- XXVIII Chi ha chiesto di andarsene ne sia costretto
- XXIX Nessuno Può avere due, benefici con cura d'anime
- XXX Circa l'idoneità per essere addetti alle chiese
- XXXI I figli dei canonici non devono essere eletti dove prestano servizio i loro padri
- XXXII I patroni lascino al clero una quota conveniente
- XXXIII Non si ricevano le prestazioni stabilite senza effettuare le visite
- XXXIV Non bisogna gravare i sudditi col pretesto di qualche prestazione
- XXXV Si deve esporre la causa per cui uno si appella
- XXXVI Il giudice può revocare una sentenza interlocutoria e comminatoria
- XXXVII Non si devono richiedere lettere Per più di due giornate di cammino e senza uno speciale mandato
- XXXVIII Gli atti vanno scritti perché possano servire come prova
- XXXIX Bisogna restituire anche quei beni che il possessore non ha personalmente sottratto
- XL Del possesso legittimo
- XLI In ogni prescrizione la buona fede deve essere ininterrotta
- XLII Della giustizia secolare
- XLIII Nessun chierico presti fedeltà ad un laico, senza sufficiente motivo
- XLIV Le costituzioni dei Principi non devono Portar pregiudizio alle chiese.
- XLV Quel Patrono che uccide o mutila il chierico di una chiesa perde il diritto di Patronato
- XLVI Non si devono imporre tasse al clero
- XLVII La forma della scomunica
- XLVIII Del modo di ricusare il giudice
- XLIX La pena per chi infligge ingiustamente una scomunica
- L La restrizione degli impedimenti del matrimonio
- LI Pene per chi contrae matrimonio clandestino
- LII La testimonianza per sentito dire non è accettabile nelle cause matrimoniali
- LIII Di chi dà a coltivare ad altri le proprie terre per frodare le decime
- LIV Le decime devono esser pagate prima dei tributi
- LV Nonostante i privilegi, devono esser pagate le decime delle terre che si acquistano
- LVI Un parroco non deve perdere le decime a seguito di intese private
- LVII Come interpretare i privilegi
- LVIII Sullo stesso argomento a favore dei vescovi
- LIX Nessun religioso deve prestare garanzie senza il permesso dell'abate e della comunità
- LX Gli abati non devono usurpare l'ufficio dei vescovi
- LXI I religiosi non ricevano decime dalle mani dei laici
- LXII Le reliquie dei santi devono essere esposte in un reliquiario, le nuove non possono essere venerate senza autorizzazione della chiesa Romana
- LXIII La Simonia
- LXIV Della simonia riguardo ai monaci e alle monache
- LXV Sullo stesso argomento, circa le estorsioni illecite
- LXVI Circa la cupidigia del clero
- LXVII Circa l'usura dei Giudei
- LXVIII I Giudei devono distinguersi dai cristiani per il modo di vestire
- LXIX I Giudei non devono rivestire pubblici uffici
- LXX I Giudei convertiti non devono tornare ai riti antichi
- LXXI Spedizione per la riconquista della Terra Santa (14 dic. 1215)


Invito a leggere attentamente questo testo del nostro Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, i vari cattolici 'tradizionalisti', ma anche i cosiddetti 'progressisti', o 'adulti'.
Quanti nomi, quante sigle, quante 'tribù'. Dio perdona...
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Un giorno Kafka all'amico Gustav Janouch che lo interrogava su Gesù di Nazaret rispose: "Questo è un abisso di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi". Il rapporto tra gli Ebrei e questo loro "fratello maggiore", come l'aveva curiosamente chiamato il filosofo Martin Buber, è stato sempre intenso e tormentato, riflettendo anche la ben più complessa e travagliata relazione tra ebraismo e cristianesimo. Forse sia pure nella semplificazione della formula è suggestiva la battuta di Shalom Ben Chorin nel suo saggio dal titolo emblematico Fratello Gesù (1967): "La fede di Gesù ci unisce ai cristiani, ma la fede in Gesù ci divide".
Abbiamo voluto ricreare questo fondale, in realtà molto più vasto e variegato, per collocarvi in modo più coerente il nuovo Oremus et pro Iudaeis per la Liturgia del Venerdì Santo. Non c'è bisogno di ripetere che si tratta di un intervento su un testo già codificato e di uso specifico, riguardante la Liturgia del Venerdì Santo secondo il Missale Romanum nella stesura promulgata dal beato Giovanni XXIII, prima della riforma liturgica del Concilio Vaticano II. Un testo, quindi, già cristallizzato nella sua redazione e circoscritto nel suo uso attuale, secondo le ormai note disposizioni contenute nel motu proprio papale Summorum Pontificum dello scorso luglio.
All'interno, dunque, del nesso che unisce intimamente l'Israele di Dio e la Chiesa cerchiamo di individuare le caratteristiche teologiche di questa preghiera, in dialogo anche con le reazioni severe che essa ha suscitato in ambito ebraico. La prima è una considerazione "testuale" in senso stretto: si ricordi, infatti, che il vocabolo textus rimanda all'idea di un "tessuto" che è elaborato con fili diversi. Ebbene, la trentina di parole latine sostanziali dell'Oremus è totalmente frutto di una "tessitura" di espressioni neotestamentarie. Si tratta, quindi, di un linguaggio che appartiene alla Scrittura Sacra, stella di riferimento della fede e dell'orazione cristiana.
Si invita innanzitutto a pregare perché Dio "illumini i cuori", così che anche gli Ebrei "riconoscano Gesù Cristo come salvatore di tutti gli uomini". Ora, che Dio Padre e Cristo possano "illuminare gli occhi e la mente" è un auspicio che san Paolo già destina agli stessi cristiani di Efeso di matrice sia giudaica sia pagana (1, 18; 5, 14). La grande professione di fede in "Gesù Cristo salvatore di tutti gli uomini" è incastonata nella Prima lettera a Timoteo (4, 10), ma è anche ribadita in forme analoghe da altri autori neotestamentari, come, ad esempio, il Luca degli Atti degli Apostoli che mette in bocca a Pietro questa testimonianza davanti al Sinedrio: "In nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati" (4, 12).
A questo punto ecco l'orizzonte che la preghiera vera e propria delinea: si chiede a Dio, "che vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità", di far sì "che, con l'ingresso della pienezza delle genti nella Chiesa, anche tutto Israele sia salvo". In alto si leva la solenne epifania di Dio onnipotente ed eterno il cui amore è come un manto che si allarga sull'intera umanità: egli, infatti si legge ancora nella Prima lettera a Timoteo (2, 4) "vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità". Ai piedi di Dio si muove, invece, come una grandiosa processione planetaria, che è fatta di ogni nazione e cultura e che vede Israele quasi in una fila privilegiata, con una presenza necessaria. È ancora l'apostolo Paolo che conclude la celebre sezione del suo capolavoro teologico, la Lettera ai Romani, dedicata al popolo ebraico, l'olivo genuino sul quale noi siamo stati innestati, con questa visione la cui descrizione è "intessuta" su citazioni profetiche e salmiche: l'attesa della pienezza della salvezza "è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti; allora tutto Israele sarà salvato come sta scritto: Da Sion uscirà il liberatore, egli toglierà le empietà da Giacobbe. Sarà questa la mia alleanza con loro quando distruggerò i loro peccati" (11, 25-27).
Un'orazione, quindi, che risponde al metodo compositivo classico nella cristianità: "tessere" le invocazioni sulla base della Bibbia così da intrecciare intimamente credere e pregare (è un'interazione tra le cosiddette lex orandi e lex credendi). A questo punto possiamo proporre una seconda riflessione di indole più strettamente contenutistica. La Chiesa prega per aver accanto a sé nell'unica comunità dei credenti in Cristo anche l'Israele fedele. È ciò che attendeva come grande speranza escatologica, cioè come approdo ultimo della storia, san Paolo nei capitoli della Lettera ai Romani (capitoli 9-11) a cui sopra accennavamo. È ciò che lo stesso Concilio Vaticano II proclamava quando, nella costituzione sulla Chiesa, affermava che "quelli che non hanno ancora accolto il Vangelo in vari modi sono ordinati ad essere il popolo di Dio, e per primo quel popolo al quale furono dati i testamenti e le promesse e dal quale è nato Cristo secondo la carne, popolo in virtù dell'elezione carissimo a ragione dei suoi padri, perché i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili" (Lumen gentium, n. 16).
Questa intensa speranza è ovviamente propria della Chiesa che ha al centro, come sorgente di salvezza, Gesù Cristo. Per il cristiano egli è il Figlio di Dio ed è il segno visibile ed efficace dell'amore divino, perché come aveva detto quella notte Gesù a "un capo dei Giudei", Nicodemo "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, e non lo ha mandato per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui" (cfr Giovanni, 3, 16-17). È, dunque, da Gesù Cristo, figlio di Dio e figlio di Israele, che promana l'onda purificatrice e fecondatrice della salvezza, per cui si può anche dire in ultima analisi, come fa il Cristo di Giovanni, che "la salvezza viene dai Giudei" (4, 22). L'estuario della storia sperato dalla Chiesa è, quindi, radicato in quella sorgente.
Lo ripetiamo: questa è la visione cristiana ed è la speranza della Chiesa che prega. Non è una proposta programmatica di adesione teorica né una strategia missionaria di conversione. È l'atteggiamento caratteristico dell'invocazione orante secondo il quale si auspica anche alle persone che si considerano vicine, care e significative, una realtà che si ritiene preziosa e salvifica. Scriveva un importante esponente della cultura francese del Novecento, Julien Green, che "è sempre bello e legittimo augurare all'altro ciò che è per te un bene o una gioia: se pensi di offrire un vero dono, non frenare la tua mano". Certo, questo deve avvenire sempre nel rispetto della libertà e dei diversi percorsi che l'altro adotta. Ma è espressione di affetto auspicare anche al fratello quello che tu consideri un orizzonte di luce e di vita.
È in questa prospettiva che anche l'Oremus in questione pur nella sua limitatezza d'uso e nella sua specificità può e deve confermare il nostro legame e il dialogo con "quel popolo con cui Dio si è degnato di stringere l'Antica Alleanza", nutrendoci "della sua radice di olivo buono su cui sono innestati i rami dell'olivo selvatico che siamo noi Gentili" (Nostra aetate, n. 4). E come pregherà la Chiesa nel prossimo Venerdì Santo secondo la liturgia del Messale di Paolo VI, la comune e ultima speranza è che "il popolo primogenito dell'alleanza con Dio possa giungere alla pienezza della redenzione".
http://www.zenit.org/article-13495?l=italian


Per il fratello putiniano (e non solo):
http://www.vatican.va/archive/hist_c...aetate_it.html
Cordialmente
4. Scrutando il mistero della Chiesa, il sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo.
La Chiesa di Cristo infatti riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei patriarchi, in Mosè e nei profeti.
Essa confessa che tutti i fedeli di Cristo, figli di Abramo secondo la fede (6), sono inclusi nella vocazione di questo patriarca e che la salvezza ecclesiale è misteriosamente prefigurata nell'esodo del popolo eletto dalla terra di schiavitù. Per questo non può dimenticare che ha ricevuto la rivelazione dell'Antico Testamento per mezzo di quel popolo con cui Dio, nella sua ineffabile misericordia, si è degnato di stringere l'Antica Alleanza, e che essa stessa si nutre dalla radice dell'ulivo buono su cui sono stati innestati i rami dell'ulivo selvatico che sono i gentili (7). La Chiesa crede, infatti, che Cristo, nostra pace, ha riconciliato gli Ebrei e i gentili per mezzo della sua croce e dei due ha fatto una sola cosa in se stesso (8). Inoltre la Chiesa ha sempre davanti agli occhi le parole dell'apostolo Paolo riguardo agli uomini della sua razza: « ai quali appartiene l'adozione a figli e la gloria e i patti di alleanza e la legge e il culto e le promesse, ai quali appartengono i Padri e dai quali è nato Cristo secondo la carne» (Rm 9,4-5), figlio di Maria vergine.
Essa ricorda anche che dal popolo ebraico sono nati gli apostoli, fondamenta e colonne della Chiesa, e così quei moltissimi primi discepoli che hanno annunciato al mondo il Vangelo di Cristo.
Come attesta la sacra Scrittura, Gerusalemme non ha conosciuto il tempo in cui è stata visitata (9); gli Ebrei in gran parte non hanno accettato il Vangelo, ed anzi non pochi si sono opposti alla sua diffusione (10). Tuttavia secondo l'Apostolo, gli Ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento (11). Con i profeti e con lo stesso Apostolo, la Chiesa attende il giorno, che solo Dio conosce, in cui tutti i popoli acclameranno il Signore con una sola voce e « lo serviranno sotto uno stesso giogo » (Sof 3,9) (12).
Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo.
E se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo (13), tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo.
E se è vero che la Chiesa è il nuovo popolo di Dio, gli Ebrei tuttavia non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura. Curino pertanto tutti che nella catechesi e nella predicazione della parola di Dio non si insegni alcunché che non sia conforme alla verità del Vangelo e dello Spirito di Cristo.
La Chiesa inoltre, che esecra tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo, memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell'antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque. In realtà il Cristo, come la Chiesa ha sempre sostenuto e sostiene, in virtù del suo immenso amore, si è volontariamente sottomesso alla sua passione e morte a causa dei peccati di tutti gli uomini e affinché tutti gli uomini conseguano la salvezza. Il dovere della Chiesa, nella sua predicazione, è dunque di annunciare la croce di Cristo come segno dell'amore universale di Dio e come fonte di ogni grazia.


Mi spiace Simplicio, ma sei in errore.
Se dici che ciò accadeva intorno al 1500, io, che ho studiato il periodo, ti informo che l'inibizione intendeva risolvere un preciso problema. C'erano moltissimi casi di false conversioni tra gli ebrei che accedevano alle cariche curiali; costoro, una volta acquisiti gli uffici, giudaizzavano, con tutte le conseguenze che è facile immaginare in materia di fede (disastri dottrinali, etc). Ecco spiegato perché dice "riescono assai molesti ai cristiani", non nel senso che gli rubano la poltrona, ma che che li instradavano su dottrine semieretiche (i cristiani=il popolo cristiano).
Se lo dice un papa pubblici uffici significa uffici curiali...
ciao