LA STAMPA 19/1/2008
Così fan tutti: è stata questa, più o meno, l’autodifesa di Mastella. Così fan tutti: è stato questo il modo in cui i tre principali quotidiani italiani hanno titolato i loro articoli di fondo sulle dimissioni del ministro della Giustizia. Così fan tutti: è stato questo, probabilmente, il pensiero che ha attraversato la maggior parte dei cittadini, tanto disgustati da questa politica quanto rassegnati alla sua ubiquità.
Qualcuno, ancora più cinicamente, ci ha ricordato: è questa la politica, bellezza! (altro che la «bella politica» di cui parla l’ignaro Veltroni...). Altri hanno sostenuto che, a ben vedere, Mastella e il giudice che lo accusa finiscono con il somigliarsi. Tutti hanno fatto notare l’universalità, ossia la diffusione in tutta Italia e in tutti i partiti, dei metodi del clan familiare Mastella.
Chiunque abbia una conoscenza diretta di come funziona una Asl, un’azienda municipalizzata, una redazione Rai, un concorso universitario, difficilmente potrà sostenere che esistano profonde differenze fra il modo in cui lottizza la destra e quello in cui lottizza la sinistra, o fra i metodi in uso al Nord e quelli in uso al Sud. Insomma la casta è la casta, e a suo modo ha ragione Mastella - come aveva ragione Craxi ai tempi di Mani pulite - a gridare «chi è senza peccato scagli la prima pietra!».
Tutto chiaro e tutto uguale, dunque? Fino a un certo punto. Se sei un moralista, la storia finisce qui. Ma se ci spogliamo per un attimo della nostra sacrosanta indignazione e ci chiediamo perché la casta fa male all’Italia, le cose diventano un po’ più complicate. Perché la casta ci costa tre volte. Una prima volta per i suoi privilegi.
Una seconda per la sua incapacità di decidere. E una terza per l’immane spreco di risorse pubbliche che i metodi «à la Mastella» comportano per il Paese.
Il primo costo - quello dei privilegi, dei gettoni e delle auto blu - è senz’altro il più vistoso, ma è di entità modesta. La politica costa all’Italia dai 4 ai 6 miliardi di euro (vedi l’ottimo libro Il costo della democrazia, di Salvi e Villone), una cifra che potando consulenze e benefici ingiustificati si potrebbe forse dimezzare. Risparmio: 2-3 miliardi di euro.
Il secondo costo - quello della non decisione - è di entità sconosciuta, ed è tanto maggiore a seconda degli scenari alternativi che si provano a immaginare (come sarebbe l’Italia oggi se negli ultimi 10 o 15 anni chi doveva decidere lo avesse fatto). L’ultimo esercizio di questo tipo lo ha fatto recentemente Confindustria e il risultato è agghiacciante: 200 miliardi di euro sarebbe, secondo Montezemolo, il costo totale della non decisione.
Ma per il terzo costo - quello degli sprechi - la situazione è diversa: la sua entità è enorme, e si può anche quantificare con una certa precisione. Secondo uno studio dell’Osservatorio del Nord-Ovest (di imminente pubblicazione presso Guerini), il costo degli sprechi della Pubblica Amministrazione si aggira intorno agli 80 miliardi di euro, di cui almeno 45 dovuti alla spesa sociale (sanità, previdenza, assistenza, istruzione). Ma che cosa si intende per «sprechi»? Nello studio in questione per spreco non si intende genericamente un eccesso di spesa rispetto a quel che si potrebbe fare azzerando tutte le inefficienze, bensì l’eccesso di spesa eliminabile - a parità di servizi - semplicemente adottando le pratiche migliori (best practices), ossia quelle dei territori più virtuosi.
Per ora lo studio si limita a tre ambiti: la sanità, la scuola, le (false) pensioni d’invalidità. Per ognuno di questi tre ambiti viene calcolato quanti miliardi di euro spreca ogni regione. E i risultati sono impressionanti, non tanto per le cifre quanto per le differenze territoriali che mettono in evidenza. A prezzi 2004, lo spreco di risorse è pari a 15,8 miliardi nella sanità, a 12,6 miliardi nella scuola, a circa 7 miliardi nel settore delle pensioni d’invalidità. Complessivamente, lo spreco medio di risorse nei tre settori considerati si aggira intorno al 22%, più precisamente al 18% nella sanità, al 25% nella scuola, al 32% nelle pensioni di invalidità. Metà degli sprechi (17 miliardi) è concentrata in tre sole regioni, ossia in Calabria, Campania, Sicilia (le tre regioni controllate dalla criminalità organizzata), mentre tre regioni - Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia - risultano sistematicamente nel gruppo dei territori più virtuosi, e dunque con sprechi prossimi a zero (naturalmente non in assoluto, ma in questa accezione relativa di spreco). Nelle Regioni rosse - Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche - gli sprechi sono all’11,2%, nelle regioni meridionali a bassa intensità criminale sono al 33,3%, nelle tre regioni ad alta intensità mafiosa raggiungono il 43,7%.
Come dobbiamo leggere queste differenze ? È semplice, distinguendo fra i costi diretti e i costi indiretti della politica, fra i metodi e i risultati. Sui costi diretti hanno perfettamente ragione indignati e qualunquisti, che sottolineano l’ubiquità dei privilegi della casta e la somiglianza fra i metodi della politica a prescindere dagli schieramenti e dalle zone del Paese. Ma sui costi indiretti ci andrei piano. Un’analisi fredda della spesa pubblica regionale mostra che - se la giudichiamo dagli sprechi che provoca - la casta ci costa di più al Sud che al Nord. Nell’ambito del Sud ci costa molto di più nelle regioni di mafia che nelle altre. Nell’ambito del Centro-Nord, infine, ci costa molto di meno nel Lombardo-Veneto che altrove. A che cosa dobbiamo simili differenze? Non lo so con sicurezza, ma sospetto che abbiano qualche ragione quanti - come Raffaele La Capria - ci hanno ricordato in questi giorni che un ceto politico, specie a livello locale, è anche espressione dei cittadini che lo votano. La casta è una, ma se i danni che riesce a provocare sono di entità così diversa da una zona all’altra del Paese, forse è innanzitutto a noi stessi, come cittadini e come elettori, che dovremmo guardare per cercare di migliorare le cose.




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