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Discussione: Il crollo

  1. #31
    Blut und Boden
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    Citazione Originariamente Scritto da Nostradamus Visualizza Messaggio
    Sarebbe ora che chi ha portato il paese al collasso si assumesse le proprie responsabilità invece di voler continuare a "governare"...

    http://www.disinformazione.it/stirpedraghi.htm
    La stirpe dei Draghi
    di Andrea Cinquegrani – gennaio 2006
    Tratto da www.lavocedellacampania.it

    Febbraio 1992, dicembre 2005. Dalla prima alla seconda Tangentopoli, dall’arresto di Mario Chiesa per le mazzette del pio albergo Trivulzio al crollo di un intero pezzo del sistema economico e finanziario culminato con le dimissioni di Antonio Fazio. In mezzo tredici anni durante i quali la corruzione non è mai morta, anzi, ha intrapreso nuovi e più innovativi percorsi, le mafie hanno decuplicato i loro già pingui fatturati, lo Stato sociale è stato smantellato, l’economia massacrata a colpi di privatizzazioni selvagge e a prezzi di supersaldi. E tra pochi mesi si va al voto, con un Prodi quasi certo vincitore e un Giuliano Amato che si prepara per il gran volo verso il Colle più alto di Roma. Quel dottor Sottile che, nel drammatico 1992, fu chiamato a reggere il timone del Governo, dopo il siluramento di Craxi. Ed al ministero del Tesoro regnava il Verbo del direttore generale, Mario Draghi, al quale - scriveva a inizio 2000 nel Gioco dell’Opa il giornalista economico Enrico Cisnetto - «molti imputano di essere persino più potente di Ciampi, cioè un super ministro che non ha mai ricevuto alcuna investitura popolare», addirittura «l’uomo più potente d’Italia», secondo un Business Week di fine anni ’90, che lo ha anche visto all’opera tra i vertici della Banca Mondiale. Saprà ora Draghi traghettare la nostra superbucata nave fuori dalla tempesta ed evitarci il naufragio? Cerchiamo di capirlo, passando in rassegna la carriera del nuovo nocchiero di via Nazionale.

    TUTTI A BORDO
    Partiamo proprio dal mare. Eccoci a bordo del Britannia, il panfilo della regina Elisabetta in rotta lungo le coste tirreniche, dalle acque di Civitavecchia e quelle dell’Argentario. E’ il 2 giugno, festa della Repubblica, sono trascorsi esattamente cento giorni dall’arresto di Chiesa. Ma i potenti, si sa, hanno le antenne ben tese e si organizzano in un baleno. Negli splendidi saloni del panfilo si son dati appuntamento oltre centro tra banchieri, uomini d’affari, pezzi da novanta della finanza internazionale, soprattutto di marca statunitense e anglo-olandese. A guidare la nostra delegazione - raccontano in modo scarno le cronache dell’epoca - proprio lui, Draghi, che ai «signori della City» illustra per filo e per segno il maxi programma di dismissioni da parte dello Stato e di privatizzazioni. Un vero e proprio smantellamento dello Stato imprenditore.

    A quel summit, secondo i bene informati, avrebbe partecipato anche l’attuale ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che sul programma Draghi cercò di far da pompiere: «non venne programmata alcuna svendita - osservò - fu solo il prezzo da pagare per entrare tra i primi nel club dell’euro». Più chiari di così…. In perfetta sintonia con l’attuale “avversario” (del Polo) l’allora presidente Iri, Romano Prodi e quello dell’Eni, Franco Barnabè. Pochissime le voci di dissenso. Il napoletano Antonio Parlato, all’epoca sottosegretario al Bilancio, di An, sostenne che Draghi aveva intenzione di portare avanti un progetto di privatizzazioni selvagge. E aggiunse che proprio sul Britannia si sarebbero raggiunti gli accordi per una supersvalutazione della lira. Guarda caso, tra gli invitati “eccellenti” del Britannia fa capolino George Soros, super finanziere d’assalto di origini ungheresi ma yankee d’adozione, a capo del Quantum Fund e protagonista di una incredibile serie di crac provocati in svariate nazioni nel mirino degli Usa, potendo contare su smisurate liquidità, secondo alcune fonti di origine anche colombiana. E guarda caso, per l’Italia sarà settembre nero, anzi nerissimo, con una svalutazione del 30 per cento che costringerà l’allora governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi (direttore generale Lamberto Dini) a prosciugare le risorse della banca centrale (quasi 50 miliardi di dollari) per fronteggiare il maxi attacco speculativo nei confronti della lira.
    A infilarci pesantemente uno zampino anche Moody’s, l’agenzia di rating che declassò i nostri Bot. Le inchieste per super-aggiotaggio avviate in diverse procure italiane (fra cui Napoli e Roma) sono finite nella classica bolla di sapone. Eppure, anche allora, e come al solito, a rimetterci l’osso del collo sono stati i cittadini-risparmiatori. Craxi puntò l’indice contro «una quantità di capitali speculativi provenienti sia da operatori finanziari che da gruppi economici», parlando di «potenti interessi che pare si siano mossi allo scopo di spezzare le maglie dello Sme», e di un «intreccio di forze e circostanze diverse».

    IL SALVATOR SOTTILE
    Ad arginare la tempesta arriverà il governo di salute pubblica guidato da Giuliano Amato, il dottor Sottile passato dalla fedeltà craxiana a quella dalemiana. E per guidare il tanto sospirato piano di Privatizzazioni - il solo che potrà salvare la nave Italia dalle tempeste finanziarie - chi potrà esserci mai? Of course, Super Mario Draghi, che in otto anni porterà a casa un bottino da quasi 200 mila miliardi di vecchie lire, vendendo a destra e a manca gli ex gioielli di casa, anzi dello Stato. Una mission messa a segno con grande determinazione, portandoci in testa alla hit internazionale dei ‘privatizzatori’ (secondi solo alla Gran Bretagna dell’amico Tony Blair). Ma, secondo altri “tecnici”, con una politica di scientifica vendita a prezzi stracciati. Super Mario - appena sceso dal Britannia - dà inizio alla sua guerra. Siamo a metà luglio 1992 quando l’appena battezzato governo Amato dà il via libera alla liquidazione dell’Efim, azienda storica del parastato, gestito coi piedi dai boiardi di Stato ma ancora in grado di esprimere qualcosa. «Draghi fa una piccola finta iniziale - descrive chi lo conosce bene - per congelare i debiti con le banche, anche estere. Ma poi tutto si accomoda, già a fine agosto gli istituti di credito internazionali sono contenti di come procedono le cose e poi verranno soddisfatti man mano».

    Peccato che vada disintegrato un patrimonio non da poco, composto da un centinaio di società del gruppo e da migliaia e migliaia di posti di lavoro. Ma si sa, la finanza, soprattutto quella “globalizzata”, non può andar tanto per il… Sottile. Da allora in poi sarà un valzer di dismissioni. E di grandi manovre. Proprio alla fine di quella bollente estate 1992, il governo Amato apre le danze, con la trasformazione in società per azioni dei grandi enti pubblici, Enel, Eni, Ina ed Iri in pole position. La prima maxi operazione è di un anno dopo, quando il Credito Italiano va all’asta, per la gioia di imprenditori della vecchia e nuova finanza, d’assalto e non. La finanza anglo-americana, quella a bordo del Britannia, gongola, ed un segnale più che significativo arriva con lo sbarco del neo ambasciatore Reginald Bartholomew, che dopo qualche mese di acclimatamento tra i salotti romani dichiara: «continueremo a sottolineare ai nostri interlocutori italiani la necessità di essere trasparenti nelle privatizzazioni, di proseguire in modo spedito e di rimuovere qualsiasi barriera agli investimenti esteri».
    Dopo cinque anni - dimessi i panni dell’ambasciatore - Bartholomew viene nominato presidente della Merryl Linch Italia, uno dei colossi finanziari made in Usa. Quando la politica & la finanza vanno a braccetto. Detto, fatto, comunque. Le direttive di mr. Reginald sono state seguite a puntino nel corso degli anni ’90. Dalle maxi privatizzazioni targate Telecom (23 mila miliardi) ed Enel (32 mila), passando attraverso un mare di aziende sparse un po’ in tutti i settori, a cominciare dall’agroalimentare che viene letteralmente dato in pasto, è il caso di dirlo, ai big olandesi, inglesi o a stelle e strisce. Arriviamo nel 2000. L’altro colosso di Stato, l’Eni, è già in avanzata fase di privatizzazione. Manca solo il ramo “immobili”, la ciliegina finale. Ad acquisirne la fetta più grossa, per circa 3000 miliardi delle vecchie lire, è un altro colosso dell’intermediazione finanziaria Usa, Goldman Sachs, tramite il suo dinamicissimo fondo Whitehall, che così entra in possesso - per fare un solo esempio - dell’ex area Eni di San Donato Milanese, 300 mila metri quadrati superappetibili, dove potrebbero essere trasferiti gli storici locali Rai di corso Sempione. Goldman Sachs, comunque, non si ferma qui, e fa incetta di altri immobili, come quelli della Fondazione Cariplo (e poi, con un altro big Usa, Morgan Stanely, sui patrimoni mattonari di Unim, Ras e Toro).

    Altro acchiappatutto, il gruppo Carlyle, che ha fatto incetta di immobili anche a Napoli (tra gli azionisti principali, le famiglie Bush e Bin Laden). Secondo le ultime statistiche di fonte Sole 24 Ore (“Scenari Immobiliari”) i gruppi esteri ormai sopravanzano quelli nostrani, 11 mila contro 15 mila miliardi di vecchie lire di patrimonio ex-pubblico: tra i privati nazionali spiccano Ipi (Danilo Coppola), Pirelli Real Estate (Tronchetti Provera), Risanamento (Zunino), Statuto, Ligresti, ovvero la crema mattonara di casa nostra.

    THANK YOU, GOLDMAN
    Nel 2001 Mario Draghi, compiuta la sua mission come direttore generale del Tesoro e soprattutto responsabile delle privatizzazioni, passa al altro incarico. Non più pubblico, questa volta, ma privato. Non più in Italia ma all’estero. Ad arruolarlo è proprio il colosso a stelle e strisce: a gennaio, infatti, assume la carica di vice presidente della Goldman Sachs International. Anni pieni di successi, tanto che a fine 2004 viene nominato al vertice del “management committee”, l’organismo che pianifica tutte le decisioni del gruppo a livello internazionale, il primo “non statunitense” a tagliare questo traguardo nella storia di Goldman. Il pedigree della super-banca d’affari a stelle e strisce, comunque, può vantare una sfilza di nomi illustri. E torniamo a quel fatidico 1992. Il presidente della Federal Riserve Bank di New York (che fa capo alla Banca centrale americana), Gerald Carrigan, legato a filo doppio con George Soros, si dimette e passa tra le fila della Goldman Sachs, in qualità di presidente dei consiglieri internazionali del gruppo.

    Tra i consiglieri della stessa banca ha figurato Romano Prodi. Oggi, al posto di Draghi, siede l’ex commissario Ue Mario Monti. E’ entrato nel gruppo a fine novembre: forse proprio per questo - quando è rimbalzato il suo nome per il vertice Bankitalia - ha fatto un passo indietro. Per un evidente conflitto d’interesse. Da un conflitto all’altro, eccoci sempre all’estero, con le possibili acquisizioni delle nostrane Bnl e Antonveneta da parte del Banco di Bilbao e dell’olandese Abn Ambro, in contrapposizione alle nostrane Unipol (vedi alla voce Consorte) e BPI (vedi alla voce Popolare di Lodi di Giampiero Fiorani). Ebbene, in entrambi i casi, Goldman Sachs ha svolto il ruolo di “advisor”, valutando positivamente le due offerte straniere. E oggi Fazio osserva: «ho cercato di evitare a tutti i costi la colonizzazione del nostro sistema bancario. Vedrete quel che succederà dopo di me». Val la pena di stare a vedere e, se possibile, di accendere i riflettori.

    I GRAN REGISTI DI MANI PULITE
    Cè una strategia ad orologeria in Mani pulite? Come mai il bubbone è scoppiato in quel ’92, quando la corruzione ormai dilagava da anni ? Possibile che tutto sia uscito dai porti delle nebbie in un sol botto? Come mai i pm prima non sentivano e non vedevano, oppure venivano zittiti dai loro capi? Interrogativi ai quali non è stata fornita alcuna risposta. E lo stesso clamoroso abbandono della toga da parte dell’uomo simbolo di quella stagione, Antonio Di Pietro, sta a dimostrarlo. Un episodio fino ad oggi mai chiarito. Come non è chiara la genesi di una fantomatica “Mani Pulite International”, ovvero “Transparency International”, che nata dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989 per iniziativa del principe Filippo di Edimburgo avrebbe trovato adepti in mezza Europa. Dalla Banca Mondiale – sua principale ispiratrice – fino ai leghisti della Padania. Stando ad alcune ricostruzioni, infatti, Mani Pulite International avrebbe subito trovato impulso tramite il responsabile della Banca Mondiale per il Kenya, Peter Eigen, promotore di una linea anti-corruzione a tutto campo, anche a costo di sterminare diritti, annientare fondi per i paesi in via di sviluppo e via cantando.

    «Alla fine della guerra fredda – dichiarò Eigen – i tempi erano maturi e assieme ad alcuni colleghi decisi di procedere indipendentemente con l’iniziativa». Venne stilato una sorta di decalogo, in base al quale era possibile, anzi lecito e quasi dovuto intervenire nelle nazioni a rischio-corruzione, nei loro affari interni. Non pochi storici ricordano il caso del presidente di Deutsche Bank, Alfred Herrhausen, che osò sfidare la politica a tutto campo della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale: il 30 novembre 1989 verrà trovato ucciso. Tra gli ideologi di Transparency International Hans Helmut Hoeppe, docente all’università del Nevada, il quale non esclude la necessità ultima dell’autoritarismo come unico mezzo per porre fine allo stato sociale ma propone un’alternativa: una radicale politica di “decentralizzazione” e “privatizzazione” di quasi tutte le istituzioni, compresa polizia, magistratura e forze armate. E tra gli sponsor in prima linea, of course, le fondazioni legate alla regina Elisabetta (Corwn Agents, British Overseas Development Administration, Bhp Minerals of Australia, Rio Tinto, Tate & Lile, Nuffield Fountation, Rownee Trust). Poi la misteriosa società Mont Pelerin, fondata nel 1947 da Friedrich von Hayek e che tra i suoi aficionados italiani conterebbe sulle presenze dell’ex ministro alla difesa Antonio Martino e dell’economista Sergio Ricossa. Ai vertici della sua piramide, tra gli altri, Peter Berry, direttore della Crown Agency britannica, e il ministro colombiano della giustizia Nestor Neira.

    Ma a quanto pare è proprio George Soros il grande burattinaio dell’organizzazione, che – guarda caso – attraverso suoi fedelissimi, avrebbe provocato maxi crac nelle economie di mezzo mondo. Del resto, il suo Quantum Fund è una diretta emanazione del gruppo Rothschild. Un solo esempio? Richard Katz, ex direttore della Rotschild Italia e allo stesso tempo membro del comitato esecutivo del Quantum Fund di Soros. Registrato nel paradiso fiscale delle Antille olandesi, nel suo consiglio d’amministrazione fanno capolino alcuni nomi di un certo peso: come quello di Isidoro Alberini, storico agente di cambio alla Borsa di Milano, Nils Taube (socio dei Rotschild nella finanziaria St.James Place Capital), Amebee de Moustier (della Ifa Banque di Parigi), Edgar de Picciotto. Quest’ultimo è al vertice della UBP (Union Bancarie Privée) di Ginevra, terza banca svizzera, uno dei cui soci, Edmund Safra, è stato coinvolto in un’inchiesta della Dea americana per riciclaggio dei narcodollari colombiani. Tra i più accaniti fan di Mani Pulite International, alcuni padani doc.
    A presiedere il movimento TI in Italia figura, infatti, Maria Teresa Brassiolo, consigliere della lega Nord al comune di Milano, mentre ai vertici organizzativi figura un altro esponente del Carroccio a Saronno, Edoardo Panizza. Una in perfetto stile Calderoli, la Brassiolo , che suggerisce l’uso del bisturi nei confronti dei criminali: «prima di ammazzarli basterebbe magari operarli o dare loro delle medicine, del resto se uno ha l’appendicite lo operano di appendicite». O no?

    LE MAFIO-MASSONERIE DI BILDERBERG E TRILATERAL
    I signori della finanza, evidentemente, amano le acque. Vuoi quelle marine, come nel caso della crociera d’affari sul Britannia di Sua Maestà, vuoi quelle, più tranquille, di un bel lago. Come è successo, ad esempio, sulle rive del Maggiore, in quel di Stresa, dove a giugno 2003 il Gruppo Bilderberg a festeggiato i suoi primi 50 anni. Li ritroviamo lì, in un abbraccio appassionato, i potenti della terra, dall’immancabile Henry Kissinger a David Rockfeller fino a Melinda Gates. E la nostra truppa? Mista al punto giusto, trasversale che più non si potrebbe. Il meeting del cinquantennio ha visto la partecipazione, sul versante finanziario, di Franco Bernabè, Rodolfo De Benedetti, Mario Draghi, Mario Monti, Tommaso Padoa Schioppa, Riccardo Passera, Paolo Scaroni, Marco Tronchetti Provera. Per la serie: tutti i candidati possibili alla successione di Fazio al vertice di Bankitalia! Tra gli economisti-politici, i due ultimi ministri dell’Economia nel governo Berlusconi, Domenico Siniscalco e Giulio Tremonti.
    Ma nel corso degli anni le presenze agli annuali meeting - a partire dal 1982 ad oggi - sono state numerose e di grande prestigio: non ha fatto mancare la sua presenza il gruppo Fiat, con i fratelli Gianni e Umberto Agnelli, Paolo Fresco e l’amico Renato Ruggiero (per pochi mesi al timone del ministero degli Esteri); e poi i banchieri Rainer Masera, al vertice del gruppo Imi San Paolo, e Alessandro Profumo, Confindustria con Innocenzo Cipolletta; e un folto drappello di politici, dai polisti Giorgio La Malfa , Gianni De Michelis e Claudio Martelli (oltre ai già ricordati Tremonti e Siniscalco), agli ulivisti Romano Prodi, Valter Veltroni e Virginio Rognoni.

    Ecco cosa ne pensa di queste combriccole un giornalista di razza come Fulvio Grimaldi (lo ricordate, col suo inseparabile bassotto a denunciare senza peli sulla lingua gli imbrogli a 360 gradi e per questo prudentemente fatto fuori dalla Rai?), in un lungo reportage consultabile solo via internet, sul sito contro “Come don Chisciotte”: «31 dicembre: nel plauso a denti stretti della destra e più convinto della “sinistra” a Mario Draghi governatore della Banca d’Italia, si chiude l’annus horribilis berlusconian-dalemiano-bertinottiano 2005. Vince la finanza anglo israeliana, massonica e laica (si fa per dire), perde la finanza cattolica e in specie la massoneria Opus Dei. Vincono anche coloro che 13 anni prima hanno avviato la bancarotta italiana, assassinato la politica e fatto trionfare un’economia in gran parte straniera di rapina e per il resto quella che impesta l’aria di questi tempi. La posta in gioco? Tra le altre il famigerato Partito Democratico filoclintoniano, filoisraeliano, filobilderberghiano, massonico, di Rutelli, Veltroni e aggregati vari».
    Grimaldi definisce Bilderberg e Trilateral come «organizzazioni mafioso-massoniche». Sta di fatto che sugli incontri targati Bilberberg - nel corso dei quali si discute dei destini e degli assetti mondiali - vige il più assoluto riserbo. Sulla stampa ufficiale, nessuna riga. Forse perché, tra gli invitati di lusso, figurano anche alcuni grossi calibri della stampa nazionale, da Ferruccio De Bortoli a Gianni Riotta, fino a Lucio Caracciolo. Manca solo Magdi Allam: sarà per la prossima volta.


    http://www.disinformazione.it/stirpedraghi.htm

  2. #32
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    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    Ammazza quante C.....E co' 'na botta sola!

  3. #33
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    Citazione Originariamente Scritto da Kronos Visualizza Messaggio
    Lo stato non ha soldi per pagare i BOT?

    Ma se c'è statu un boom di partecipazioni all'ultima asta, tantè che si pensa di aumentare l'emissione...
    Jhon è uno di quelli a cui non vale la pena di rispondere...

  4. #34
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    Citazione Originariamente Scritto da MircoCurvaSud Visualizza Messaggio
    Cesa: "Cdl unita, ma ridiscutere leadership"
    Cdl unita in caso di voto anticipato con Berlusconi premier? "Non è il momento di discuterne, ma la nostra collocazione è chiara, mentre bisogna pensare a dei meccanismi per ridiscutere chi è il leader". Lo dice il segretario dell'Udc Lorenzo Cesa, parlando con i giornalisti alla Camera. "Per noi - aggiunge Cesa - resta auspicabile il governo tecnico. Ma se Fi e Pd non sono d'accordo..."
    Cuffaro non vi ha sufficientemente appezzentito? Volete continuare a fare i servi del berlusca e del bosci? BUON DIVERTIMENTO!

  5. #35
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    Cesa: "Cdl unita, ma ridiscutere leadership"
    Cdl unita in caso di voto anticipato con Berlusconi premier? "Non è il momento di discuterne, ma la nostra collocazione è chiara, mentre bisogna pensare a dei meccanismi per ridiscutere chi è il leader". Lo dice il segretario dell'Udc Lorenzo Cesa, parlando con i giornalisti alla Camera. "Per noi - aggiunge Cesa - resta auspicabile il governo tecnico. Ma se Fi e Pd non sono d'accordo..."

    Adesso aggiungo io...
    Ma la CDL NON ERA MORTA??????
    CESA SMENTISCE SE STESSO?

  6. #36
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    Citazione Originariamente Scritto da Dario Visualizza Messaggio
    Jhon è uno di quelli a cui non vale la pena di rispondere...
    Eri danno ( ma purtroppo lo è ancora! ) è simpaticisimo! Arriva persino a credere a ciò che scrive!

  7. #37
    i' marchese del grullo
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    Citazione Originariamente Scritto da JohnPollock Visualizza Messaggio
    Le borse del mondo crollano, gli indici economici sono ormai al disastro, lo Stato non ha i soldi per pagare i BOT, Napoli è in rivolta, l'imondizia cresce in ogni luogo, il Governo è ormai un cumulo di macerie, il Vaticano e i paesi esteri attacano e deridono l'Italia, le Libertà fondamentali vengono negate anche al Papa a cui non è permesso parlare alla Sapienza, la Magistratura si rivolta contro il Parlamento, Prodi fa finta di niente, Berlusconi è in odore delle ennesime elezioni che a pocco servono...siamo al tracollo finale? Siamo alla viglia di un golpe? Siamo alla vigilia di una rivolta che rischia di mandare al tapeto la casta? Siamo alla vigilia di un nuovo corso per il popolo Italiano?
    il grullo .....

  8. #38
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    Citazione Originariamente Scritto da vend. solitario Visualizza Messaggio
    Ammazza quante C.....E co' 'na botta sola!
    Se ti fa ridere...ridi pagliaccio!

  9. #39
    Blut und Boden
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    Predefinito Vai a giocare con i palloncini

    Citazione Originariamente Scritto da vend. solitario Visualizza Messaggio
    Eri danno ( ma purtroppo lo è ancora! ) è simpaticisimo! Arriva persino a credere a ciò che scrive!
    FIAT, VOLUNTAS TUA
    di Eros Capostagno
    E' innegabile che la crisi della FIAT nel settore auto abbia delle ripercussioni economiche e sociali che si propagano su tutto il Paese, non fosse altro che per le decine di migliaia di persone che ne vengono direttamente o indirettamente coinvolte. Ci sembra giusto quindi che tutta la società italiana se ne senta coinvolta e che il Governo se ne preoccupi.

    Anche nel passato le occasionali crisi della FIAT hanno scosso opinione pubblica e Governi. Di fronte alla minaccia di decine di migliaia di cassintegrati, i Governi italiani hanno sempre trovato il modo di venire in soccorso al colosso torinese, con aiuti di vario tipo, come i finanziamenti mascherati da incentivi per l'istallazione di fabbriche al Sud e per lo sviluppo di sempre nuove mitiche auto rivoluzionarie.

    Oltre ai soccorsi nei tempi duri, i Governi italiani si sono anche premurati di evitare alla FIAT potenziali rischi futuri, del tipo di una temibile concorrenza in casa, imponendo la vendita dell'Alfa Romeo alla FIAT stessa, malgrado i programmi di rilancio e sviluppo prospettati dalla Ford, primo candidato all'acquisto, ed impedendo l'accesso a fabbriche giapponesi. Altri tempi, si dirà, ora con l'UE e con i suoi arcigni Commissari alla Concorrenza, tali aiuti sarebbero più difficili, ma tant'è.

    La buona disposizione dei Governi nei riguardi delle Grandi Famiglie del Capitalismo italiano, è sempre stata tale da far nascere addirittura il sospetto che i vari Ministri dell'Economia del passato altro non fossero che i guardiani degli interessi di tali Famiglie.

    Come queste ultime abbiano utilizzato negli anni tali aiuti per consolidare l'industria italiana, può essere oggetto di discussione. Non siamo esperti nè appassionati di auto ma, nel caso della FIAT, quello che abbiamo potuto constatare in questi anni è che nessuna auto "rivoluzionaria" (elettrica, ad alcohol, ad aria fritta) è finora uscita dagli stabilimenti di Melfi né da altri stabilimenti, la scelta dei modelli è stata talmente limitata da proporre praticamente un solo modello per fascia, per ognuno dei tre marchi (Fiat, Lancia, Alfa Romeo), spingendo una clientela sempre più esigente a cercarne altri presso la concorrenza. Cosa che è puntualmente avvenuta, come dimostrato dalla perdita progressiva di quote di mercato in Italia. Dell'estero non parliamo neppure.

    Cattiva gestione delle strategie industriali? Probabilmente. Anche perché chi gode troppo a lungo di un mercato protetto, finisce presto o tardi per essere sbaragliato, in particolare quando i mercati mondiali si aprono.

    Anche l'isolamento, voluto o subìto da parte dell'industria non solo automobilistica italiana, in un decennio in cui si sono visti accordi, fusioni e partenariati di tutti i tipi, certamente non ha giovato allo sviluppo di un forte tessuto industriale, in grado di competere nel mercato globale.

    Detto ciò, dobbiamo dire che se anche tutto questo fosse vero, probabilmente non spiega completamente l'evoluzione del gruppo FIAT e dell'intera industria italiana nell'ultimo decennio, diciamo all'incirca dal '92 in poi.

    Il fatto, che la proprietà FIAT abbia ripetutamente dichiarato negli ultimi tempi che l'auto non è (o non deve essere) più il settore strategico del Gruppo, non deve ingannare più di tanto. Questo mutamento di strategia non è nuovo né tanto meno futuro, ma nasce appunto agli inizi degli anni '90, quando le Grandi Famiglie italiane decisero, e lo mostrarono chiaramente, che dedicarsi alla finanza piuttosto che all'industria, avrebbe consentito loro guadagni ben più lauti, senza le fastidiose incombenze delle fabbriche (tute blu, sindacati, concorrenza, cassintegrazione,...).

    Tanto più che i Ministri di allora stavano per mettere in vendita l'argenteria dello Stato, e l'occasione di fare buoni affari comprando il patrimonio pubblico per ristrutturarlo e rivenderlo, era particolarmente ghiotta, con buona pace per l'industria "vera", abbandonata al suo destino. Tanto più se vi fosse stata la possibilità di realizzare questi acquisti in condizioni di particolare favore.

    Che questo orientamento strategico del Capitalismo italiano non fosse frutto del caso, lo abbiamo più volte ipotizzato su questa rivista, parlando della famosa crociera a bordo del panfilo "Britannia" (v. Britannia nel N° 3).

    Nell'estate del '92, il panfilo Britannia, allora ancora proprietà della famiglia reale britannica, fu messso a disposizione per una "crociera di lavoro" nel mar Tirreno. Chi vi abbia effettivamente partecipato non è dato sapere. I giornali italiani (appartenenti alle Grandi Famiglie) non diedero all'epoca particolare risalto all'evento. Da quel poco che trapelò, sembra che tra gli altri ci fossero rappresentanti del Salotto Buono della finanza italiana e membri importanti del Governo italiano. Degli ospiti stranieri non sappiamo. Quello che fu deciso nel corso della crociera evidentemente nemmeno. Tuttavia, dagli avvenimenti successivi, qualcosa si può intuire.

    Il punto più importante fu probabilmente la decisione di favorire la svalutazione della lira, il cui inutile tentativo di difesa costò tra l'altro 30.000 miliardi in una sola notte! E' evidente che questa circostanza avrebbe consentito a capitali starnieri, o comunque in provenienza dall'estero, di acquistare per un tozzo di pane i beni che il Governo italiano avrebbe messo sul mercato, ove la parola "mercato" era nella realtà un soave eufemismo.

    Da quel momento iniziò una girandola di scalate, OPA ostili, acquisti, vendite, passaggi di mano in cui ex ingegneri ed imprenditori (o sedicenti tali) si trovarono a giocare una gigantesca partita di Monopoli, del tutto svincolata da qualsiasi logica industriale. Fu così che chi produceva computers o auto o energia elettrica o tondini di ferro abbandonò, chi più chi meno, al suo destino l'azienda ed il relativo patrimonio di competenze, per dedicarsi alla gestione di "servizi", telefonici in particolare.

    Partita di Monopoli in cui bastava possedere il 2% delle azioni della Telecom per esserne i padroni -è il caso della FIAT- o in cui si vendeva l'Omnitel ai tedeschi della Mannesmann al solo scopo di avere capitali con cui scalare l'azienda concorrente (Telecom) e liquidarne l'Amministratore Delegato. In uno scenario di questo tipo, è comprensibile come la definizione di concreti piani industriali fosse quanto meno problematica, anche ammesso che vi fosse un reale interesse dei giocatori di Monopoli alle esigenze industriali del Paese.

    Come detto, il passaggio da logiche industriali a logiche di tipo finanziario non crediamo sia avvenuto per caso o per un capriccio del destino. Abbiamo l'impressione, e lo abbiamo più volte ripetuto su questa rivista, che la "deindustrializzazione" dell'Italia sia stata decisa proprio all'epoca del "Britannia", e che questa fosse la contropartita che il Capitalismo italiano dovesse o volesse dare a certi interessi stranieri per avere libertà di manovra in qualcosa che in quel momento gli stava a cuore più degli interessi generali del Paese (OK alla svalutazione della lira, mano libera nelle privatizzazioni, afflusso di capitali e chissà cos'altro).

    Per inciso, l'avvento al potere di Berlusconi nel 1994, imprevisto ed imprevedibile, mandò (temporaneamente) all'aria lo scenario concordato in quella specie di Yalta galleggiante sul Tirreno, e soltanto gli ingenui possono pensare che la caccia all'uomo innescatasi in quel momento contro il Cavaliere derivasse solo da motivazioni ideologiche. Ben altri interessi erano probabilmente celati dietro il circo mediatico-giudiziario che ne reclamava la testa. Non per niente, caduto il Governo Berlusconi a fine '94, la partita a Monopoli riprese alla grande.

    Nel turbinio di capitali, sia veri che virtuali, che ha caratterizzato l'ultimo decennio, vecchi e nuovi finanzieri hanno disinvoltamente operato in Borsa, senza preoccuparsi degli interessi dei piccoli azionisti, così come hanno disposto delle proprie e altrui aziende indipendentemente dagli interessi dell'industria nazionale e del Paese nel suo complesso.

    Visto con l'ottica dell'Italia uscita dalle elezioni del maggio 2001, il risultato di questo decennio è a dir poco disastroso, con l'ENEL che non produce energia, con gli Enti Acquedotti che non erogano acqua, con l'ANAS che non costruisce strade, con la Vodafone che dispone di metà della telefonia italiana, e... con la FIAT che non vende più automobili.

    Insomma, la deindustrializzazione dell'Italia, disegnata all'epoca del Britannia, si è felicemente compiuta. Se il Capitalismo italiano ne abbia poi tratto i vantaggi sperati, è da vedere. Che il Paese sia stato ridotto a brandelli è purtroppo sotto gli occhi di chi vuol vedere.

    Per tornare al caso FIAT, non ci sorprende che, come al solito, la proprietà lanci ora urla di dolore e tiri la giacca al Governo annunciando le solite decine di migliaia di esuberi. Quello che ci allarma piuttosto è sentire il Presidente del Consiglio annunciare pronti interventi a sostegno (Bruxelles permettendo), magari etichettati come "incentivi alle ricerche per un'auto di concezioni rivoluzionarie".

    Ohibò! Esattamente quello che hanno detto (e fatto) tutti i Governi precedenti. E ci sorge spontanea la domanda: "Ma la Casa delle Libertà non è stata premiata degli elettori anche per dare un taglio a certi intrecci politico-economici del passato e reimpostare su basi più sane la struttura economico-industriale italiana?"

    Sia chiaro, la sorte di decine di migliaia di lavoratori non può non interessare il Governo e la comunità tutta, ma vorremmo che chi ha giocato con gli interessi del Paese o chi ha commesso errori di valutazione e di strategie (per incapacità o interesse), fosse messo davanti alle proprie responsabilità, senza che il Governo e la comunità debbano farsi carico di questi "errori". Cosa piuttosto frequente nel passato, quando i Governi cedevano per debolezza o condiscendenza al ricatto dei fallimenti o dei licenziamenti massicci: come, tanto per citare un esempio, nel caso dei 1600 dipendenti dell'Olivetti assunti alle Poste.

    La vendita di qualche bene di famiglia quando la situazione economica diventa drammatica, pone certamente dei problemi affettivi, ma può rivelarsi salutare se oculatamente gestita, per riassestare le proprie attività e ripartire su basi nuove. Può anche essere un bene per tutti, se chi acquista questi beni riesce a gestirli meglio dei vecchi proprietari, a valorizzarli e a renderli produttivi.

    Non facciamoci prendere dal sentimentalismo quindi, se cominceranno Ferrari e Maserati a cambiare casacca. Capita anche nel calcio, quando si è costretti a vendere i giocatori migliori per risanare il bilancio, e poi si ricomincia con umiltà a ricostruire la squadra.

    http://www.geocities.com/CapitolHill/3013/69fiat.htm

  10. #40
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    Citazione Originariamente Scritto da JohnPollock Visualizza Messaggio
    da dove prende lo Stato i soldi per pagare i BOT?
    o disinformato o non capisci un cazzo
    cosa significa secondo te che a dicembre non sono stati emessi i bot trimestrali ed i btp a 5 anni.

    Sentiamo il banana!
    Il problema non è Berlusconi , il problema sono gli italiani!

    DISSIDENTE POLITICO IN REGIME DA OPERETTA!
    OH CINCILLA' ... OH CINCILLA'!

 

 
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