Visto che qualcuno si ostina a dirmi che le mie convinzioni su napoli e sulla campania sono frutto di pregiudizi, idee senza alle spalle dati concreti e informazioni ufficiali, mi sono preso la briga di reperire qualche dato ufficiale:
Campania, record su record: da 13 anni prima per reati ambientali
I dati Legambiente
Campania prima per reati ambientali
http://www.unisob.na.it/inchiostro/?idrt=1514
Per il tredicesimo anno consecutivo la Campania è stata la regione italiana con il più alto numero di reati ambientali. Le forze dell'ordine hanno accertato 3169 infrazioni ambientali e denunciato 2782 persone, ossia la media di otto al giorno. Stando a questi dati raccolti da Legambiente Campania, si capisce che attorno ai rifiuti lavorano non meno di 3000 persone, tra manovalanza criminale, boss, gestori di discariche, proprietari terrieri e appaltatori di servizi di nettezza urbana. Nella provincia napoletana si muore di tumore quasi il doppio rispetto alle altre province. L'incidenza tumorale è stata certificata dall'atlante mondiale della sanità e da esperti epidemiologi che hanno confermato l'incremento di allergie, tumori alla pelle ma soprattutto leucemie e tumori al polmone. Ogni respiro fatto tra immondizia incenerita e smog cittadino ci costa carissimo in termini di longevità. Sono 1087 le infrazioni accertate nell'hinterland napoletano, che riesce peraltro a mantenere il primato anche per quel che riguarda gli abusi edilizi. Legambiente Campania ha stimato che in provincia di Napoli bastano nove giorni e nove notti per realizzare una villetta monofamiliare completa di tutto: impianto elettrico, pavimenti ed idraulica. E a nulla servono i sequestri delle forze dell'ordine.
Eppure il fulcro degli affari criminali è ancora e sempre il ciclo malato dei rifiuti. Ed è un'attività che si mimetizza molto velocemente riuscendo in molti casi a rispettare anche i parametri delineati dalla legge. Il dato allarmante per Legambiente è che "le organizzazioni camorristiche riescono a gestire non solo il traffico illecito dei rifiuti ma anche il "rientro" dalle emergenze rifiuti". In pratica la criminalità organizzata ci guadagna sia quando si raccolgono i rifiuti, sia quando vengono lasciati per strada. In quest'ultimo caso l'affare grosso si chiama "discarica abusiva".
Nell'ultimo anno sono state 140 le discariche abusive sequestrate, eppure fa pensare il fatto che, di queste, mai nessuna sia stata bonificata. La stessa Legambiente ha stimato che negli ultimi due anni oltre 10 milioni di tonnellate di veleni sono stati infiltrati nelle campagne nostrane. Nel quadro complessivo, non possono mancare i politici definiti "comparse distratte" da Michele Buonomo, presidente di Legambiente in Campania. "Il nostro territorio è inquinato moralmente dalla camorra e fisicamente dai rifiuti tossici, un territorio dove si muore lentamente; omicidi bianchi di una criminalità imprenditrice che usa i veleni e i camion al posto delle pistole" è il laconico commento di Buonomo all'ennesima emergenza rifiuti.
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Eurispes Rapporto Italia 2008
L’indice di penetrazione mafiosa (IPM)2.
La maglia nera del territorio provinciale più permeabile ai tentacoli della criminalità organizzata va alla provincia di Napoli, con un punteggio pari a 68,9. A seguire, la provincia di Reggio Calabria (60,4 punti), Palermo (41,9), Catanzaro (33 punti) e Bari (32,6). Preoccupante il posizionamento nell’IPM relativo al territorio calabrese: ben tre province si collocano nelle prime 8 posizioni. Il primato negativo di Napoli è dovuto principalmente ai reati assimilabili alle associazioni mafiose (ben 219,5 ogni 100.000 abitanti), ai 44 Comuni sciolti per infiltrazioni mafiose dal 1991 al 2007 e agli atti di terrorismo pari a 218 dal 1999 al 2005.
Le regioni a rischio. Nel 2005, in Italia, si sono verificati 109 omicidi per motivi di mafia, camorra o ’ndrangheta. In Campania, se ne contano 67, ovvero il 61,5% del dato complessivo nazionale degli omicidi riconducibili alle guerre interne alle diverse organizzazioni criminali. A seguire la Calabria, la cui quota di omicidi è pari al 21,1% del totale nazionale (23 gli omicidi legati a motivi di ’ndrangheta). Infine la Sicilia e la Puglia rispettivamente con 11 e 7 omicidi. In generale, soltanto in queste quattro regioni si è consumata nel 2005 quasi la totalità degli omicidi legati alla mafia, mentre nel resto delle altre regioni la quota di tali delitti non supera l’1%.
Un omicidio su 5 è ascrivibile al crimine organizzato. Considerando l’incidenza degli omicidi per mafia sul totale degli omicidi volontari commessi, in Italia nel 2005 quasi un omicidio su cinque è ascrivibile al crimine organizzato. In Campania più di una morte violenta su due è di matrice mafiosa, in Calabria tale quota scende ad un terzo del totale, mentre in Puglia e in Sicilia le uccisioni di stampo mafioso rappresentano più o meno un quinto degli omicidi volontari commessi, dunque, tendenzialmente in linea con l’andamento nazionale. A livello provinciale, il territorio che fa registrare il più alto numero di omicidi per mafia è quello partenopeo: ben 61 morti solo nel 2005. Seguono in graduatoria due province calabresi e un’altra campana, Reggio Calabria (11), Catanzaro (8) e Caserta (5). Le denunce sporte per questo tipo di reati non rispecchia in modo veritiero la situazione generale, appare emblematico che, laddove la presenza delle cosche è particolarmente radicata nel territorio – Calabria e Sicilia –, il numero delle denunce risulta inferiore.
Nell’analisi dell’incidenza dei reati più diffusi nel nostro Paese non si può evitare di fare riferimento anche ai tanti casi di omicidio. Nella graduatoria per frequenza rispetto alla popolazione, sono presenti ben quattro delle cinque città calabresi, ma la maglia nera per numero di delitti commessi va a Napoli (con 97 omicidi), seguita da Milano (con 41 casi) e Roma (con 38). La città in cui le azioni criminali sono complessivamente molto diffuse è Napoli (42,1%).
In Italia sono impiegati a garantire l’ordine pubblico [/b]quasi 350mila uomini e donne, tra Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza[/b], senza contare che lo Stato destina ogni anno il 2% del Pil (pari a 480 € per ogni cittadino) per la sicurezza, collocandosi al di sopra della media europea. Eppure niente di tutto questo sembra essere sufficiente.
2 Questo indicatore elaborato dall’Eurispes misura la permeabilità dei territori al crimine organizzato. È stato predisposto a questo scopo un sistema di attribuzione dei punteggi sulla base di alcuni indici che scaturiscono, come premesso, dalla valutazione oggettiva e, per lo più, quantitativa di alcune variabili socio-economiche che caratterizzano un’area territoriale (tasso di disoccupazione, reati commessi ed assimilabili alle associazioni mafiose, casi di Amministrazioni comunali sciolte per infiltrazioni mafiose, nonché atti di terrorismo politico e numero di intercettazioni effettuate).
Ecomafia e illeciti ambientali
Ecomafia: prevenzione e contrasto. La criminalità organizzata è sempre più elevata ed interessata ad operare nel settore ambientale, con maggiore interesse nei confronti del traffico e smaltimento dei rifiuti, dell’ abusivismo edilizio, dell’aggiudicazione di appalti per la bonifica dei siti inquinanti. Il nuovo business perseguito dall’Ecomafia prospera inserendosi nei processi connessi allo sviluppo di un’economia legata all’ambiente. In Campania, il Comando Carabinieri per la Tutela dell’Ambiente (CCTA) hanno scoperto, nel mese di luglio 2007, una associazione criminale dedita all’illecito smaltimento di rifiuti, in particolare di fanghi prodotti dal trattamento di acque reflue urbane provenienti dagli impianti di depurazione ubicati nelle province di Napoli e Caserta. Il volume d’affari è stato stimato in circa 7,5 milioni di euro, comprensivi di evasione della ecotassa. Lo scorso mese di settembre invece, il Reparto Operativo di Foggia e il Nucleo Operativo Ecologico dei carabinieri di Bari hanno accertato traffici organizzati finalizzati allo smaltimento illecito dei rifiuti, anche tossici, per un quantitativo di circa 100.000 tonnellate e un profitto di circa 5 milioni di euro.
Il più alto numero di arresti si è verificato in Campania (26), con un numero dei di gran lunga superiore alla media nazionale.
Nel 2006, la regione Campania registra un consistente incremento nel numero dei controlli (+67,5%), delle sanzioni penali (+33,2%), di quelle amministrative (+409,1%) e un numero di sequestri effettuati pari al 150%.
Reati contro la Pa
1.395 sono i reati commessi al 2005 contro la P.A., per i quali sono state denunciate e arrestate 4.072 persone. Nel 70% dei casi si è trattato di abuso di ufficio (977 reati). Sono stati registrati 253 casi di peculato (il 18,1% degli illeciti contro la P.A.), 106 casi di concussione (7,6%), 41 casi di malversazione ai danni dello Stato (2,9%) e 18 episodi di corruzione (1,3%). Le persone denunciate e arrestate per aver commesso abuso di ufficio sono state circa 2.850 (il 69,9% degli arresti per illeciti contro la P.A.). Il reato di peculato ha portato in carcere 703 persone (17,3% del complesso) mentre quello di concussione 253 (6,2%). Il 5% degli arresti per reati contro la P.A. (204 persone) è avvenuto per malversazione ai danni dello Stato mentre l’1,6% per corruzione (65 le persone arrestate).
In pole position le regioni meridionali. Il 58,4% dei reati commessi contro la P.A. sono stati compiuti nelle regioni meridionali (58,4%), così come gli arresti (67,7%). 666 dei 1.395 illeciti (il 48% del complesso) sono stati commessi in Sicilia (15,5%), Campania (12%) Calabria (10,6%) e Puglia (9,7%). In queste quattro regioni è avvenuto anche il 57% degli arresti. La Sicilia è la regione in cui è avvenuto il maggior numero di denunce e arresti (830, 20,4% del complesso), seguita da Calabria (14%), Puglia (12%) e Campania (10,5%). Nel 2005 si sono registrati nel Mezzogiorno 0,66 reati contro la P.A. ogni 1.000 dipendenti pubblici, un valore ben più elevato rispetto a quelli del Centro e del Nord (rispettivamente 0,25 o 0,24 reati ogni 1.000 dipendenti pubblici). Il rapporto tra reati contro la P.A. e numero dei dipendenti pubblici vede in testa alla classifica la Calabria, con 1,06 reati ogni 1.000 dipendenti, seguita dalla Basilicata (0,76), dal Molise (0,72) e dalla Sicilia (0,65). Le regioni più virtuose sono la Valle d’Aosta (appena 0,08 reati ogni 1.000 dipendenti pubblici), il Trentino Alto Adige (0,14), l’Umbria (0,15) ed il Lazio (0,22). Le differenze più rilevanti si osservano in relazione all’altro indicatore (persone denunciate e arrestate per reati contro la P.A.). Nel Mezzogiorno vi sono state 2,53 persone denunciate e arrestate ogni 1.000 dipendenti pubblici; al Centro appena 0,73 e al Nord 0,58. Il primato negativo spetta alla Basilicata, con 5,24 persone denunciate e arrestate ogni 1.000 dipendenti pubblici, seguita dalla Calabria (4,08), dal Molise (3,76) e dalla Sicilia (2,50). Nel Mezzogiorno sono stati commessi il 62,5% degli abusi di ufficio e realizzati il 71% degli arresti relativi a questo tipo di illecito. Il primato negativo spetta alla Sicilia (149 casi di abuso di ufficio e 604 persone denunciate e arrestate per questo reato), seguita dalla Campania (126 illeciti, 279 gli arresti) e dalla Calabria (121 abusi di ufficio, 476 persone denunciate e arrestate).
Per quanto riguarda i reati di malversazione ai danni dello Stato (41 casi nel 2005), la stragrande maggioranza (il 92,7%) sono stati commessi al Sud, nessuno nelle regioni del Centro. In particolare: 10 sono stati commessi in Campania, 9 in Calabria, 7 in Puglia, 6 in Sicilia, 3 in Friuli Venezia Giulia, 3 in Abruzzo, 2 in Basilicata e 1 in Sardegna. Per questo tipo di reato sono state denunciate e arrestate 204 persone.
Per quanto riguarda infine reati di corruzione per atto d’ufficio (18 casi nel 2005), 10 sono stati compiuti nel Mezzogiorno, 6 al Nord e 2 al Centro; le persone denunciate e arrestate sono state 65.
Consigli comunali sciolti per infiltrazioni e condizionamenti di stampo mafioso. Il picco si è avuto nel triennio 1991-1993, periodo in cui i Consigli comunali sciolti sono stati ben 76, di cui 34 nel solo 1993. Nel 2003, sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose 12 Consigli comunali. Nel 2004 il loro numero si è nuovamente dimezzato per risalire ancora una volta nel 2005, anno in cui i Comuni raggiunti dal provvedimento sono stati 13.
Fuoco e acqua
Gli incendi in Italia. Nel periodo gennaio-agosto 2007 la Calabria (1.484) e la Campania (1.479) sono le regioni che hanno registrato il maggior numero di incendi; seguono Toscana (533) e Lazio (532). Tenendo conto del valore relativo alla superficie percorsa dal fuoco le realtà regionali che registrano il dato più elevato sono Abruzzo (con 20.359 ettari) e Sardegna (con 20.117 ettari). La Calabria, invece, ha raggiunto i 7.550 ettari di bosco percorsi dal fuoco, superata solo dall’Abruzzo con 7.792 ettari. Gli incendi hanno colpito maggiormente superfici non coperte da boschi in Sardegna (13.610) e Abruzzo (12.567). Valle d’Aosta (3), Trentino Alto Adige (4) e Friuli Venezia Giulia (41) risultano le regioni meno colpite dal fenomeno. Tenuto conto del valore relativo alla superficie percorsa dal fuoco, Sicilia (11.989 ha) e Calabria (6.367 ha) registrano in ogni caso il dato più elevato, seguite dalla Sardegna (3.895 ha).
Nell’ultimo anno è quasi raddoppiato il numero degli incendi che hanno interessato il territorio nazionale e il valore della media relativa agli incendi (calcolata rapportando gli ettari totali colpiti dal fuoco col numero totale degli incendi sul suolo italiano) è passato da 7,6 nel 2006 a 15,7 nel 2007. Colpisce, l’aggravarsi del fenomeno nel 2007: in Abruzzo, ad esempio, si è passati dai 42 incendi del 2006 ai 225 del 2007. La Calabria nel 2006 ha registrato 641 incendi mentre l’anno seguente ne ha subìto più del doppio, 1.484 (Dati Corpo Forestale dello Stato).
Incendiario e piromane. Dal 2000 al 2007 sono state denunciate complessivamente 2.641 persone e 105 sono state arrestate, con uno scarto tra denuncia e arresto alquanto significativo. L’anno che conta il maggior numero di denunce è il 2003 con 401 denunce (ma sempre pochi arresti, solo 14), mentre il 2004 è l’anno in cui sono state arrestate 22 persone, valore massimo nel periodo di tempo considerato. Sul totale degli arresti effettuati tra il 2000 e il 2007, per ben 29 persone soggette a custodia cautelare oppure ad arresto il movente risulta strettamente connesso a fenomeni di disagio personale e sociale. Dei 42 arresti, il cui movente è connesso alle attività che si svolgono nelle aree rurali e montane, 27 sono legati alla pastorizia; 15 arresti, invece, hanno riguardato incendi scoppiati a causa della ripulitura dei terreni avvenuta in zone limitrofe al bosco.
Il costo economico di un incendio. L’Università degli Studi di Padova ha calcolato un costo complessivo di oltre 500 milioni di euro ai danni dello Stato che pesano sulle tasche dei contribuenti: ogni anno ogni cittadino paga circa 10 euro pro capite a causa degli incendi. Oltre al danno economico, però, occorre considerare il danno ambientale: nel corso di un rogo si liberano in aria, in media, tra le 50 e le 100 tonnellate di anidride carbonica per ettaro. Gli studiosi hanno valutato gli effetti negativi da anidride carbonica, il gas prodotto con la combustione del legname: le stime parlano di circa 9 milioni di metri cubi di anidride carbonica.
Il 42% in media del volume d’acqua erogato viene disperso: si tratta di 10.550 metri cubi al chilometro, corrispondente ad un valore medio di circa un terzo di litro al secondo per chilometro. I valori rilevati spaziano tra un valore minimo del 22% nell’ambito territoriale piemontese ad un massimo del 73% nell’area abruzzesemarsicana. Con riferimento ai valori medi regionali si rilevano perdite inferiori al 30% in Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Marche, Basilicata. Le perdite più elevate, superiori al 50%, si riscontrano nelle reti di Abruzzo, Campania, Puglia e Calabria. Per quanto riguarda le perdite annue rapportate al chilometro di rete, perdite medie annue inferiori a 3.000 mc/km si riscontrano in Emilia Romagna, Umbria e Marche, mentre valori superiori a 18.000 mc/km si registrano nel Lazio, Campania e Puglia. Il record spetta alla Campania, con ben 24.341 mc/km persi.




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