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Marchisio Oscar
Mc Marx
Critica della società come prodotto industriale
2000 pp.144 11,36 €
Mc Marx - Un brano
Fino a pochi anni orsono il paradigma della produzione e del prodotto è stata l’automobile; oggi il modello sono McDonald, Microsoft e Walt Disney. Ma mentre l’industria del consumo assorbe e monopolizza il mondo della rappresentazione, il consumatore è sempre più spossessato delel sue capacità linguistiche e critiche, atomizzato e separato dai suoi legami sociali. Marchisio affronta le trasformazioni imposte al nostro modo di essere e di comunicare dal grande sconvolgimento tecnologico ed economico degli ultimi decenni. E anche le laceranti contraddizioni che ne sono derivate: prima tra tutte quella tra la dilagante appropriazione privata di ogni risorsa e il carattere intrinsecamente pubblico e sociale della comunicazione e delle reti, che sono divenute oggi il principale fattore di moltiplicazione della ricchezza. Nell’illustrare questa tesi l’autore spazia dall’invenzione del libro a stampa ai fumetti di Little Nemo, dal telelavoro allo zapping, da Internet all’industria gastronomica.
Hors d’oeuvre
È in corso oggi un profondo processo di espropriazione del linguaggio o meglio del rapporto fra storia sociale e produzione di identità, ovvero di immaginario. Questa estromissione del motore linguistico dall’involucro corporale diventa di fatto industria.
Esiste una frattura profonda fra il vissuto e la sua rappresentazione, prodotta da una industrializzazione dell’immaginario che la dilata in modo paradossale.
La fabbrica dell’immaginario trae nutrimento e combustibile proprio da questa lacerazione, dove è insediata la divisione del lavoro già sperimentata con il taylorismo nella «manifattura ristretta».
In questo contesto si ripropone quella che è stata la radice del taylorismo e cioè la separazione tra esecuzione e controllo, con la conseguente divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Il taylorismo come modello passa dal processo «manifatturiero» al ciclo «fabbricare-consumare» riproducendo la scissione tra esecuzione e controllo, tra manuale ed intellettuale. In questo passaggio si separa la forma dell’evento, individuale o collettivo, e la comunicazione mediante cui esso viene fruito, producendo così la cesura fra io-noi e linguaggio. Come nel caso del taylorismo, dove si crearono dei linguaggi specializzati e delle forme fisiche e simboliche per lo spazio e per il tempo, così si vanno strutturando le forme di estrazione e di codificazione manuale e intellettuale nel ciclo «allargato».
Come nella situazione precedente il paradigma fu l’auto, oggi McDonald, Microsoft e Walt Disney sono i paradigmi del prodotto e del processo.
Si è allargata la scala del ciclo macro (produzione-consumo) e si è approfondita la penetrazione microindividuale (tempo di lavoro-tempo di consumo), per cui ogni iniziativa antagonista deve tener conto dell’unità del processo di sussunzione del capitale.
La riduzione dell’orario di lavoro, ad esempio, disgiunta dal modello di consumo è paradossalmente debole. Vi sono, infatti, forme di resistenza collettiva al tempo di produzione che hanno una storia politica radicata, mentre sinora le forme di riappropriazione collettiva dell’immaginario nel ciclo del consumo sono molto naif.
Paradossalmente la frattura e insieme l’industrializzazione dell’immaginario dividono le forme della vita, che comprendono il rappresentare e quindi «parlando» il decidere.
Nell’industria del consumo vi è una sproporzionata necessità di investimento per ogni Anastasia o Sirenetta, mentre appare sempre più impreparata e svuotata l’attrezzatura linguistica e visiva del ‘consumatore’. Quest’ultimo vede, scorge, subisce ogni quantum di immaginario industriale da solo, atomizzato e scisso dai suoi legami sociali, senza possibilità di reagire e di criticare.
Si manifesta così il chiasmo tipico del taylorismo, ovvero il massimo controllo sull’individuo, con il massimo risultato collettivo per il capitale. Ideologia del singolo per il singolo e ricchezza della potenza collettiva della produzione per il capitale. E questo gioco si spinge fino alle sorgenti della vita collettiva, alla lingua e alla sua manifestazione sociale.
Vi è insieme una crisi della rappresentanza e una polarizzazione industriale della rappresentazione. Per la prima volta nella storia dell’umanità nascono in modo parallelo due fenomeni contraddittori: il massimo della retificazione e quindi del decentramento e il massimo della polarizzazione e quindi della concentrazione industriale, soprattutto nella fabbricazione del linguaggio.
Massimo della retificazione come globalizzazione e massimo isolamento come atomizzazione: un’altra contraddizione generata da questo motore, da questo disegno labirintico.
Abbiamo internet, ma dentro internet troviamo il monopolista. Microsoft, monopolista e garante delle forme conoscitive e di traduzione del mondo, cerca di uccidere l’unico concorrente. Alla massima dilatazione delle potenzialità di rete corrisponde la negazione stessa della comunicazione, che è autonomia e libertà del linguaggio.
Lo scontro acquista un valore genetico, fondante per il capitalismo, e si riflette nella discussione in corso nella magistratura americana pro e contro Microsoft, pro e contro la concorrenza. O meglio, si tenta di trovare empiricamente il punto di equilibrio e nello stesso tempo la via di fuga tra monopolio industriale e dinamica della competizione, geografia inespugnabile dell’avventura capitalistica.
La distruzione dei codici e delle potenzialità di creazione dei linguaggi è il processo tecnologico più diffuso e violento in atto oggi nel mondo. Come la catena di montaggio si diffuse come processo tipico della fase dell’auto, così la monopolizzazione dei consumi linguistici è specifica di questa tecnologia trasformativa. Ma la distruzione dei codici e delle potenzialità creative di comunicazione riguarda anche il territorio dove si misura la democrazia e il suo contendere, cioè la decisione e i processi operativi. Di qui l’unificazione, nella fase attuale, del monopolio delle forme della produzione con le dinamiche rappresentative della politica.
La battaglia politica deve mettere a fuoco, nella sua forma, la rivendicazione di un nuovo alfabetismo, non come accesso alle reti, duplice simbolo di dipendenza e subalternità, ma come produzione di linguaggi e di immaginario.
Le barriere che impediscono l’accesso alla manifattura dell’immaginario diventano sempre più alte. Così, da normale «processo manifatturiero» comunitario il percorso dell’immaginario si è delocalizzato, attraverso la rete mediatica, nel complesso industriale delle grandi corporation hollywoodiane e del software. Il punto debole di questo movimento di espropriazione è l’assunto che, per funzionare, la rete abbia bisogno della socialità, e che questo elemento costituisca, alla fine, il granello di sabbia che farà inceppare il meccanismo più sofisticato e tecnicizzato.
La tecnostruttura alla McDonald, che tenta di trasformare il nostro immaginario più importante, cioè il passaggio del cibo in nutrimento, in «un parco a tema», entrerà in collisione con la socialità come «imperfezione tecnica» della sussunzione capitalistica dei mondi vitali?
Una ipotesi la cui verifica è affidata non alla critica critica, ma alla deriva dei movimenti, dei soggetti reali.
Questa «imperfezione tecnica» si può esprimere sia sul piano della contraddizione dialettica che nelle linee di fuga dei soggetti «nomadi».
Prima evidente contraddizione è la difficoltà di sviluppo delle reti, wireless o via cavo, in realtà sempre più parcellizzate e contrarie all’interazione.
Le reti per loro natura hanno bisogno di interazioni. Certo, possono vivere di succedanei, come testimonia tutta la storia della televisione tradizionale sino alle ultime trovate delle pay-tv come forma di scelta, ma per diffondersi e continuare a svilupparsi alla fine richiedono interazione, e interazione significa rapporto fra due o più soggetti, autonomi e capaci di articolare linguaggi.
È evidente come la distruzione di questa capacità si sia sviluppata con la industrializzazione mediatica, ma contestualmente si è aperta una nuova fase di codici, identità, linguaggi e resistenza.
Nello «zapping» si possono già intravedere le moderne forme di resistenza e di autonomia che richiederanno capacità, scelta, negazione e rifiuto.
Lo «zapping» è il primo e l’ultimo segno di reazione che permette al soggetto chiuso ed isolato nella sua forma atomizzata di sfuggire e negare il complesso mediatico monopolista.
Con l’atto dello «zapping» si balbetta l’ultimo stadio della propria negazione come tradizionale produttore di linguaggio e si rivendica il desiderio di un nuovo terreno, di una nuova geografia dove comunità, rapporti, socialità e immagini possano essere agiti e vissuti insieme.
Chi ci obbliga a restare separati e isolati nel massimo della socialità, chi ci obbliga alla frammentazione e alla dipendenza nel massimo sviluppo di reti e interattività? È evidente che siamo sulla soglia di un violento processo con due possibili decorsi: espropriazione materiale o salutare rivendicazione di potere e di gioiosa creatività nella fabbrica del linguaggio.
Finora le reazioni al potere tendenzialmente monopolista di Walt Disney o di Microsoft sono venute da due esperienze tradizionali e di carattere conservatore o perfino reazionario.
Da una lato lo stato nazionale ottocentesco, edificato sul controllo dell’educazione nazionale e sulla difesa dello spazio vitale della lingua nazionale, e, dall’altro, le forme religiose di integrazione totalizzante e sovranazionale come l’Islam, che rappresentano la reazione più forte sul piano dell’autonomia simbolica.
Queste reazioni rappresentano una difesa arcaica rispetto al nodo tecnologico su cui scivola il capitale. Come sempre il capitalismo ammanta di modernità il suo movimento lasciando ai suoi antagonisti l’immagine della conservazione. Il cuore del problema risiede nelle forme innovative della negazione e della critica che, come sempre, nascono nell’occhio del ciclone, dove si accumula il massimo di potenza e il massimo di espropriazione, dove si annida il comunismo.
La contraddizione più forte è proprio tra le forme tecniche delle reti e il concetto di proprietà privata, creato e realizzato per far vivere il capitalismo con le attuali modalità di sviluppo bio-fisico.
È proprio la genetica della proprietà che viene intaccata dall’attuale sviluppo delle reti: la proprietà privata diventa un vincolo allo sviluppo del capitalismo.
Proprietà privata e forme dell’identità individuale, forme della coscienza e dello spazio sociale: luogo sconnesso e rivoluzionato dall’esplosione delle reti e dalla nuova azione del linguaggio manipolato e lavorato come industria.
Da sempre il modo di vita proprio del capitalismo si nutre di forme proprietarie e di tecniche ad esse collegate che producono l’identità individuale. Queste ultime si attualizzano per mezzo di prodotti concepiti e realizzati ad hoc, come accadde all’inizio della rivoluzione capitalistica con il primo prodotto che è stato assieme innovazione di processo, di prodotto e di immaginario.
Proprietà privata e forma dell’identità individuale hanno costituito e realizzato la forma della relazione sociale a partire dal primo «mediatore» della tecno-rete mediatica: il libro.
Il libro rappresenta lo specchio dell’individuo che si separa dalla comunità, religiosa o civile, e rivendica la forma borghese della libertà, della libertà individuale e della responsabilità. Il libro stampato, la sua forma fisica sono stati il rispecchiamento fisico e quindi spirituale della nuova richiesta di libertà. Libertà religiosa innanzitutto, che non si spiegano libro e responsabilità, senza la forma tecnica del sapere protestante, vigorosa innovazione di creatività politica.
Non è più necessaria la ‘comunità’ o meglio la gerarchia della comunità per parlare con Dio o di Dio. L’io rivendica l’interpretazione e l’autonomia. Una volta secolarizzata questa rivoluzione lo spazio per l’identità individuale della borghesia è pronto.
In questo senso il libro e la richiesta di «individuo» che vi era connessa sono stati la forma dello slancio capitalistico contro la chiesa e contro la società infeudata e cristallizzata nei rapporti comunitari. Dalle forme del pasto a quelle della lettura si apre una nuova era basata sullo spazio individuale.
Si rompe così una comunità statica e naturale, e si crea uno squilibrio basato sullo sviluppo accelerato dell’individuo e della sua ideologia, motore del capitale, a sua volta sostenuto dalle forme in rapida evoluzione dei vari manufatti tecno-sociali.
Le tecno-strutture che hanno funzionato come recipienti e modellatori delle forme di identità dell’individuo e della sua coscienza della società, della natura e della libertà sono state il libro, l’auto ed anche i contenuti del microspazio fisico, corporeo, e cioè il cibo, gli odori e poi l’igiene, la cosmesi, l’abbigliamento, infine il macrospazio corporeo, l’abitare.
Ora, con la retificazione ed il cyberspazio queste modalità entrano in contraddizione con le potenzialità della nuova collettività, della nuova comunità che emerge dallo sviluppo di queste forze produttive.
Tale potenza è però bloccata, incapsulata tanto nelle forme giuridiche della proprietà privata quanto nelle forme tecnoproduttive del veterocapitalismo come il libro, l’auto e i microspazi individuali. Di qui le premesse per una nuova rivoluzione, capitalistica naturalmente. Ma dentro a questa deriva balbetta e si riaffaccia la socialità e l’innovazione soggettiva: dall’individuo, ai soggetti totali e continui, dall’individuo alle «persone». Lo spazio che si apre ovunque è quello della comunità consapevole e della democrazia diretta. Questa nuova intersoggettività non ha bisogno di ipostatizzazioni come mercato e stato, ma di ologrammi giuridici e proprietà personali. Ma come parlare, come fare di rivoluzione prassi, come giocare questa partita? Come si realizza la rete sociale all’altezza del vero potenziale delle metafore attuali? Come vivere per esprimere l’intersoggettività, permessa dall’attuale rete senza miti e senza stati?
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