Calce 'n culo a' libbertà!
Finora mi ero sempre concentrata sulle parole e sulle idee, sui gesti e sulle figure, e sui miraggi, tipici della visione del mondo in cui mi riconosco, trascurandone i ritmi e i suoni. Ma ho avuto per mio incanto modo di emendare questo peccato di ignoranza con l’ascolto di un’opera mirabile dei Contea: “Il campo dei ribelli”. Così ebbra da non lasciare la pace, da non restituire l’inerzia nemmeno dopo che si sia spento l’audio, e continuare a fervere nel sangue (un’esca donata a chiunque, per mutare clima e destino).
Di fatti remoti, ma più vivi dell’agitazione di cui siamo ogni giorno spettatori e si dà vacue arie di realtà, canta la chitarra di Francesco Mancinelli, di ribellioni così acute e sapide da trascendere l’occasionale tiranno, il nemico di una stagione, per sconfinare nella rivolta totale: contro il tempo, e la soave tragedia di esistere tra buio e buio, e l’impermanenza persino di bestie e dèi, non dicasi di uomini. Un precipitarsi di là dall’inerzia e dall’ignavia affidato all’azione perfetta, all’odio scagliato fino alle stelle, a passioni di affermazione totale o di altrettanto totale negazione. Solo il brigante ha facoltà di dire ‘io’ senza cadere nel ridicolo, o il guerriero che non crede alla guerra dei buoni, ma solo alla guerra necessaria, o il popolano che né Dio né sovrano imbambolano con i loro sciocchi pretesti per calmierare i cuori.
da:
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