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Discussione: Cinema in Sardegna

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    Predefinito Cinema in Sardegna

    E' prevista per l'inizio dell'anno l'uscita di alcuni film sardi.

    Apro questo spazio in cui raccogliere contributi e discussioni.

    cominciamo con Sonetaula di Mereu presentato ieri al festival di Berlino.



    L'unione sarda 13/02/2008

    Festival del cinema “Sonetàula” conferma il talento del regista e la sua capacità di dirigere attori non professionisti

    Il potente gusto della genuinità: la Sardegna di Mereu affascina Berlino Un film tutto in limba, fatto di suoni naturali e silenzi, ruvido e aspro, con un linguaggio di primi piani che non si concede alla spettacolarizzazione


    DAL NOSTRO INVIATO

    SERGIO NAITZA
    Berlino. Era già un azzardo il suo primo film, Ballo a tre passi , le stagioni come metafora della vita calate nella cultura sarda, ma per la seconda opera - che è sempre la più difficile - Salvatore Mereu ha giocato al rialzo, con l'incoscienza di chi crede nei propri mezzi e in una idea di cinema che ruba alla vita, spargendo un sapore antropologico di verità e genuinità. E bene ha fatto, perché Sonetàula è un film potente, di suoni naturali e silenzi, dove si compie l'ineluttabilità di un destino segnato già dall'inizio: quello di Zuanne, detto Sonetàula «perché ogni colpo dato a lui faceva sonu 'e tàula , rumore di legna, come ad essere in una bara» scrive Giuseppe Fiori nel romanzo omonimo, quasi una sceneggiatura nella sua scansione di scene e capitoli, che Mereu rispetta fedelmente.
    Il libro uscì nel 1960 per Canesi con interessanti digressioni sociologiche, poi nel 2000 è stato ripubblicato da Einaudi con un taglio da parte dell'autore di 150 pagine, facendo emergere una scrittura secca e affilata tra racconto epico e bildungsroman di matrice rigorosamente sarda. Seguendo questo respiro nervoso Mereu accetta la sfida, elimina qualsiasi tentativo di spettacolarizzare la storia, mai una sequenza furba o una concessione al gusto popolare: sceglie un linguaggio di primi piani, come se la macchina da presa braccasse i personaggi inseguiti dal fiato della tragedia, non usa la musica, distende il racconto per 154 minuti, l'unica lingua parlata è sa limba e gli attori - straordinari per il risultato di intensità emotiva e aderenza allo spirito del film - sono facce e voci prese dalla strada. Non filma con la pellicola ma con l'orbace: il risultato è un cinema ruvido, aspro, di dialoghi secchi e tempi sospesi, attese ritmate di un dramma che si consuma subito, nella prima scena quando Zuanne, 14 anni, assiste impotente e triste nel cuore alla partenza del padre Egidio Malone. Non va a lavorare in continente, come gli fa credere, ma al confino a Ustica, accusato da una lettera anonima da lui firmata (lui che non sa né leggere e scrivere) di un omicidio che non ha commesso.
    La bugia dura poco perché il nonno e lo zio Giobatta che prendono in consegna Zuanne, insegnandogli la dura legge della campagna e a governare le pecore, gli dicono la verità. E da quel momento il ragazzo capisce che la sua vita è rubata, che nella Sardegna del 1938, nel microcosmo chiuso di Orgiadas, bisogna crescere in fretta, liberarsi dalle trappole, seguire come d'istinto un codice primitivo che si respira tra gli alberi, le pietre, le pinnete. E il codice della sopravvivenza lo porta ad un gesto senza ritorno: quando gli rubano una pecora, lui sgozza il gregge del provocatore, arriva la denuncia, i carabinieri lo cercano e Zuanne si dà alla macchia. E si unisce ad un gruppo di banditi, partecipando ad un sanguinoso assalto alla corriera.
    Ora a vent'anni è un latitante, sulla sua testa pende una taglia di due milioni di lire, la solitudine e la paura sono la compagnia delle giornate randagie, appena mitigate dall'ossessione dell'amore - così puro, così ingenuo - per Maddalena, una ragazza cresciuta nella sua casa. Che invece sceglierà Giuseppino, amico di entrambi, che s'è ribellato ad una fine da servo pastore ed è diventato meccanico, simbolo di una spinta verso la modernità, rappresentata nel film dall'arrivo dell'energia elettrica nel paese. Il finale è segnato, dopo un crescendo di lutti e orrori (la morte del padre in Libia, quella dello zio Giobatta, la testa del compagno Gorinnàri tagliata dal corpo per non lasciare tracce): Zuanne in fuga sarà falciato dai mitra dei carabinieri. La sua vita finisce sul declivio di una collinetta, una immagine scarna in campo lungo di grande intensità: sulla linea dell'orizzonte che taglia l'inquadratura c'è la profondità del cielo, come un luogo di pace, irraggiungibile per lui.
    Film empedocleo - di terra, aria, fuoco e vento - perché la natura segretamente detta il corso del fato, in cui i personaggi abitano le cose e i luoghi in una sintonia visiva efficace (quattro direttori della fotografia, ma il risultato è omogeneo), Sonetàula ha un incedere ieratico che chiede allo spettatore partecipazione attenta. È come se fosse un film iraniano o coreano, un storia forte che ci arriva da una cultura autoctona, che si porta dietro le regole di un codice non scritto che ancora oggi pesano (la recente cronaca nera sarda docet). Ma ha anche segno universale: una adolescenza tradita e negata, l'elaborazione di una perdita (quella paterna) e la sua sostituzione con altre figure. Per incisività e lucidità didascalica, Mereu s'avvicina allo stile scabro dei fratelli Dardenne ma c'è soprattutto un occhio alla lezione di Banditi a Orgosolo , sia per lo spunto narrativo del gregge rubato che fa scattare la vendetta (ed è curioso notare che il libro di Fiori e il film escono nello stesso anno) ma anche per Peppeddu Cuccu che era il bambino nella pellicola di De Seta ed è, 47 anni dopo, uno straordinario Giobatta in Sonetàula . E qui il discorso s'apre alla capacità di Mereu, già mostrata nell'esordio, di dirigere attori non professionisti: Francesco Falchetto, pescato a Orotelli, dà a Zuanne, con un piccolo gesto o uno sguardo in tralice, tutta la complessità psicologica del personaggio; memorabile è il nonno plasmato dall'orgolese Serafino Spiggia, così Antonio Crisponi nei panni di Giuseppino, tutti amalgamati col consumato mestiere dello slavo Lazar Ristosky (il padre) e Giselda Volodi (la mamma).
    E poi c'è la Sardegna, anzi squarci di un'Isola tra campagne e interni di case e ovili, brandelli che danno la perfetta atmosfera di un'epoca ricostruita con gusto del particolare, senza mai arrivare a inquadrature totali perché il budget del film (4 milioni di euro) non lo permetteva.
    Il racconto procede qui e là ellittico, la narrazione più classica sarà nella versione tv (mezzora in più, con le scene cruciali dell'omicidio nella barberia e la vendetta sull'uomo che incolpò il padre) mentre il film predilige entrare con pudore nei pensieri di Zuanne, tempestati dal dolore e dalla sofferenza, da una bontà d'animo (offre a Maddalena i soldi della taglia per allevare il bambino) inquinata da una balentìa sbagliata; ed è sempre il suo punto di vista a governare il film, come la scena dell'assalto al pullman girata dall'alto, in un'alba livida. O come nell'ultima inquadratura, sui titoli di coda, quando Zuanne dallo sfondo, camminando su un campo di grano, arriva in primissimo piano e fissa a lungo noi spettatori: per chiederci almeno un risarcimento emotivo alla sua vita bruciata.

    13/02/2008





    Applausi e consensi alla proiezione

    Un lungo parto e «spero nel bis»


    DAL NOSTRO INVIATO

    Berlino. Se la ricorderà a lungo questa prima berlinese, Salvatore Mereu. Perché oltre ai consensi dei critici italiani alla fine della proiezione, e gli applausi caldissimi del pubblico dello Zoo Palast, il suo Sonetàula ha coinciso con un felice evento privato, la nascita della terza figlia. Nata alle 3 del mattino, giusto per dargli poi il permesso di saltare sull'aereo per il festival. E lui scherza, alla conferenza stampa, in fondo anche il film è stato un lungo parto: un anno sul set, con alcuni intervalli, per inseguire le stagioni e soprattutto la crescita di Francesco Falchetto, il ragazzo che interpreta Sonetàula : all'inizio del film ha 14 anni, alla fine 25, «ed è straordinario il miracolo che si è compiuto», dice Mereu: «Francesco è passato da adolescente e uomo proprio durante la lavorazione, rendendo così più credibile il personaggio ed evitandoci gli espedienti del cambio di attore o di invecchiamento col trucco».
    Domande, tante. I giornalisti vogliono sapere della Sardegna, il film ha incuriosito molto, e capire se Orgiadas è Orgosolo, se le leggi della vendetta sono ancora applicate, se nell'Isola la Storia (il fascismo, la guerra) ha lasciato un segno. E lui paziente a spiegare meccanismi politici e sociologici, sulle contraddizione di una terra dove convive l'industria telematica con la pastorizia nomade. Tutti colpiti dal lavoro sugli attori non professionisti. E lui rivela che prima di girare «abbiamo fatto delle prove, come se dovessimo andare in scena a teatro, e questo ha permesso l'affiatamento fra gli attori». Coi quali ha lavorato molto: «Con i non professionisti c'è più tempo, si crea una forte sintonia. E poi - un lusso di cui ringrazio la produzione - ho girato in ordine cronologico, così ognuno si appropriava del percorso psicologico del personaggio». Modelli? «Non sta a me rivelarli, alcuni me li porto dietro inconsciamente, però mi piace il cinema di Amelio e non posso non citare la lezione di Vittorio De Seta, un regista che ha saputo accorciare la distanza fra il cinema e la realtà sarda». Tra meno di un mese (7 marzo) l'uscita nelle sale. Timori? « Ballo a tre passi , che non era semplice, se la cavò bene. Spero di fare il bis».
    S. N.


  2. #2
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    LA REPUBBLICA

    13.02.2008

    Sonetàula, da Fiori quasi un western ma in Sardegna

    Il film di Mereu in sala e in tv


    MARIA PIA FUSCO
    Storia di un ragazzino pastore, che cresce senza il padre mandato ingiustamente al confino. E cresce nella Sardegna ruvida e profonda, dove l'educazione è feroce, l'insegnamento è la diffidenza verso lo Stato e la giustizia, i conti si regolano di persona, anche se conseguenza è la fuga e la latitanza. È la storia di Sonetàula protagonista del libro di Giuseppe Fiori, non solo giornalista di punta e biografo di Gramsci ma anche romanziere scarno ed essenziale, e ora del film di Salvatore Mereu, che esce in Italia il 7 marzo con Lucky Red, che lo ha coprodotto con RaiFiction. Sono 157 minuti di film che raccontano la vita di Sonetàula dal 1937, quando aveva 12 anni, fino al 1950, «una vita che si brucia alla velocità del vento», dice il regista. Interpretato da un cast prevalentemente di non attori, il film è parlato in lingua sarda e uscirà sottotitolato in italiano. Sarà invece doppiata in italiano la versione televisiva, due puntate da 95 minuti l'una, che dovrebbe andare in onda su RaiUno in autunno. «Nella mezz'ora in più per la tv è sviluppata soprattutto la prima parte con il personaggio del nemico del padre di Sonetàula, che nel film è solo accennato », dice Mereu, frastornato ma felice di aver compiuto un'impresa durata 28 settimane, con tre interruzioni, «ma abbiamo usato troupe molto ridotte, quasi tutto il film è girato come un documentario. Il paese è immaginario, quello sullo schermo è un insieme di ambientazioni diverse, anche se il richiamo ad Orgosolo è piuttosto chiaro». Sullo sfondo del destino del protagonista c'è la Sardegna che cambia, la guerra che finisce, il progresso, la luce elettrica, i politici della nuova Italia. Difficile, secondo il regista, un confronto della Sardegna di oggi con il passato: «Nell'isola convivono tante realtà diverse, la Sardegna costiera non ha nulla a che vedere con la cultura contadina dell'interno, l'industria telematica è all'avanguardia ma la pastorizia resiste, anche se i pastori sono soprattutto macedoni o rumeni. L'unica cultura che non cambia in tutta l'isola è quella della mancanza di fiducia nello Stato e nelle istituzioni, il continente per noi è sempre “altro”. In realtà da noi la Storia non è passata, non c'è stata la Resistenza, la Storia ha attraversato l'isola di passaggio, come i militari che si vedono nel film e che scambiano armi e munizioni in attesa di un mezzo per tornare a casa». A parte il cinema americano - «Mi piace quasi tutto» - i riferimenti di Mereu vanno da Gianni Amelio ai Taviani. «Nel cast c'è Giuseppe Cuccu, che era in “Banditi ad Orgosolo”, il film è anche un omaggio a Vittorio De Seta, l'autore che con i suoi documentari ha saputo meglio raccontare la Sardegna. Credo che molti autori della mia generazione dobbiamo essergli grati».

  3. #3
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    La nuova sardegna
    MERCOLEDÌ, 13 FEBBRAIO 2008

    Pagina 37 - Cultura e Spettacoli

    La Berlinale applaude «Sonetaula» Mereu: «Sono figlio di De Seta»

    MARCO VITALI

    Cinque anni dopo la rivelazione alla Mostra di Venezia con «Ballo a tre passi», il regista dorgalese Salvatore Mereu, classe 1965, torna ad affascinare un grande Festival con la sua opera seconda dietro la macchina da presa. Il film è «Sonetaula» ed è stato presentato ieri nella sezione Panorama special, raccogliendo consensi. Tratto dal romanzo di Giuseppe Fiori ispirato a sua volta a fatti di vita vissuta, sprofondato nelle radici della cultura isolana e parlato in sardo, il film è la storia della scoperta del mondo e della formazione all’adolescenza del dodicenne Sonetaula. «Rispetto alla mia prima prova - racconta Salvatore Mereu - ho avuto l’enorme vantaggio di una struttura narrativa estremamente solida, già quasi ritmata per la traduzione sullo schermo. Me ne sono discostato tutte le volte che è stato necessario ma vi sono ritornato come un naufrago alla zattera ogni volta che avevo bisogno di ritrovare l’esatto equilibrio tra autenticità e mestiere, tra verità e narrazione. Per inseguire la seconda cosa ho lavorato soprattutto sulla seconda stesura del testo di Fiori, per ottenere credibilità ho scelto attori della strada avvinghiandomi letteralmente al giovanissimo Francesco Falchetto (il mio protagonista) che è fisicamente cresciuto davanti alla macchina da presa, passando da bambino a uomo nelle ventotto settimane in cui questo film si è fatto». Per molto tempo infatti «Sonetaula» è stato un’autentica leggenda. Lo si è atteso ad ogni festival maggiore, spesso si è avuta l’impressione di un’impresa impossibile, quasi mitica. «In realtà - racconta Mereu - non c’è stato nulla di tutto ciò. Ho avuto la fortuna di avere produttori appassionati e pronti a rischiare con me come Andrea Occhipinti e Gianluca Arcopinto che mi ha seguito durante le riprese e la collaborazione di Rai Fiction per cui ho girato una versione più estesa organizzata in due puntate da prima serata di Raiuno e che sarà disponibile per la messa in onda dal prossimo autunno». Nelle sale invece il film uscirà il 7 marzo prossimo con Lucky Red, parlato in sardo con sottotitoli italiani. «Più dei fratelli Taviani - dice ancora Salvatore Mereu - mi sento figlio di Gianni Amelio che certo avrebbe fatto molto meglio di me questo film e di Vittorio De Seta capace fin dal tempo di Banditi a Orgosolo di essere più sardo dei sardi. Nel film ho voluto rendergli omaggio chiamando a recitare il protagonista, allora bambino, di quel capolavoro ovvero Giuseppe Cuccu nella parte del nonno e mi spiace solo di non aver potuto soddisfare il suo sogno poichè avrebbe voluto essere, come ai tempi di “Banditi a Orgosolo”, alla Mostra di Venezia. Ma sono certo che di Berlino sarà orgoglioso».


  4. #4
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    La nuova sardegna,
    12 FEBBRAIO 2008


    Sonetaula, dramma di una terra sull’orlo dei tempi moderni

    Nell’opera il racconto della Sardegna di settanta anni fa, insanguinata dalle faide e dai banditi, a un passo dal consumismo


    Gianni Olla
    Titolo del film: «Sònetaula». Regista: Salvatore Mereu. Durata delle riprese: 28 settimane; molte, ma necessarie per una pellicola che cambiava location in continuazione e che ha dovuto ricostruire la Sardegna di settant’anni fa. Costo: 4 milioni di euro; pochi in rapporto all’impresa, molti per un film italiano. Ispirazione: il romanzo omonimo di Giuseppe Fiori, pubblicato in due diverse edizioni, nel 1962 e, quindi, nel 2000. È il romanzo di formazione di un adolescente, figlio e nipote di pastori, e pastore lui stesso. Il padre viene coinvolto in una faida, va al confino, poi parte per la guerra e non ritorna più. Zuanne Malune, alias Sònetaula trattiene la sua rabbia di escluso, ma finisce per essere coinvolto nella faida. Il suo destino è segnato: farà parte di una delle bande di fuorilegge più temibili del dopoguerra. In parallelo, la scelta di Giuseppino, che sceglie di lavorare per le grandi imprese pubbliche, sposa Maddalena, la compagna di infanzia amata anche dell’amico/rivale, va a vivere in una casetta colonica. Insomma, il prologo della Rinascita che, secondo Fiori (e secondo molti altri intellettuali), avrebbe sconfitto anche la criminalità di lunga durata anche attraverso la modernizzazione tecnica. Oggi il film sarà proiettato, in concorso, al Festival di Berlino, nella sezione Panorama, che presenta una selezione di opere che un tempo si sarebbero definiti sperimentali, o di giovani autori. E, dopotutto, Salvatore Mereu è alla sua seconda opera e al primo lungometraggio totalmente romanzesco o narrativo, dopo «Ballo a tre passi». - Obbligatoria la prima domanda: che cosa si aspetta dalla presentazione al terzo festival del cinema del mondo? «Sono naturalmente lusingato di essere stato selezionato e mi aspetto che la cornice prestigiosa faccia da traino alla successiva uscita nelle sale, prevista per il 7 marzo in tutt’Italia. Berlino, però, è soprattutto una grande vetrina internazionale, anche sul piano commerciale, ed il mio film, che non ha un immediato riconoscimento spettacolare, può essere visto da una platea di spettatori e di operatori di molti paesi europei e non europei. Così lo si potrà vendere e farlo uscire anche in Europa. Questo è anche il desiderio legittimo dei produttori del film, che hanno creduto in un’impresa difficilissima». - Com’è nato il progetto, che sembra saldarsi con la sua idea, già presente nei cortometraggi («Miguel», «Prima della fucilazione») e poi in «Ballo a tre passi», di immergersi in un terreno culturale dai contorni storici e culturali precisi? «È stato un caso. Ho cominciato a leggere «Sonetaula» mentre giravo «Ballo a tre passi». Giusto per distrarmi nei momenti di pausa, per immergermi in altri pensieri. Ma, giorno dopo giorno, avevo difficoltà a staccarmi da quella storia: i personaggi, anzi il personaggio, “non si sedava”, e istintivamente ho pensato alla visualizzazione del romanzo. È stata una decisione non meditata, e neanche valutata a fondo. Avrei dovuto mettere in conto il fatto di girare un film in costume, storico (e in Italia non se ne fanno quasi più), corale, con molti personaggi. Avrei dovuto pensare ai personaggi, agli attori, anzi ai molti attori e a come esprimere quel mondo e in che lingua farlo. Fortunatamente il soggetto è piaciuto anche ai produttori che vi hanno visto un’alternativa alle ricette precostituite e, pur senza un grande budget, mi hanno dato fiducia, accordandomi tutto il tempo di cui avevo bisogno. Il film si è potuto fare solo perchè abbiamo girato con una troupe modulare, ridotta, come stessimo girando un documentario. Se non avessimo scelto questa strada, difficilmente il progetto sarebbe andato in porto. Dalle 28 settimane di riprese sono venute fuori 2 ore e mezza di film - quello che presenterò a Berlino - parlate in sardo, così come l’avevo pensato, e due puntate di un film televisivo di oltre tre ore che, prossimamente, verranno doppiate e trasmesse dalla Rai». - Il romanzo di Giuseppe Fiori è anche una sorta di diagramma dell’attesa mutazione sarda: c’è il banditismo storico, con diversi riferimenti alla cronaca criminale del dopoguerra, e poi ci sono le grandi opere di trasformazione modernista, come la campagna antimalarica o la costruzione della Diga del Flumendosa, che segnano la fine di un’epoca. Lei però, in una dichiarazione dell’anno scorso, quando le riprese non erano ancora iniziate, ha esplicitamente sottolineato che l’aspetto “programmatico” gli interessava poco. Alla fine, che cosa è rimasto del romanzo di Fiori? «L’impianto narrativo e i principali personaggi sono rimasti gli stessi; anche nel film c’è Giuseppino che sceglie una vita borghese, una casa colonica nuova e il mestiere di operaio, una famiglia, ma certo di elicotteri e trattori, che nel romanzo simbolizzavano modernità e trasformazione, se ne vedono pochi. Nel mondo di Sònetaula non ci sono. Ho cercato di interiorizzare il romanzo di formazione, di descrivere il mondo barbaricino di ieri - perchè credo che Fiori, nativo di Silanus, abbia ricalcato proprio quel mondo - dal punto di vista di un anti eroe. Così il film è piuttosto il dramma del protagonista, la sua sconfitta sentimentale ed esistenziale. La sua è una vita non vissuta. Quando scrivevo la sceneggiatura, avevo come modello “Rocco e i suoi fratelli” di Visconti, che è una storia di sradicamenti, dalla Lucania a Milano, e il cui fuoco drammaturgico è il personaggio di Simone, il pugile che fallisce, violenta la sua fidanzata e l’ammazza. Uno che si perde, al contrario dei fratelli». - Però la scelta di utilizzare attori non professionisti e farli parlare in sardo sembra piuttosto in sintonia con «La terra trema». Non c’è il rischio che questa radicalità possa essere vista, oggi, o dal punto di vista della rivendicazione identitaria, cioè questa è la vera Sardegna; oppure come l’ennesima vicenda pastorale e banditesca che ha costituito gran parte dell’immaginario cinematografico sardo? «Non mi sono posto né il primo problema, né il secondo. Un regista deve costruire un proprio mondo di appartenenza, deve raccontare ciò che conosce, ciò con cui è in contatto e in empatia poetica. Poi c’è il problema concreto del “come rappresentare” la Sardegna a cavallo tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta. Si potrebbe anche dire che ho tradito il romanzo, visto che Fiori scrive in italiano, ma io credo che quei personaggi, riportati alle immagini e ai ricordi di quegli anni, avrebbero indubbiamente parlato in sardo, almeno per i dialoghi tra loro, e l’italiano solo per le comunicazioni, diciamo burocratiche. Infine la scelta di usare il sardo è quasi obbligatoria se si scelgono attori non professionisti: occorre entrare in sintonia con la loro naturalezza, riuscire a farne dei personaggi veri e questa verità parte dal linguaggio, dal modo di esprimersi. Se avessi usato l’italiano avrei perso gran parte della spontaneità, che però, paradossalmente, ho dovuto coltivare giorno per giorno, visto che “Sònetaula” non è un film “impressionista” come “Ballo a tre passi”. Lì la maggior parte delle figure interpretava se stessa; qui è inserita in una drammaturgia ad ampio spettro. I protagonisti devono contemporaneamente essere se stessi ma anche attori capaci di sostenere dei dialoghi». - I luoghi sono sempre decisivi per film come questo. In base a quali criteri li ha scelti? «La Sardegna di settant’anni fa o anche meno, non esiste più, se non talvolta nelle campagne e nelle montagne. Ma è impossibile ricostruire la città, che dovrebbe essere Nuoro, o il paese, Orgiadas, ovviamente inesistente. Bisognava inventarli, scorcio dopo scorcio: insomma fare una Sardegna virtuale, che è poi ciò che si fa spessissimo al cinema. Per la città ho scelto Tempio, Oristano, Bosa, Alghero, perchè mi sembrano ancora ricche di tracce del passato. Invece, per Orgiadas, ho filmato a Orgosolo, Oliena, Dorgali e Olzai, mettendo assieme diversi pezzi. La scelta è stata dettata da una particolare empatia con quei luoghi che ben conosco, anche se poi ho esplorato tutta la Sardegna e persino il sud e il Sulcis-Iglesiente. Ma per me è più facile lavorare dove sono nato e ho vissuto, dove conosco la gente. Non è un criterio sempre valido; ci sono registi che devono scoprire i luoghi quando girano, devono farsi sorprendere. Io devo essere sicuro di ciò che troverò. - Un’ultima domanda, semiseria. Farà mai un film “normale” non caratterizzato in maniera estrema come sardo. Insomma potrebbe girare anche lei un «Caos calmo» come Grimaldi? «Sì, non ho alcuna prevenzione, tanto che in estate, se tutto va bene, comincerò le riprese di un film collettivo ad episodi che riprenderà il tema zavattiniano di “L’amore in città”, una pellicola del 1953, diretta da Lattuada, Fellini, Antonioni, Risi, Lizzani e Maselli. Aggiungo che non è obbligatorio, neanche per me, ritornare sempre e esclusivamente alle tematiche storiche barbaricine. Ci sono aspetti della Sardegna contemporanea, metropolitana, che mi interessano quanto le vicende di “Sònetaula” e potrei benissimo in futuro fare un film ambientato in una città sarda, magari ispirato all’ultimo romanzo di Flavio Soriga, “Sardinia Blues”».

  5. #5
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    Il film è in lingua sarda?

  6. #6
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    "la Sardegna di Mereu affascina Berlino Un film tutto in limba,"

    a quanto pare si,però mi sa che in italia e purtroppo anche in sardegna lo trasmetteranno doppiato.

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da ricardu Visualizza Messaggio
    "la Sardegna di Mereu affascina Berlino Un film tutto in limba,"

    a quanto pare si,però mi sa che in italia e purtroppo anche in sardegna lo trasmetteranno doppiato.
    spereus ca nou, s'ìmperu de su sardu est de importu mannu, mancai is "tematiche storiche barbaricine" a mei m'anti pigau unu pagu a .....at essi bellu a biri unu firm in sardu de cosa de oindì, de "fantascienza" etc.....

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da arricardu Visualizza Messaggio
    spereus ca nou, s'ìmperu de su sardu est de importu mannu, mancai is "tematiche storiche barbaricine" a mei m'anti pigau unu pagu a .....at essi bellu a biri unu firm in sardu de cosa de oindì, de "fantascienza" etc.....
    su film dd'ant fatu in duas bersionis. Una po cinema (bessit sa primu cida de martzu) in sardu cun sutatitulus in italinau; un'atra bersioni po sa televisioni in duas puntadas, dopiada in italianu, chi sa RAI at a trasmiti a pustis.. medas scenas ddas ant giradas diferentis po is duas bersionis.

    Arricardu, cussu chi ses nendi no at a sutzedi po imoi, poita su sardu in su cinema no dd'imperant po finis politico-linguisticus.
    A custus registas sardus si dd'ant domandau una dì chi po issus fait a fai unu film chi chistionit de cuntestus modernus, in sardu. Ant frungiu is murrus...
    Issus su sardu dd'imperant a manera "neorealista", po torrai spontaneidadi e beridadi a storias e personis chi si mòvint in cunstestus sardofonus.

  9. #9
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    'ta làstima! issus mi parit ca tenint sa pròpiu idea de su ballu sardu......si est "folk" bandat beni, ki est fatu in jeans ,in canadese etc... po si spassiai sceti no andat beni.

  10. #10
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    La nuova sardegna
    MARTEDÌ, 04 MARZO 2008
    Pagina 36 - Cultura e Spettacoli


    Su Re, la sottoscrizione va avanti
    I cittadini «produttori associati»
    Sul sito del film ideato da Columbu e tratto dai Vangeli le modalità per partecipare


    CAGLIARI. Va avanti il progetto del regista Giovanno Columbu di dare vita a una sorta di azionariato popolare per poter realizzare il film che ha in cantiere da tempo, «Su Re», tratto dai Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni e recitato interamente in sardo. Nel sito internet www.filmsure.it sono infatti appena comparse le indicazioni per poter contrbuire al film, attraverso due forme di partecipazione: in qualità di «sostenitore» o di «produttore associato». In entrambi i casi bisogna versare una quota alla società produttrice del film, la Luches, ma la formula di «produttore associato» prevede un versamento minimo di mille euro e una forma di partecipazione, ovviamente proporzionale, agli utili del film, più altri vantaggi.
    Columbu aveva annunciato l’iniziativa nelle scorse settimane, assieme alla promozione di una raccolta fondi tra le chiese di tutta la Sardegna. Così, dopo anni di ricerca vana di fondi, il regista cagliaritano Giovanni Columbu aveva deciso di finanziare il suo progetto cinematografico «Su Re», tratto dai Vangeli e ambientato nell’isola anche grazie alla consulenza esegetica della Pontificia facoltà teologica. Questa singolare forma di finanziamento (probabilmente un caso unico nella storia del cinema) non è la sola novità: gli utili del film, infatti, saranno devoluti al 50 per cento a favore della Chiesa cattolica e impiegati in un’opera di interesse pubblico. Il restante 50 per cento sarà reinvestito in un nuovo progetto cinematografico. A promuovere la raccolta di fondi tra le chiese sarde sarà la parrocchia cagliaritana di Sant’Eulalia, nel quartiere della Marina, che è anche quello dove risiede il regista. «Questa soluzione - spiega Columbu - fa seguito al rifiuto del finanziamento da parte del ministero dello Spettacolo, che aveva giudicato il mio film localistico perchè parlato in sardo, ma scaturisce anche dallo sviluppo assunto dal progetto e dal proposito di realizzarlo sulla scorta del più ampio concorso collettivo». Parte attiva nel coinvolgere le comunità locali avrà anche l’Anci Sardegna, l’associazione dei comuni isolani. Il Comune di Cagliari avrebbe già offerto piena collaborazione.
    «Ma anche alle Province sarde è stato chiesto di concorrere al finanziamento e quelle di Nuoro e di Cagliari hanno già assicurato la loro adesione», aggiunge il regista. La raccolta di denaro, inoltre, avverrà coinvolgendo direttamente i privati ai quali sarà proposto di condividere il progetto assumendo le vesti di «produttori associati». «In pratica - spiega ancora Columbu - tutti coloro che investiranno nel film una propria quota diventeranno partecipi degli utili e potranno detrarre il 40 per cento dell’investimento, come previsto dalle nuove norme a favore del cinema introdotte dalla Finanziaria nazionale per il 2008». Columbu ha già ricevuto numerose adesioni, comprese quelle di vari comuni e della Fasi, l’associazione degli emigrati sardi.

 

 
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