E' prevista per l'inizio dell'anno l'uscita di alcuni film sardi.
Apro questo spazio in cui raccogliere contributi e discussioni.
cominciamo con Sonetaula di Mereu presentato ieri al festival di Berlino.
L'unione sarda 13/02/2008
Festival del cinema “Sonetàula” conferma il talento del regista e la sua capacità di dirigere attori non professionisti
Il potente gusto della genuinità: la Sardegna di Mereu affascina Berlino Un film tutto in limba, fatto di suoni naturali e silenzi, ruvido e aspro, con un linguaggio di primi piani che non si concede alla spettacolarizzazione
DAL NOSTRO INVIATO
SERGIO NAITZA
Berlino. Era già un azzardo il suo primo film, Ballo a tre passi , le stagioni come metafora della vita calate nella cultura sarda, ma per la seconda opera - che è sempre la più difficile - Salvatore Mereu ha giocato al rialzo, con l'incoscienza di chi crede nei propri mezzi e in una idea di cinema che ruba alla vita, spargendo un sapore antropologico di verità e genuinità. E bene ha fatto, perché Sonetàula è un film potente, di suoni naturali e silenzi, dove si compie l'ineluttabilità di un destino segnato già dall'inizio: quello di Zuanne, detto Sonetàula «perché ogni colpo dato a lui faceva sonu 'e tàula , rumore di legna, come ad essere in una bara» scrive Giuseppe Fiori nel romanzo omonimo, quasi una sceneggiatura nella sua scansione di scene e capitoli, che Mereu rispetta fedelmente.
Il libro uscì nel 1960 per Canesi con interessanti digressioni sociologiche, poi nel 2000 è stato ripubblicato da Einaudi con un taglio da parte dell'autore di 150 pagine, facendo emergere una scrittura secca e affilata tra racconto epico e bildungsroman di matrice rigorosamente sarda. Seguendo questo respiro nervoso Mereu accetta la sfida, elimina qualsiasi tentativo di spettacolarizzare la storia, mai una sequenza furba o una concessione al gusto popolare: sceglie un linguaggio di primi piani, come se la macchina da presa braccasse i personaggi inseguiti dal fiato della tragedia, non usa la musica, distende il racconto per 154 minuti, l'unica lingua parlata è sa limba e gli attori - straordinari per il risultato di intensità emotiva e aderenza allo spirito del film - sono facce e voci prese dalla strada. Non filma con la pellicola ma con l'orbace: il risultato è un cinema ruvido, aspro, di dialoghi secchi e tempi sospesi, attese ritmate di un dramma che si consuma subito, nella prima scena quando Zuanne, 14 anni, assiste impotente e triste nel cuore alla partenza del padre Egidio Malone. Non va a lavorare in continente, come gli fa credere, ma al confino a Ustica, accusato da una lettera anonima da lui firmata (lui che non sa né leggere e scrivere) di un omicidio che non ha commesso.
La bugia dura poco perché il nonno e lo zio Giobatta che prendono in consegna Zuanne, insegnandogli la dura legge della campagna e a governare le pecore, gli dicono la verità. E da quel momento il ragazzo capisce che la sua vita è rubata, che nella Sardegna del 1938, nel microcosmo chiuso di Orgiadas, bisogna crescere in fretta, liberarsi dalle trappole, seguire come d'istinto un codice primitivo che si respira tra gli alberi, le pietre, le pinnete. E il codice della sopravvivenza lo porta ad un gesto senza ritorno: quando gli rubano una pecora, lui sgozza il gregge del provocatore, arriva la denuncia, i carabinieri lo cercano e Zuanne si dà alla macchia. E si unisce ad un gruppo di banditi, partecipando ad un sanguinoso assalto alla corriera.
Ora a vent'anni è un latitante, sulla sua testa pende una taglia di due milioni di lire, la solitudine e la paura sono la compagnia delle giornate randagie, appena mitigate dall'ossessione dell'amore - così puro, così ingenuo - per Maddalena, una ragazza cresciuta nella sua casa. Che invece sceglierà Giuseppino, amico di entrambi, che s'è ribellato ad una fine da servo pastore ed è diventato meccanico, simbolo di una spinta verso la modernità, rappresentata nel film dall'arrivo dell'energia elettrica nel paese. Il finale è segnato, dopo un crescendo di lutti e orrori (la morte del padre in Libia, quella dello zio Giobatta, la testa del compagno Gorinnàri tagliata dal corpo per non lasciare tracce): Zuanne in fuga sarà falciato dai mitra dei carabinieri. La sua vita finisce sul declivio di una collinetta, una immagine scarna in campo lungo di grande intensità: sulla linea dell'orizzonte che taglia l'inquadratura c'è la profondità del cielo, come un luogo di pace, irraggiungibile per lui.
Film empedocleo - di terra, aria, fuoco e vento - perché la natura segretamente detta il corso del fato, in cui i personaggi abitano le cose e i luoghi in una sintonia visiva efficace (quattro direttori della fotografia, ma il risultato è omogeneo), Sonetàula ha un incedere ieratico che chiede allo spettatore partecipazione attenta. È come se fosse un film iraniano o coreano, un storia forte che ci arriva da una cultura autoctona, che si porta dietro le regole di un codice non scritto che ancora oggi pesano (la recente cronaca nera sarda docet). Ma ha anche segno universale: una adolescenza tradita e negata, l'elaborazione di una perdita (quella paterna) e la sua sostituzione con altre figure. Per incisività e lucidità didascalica, Mereu s'avvicina allo stile scabro dei fratelli Dardenne ma c'è soprattutto un occhio alla lezione di Banditi a Orgosolo , sia per lo spunto narrativo del gregge rubato che fa scattare la vendetta (ed è curioso notare che il libro di Fiori e il film escono nello stesso anno) ma anche per Peppeddu Cuccu che era il bambino nella pellicola di De Seta ed è, 47 anni dopo, uno straordinario Giobatta in Sonetàula . E qui il discorso s'apre alla capacità di Mereu, già mostrata nell'esordio, di dirigere attori non professionisti: Francesco Falchetto, pescato a Orotelli, dà a Zuanne, con un piccolo gesto o uno sguardo in tralice, tutta la complessità psicologica del personaggio; memorabile è il nonno plasmato dall'orgolese Serafino Spiggia, così Antonio Crisponi nei panni di Giuseppino, tutti amalgamati col consumato mestiere dello slavo Lazar Ristosky (il padre) e Giselda Volodi (la mamma).
E poi c'è la Sardegna, anzi squarci di un'Isola tra campagne e interni di case e ovili, brandelli che danno la perfetta atmosfera di un'epoca ricostruita con gusto del particolare, senza mai arrivare a inquadrature totali perché il budget del film (4 milioni di euro) non lo permetteva.
Il racconto procede qui e là ellittico, la narrazione più classica sarà nella versione tv (mezzora in più, con le scene cruciali dell'omicidio nella barberia e la vendetta sull'uomo che incolpò il padre) mentre il film predilige entrare con pudore nei pensieri di Zuanne, tempestati dal dolore e dalla sofferenza, da una bontà d'animo (offre a Maddalena i soldi della taglia per allevare il bambino) inquinata da una balentìa sbagliata; ed è sempre il suo punto di vista a governare il film, come la scena dell'assalto al pullman girata dall'alto, in un'alba livida. O come nell'ultima inquadratura, sui titoli di coda, quando Zuanne dallo sfondo, camminando su un campo di grano, arriva in primissimo piano e fissa a lungo noi spettatori: per chiederci almeno un risarcimento emotivo alla sua vita bruciata.
13/02/2008
Applausi e consensi alla proiezione
Un lungo parto e «spero nel bis»
DAL NOSTRO INVIATO
Berlino. Se la ricorderà a lungo questa prima berlinese, Salvatore Mereu. Perché oltre ai consensi dei critici italiani alla fine della proiezione, e gli applausi caldissimi del pubblico dello Zoo Palast, il suo Sonetàula ha coinciso con un felice evento privato, la nascita della terza figlia. Nata alle 3 del mattino, giusto per dargli poi il permesso di saltare sull'aereo per il festival. E lui scherza, alla conferenza stampa, in fondo anche il film è stato un lungo parto: un anno sul set, con alcuni intervalli, per inseguire le stagioni e soprattutto la crescita di Francesco Falchetto, il ragazzo che interpreta Sonetàula : all'inizio del film ha 14 anni, alla fine 25, «ed è straordinario il miracolo che si è compiuto», dice Mereu: «Francesco è passato da adolescente e uomo proprio durante la lavorazione, rendendo così più credibile il personaggio ed evitandoci gli espedienti del cambio di attore o di invecchiamento col trucco».
Domande, tante. I giornalisti vogliono sapere della Sardegna, il film ha incuriosito molto, e capire se Orgiadas è Orgosolo, se le leggi della vendetta sono ancora applicate, se nell'Isola la Storia (il fascismo, la guerra) ha lasciato un segno. E lui paziente a spiegare meccanismi politici e sociologici, sulle contraddizione di una terra dove convive l'industria telematica con la pastorizia nomade. Tutti colpiti dal lavoro sugli attori non professionisti. E lui rivela che prima di girare «abbiamo fatto delle prove, come se dovessimo andare in scena a teatro, e questo ha permesso l'affiatamento fra gli attori». Coi quali ha lavorato molto: «Con i non professionisti c'è più tempo, si crea una forte sintonia. E poi - un lusso di cui ringrazio la produzione - ho girato in ordine cronologico, così ognuno si appropriava del percorso psicologico del personaggio». Modelli? «Non sta a me rivelarli, alcuni me li porto dietro inconsciamente, però mi piace il cinema di Amelio e non posso non citare la lezione di Vittorio De Seta, un regista che ha saputo accorciare la distanza fra il cinema e la realtà sarda». Tra meno di un mese (7 marzo) l'uscita nelle sale. Timori? « Ballo a tre passi , che non era semplice, se la cavò bene. Spero di fare il bis».
S. N.
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