L'INCUBO DI DRESDA
Una notte di sessant´anni fa il cielo di Dresda si riempì di uno spettacolo fantasmagorico di luci. I bengala lanciati dagli aerei inglesi della Raf illuminarono il cielo con la loro forma caratteristica dell´albero di natale.
Molti occhi si levarono all´insù ad osservare con misto di meraviglia e malcelato timore l´insolito fenomeno che si svolgeva sullo sfondo del cupo cielo boreale.
Tra questi gli occhi di circa mezzo milione di profughi del fronte dell´es, ricoverati in alloggi di fortuna, presso la stazione ferroviaria e soprattutto accampati nei vasti prati e giardini della città, una della più belle d´Europa. Chiamata la Firenze del nord per la bellezza architettonica dei suoi edifici e per la bellezza delle collezioni d´arte che in essi si trovavano, la città di Augusto il Forte era ora il rifugio degli scampati all´avanzata dell´orda russa che da gennaio era penetrata col suo codazzo di violenze ed efferatezze nel suolo tedesco.
Era il 13 febbraio del 1945 e Dresda ornava ancora il mondo con la sua bellezza. Rimasta indenne dopo più di cinque anni di guerra, la capitale della Sassonia aveva subito fino a questo momento solo due attacchi dal cielo, entrambi di modeste proporzioni che avevano colpito alcune industrie situate alla periferia della città.
La leggenda propinata all´opinione pubblica dai britannici subito dopo i tristi accadimenti di Febbraio che attestava 250 siti industriali nel perimetro della città e ancora ripetuta ai giorni nostri dagli omuncoli della televisione è palesemente senza fondamento.
Ostentando la bonaria quiete tipica dei sassoni la città si trascinava stancamente verso la fine della guerra contando sul fatto di essere risparmiata dal demoni che scorrazzavano nel cielo vestiti dell´uniforme della Raf. Correva voce che vi fosse un accordo segreto tra la Luftwaffe e la Raf affinché i tedeschi risparmiassero Cambridge e gli inglesi Dresda. La verità è che quell´inverno la Germania non avrebbe avuto neppure la possibilità di inviare i propri aerei su Cambridge mentre gli inglesi, coadiuvati dall´alleato americano, distruggevano e bruciavano una città tedesca dopo l´altra. Nel luglio del `43 era toccato ad Amburgo sperimentare il terribile Feuersturm, che trascinò con sé più di quarantamila persone in pochi minuti; poi toccò a Kassel, a Darmstadt, dove perì un decimo degli abitanti, a Braunschweig e ad Heilbronn. Dove non si verificò il Feuersturm, spettacolare combinazione di fiamme e venti infuocati che raggiungono centinaia di chilometri orari, spazzando via tutto ciò che trovano sul loro cammino, furono le bombe dirompenti a distruggere antiche cattedrali, gioielli naturali, vecchi borghi e case popolari arrivando a cancellare per sempre interi paesi dalla faccia della terra insieme a più di mezzo milioni di civili innocenti.
La democrazia britannica non poteva però fare una disparità di trattamento e così alla Camera dei Comuni vennero fatte interrrogazioni al governo in cui si chiedevano le ragioni del perché tra le città colpite non vi fosse ancora Dresda. Il governo venne messo sotto pressione da deputati e agitatori calvi ed obesi, che sventolando la loro bombetta dall´interno ingiallito per il sudore, dai banchi del Parlamento reclamavano la coventrizzazione di Dresda. Ma il loro starnazzare non sarebbe stato necessario. Chiedere la distruzione di un´ulteriore città era come sfondare una porta aperta. Si attivò infatti il Gran Macellaio, Arthur Bomber Harris, al quale non pareva vero di poter provare su una città antica, bella, capolavoro d´architettura e soprattutto intatta, le tecniche di bombardamento sviluppate dai suoi scherani. Si calcolarono subito le distanze, i tonnellaggi, le forze a disposizione, i rischi e si diede il via all´operazione Colpo di tuono.
Nel suo quartier generale Harris prende la parola e spiega ai suoi sicari matricolati che non vuole errori; esige il massimo impegno e la perfezione assoluta. In ultima analisi chiede i suoi centomila morti.
Durante il colpo di tuono preparato per Berlino le cose non avevano funzionato e solo duemila berlinesi erano stati sacrificati sull´altare del "moral bombing", il bombardamento morale. Harris ne è fautore incondizionato. Vuole vincere la guerra con la sua aviazione, ma non vuole bombardare aeroporti, depositi, impianti industriali, officine o colonne corazzate in marcia. No, egli come un dio arcaico e primordiale assetato di sangue vuole il sacrificio umano che le donne e i bambini tedeschi gli devono tributare; a lui, il Dio dell´aria agli ordini del quale possono partire insieme mille grandi bombardieri e colpire a morte una città come Colonia. A questo arrogante maresciallo inglese che non rispetta niente e nessuno, che vuole l´immunità anche nei confronti delle leggi del suo paese, come quando si fa autorizzare ad oltrepassare tutti i limiti di velocità colla sua macchina di servizio; a questo Dio senza coscienza il milione di persone che si trova a Dresda deve versare il proprio tributo di sangue. Sapeva forse Harris della leggenda che indicava nelle pianure della Sassonia il luogo della battaglia finale contro il Male, dove il sangue sarebbe dovuto arrivare alle caviglie degli uomini che l´avrebbero combattuta? Con ogni probabilità no, poiché egli era un tecnico della morte non un mistico, non un redentore.
Intanto, mentre i potenti rombi dei quadrimotori britannici riempivano l´aria col loro frastuono per le vie di Dresda poco prima dell´allarme si festeggiava ignari il carnevale. Molti bambini erano travestiti, all´Opera si dava il Cavaliere della Rosa di Richard Strauss, al cinema un film con Marika Rokkh, le gambe più belle della Germania e al circo Sarrasani i domatori di cavalli avevano appena terminato il loro numero quando i clown annunciarono che era in corso un attacco aereo e i signori e le signore erano pregati di raggiungere i rifugi. Avviandosi increduli i cittadini di Dresda persero ben presto la voglia di ridere. Dopo le 22 lo spettacolo di luci in cielo si trasformò nell´inferno sulla terra. Prendendo come fulcro lo stadio gli aerei della Raf eseguirono secondo i dettami del loro Masterbomber un perfetto ventaglio, ossia due ali di fuoco sviluppatosi grazie alle bombe incendiarie, all´interno del quale lanciare le altre bombe per saturare la zona. La città aveva pochi rifugi e la gente si rifugiò in massima parte nella propria cantina. Molti furono semplicemente sepolti, tanti asfissiati, i più si volatilizzarono per le alte temperature. L´incendio era visibile a chilometri di distanza. Chi non aveva fatto in tempo a ripararsi fu semplicemente spazzato via senza lasciare alcuna traccia terrena. I mezzi antincendio erano inadeguati e mentre si usciva dai rifugi ecco dopo l´una arrivare la seconda ondata. I piloti guidati dal bagliore delle fiamme non ebbero difficoltà ad orientarsi ed a sganciare il loro carico di morte sui superstiti appena usciti dai rifugi. La sperimentata tecnica era: attacco uno, bruciare tutto, attacco due bruciare i superstiti. Ma a Dresda vi fu una variante. L´attacco tre, portato questa volta dagli americani. Quelli che tanto ci tenevano a differenziarsi dai loro cugini inglesi, accusati di attacchi indiscriminati che non miravano al potenziale industriale del nemico, ecco che a mezzogiorno si lanciano sulle rovine fumanti e seminano morte e distruzione con attacchi a volo radente. Solo dopo la guerra si venne a sapere che molti piloti dell´USAAF avevano compiuto il volo a malincuore perché sapevano che il cumulo di macerie in fiamme che andavano a bombardare non era certo un obbiettivo militare.
Dopo il terzo attacco vi fu solo il silenzio e la conta dei morti, che a tutt´oggi non è possibile stimare. Si va dai trentacinquemila ai duecentomila. I profughi, che erano non meno di mezzo milione potrebbero essere stati in larga parte esclusi dalla macabra conta.
Sullo sfondo della distruzione totale si ergeva ancora la cupola della Frauenkirche; il monumento a Martin Lutero davanti alla chiesa era rotolato giù dal basamento. Giaceva nella polvere il monumento all´uomo simbolo della lingua e della cultura tedesca. Il degno suggello di anni di bombardamenti terroristici. A terra, in pezzi, la cultura; nel mondo trionfava la barbarie britannica. Il giorno 15 crollava anche la cupola della Frauenkirche, mentre le fosse comuni iniziavano a contenere i mucchi dei cadaveri. Oggi mentre falsi corifei parlano di riconciliazione, proprio al parroco della Frauenkirche è ascritta la frase che vorrebbe mettere la parola fine alla questione del bombardamento di Dresda. "Chi vuole parlare del dolore di Dresda non può tacere della colpa tedesca"
Orbene a questo mare di fango che il parroco e la maggior parte dei suoi connazionali suole gettarsi addosso da sessant´anni, quasi che sguazzino felici e contenti, ribadendo davanti al mondo intero alla storia: "Wir sind die Täter! Noi siano i carnefici!" io vorrei contrapporre la mota che dovrebbe sommergere i cosiddetti liberatori che hanno dato prova di avere una mentalità omicida ben superiore a quella del nemico tedesco. Quando si studiano a tavolino le polizze di assicurazione tedesche per stabilire la natura del mobilio delle case e dunque il modo migliore per appiccarvi il fuoco si perde il diritto stesso a giudicare il vinto secondo la favola della democrazia e della libertà. Perché a Norimberga sedeva Keitel e non Harris? Perché Dönitz e non Truman, che con una sola bomba fece volatilizzare decine di migliaia di civili giapponesi in pochi secondi?
Non vi potrà essere la parola fine fin quando il parroco non salirà sul suo pulpito e ripeterà la sua frase insulsa modificandola in "Chi vuole parlare del dolore di Dresda lo faccia liberamente e gridi in faccia al mondo il crimine perpetrato dagli alleati" E non gli si risponda con Varsavia, Rotterdam e Belgrado ma con Amburgo, Kassel ed Heilbronn.
Chi ha orecchie per intendere intenda, chi non ne ha perisca nel Feuersturm.
Gunther G.