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Discussione: La Catalogna di Miró

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    Predefinito La Catalogna di Miró

    Ferrara, a Palazzo dei Diamanti, una grande mostra celebra Joan Miró e il suo intenso rapporto con la Catalogna. Oltre 80 opere ricostruiscono il genio surrealista dello spagnolo, dalla sua prima personale nel '18, agli anni Settanta


    FERRARA - Una figura femminile domina monumentale la scena. Il suo fisico vigoroso si intuisce sotto le vesti: il volto è segnato dal sole, le braccia sono massicce, il ventre largo, le gambe possenti. Con una mano stringe un coniglio per le zampe, con l'altra un cesto di vimini. Ai suoi piedi sta ritto un gatto. L'ambiente che fa da sfondo è un gioco di motivi geometrici dispiegati in una partitura enigmatica, seppur equilibrata, dove dominano un triangolo bianco e un cerchio giallo con due linee nere che si incontrano ad angolo retto, come fossero le lancette di un orologio. Così appare "La contadina" di Joan Miró, quadro emblematico del 1922-23, oggi di proprietà del Centre Pompidou di Parigi, che non solo segna il superamento di una ricerca figurativa giovanile, dettata da uno scrupolo ancora realista, e l'intuizione geniale di un nuovo ideale artistico, dove l'astrattismo si incontra con una dimensione surreale venata di una simbologia esoterica, ma rivela quel sentimento di attaccamento spassionato e viscerale alla terra della Catalogna che ha sempre attraversato l'arte di Miró: la protagonista del dipinto, infatti, emana quasi un'aura sacrale, divenendo la signora del ciclo della vita sulla terra, che sovrintende al rito quotidiano del lavoro rurale, alla vita e alla morte di animali e vegetali.

    Ed è questo il capolavoro con cui si apre il percorso della grande antologica - la prima così completa in Italia da oltre venticinque anni - che Palazzo dei Diamanti, dal 17 febbraio al 25 maggio, dedica all'artista catalano, dal titolo "Miró: la Terra", organizzata da Ferrara Arte e dal Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, che ricostruisce la sua leggendaria parabola creativa dalla data della sua prima personale, nel 1918, a venticinque anni, alle opere degli anni Settanta, sul filo rosso del suo rapporto con la terra, i suoi valori, la sua gente e le sue tradizioni. Sotto la cura di Tomàs Llorens, un'ottantina di opere articolate per tecniche diverse, dove dipinti, disegni, collage, assemblaggi, sculture e litografie frutto di illustri prestiti documentano una carriera segnata soprattutto dall'adesione al surrealismo di Breton, filtrato dall'amico André Masson e dalla cerchia dada di Tristan Tzara, che lo portò alla formulazione di un linguaggio unico e personalissimo, un astrattismo lirico ispirato da una visione poeticamente semplificata e fiabesca della realtà, animato di simboli, sigle, deformazioni fantastiche, portentosi segni stenografici fortemente allusivi a elementi naturali immersi in colori elementari e squillanti, con cui costruì un mondo magico, evocativo, pieno di figurazioni grottesche, ma sempre lievi.

    Un surrealismo, quello di Miró, in cui dell'inconscio non recupera le cupe e segrete oscurità, ma solo gli impulsi di una memoria più gioiosa e incantata, anche se a volte inquieta, trasfigurata solo dai tragici eventi storici. E la mostra non può che partire dalle opere, come "La contadina", ispirate all'ambiente rurale di Montroig, località del sud della Catalogna dove la famiglia Miró possedeva un'antica fattoria, il suo buen retiro preferito, dove si ritirò per una lunga convalescenza dopo un attacco di tifo e un esaurimento nervoso all'età di diciassette anni.

    La sua fu un'infanzia divisa tra Barcellona, dove nacque nel 1893, la stessa in cui esordì Picasso, la Terragona, regione del padre orafo, e Palma de Maiorca, terra della madre, erede di una famiglia di ebanisti. Ma Miró era fondamentalmente un figlio della Barcellona al volgere del secolo, scossa da un profondo cambiamento e da una vivacità culturale senza precedenti. Cominciò a frequentare il Circolo San Lluch, dove incontrò Gaudì, e il noto ceramista Antigas con cui strinse una grande amicizia.

    Il '18 è l'anno della sua prima personale, con opere contrassegnate da un realismo forte e solido alla maniera di Cézanne, paesaggi e nature morte nate sullo sfondo di Montroig, accese di un colore di formulazione fauve, con una vaga atmosfera cubista nella frammentazione di oggetti e animali. Il '19 è l'anno dell'arrivo a Parigi, quando il coraggio creativo prende corpo. Galeotta, l'anarchia poetica dei Dada e il contatto con i surrealisti. Il linguaggio cambia radicalmente, anche se il pensiero vola sempre alla sua terra. Lo raccontano opere come "Terra arata" del Guggenheim Museum e "Paesaggio catalano (Il cacciatore)" del Museum of Modern Art, del '23-'24, entrambe da New York, dove il mondo rurale di Montroig è evocato da un sistema di segni e colori che traducono l'osservazione della natura, segni fantastici, poche linee, figure vagamente riconoscibili che fluttuano su astratti fondi monocromi, allestendo lo scenario incorporeo e atemporale dei sogni. D'altronde è lo stesso Miró che racconta: "Come mi venivano in mente tutte le idee per i miei dipinti? Tornavo tardi la sera nel mio atelier in rue Blomet e andavo a letto, a volte senza aver mangiato nulla. Vedevo cose e le annotavo sul mio taccuino. Mi apparivano visioni sul soffitto".

    Nel '27 trasferì il proprio atelier vicino a quelli di Arp, Ernst, Eluard e Magritte. Ne risentono le vibranti silhouette delle sue figure, diventate ora forme organiche arcuate e morbide in contrasto con le linee spigolose e geometriche di tendenza cubista di qualche anno prima. Lo evidenziano la lepre dal manto multicolore del dipinto del Guggenheim Museum che sembra ipnotizzata dalla traiettoria a spirale di una cometa, sullo sfondo di un paesaggio bruno e arancio, e il "Paesaggio con coniglio e fiore" della National Gallery of Australia di Canberra. Nel '28, quando il trentacinquenne Miró viaggiò per due settimane tra Belgio e Olanda, comincia a riflettere su collage e assemblaggi segnati da una vena ironica e giocosa, che spianano la strada all'idea di un'incursione nella scultura. Arrivano gli anni Trenta e la Guerra Civile, quando la pittura si fa selvaggia e incandescente con segnali pionieristici di un linguaggio informale, come avverte una serie di dipinti su masonite in cui l'artista interviene con materiali grezzi, come caseina, pece, sabbia e ghiaia, evocando la tragedia in atto.

    La seconda Guerra mondiale segna il suo ritorno in Spagna, e la sperimentazione di nuove tecniche come la ceramica e la terracotta, ma soprattutto l'impiego di una grande varietà di materiali, spesso estranei alla tradizione artistica, come la "Composizione con corde" del '50, del Van Abbemuseum di Eindhoven, dove figure fantastiche dipinte con precisione dialogano con vere corde annodate. Dal '56, l'artista si stabiliva a Palma de Majorca nell'atelier progettato dall'architetto Josep Lluis Sert - che dal '92 ospita la casa-museo rimasto intatto così come l'artista lo lasciò morendo nell'83 - e la mostra sfoggia un repertorio di lavori che avanzano da questa data. Il formato si fa monumentale, temi prediletti sono la femminilità e la sessualità, i colori sono dosati per effetti di colature a scortare l'intensità, a tratti drammatica, delle figure. Gran finale, "Figure e uccelli nella notte" del '74, del Centre Pompidou, un immenso murale su tela dipinto con una pennellata gestuale, che evoca la palpitazione oscura della notte e la potenza misteriosa dei principi vitali della natura nella loro incessante trasformazione.

    Notizie utili - "Miró: la Terra", dal 17 febbraio al 25 maggio, Palazzo dei Diamanti. Ferrara. La mostra, curata da Tomàs Llorens, è organizzata da Ferrara Arte.
    Orario: tutti i giorni, 9 - 20, venerdì e sabato 9-22. Aperto 23-24 marzo, 25 aprile e 1 maggio.
    Ingresso: intero € 10.00, ridotto € 8.00, scuole € 4.00.
    Informazioni: Call Center Ferrara Mostre e Musei: tel. 0532.244949, e-mail: diamanti//www.palazzodiamanti.it/">www.palazzodiamanti.it
    Catalogo: Ferrara Arte Editore.

    da www.repubblica.it

  2. #2
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    Suggerirei a chi fosse eventualmente interessato a visitare la mostra di prendersi una giornata anche per visitare Ferrara che è una città bellissima. E'una città anche molto romantica, specie la sera; consiglio dunque di andarci preferibilmente con rispettivo/a compagno/a... eh eh.

 

 

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