Webzine: Sono pochi 365 giorni in un anno se in una data sola , quella del 10 febbraio possono cadere le ricorrenze di due avvenimenti importanti e di significato addirittura opposto.
Il 10 febbraio del 1918 , esattamente 90 anni fa,
un poeta e trenta marinai scrissero una delle pagine più esaltanti della nostra Marina Militare , allora Regia Marina.
Nel febbraio del 1918 il Regio Esercito Italiano si stava ricostituendo della mazzata presa a Caporetto e stava faticosamente e disperatamente resistendo sul Monte Grappa, sul Piave, sull'altipiano di Asiago alle forze Austro-tedesche, ma anche ungheresi, che pareva dovessero dilagare nella valle Padana da un momento all'altro. Il generale austriaco Conrad sosteneva che la nostra condizione come quella di un naufrago aggrappato ad una tavola di salvataggio per cui sarebbe bastato mozzargli le dita per vederlo annegare.
In questa situazione tragica Gabriele D'annunzio, uomo che non ha bisogno di presentazioni ideò quella che è passata alla storia come la Beffa di Buccari.
Già nel dicembre 1917 un sottotenente di Vascello, Luigi Rizzo, siciliano, comandante di un MAS, motoscafo anti sommergibile, praticamente l'arma segreta della Regia Marina, come un nuovo Davide aveva affondato al largo di Trieste la corazzata austriaca Wien. Avvenimento che non aveva cambiato l'andamento del conflitto ma che aveva certamente dimostrato che il soldato italiano non si era certamente rassegnato alla sconfitta.
Il 10 Febbraio dunque in seguito a delle informazioni che volevano la presenza di grosse navi da battaglia austriache nel munitissimo porto di Buccari, immediatamente a sud di Fiume, Gabriele D'annunzio sul MAS 96 con Luigi Rizzo, Costanzo Ciano capitano di fregata, comandante l'operazione, livornese di sospetta origine gaetana, futuro presidente della camera dei deputati cui a Formia è ancora intitolata , per fortuna, una strada, organizzarono l'impresa arditissima di andare a colpire il nemico proprio ove questo si riteneva inattaccabile.
L'altro MAS era al comando del tenente di vascello Profeta Odoardo De Santis.
Rimorchiati da tre torpediniere intorno alle 22 del 10 febbraio iniziano ad addentrarsi tra l'Isola di Cherso e la costa istriana segnata da Capo Promontore sino ad arrivare in vista di Fiume e poi del vallone di Buccari .
La penetrazione per circa 50 miglia della difesa austriaca, che non si accorse di nulla, fu da sola un fatto audacissimo. Arrivati al porto di Buccari non fu riscontrata la presenza di navi da battaglia. Furono quindi lanciati sei siluri contro il restante naviglio alla fonda. Su quanti ne siano andati effettivamente a segno non c'è unanimità di fonti.
Alcune sostengono che cinque dei sei siluri si fermarono sulle reti di protezione e che solo l'esplosione del sesto abbia affondato un grosso piroscafo e richiamato l'attenzione degli austro ungheresi. Altre sostengono che i piroscafi affondati furono almeno tre.
Ma il fatto in sé non conta.
I tre MAS italiani, 94 Audace, 95 Abba, 96 Animoso scorrazzarono all'interno del porto senza che gli austriaci sparassero loro addosso, inebetiti dall'osare dei nostri marinai che giravano per il loro porto, increduli di trovarsi di fronte dei nemici.
D'annunzio, sul cui capo gli austriaci avevano posto una taglia, non perse l'occasione di sfidare ed irridere il nemico in casa sua.
Aveva preparato tre bottiglie con un messaggio che riporto testualmente:
"In onta alla cautissima flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d'Italia, che si ridono d'ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre a OSARE L'INOSABILE.
E un buon compagno, ben noto - il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro - e' venuto con loro a beffarsi della taglia."
Le bottiglie furono lanciate in mare ed i MAS tornarono indietro indisturbati .
D'annunzio dedicherà all'avvenimento "Il canto del Carnaro"
Siamo trenta d'una sorte,
e trentuno con la morte.
EIA, l'ultima! Alalà!
Siamo trenta su tre gusci
su tre tavole di ponte:
secco fegato,cuor duro,
cuoia dure, dura fronte,
mani macchine armi pronte,
e la morte a paro a paro.
EIA, carne del Carnaro!
Alalà!
Con un'ostia tricolore
ognun s'e comunicato.
Come piaga incrudelita
coce il rosso nel costato,
ed il verde disperato
rinforzisce il fiele amaro.
EIA, sale del Quarnaro!
Alalà!
Tutti tornano, o nessuno.
Se non torna uno dei trenta
torna quella del trentuno,
quella che non ci spaventa,
con in pugno la sementa
da gittar nel solco avaro.
EIA, fondo del Quarnaro!
Alalà!
Quella torna, con in pugno
il buon seme della schiatta,
la fedel seminatrice,
dov'e' merce la disfatta,
dove un Zanche la baratta
e la da' per un denaro.
EIA, pianto del Quarnaro!
Alalà!
Il profumo dell'Italia
e' tra Unie e Promontore.
Da Lussin, da Val d'Augusto
vien l'odor di Roma al cuore.
Improvviso nasce un fiore
su dal bronzo e dall'acciaro.
EIA, patria del Quarnaro!
Alalà!
Ecco l'isole di sasso
che l'ulivo fa d'argento.
Ecco l'irte groppe, gli ossi
delle schiene, sottovento.
Dolce e' ogni albero stento,
ogni sasso arido e' caro.
EIA, patria del Quarnaro!
Alalà!
Il lentisco il lauro il mirto
fanno incenso alla Levrera.
Monta su per i valloni
la fumea di primavera,
copre tutta la costiera,
senza luna e senza faro.
EIA, patria del Quarnaro!
Alalà!
Dentro i covi degli Uscocchi
sta la bora e ci da' posa.
Abbiam Cherso per mezzana,
abbiam Veglia per isposa,
e la parentela ossosa
tutta a nozze di corsaro.
EIA, mirto del Quarnaro!
Alalà!
Festa grande. Albona rugge
ritta in pie' su la collina.
Il ruggito della belva
scrolla tutta Farasina.
Contro sfida leonina
ecco ragghio di somaro.
EIA, guardie del Quarnaro!
Alalà!
Fiume fa le luminarie
nuziali. In tutto l'arco
della notte fuochi e stelle.
Sul suo scoglio erto e' San Marco.
E da ostro segna il varco
alla prua che vede chiaro.
EIA, sbarre del Quarnaro!
Alalà!
Dove son gli impiccatori
degli eroi? Tra le lenzuola?
Dove sono i portuali
che millantano da Pola?
A covar la gloriola
cinquantenne entro il riparo?
EIA, chiocce del Quarnaro!
Alalà!
Dove sono gli ammiragli
d'arzana'? Su la ciambella?
Santabarbara e' sapone,
e capestro ogni cordella
nella ex voto navicella
dedicata a San Nazaro.
EIA, schiuma del Quarnaro!
Alalà!
Da Lussin alla Merlera,
da Calluda ad Abazia,
per il largo e per il lungo
siam signori in signoria.
Padre Dante, e con la scia
facciam "tutto il loco varo".
EIA, mastro del Quarnaro!
Alalà!
Siamo trenta su tre gusci,
su tre tavole di ponte:
secco fegato, cuor duro,
cuoia dure, dura fronte,
mani macchine armi pronte,
e la morte a paro a paro.
EIA, carne del Carnaro!
Alalà!
I marinai d'Italia non finirono qui le loro imprese.
Il 9 giugno 1918 sempre Luigi Rizzo si infilerà tra le navi della flotta austriaca che avevano intenzione di forzare il blocco della Regia Marina al canale di Otranto e tirerà due siluri sulla poderosa corazzata Szent Istvan (Santo Stefano) affondandola.
Il 9 giugno è tuttora la festa della Marina Militare.
Il 1 novembre del 1918 Raffaele Rossetti, tenente del genio navale, e Raffaele Paolucci, ufficiale medico, affondarono nel porto di Pola la Viribus Unitis posizionando dopo sei ore di nuoto una mignatta esplosiva sotto la chiglia della nave.
Intanto il 29-29 ottobre il Regio Esercito aveva iniziato la vittoriosa e definitiva offensiva di Vittorio Veneto che pose fine alla guerra il 4 novembre del 1918




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