12 Aprile 2008
Attualità
I l libro nero del capitalismo, pubblicato per la prima
volta in Italia nel 1999 per conto di Marco Tropea
Editore, è un consistente volume di 545 pagine. Tradotto
da Massimo Caviglione, è la ricostruzione storica
documentata dei costi e dei danni provocati dal capitalismo,
ed è di grande utilità per il lettore che sia mosso
da uno spirito critico in un periodo di diffuso conformismo.
Il libro uscì in Francia nel 1998 per dare voce e
dignità storica al pensiero dissenziente nei confronti del
capitalismo, e per rispondere ad un libro pubblicato un
anno prima: Le livre noir du communisme, Editions Robert
Laffont, SA, Paris 1977 (tradotto e disponibile anche
in Italia presso Mondadori Editore - Milano 1998).
Composto di 32 capitoli più un Appendice Capitalismo
e barbarie (che riepiloga i massacri e le guerre
nel XX secolo), il libro parte dalla genesi del capitalismo
(XVI, XVII e XVIII secolo), ossia dalle forme
“antidiluviane” del capitale, dai suoi “idilliaci” procedimenti
di accumulazione primitiva, per giungere al suo
attuale processo di mondializzazione. Essendo un volume
scritto per gran parte da storici, economisti, sociologi,
sindacalisti e scrittori francesi, esso approfondisce in
modo particolare l’imperialismo francese del XX secolo
(tratta ampiamente la rivolta algerina), ma non tralascia
neppure l’imperialismo americano dello stesso periodo.
Man mano che le pagine del libro scorrono ci s’imbatte
“nella folla innumerevole di quelli che furono deportati
dall’Africa nelle Americhe, fatti a pezzi nelle trincee di
una guerra idiota, bruciati vivi dal napalm, torturati a
morte nelle prigioni dei cani da guardia del capitalismo,
fucilati al Mur des Fédérés a Fourmies, a Sétif, massacrati
a centinaia di migliaia in Indonesia, quasi estinti
come gli indiani d'America, assassinati in massa in Cina
per assicurare la libera circolazione dell’oppio” (Gilles
Perrault).
Ripercorrendo quella lunga storia viene pienamente
confermata l’affermazione del socialista francese
Jean Jaures, secondo cui “il capitalismo porta con sé la
guerra come il nembo il temporale”. La sua inesorabile
tara originaria è tale “che nel suo stesso seno si affrontino
le concorrenze di dominazione e di controllo di mercati,
di spazi e di risorse umane, in un processo stimolato
dalla crescente riduzione delle capacità di consumo”.
Il libro indaga solo alcuni crimini del capitalismo,
poiché essi “costituiscono un argomento disgraziatamente
inesauribile. Per lo meno allo stato attuale”. Tutti
gli argomenti in esso esaminati partono da un assunto
semplice quanto opinabile: “La maggiore virtù del capitalismo
consiste nel raggiungere il massimo profitto nel
minor tempo possibile”. Ma a beneficio di chi? E a quale
prezzo? Leggendo i vari saggi del libro si comprende
che associare il capitalismo a parole come “crimine” e
“genocidio” è lecito alla luce degli eventi più tragici e
drammatici, che hanno macchiato di sangue le democrazie
occidentali del “Primo mondo”: schiavitù, repressioni,
torture, appropriazioni di terre, dittature imposte, disastri
ecologici e così via.
Quali sono stati e sono i mezzi e le strategie capitalistiche
per imporre la propria legge sul mondo? Nella
sua introduzione al libro, Maurice Cury li elenca: “La
guerra (o la protezione, sull’esempio della mafia), la repressione,
la spoliazione, lo sfruttamento, l’usura, la corruzione
e la propaganda. Quello che una volta fu appannaggio
del Regno Unito e della Francia, in Africa e in
Asia (gli ultimi soprassalti del colonialismo nelle Indie,
nel Madagascar, in Indocina, in Algeria, hanno fatto milioni
di morti), è oggi appannaggio degli Usa, il paese
che pretende di comandare il mondo. Gli Usa, proprio
per questo, non hanno smesso di praticare una politica
di eccesso di armamenti (che pure vietano agli altri). Si è
visto in azione questo imperialismo in tutti i suoi interventi
diretti o indiretti in America Latina, e particolarmente
in America centrale (Nicaragua, Guatemala, Salvador,
Honduras, Grenada), in Asia, in Vietnam, in Indonesia, a
Timor (genocidio più esteso, in proporzione, di quello dei
khmer rossi in Cambogia - circa due terzi della popolazione
- e perpetrato con l’indifferenza se non con la complicità
dell’Occidente), nella guerra del Golfo ecc. Ma la
guerra non si fa soltanto con le armi. Essa può assumere
forme inedite: per esempio, può anche prendere la
forma delle sanzioni contro altri stati indocili (Cuba, Libia,
Iraq), tanto onerose per le popolazioni. (…) La spoliazione
è la causa evidente del ricorso alla forza. (…) Le
pratiche del capitalismo sono simili a quelle della mafia,
ecco perché quest’ultima prolifera così bene nel suo humus.
Come la mafia, il capitalismo protegge i dirigenti
docili che lasciano sfruttare spudoratamente il proprio
paese dai grandi gruppi statunitensi o sovranazionali. In
tal modo, quando non le introduce esso stesso, consolida
le dittature”. “Le sue armi - sostiene ancora Maurice
Cury - sono indifferentemente la democrazia o la dittatura,
il commercio o il gangsterismo, l’intimidazione o l’omicidio.
Così la Cia è probabilmente da considerarsi la
più grande organizzazione criminale su scala mondiale”.
Per imporre il suo credo e giustificare l’eccesso di
armamenti, gli atti delittuosi e i crimini sanguinosi, il capitalismo
invoca sempre concetti generali: difesa della democrazia,
della libertà e dei valori dell’Occidente, mentre
il più delle volte non difende altro che gli interessi di una
classe possidente. Questa propaganda - tuona in chiusura
d’introduzione Cury - è diffusa da governanti economici
e politici, da una stampa e da media asserviti. “Ma
voi – afferma Cury, rivolgendosi ai cani da guardia già
denunciati da Nizan - assertori del liberalismo, lodatori
degli Usa, dico a voi! Non ho udito la vostra voce contro
la distruzione del Vietnam, né contro il genocidio indonesiano,
né contro le atrocità perpetrate in nome del liberismo
in America Latina; non l’ho udita neppure contro
l’appoggio statunitense al colpo di stato di Pinochet, uno
dei più sanguinosi della storia, né contro la condanna a
morte dei sindacalisti turchi. La vostra indignazione è
stata alquanto selettiva: Solidarność ma non il Disk, Budapest ma non l’Algeria, Praga ma non Santiago, l’Afghanistan
ma non Timor. Non vi ho visto indignarvi
quando uccidevano comunisti o semplicemente persone
che volevano dare il potere al popolo o difendere i poveri.
E non vi odo chiedere perdono per la vostra complicità
e per il vostro silenzio”.
Particolarmente interessante appare la definizione
di mondializzazione data da Philippe Paraire nel saggio
I morti viventi della mondializzazione (28° capitolo
del libro): "È un fatto, ormai nemmeno più contestato dai
sostenitori della mondializzazione del capitalismo: l’aggravamento
delle disuguaglianze nel tenore di vita nei
paesi ricchi e nei paesi poveri (la “polarizzazione sociale”)
e l’adattamento dell’intero pianeta al libero mercato
(la “modernizzazione”) sono la conseguenza di un’organizzazione
economica e politica che non riconosce per
fondamento morale niente altro che i valori generati dalle
necessità di questa mondializzazione. I danni economici
e sociali non appaiono quindi come “disfunzioni”, ma
sono in realtà il prodotto di una ricolonizzazione del
mondo per opera delle forze dominanti dei paesi ricchi.
Tale processo (…) è fondato su un’utopia omicida, la
mondializzazione, le cui prime applicazioni lasciano intravedere
un bilancio negativo, in tutti gli ambiti, per l’avvenire
del pianeta. Infatti la stessa crisi ecologica si analizza
chiaramente come crisi sociale e come prodotto di
un sistema dove l’abbondanza non può essere condivisa.
Per assicurare le comodità moderne al 20% dell’umanità
- prosegue Philippe Paraire - bisogna già da oggi
sottrarre le produzioni cerealicole al mondo povero, abbattere
le sue foreste, distruggere i suoi tradizionali modi
di vivere, deportare i contadini espropriati o rovinati verso
le favelas o i barrios dell’America Latina, i quartieri
proibiti dell’Asia meridionale, le periferie di Manila, le
bidonvilles di Dakar; e bisogna organizzare un mercato
delle materie prime su quel modello di rapina che ha
gettato nell’estrema povertà un miliardo di esseri umani.
(…) Alle soglie del 2000 – afferma Paraire - ben due miliardi
di uomini, donne e bambini sono mantenuti all’anno
mille dalla legge del profitto. La metà di loro non sa neppure
se potrà mangiare a sufficienza l’indomani.
Non meno interessanti sono i saggi che si riferiscono
a momenti storici più lontani, come quello, ad esempio,
di Jean-Pierre Fléchard, La Grande Guerra: 11
500 morti e 13 000 feriti al giorno per tre anni e mezzo
(8° capitolo), dove nel paragrafo “Un santuario del capitale
internazionale: il bacino di Briey-Thionville”, è ampiamente
dimostrata la collusione dei fabbricanti di armi
e dei governi dei paesi in guerra (1914-18). Secondo
Galtier-Boissière: “Per non ledere potentissimi interessi
privati e per evitare d’infrangere gli accordi segreti conclusi
fra gli industriali metallurgici francesi e tedeschi, si
sono sacrificate in imprese militari inefficaci centinaia di
migliaia di vite umane, salvo che in un punto, Briey-
Thionville, dal quale per quattro anni la Germania in tutta
tranquillità ha tratto i mezzi per continuare la lotta”. La
famiglia franco-tedesca de/von Wendel ne ricavò grandi
profitti!
Infine, molto efficaci sono i capitoli che descrivono
le varie tappe del capitalismo coloniale costruito sullo
sfruttamento e lo sterminio degli amerindi e degli abitanti
delle coste dell’Africa occidentale. Come sostiene Paraire,
la ricchezza dell’Europa conquistatrice, culla del capitalismo,
è stata costruita sullo sfruttamento e lo sterminio
di quelle popolazioni. La prima crollò in tre secoli da 40 a
20 milioni di persone, la seconda si ridusse in tre secoli
di tratta (dal 1510 al 1850) di 20 milioni (10 milioni di
morti e 10 milioni di deportati).
In ogni caso, sia che si parli pure del destino del
popolo palestinese, dell’ecatombe vietnamita, dei massacri
e delle repressioni in Iran, del genocidio anticomunista
in Indonesia ecc., netta è la sensazione che, pur
nel rispetto dei diversi contesti, un filo conduttore accompagni
il libro dall’inizio alla fine, una storia unica e universale:
quella “innaturale” del capitalismo dai suoi albori (lo
sviluppo del capitale coloniale, schiavista e mercantile)
sino ai giorni nostri (la ricolonizzazione mondializzata del
capitale), con tutti i morti che esso ha prodotto, e da cui
“le mani dei vivi hanno ereditato la fiaccola della rivolta
dell’uomo non riconosciuto nella sua dignità. Sono le
mani troppo presto senza vita di quei bambini del Terzo
Mondo che la sottoalimentazione, ogni giorno, uccide a
decine di migliaia; sono le mani scheletrite dei popoli
condannati a rimborsare gli interessi di un debito di cui i
loro dirigenti-fantoccio hanno rubato il capitale; sono,
infine, le mani tremanti degli esclusi, sempre più numerosi,
tenuti ai margini dell’opulenza”. (Gilles Perrault).■
sito web: www.antoniogramsci.org




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