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Discussione: Il plotone multietnico

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    Exclamation Il plotone multietnico

    I nuovi italiani con le stellette
    Esordio dei militari di origine straniera in una parata ufficiale: nelle forze armate sono 1.500




    1 Caporale Alfonso Corrales Medina, colombiano;
    2 caporalmaggiore Murthi Sello, indiano;
    3 capitano Edmondo Tito, senegalese;
    4 caporalmaggiore Vivian Peña, colombiana;
    5 caporale Walter De Luca, filippino;
    6 caporale Monica Mary Sighel, Sri Lanka;
    7 caporale Sanchez De La Fuente, cubano;
    8 caporalmaggiore Donnarumma, brasiliano;
    9 caporalmaggiore Gailson Silva Lopes, capoverdiano, paracadutista

    ROMA — Indossano il fez da ber*sagliere, la penna degli alpini, il basco amaranto dei parà. Uno ha la pelle nera, un altro lineamenti orientali, la giovane caporale uno splendido profilo sudamericano. Alcuni so*no veterani di missioni all’estero. Escono in coppia, in squadra, in plotone. Ma li si può trovare anche nelle città, incaricati della sorveglianza di caserme o ambasciate, e in queste ore in Abruzzo, impegnati nel soccorso ai terremotati. Sono i «nuovi italiani» con le stellette. Un «reggimento» in aumento: figli di immigrati di seconda generazione, ex bambini «multicolori» nati da coppie miste, oppure ragazzini adottati negli anni ’70 e ’80 e poi cresciuti nelle nostre scuole, fino al momento della scelta di servire e onorare la Patria. La loro Patria adottiva.

    Eccola, la brigata multietnica dell’Esercito: stamattina sette di loro, in rappresentanza dei circa 1.500 mi*litari di cittadinanza italiana e origi*ne straniera, faranno il loro esordio in una parata ufficiale. Saranno in tribuna d’onore per celebrare l’avve*nuta «piena e felice integrazione». È stato il capo di Stato Maggiore, gene*rale Fabrizio Castagnetti, a scegliere una giornata solenne come quella di oggi, 148˚ anniversario della fonda*zione dell’Esercito italiano, per dare il suo suggello: alle 10.30, nel corso della cerimonia presso la caserma «Gandin» alla presenza del capo del*lo Stato, l’alto ufficiale oltre a ringra*ziare tutti i suoi soldati per la loro «professionalità, dedizione e umani*tà» dedicherà un saluto proprio a lo*ro, i militari di origine straniera.

    E la consacrazione avverrà in un modo particolare, chiamandoli uno alla volta, per nome: prima i più alti in grado — i caporalmaggiori Luis Pau*dice, originario del Brasile, Murthi Sello (India) e Gailson Silva Lopes (Capoverde), poi l’alpina Vivian Peña (Colombia), e infine i caporali Harol Alfonso Corrales Medina (Co*lombia), Walter De Luca (Filippine) e l’artigliere Monica Mary Sighel, se*conda donna del gruppo, nata in Sri Lanka. Gongola uno degli ufficiali che ha organizzato l’evento: «Noi dell’Eser*cito siamo fatti così: a 40 gradi al*l’ombra e zaino in spalle, ciò che conta è la capacità, lavorare gomito a gomito e coprire le spalle al compa*gno. Non abbiamo pregiudizi né dif*ficoltà di integrazione. E le storie di questi ragazzi lo dimostrano». C’è ad esempio il sorriso e l’ener*gia del caporalmaggiore Vivian Peña, soprannominata dai colleghi «Pocahontas», che dalla Colombia dove nacque 24 anni fa ha già ri*schiato la vita sotto le nostre inse*gne per tre volte, nelle due missioni svolte in Afghanistan e una in Koso*vo. «All’estero nessun problema con i colleghi. Mai. Però una volta, sfilan*do a Cuneo con il mio battaglione, una signora esclamò: 'Toh, c’è una negretta tra gli alpini!'».

    Gailson Sil*va Lopes, originario di Capoverde e accento romanesco, è il basco ama*ranto che ride accanto a due suoi col*leghi davanti al temibile «Centau*ro», il blindo pesante di cavalleria. «Di discriminazioni razziali — giura — non ne ho mai subite». Cresciuto a Gallicano, paesino in provincia di Roma, adesso semmai lo prendono in giro per la divisa da parà della Fol*gore quando gira per le strade di Pi*sa. Walter De Luca è il basco nero al centro della foto: padre italiano e madre filippina. Si conobbero e inna*morarono durante una vacanza 21 anni fa e ora loro figlio, VFP1 in fan*teria, è in ferma di un anno presso la Scuola sottufficiali di Viterbo e so*gna di diventare effettivo. E c’è anche chi ha fatto carriera: il capitano Edmondo Tito, 37 anni, sposato con un’informatrice farma*ceutica abruzzese e padre di due bimbi, è nato in Senegal. «I miei ge*nitori naturali non li ho mai cono*sciuti ». Fu abbandonato a sette gior*ni in un orfanotrofio e adottato a 10 mesi da una coppia romana, papà pi*lota Alitalia e mamma casalinga. «Vi*vo in Italia da 37 anni — scherza gio*cando sui colori — e prima ero una mosca bianca: alle elementari, alle medie, al liceo scientifico Cannizza*ro dell’Eur, sono sempre stato l’uni*co nero. Poi la società e cambiata e l’Esercito ha rispecchiato, persino in meglio, questa crescita. Non potreb*be essere diversamente: noi abbia*mo una vocazione internazionale, nelle mie missioni in Bosnia, Koso*vo, Libano e Afghanistan ho fatto esperienze indimenticabili». Il capitano Tito si è laureato in Scienze politiche alla «Sapienza» e oggi lavora nell’Ufficio Informazio*ne dello Stato Maggiore: «Potrà sem*brare strano, ma tra militari abbia*mo una mentalità più aperta — rac*conta —. Se un’idea buona viene a un caporale, vale lo stesso. Sarà per*ché in maggioranza siamo giovani, abituati a conoscere altri popoli, ad andare in vacanza all’estero». È fuo*ri dalla caserma, semmai, che al capi*tano Tito qualcuno non manca di ri*cordare le sue origini: «Per esempio quando vado al ristorante, qui a Ro*ma: spesso capita che a mia moglie il cameriere dia del 'lei' mentre a me del 'tu'. Oppure quella volta che, non ancora sposato, prestavo servizio a Perugia e con un collega ci presentammo da una signora per chiedere una stanza in affitto: a lui la diedero, a me no».

    http://www.corriere.it/cronache/09_m...4f02aabc.shtml
    «Puoi togliere il selvaggio dalla foresta, ma non puoi togliere la foresta dal selvaggio.»
    Paolo Sizzi

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