Siccome credo che precariato e salari siano problemi urgentissimi, ho pensato di postare qui alcune opinioni (non è detto che io le condivida o almeno che le condivida in tutto, anche perchè vorrei postare posizioni diverse fra loro per alimentare il dibattito). Questa è un' intervista alla sociologa Chiara Saraceno.
Saraceno, il tema delle disuguaglianze sembra imporsi sul confronto elettorale, sino ad essere richiamato nei programmi dei maggiori contendenti: ma con quale efficacia? E, ancor prima, con quale rispondenza alla realtà?
Sì, il tema viene maneggiato dal Pd e anche dal Pdl: i due partiti omnibus , come li ho definiti - il che non rappresenta un male né un bene, è una descrizione sincera. Il messaggio è trasversale e trasversalmente interclassista. Come si rileva dall’insistenza che mi pare bipartisan , se non universale, su interventi di riduzione dell’Ici. A questo riguardo io, che considero importantissimo il nodo dell’abitare, sono totalmente contraria.
Diciamo perché?
Perché la casa di proprietà è un patrimonio. Si può dire, certo, di volere rendere più economica la casa: ma in un Paese dove il 70 per cento ha la casa di proprietà c’è il 30 per cento in affitto, che non è poco e che in gran parte corrisponde ai settori con minore reddito. Il problema è che noi abbiamo un mercato degli affitti “stretto” e dunque sempre più caro, cui va sommata la scarsità endemica di interventi o piani di edilizia popolare. Così, oggi deteniamo insieme a Spagna e Portogallo il più alto tasso di proprietà immobiliare abitativa e al contempo la più bassa qualità delle abitazioni.
Questo non dice qualcosa anche della conformazione del nostro capitalismo nazionale?
Assolutamente. C’è al fondo un tratto distintivo del nostro capitalismo, inteso in senso diffuso, che per una fase durevole si è andato alimentando dell’immobiliare così come dei titoli di Stato. E’ stata anche una redistribuzione, certamente: ma una redistribuzione fondata sul forte indebitamento pubblico. Per questo trovo, ad esempio in una parte delle repliche critiche alle “provocazioni” di Pietro Ichio, una certa cecità della sinistra…
Pardon: in che senso?
Nel senso che a mio parere il conflitto più consistente e impellente, adesso, è in Italia quello tra chi ha qualche tipo di rendita e chi no. E nel primo tipo si includono anche i “lavoratori centrali”, buona parte del lavoro dipendente stabile. Ovviamente la rendita di Montezemolo non è, mi pare chiaro, la stessa dei suoi operai. Però è attraverso un sistema stratificato che a tutti i livelli si ripete lo schema inclusione/esclusione.
Bene: ma questo deve per forza significare, come propone Ichino, lo scambio tra qualificazione reddituale dei precari e sacrificio dei diritti acquisiti degli “stabili”?
Questo vuol dire semplicemente che non si può continuare a scambiare i diritti acquisiti per i diritti tout court . E concretamente che il problema dei precari è anche il problema dell’asimettria di condizioni tra la loro esclusione e quella presenza di rendite di posizione. In questo senso è in generale un’idea di futuro quella di omogeneizzare quanto più possibile le figure contrattuali e intanto rendere molto più costoso il lavoro a termine, ad esempio. Per dire d’un caso d’esperienza concreta e comparata: qui a Berlino il mio assistente di ricerca ha un contratto a tempo determinato, anzi legato proprio al mio, ma è pagato molto di più d’un ricercatore di ruolo e molto di più del livello medio delle retribuzioni della ricerca in Italia.
Questo è noto, eppure: qual è la catena logica che dovrebbe portare alla “libertà di licenziamento”? Non mi pare che in Germania sia più facile, licenziare…
In Germania si licenzia anche troppo spesso: ma appunto non è facile ed è costoso. E al contempo esiste un diverso livello di protezioni sociali e c’è un mercato del lavoro che tende a reincludere con rapidità. La questione è proprio questa: non si può affidare la responsabilità del welfare al privato.
Su questo siamo d’accordo: e non occorrono quindi politiche pubbliche e un cambiamento nella cultura d’impresa?
Occorre un sistema di protezione sociale che si adegui alla flessibilità e contemporaneamente bisogna regolare la flessibilità, per non scambiarla con la precarietà. Per questo non avrei il tabù della licenziabilità, a condizione di introdurre un costo altissimo. Non mi pare sbagliata una prospettiva nella quale la struttura fondamentale diventi così quella di contratti a tempo indeterminato: naturalmente con una fascia d’accesso giovanile attraverso il lavoro a termine, ma per una volta sola.
Intanto, però, la tendenza è quella opposta…
Peggio, la situazione è scandalosa: in Italia per i giovani non solo c’è il salario di base più basso in Europa, ma esso è anche insicuro. Ciò significa una negazione ripetuta d’autonomia. In Germania, pur passando da contratto a tempo determinato all’altro, il salario di volta in volta si riqualifica. Da noi si ricomincia eternamente da capo. E in tal modo si riproduce precarietà e si impedisce anche di costruire carriera: ancora di più nella stessa azienda.
In questa luce non occorre forse in Italia introdurre prioritariamente una dotazione di reddito e di garanzie di servizi e beni fondamentali, che valga anche come dotazione di potere contrattuale a chi al mercato del lavoro si affaccia?
Sì, ma occorre vagliare bene le proposte. Ad esempio quando il Pd propone il salario minimo di 1000 euro al mese per i precari, io non capisco nemmeno lo standard di riferimento, in termini di prestazione lavorativa. In Germania non c’è reddito minimo e c’è invece la Sozial Hilfe, che è un reddito di povertà sotto una certa soglia e a condizione della disponibilità al lavoro. Accanto, c’è l’indennità di disoccupazione. Da noi non c’è reddito di povertà e c’è un’indennità di disoccupazione che ancora alla fine degli anni 90 era del 30 per cento, con in più la delimitazione a chi stava già da un certo tempo nel mercato del lavoro. I precari sono pressoché totalmente scoperti. Non mi convincono quindi certe proposte “d’effetto”, di scarsa concretezza.
E perciò non sono più convincenti proposte che prospettano direttamente un reddito sociale?
Quel che è certo è che in Italia non c’è nemmeno un effettivo sostegno alla famiglia, anzi per i bambini, come invece in gran parte d’Europa. Quanto ai precari, anche dentro al programma del Pd qualche attenzione c’è, come conseguenza di quel po’ che si era cercato d’avviare col governo Prodi in termini di reti di protezione: ma il terreno è ben più ampio. In generale io credo che occorra agire la leva di interventi erogativi, anziché quella delle detrazioni fiscali preferita da entrambi i due partiti omnibus .
Questo mi pare un nodo fondamentale: possiamo approfondire?
Bisogna prima di tutto prendere atto di come fin qui è stata agita la leva fiscale. Nella stessa finanziaria 2008 lo sconto sull’Ici è stato “tombale”, cioè per la vita: mentre si è scelta l’ una tantum per gli affitti, così come per gli incapienti. Ma quanto più si usa, discutibilmente, la leva fiscale per redistribuire tanto più dev’essere riconosciuta la specificità degli incapienti e dunque riconosciuta inaccettabile la limitazione. E’ vero, d’altra parte, che in Italia abbiamo una complicazione particolare: quella che viene dall’altissimo tasso di evasione fiscale e, convergentemente, da quello del lavoro nero. Ma c’è comunque una questione strutturale, il nostro sistema fiscale è - secondo me giustamente - a base individuale: quando per suo mezzo si agiscono interventi nel campo delle politiche famigliari, ad esempio, si generano contraddizioni, disfunzionalità e una scarsa efficacia. Per questo penso si debba preferire l’erogazione diretta, sia universale sia sottoposta a test sui mezzi effettivi: perché è più “pulita” e perché consente anche di scegliere a chi dirigerla.
E a proposito del tanto agitato “conflitto inter-generazionale”, è davvero questo il tema, sul terreno delle disuguaglianze?
No. Se ci sono enormi problemi di redistribuzione asimettrica a livello sociale, a livello familiare avviene il contrario: eredità, trasferimenti in vita, cura. E in particolare redistribuisce molto la generazione di mezzo. Il problema è che siamo un Paese molto squilibrato socialmente tra le generazioni e le giovani generazioni sono molto svantaggiate soprattutto quanto a compensazione dei gap sociali di partenza: così la redistribuzione familiare è molto importante ma cristallizza proprio le disuguaglianze sociali, non foss’altro che per le differenze cognitive. Quindi il vero fenomeno generale è una riproduzione inter-generazionale delle disuguaglianze. E non esistono politiche di correzione. Un Paese così non è democratico.
Parliamo dei sessi: questo è un Paese dove le donne non sono riuscite ad avanzare, come si dice, o dove invece vengono combattute?
Direi così: mentre non si sono corrette di molto le rigidità tra le classi, pur essendo cambiate le classi stesse, invece alcune disuguaglianze di genere si sono rovesciate, come nell’istruzione e in generale nelle competenze. Ma questo rende ancora più grave la persistenza di disuguaglianze sul mercato del lavoro e in quello della politica. Io vedo una fortissima resistenza maschile, di poteri maschili che difendono manu militari le proprie posizioni. In politica, davvero, io non riesco nemmeno più a sentire parlare di quote femminili: il problema è il monopolio maschile, è questo che intanto deve sgomberare il campo. E nel mercato del lavoro c’è un vero e proprio maschilismo della cultura d’impresa.
Non corrisponde, questa doppia resistenza maschile nei due campi, ad una quale consonante sudditanza della politica al primato dell’impresa?
La stessa sinistra esce da una tradizione totalmente autodifensiva e trincerata e adesso, non solo per essere moderna ma per essersi accorta di aver sbagliato, è acritica. Il punto è che non ha un discorso proprio. Questo mi pare abbia qualche riflesso in un certo modo d’essere della proposta del Pd, oggi. Ma la sinistra che ne è autonoma deve tuttora rimettersi alla prova del presente, a sua volta.
09/03/2008 Liberazione
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