Libro bianco su il Partito Radicale e le altre organizzazioni della sinistra (a cura di Massimo Teodori, con A. Bandinelli e S. Pergameno), Ediz. radicali 1967.
credo sia introvabile
Libro bianco su il Partito Radicale e le altre organizzazioni della sinistra (a cura di Massimo Teodori, con A. Bandinelli e S. Pergameno), Ediz. radicali 1967.
credo sia introvabile
PERDO&STRAVINCO
la candidatura di Marco Pannella a Commissario CEE: com'è nata, quanto è cresciuta, perché non è stata accolta
a cura di Gaetano Dentamaro
scaricabile qui
Libro Bianco del Partito Radicale sull'uccisione di Giorgiana Masi e sui fatti del 12 maggio 1977: "Cronaca di una strage" - a cura del Centro di iniziativa giuridica Piero Calamandrei - aprile 1979
introvabile
AAVV (a cura di Valter Vecellio), Il Novecento di Pannella, Stampalternativa - La luna e sei soldi, 2004
di cui a seguire riporto un brano:
L’eresia radicale
[tratto dal libro: AAVV (a cura di Valter Vecellio), Il Novecento di Pannella, Stampalternativa - La luna e sei soldi, 2004]
“Il radicalismo può servire nella morale e nell’arte più che nella politica. Ma in Italia siamo arrivati al punto che la politica è tanto fuori dalla morale che il Partito Radicale deve occuparsene”.
Marco Pannella è stato definito in mille modi, su di lui esiste una biblioteca di articoli, giudizi, apprezzamenti. A volte lusinghieri, spesso banali. Molte volte malevoli. Maurizio Ferrara in una raccolta di poesie romanesche (Er compromesso rivoluzionario, Garzanti), inserì un sonetto intitolato “Er trionfo de la LID”:
“Come se seppe ch’era ‘na vittoria
tutta Piazza Navona strillò evviva
mentre sur parco un fregno ciassalìva
volénnose pijà tutta la gloria.
Sotto a lui pe’ gonfiàsselo de boria
‘na manica de gente assai lasciva,
finocchi e vacche ignude alla Godiva
a strillà “Solo noi fàmo la storia”.
Poi arrivò un professore de la CIA
Inzurtò er papa e quelli, mezzi sbronzi,
strillarono in coro: “Tutti a Porta Pia!”.
Ar vedélli smanià come li bonzi
Sor Paolo ciancicò: “Bell’allegria,
ce tocca vince pure pe’ ‘sti stronzi”.
La vittoria cui si allude, com’è facile intuire, è quella del NO al referendum del 12 maggio 1974, che chiedeva di abrogare il divorzio. Il “fregno” è Marco Pannella. Chissà a che pensava Ferrara, quando parlava di un professore della CIA. La gente “assai lasciva, finocchi e vacche ignude”, erano i radicali e non solo loro: quella sera piazza Navona straboccava di romani, venuti a festeggiare una vittoria storica. E quando il corteo con in testa Pannella, Loris Fortuna e Mauro Mellini giunse a Porta Pia, la “coda” ancora non era partita da Piazza Navona.
Non è vero quel che dice Ferrara: che al PCI toccò vincere anche “pe’sti stronzi”. Giusto il contrario: furono gli stronzi a vincere e a imporre la vittoria a un PCI il cui apparato fino all’ultimo momento era riluttante . Sapeva che nel paese la maggioranza era divorzista; sapeva che il NO avrebbe vinto. Ma proprio di quella vittoria aveva paura, temeva che ne venissero pregiudicati i rapporti con la DC, con il Vaticano, con tutto quello che rappresentavano e gli interessi che tutelavano.
Così andavano le cose allora, del resto non troppo diversamente da oggi. E basta vedere come si cincischia e i mille distinguo a proposito del referendum che intende abrogare la legge sulla cosiddetta fecondazione assistita.
Lisa Foa recentemente ha pubblicato un libro di ricordi, È andata così (Sellerio). Lei, militante e funzionaria del PCI, ad un certo punto sente come intollerabile la gabbia e i condizionamenti del Partito; e se ne allontana, resta sempre nel campo della sinistra, ma ora è “sciolta”, rivendica totalmente la sua autonomia. Ripercorrendo gli anni in cui lavorava a Botteghe oscure, gomito a gomito con Togliatti, Longo, Paletta, Alicata, per dirne alcuni, a un certo punto riflette sul fatto che “le grandi campagne di modernizzazione dei costumi in Italia sono venute molto tardi. L’impronta cattolica era favorita, o quanto meno non contrastata dal PCI”.
Così, si spiega “l’anomalia dell’Italia, dove c’è stato bisogno di altri movimenti politici diversi dai comunisti per condurre le grandi battaglie di ammodernamento della società. Se non ci fossero stati i radicali e i socialisti, meno legati alle tradizioni cattoliche, noi saremmo ancora a chiedere le dispense alla Sacra Rota”. Tié, Ferrara.
Arrigo Benedetti, che dell’etnia radicale faceva parte, e ne rimase sempre contagiato, anche quando pensò di dare fiducia al PCI e infine accettò malinconicamente di dirigere Paese Sera, ha scritto che “i radicali comunque vestano, quale che sia il loro ideale di vita privata, hanno sempre il merito di cogliere in anticipo temi in seguito di interesse nazionale fino ad appassionare le masse. I partiti, a ogni nuova campagna proposta, si sentono a disagio ma poi decidono di mettere a disposizione il loro peso. Non l’ammettono, ma i giullari hanno colto nel segno. Invasati come sono, sarà bene ascoltarli: la loro inquietudine diventerà presto generale. Non indovinano: trovano insopportabili situazioni in cui gli italiani sono così assuefatti da non considerarle anormali. E hanno una un’idea sublime dell’Italia, tratta non dai poeti che la vagheggiavano quando non esisteva ma dalle persistenze delle nostre piaghe secolari. Appena confrontano l’Italia sognata con la realtà dei ghetti cittadini, dei matrimoni falliti, degli aborti clandestini (cliniche per lo più di lusso, cioè di tipo normale, per chi può: per chi non può, mammane, intrugli, emorragie), s’indignano, si sentono corresponsabili; e magari imitano Gandhi, che oggi nessuno più chiama buffone, mentre le contumelie, le risate toccano a Pannella, che lo sa e che ne sorride compiaciuto”.
Goffredo Parise, uno scrittore che andrebbe forse riscoperto, in una nota sul Corriere della Sera di quasi trent’anni fa, parlando di Pannella fissava alcuni punti:
“1) Il tuo ‘stile’ (cioè la tua espressione individuale nel suo complesso) manca totalmente di demagogia: primo vero scandalo della tua figura pubblica. 2) Il tuo fine è ideale, e non strettamente politico, cioè pratico, tattico o strategico che sia. Scandalo. 3) La tua ideologia (teorica) è la libertà intesa nel suo spettro più vasto. Altro scandalo…”.
Scandalo. Di scandalo e di non stancarsi di scandalizzare aveva parlato, come un po’ tutti sanno, Pier Paolo Pasolini nel testo che intendeva leggere al congresso radicale a Firenze. E di libertà parla Umberto Eco: “Pannella ha insegnato a molti italiani non come si possa fare buon uso dei mezzi che la libertà eventualmente ci consente di usare, ma come si fa a diventare liberi, e soprattutto a meritarselo”. Il più conseguente degli eretici in un paese di preti come l’Italia, ha scritto Guido Calogero: “ In mezzo a questo immenso esercito di marmotte, ognuna ferma in attesa che Qualcun Altro faccia qualcosa, o dica loro di far qualcosa, quale sorpresa se a un certo punto un impaziente si alza in piedi e grida: “Basta” Preferisco magari sbagliare, ma fare, subito, almeno qualcosa da me”? Tale è oggi in questo nostro sonnolento Paese, primo fra tutti Marco Pannella, degno continuatore di Aldo Capitini e di Danilo Dolci; e se talora sbaglia, ci sono poi anche le volte che non sbaglia affatto…”.
In un suo “taccuino” sul Mondo di Mario Dannunzio, Mario Ferrara (da non confondere con il già citato Maurizio) scrisse una volta un articolo intitolato: “Date un matto ai liberali”. Quel “matto” c’è: si chiama Marco Pannella; e i liberali oggi si chiamano radicali.
Affermazione che può sembrare tranchant. Non è così. I testi che seguono lo dimostrano. “Il mio Novecento” è la trascrizione, non rivista dall’autore, di un lungo monologo andato in onda su Rai Tre. Pannella non per un caso ha voluto che avesse luogo a Napoli, nello studio di Benedetto Croce. Studio mai violato da una telecamera, e dove avevano accesso pochi privilegiati intimi. Il significato dell’evento è dato anche da questo “particolare”. Naturalmente mancano le atmosfere che sanno e possono dare le immagini, la musica, l’uso sapiente della telecamera. Lo stesso linguaggio parlato - e più che mai quando si tratta di Pannella - ha un’altra cadenza, una diversa musicalità e ritmo, rispetto al testo una volta fissato nella pagina. La trascrizione è forse un’operazione azzardata, e forse si consuma un qualche tradimento. Ma questo detto e riconosciuto, ha prevalso il criterio secondo il quale si valuta questo un testo importante, da non dimenticare, in una ideale antologia delle cose scritte e dette da Pannella. “Il sistema Pannunzio” è la trascrizione dell’intervento di Pannella alla presentazione, alla Sala della Lupa di Palazzo Montecitorio il 12 marzo 2003, del volume Inventario del Fondo Mario Pannunzio. In quell’occasione Pannunzio, nel 35° anniversario della sua scomparsa, viene ricordato da Marco Pannella e da Nello Ajello, chiamato a sostituire Eugenio Scalari, indisposto.
Il terzo testo è una lunga intervista rilasciata a Giulia Massari, storica giornalista del Mondo di Pannunzio, e pubblicata sul mensile Play boy, nel numero di gennaio del 1975.
Pannella parla di sé, e parlando di sé, parla di noi. Si capisce molto dell’uomo, e dei radicali. Di quello che sono e furono e saranno.
Gli altri, sono scritti di persone che si sono misurate con la persona Marco Pannella e l’organizzazione Partito Radicale. Un qualcosa di inscindibile, uno è parte integrante dell’altro (pur se l’altro deve tutto all’uno).
Se e quanto di lui e di noi abbiano compreso e aiutato a comprendere, lo valuti il lettore.
Tratto dal libro: AAVV (a cura di Valter Vecellio), Il Novecento di Pannella, Stampalternativa - La luna e sei soldi, 2004
La questua
Quanto costa la Chiesa agli italiani
Curzio Maltese
La questua
Prezzo online:
€ 14,00
Accumuli : € 0,40
Listino
€ 14,00
Editore
Feltrinelli
Collana
Serie bianca
Data uscita
15/05/2008
Pagine
172
Lingua
Italiano
EAN
9788807171499
Un miliardo di euro dai versamenti dell’otto per mille. 650 milioni per gli stipendi degli insegnanti di religione. 700 milioni per le convenzioni su scuola e sanità. 250 milioni per il finanziamento dei Grandi Eventi. Una cifra enorme passa ogni anno dal bilancio dello Stato italiano e degli enti locali alle casse della Chiesa cattolica. A cui bisognerebbe aggiungere almeno il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano e oggi al centro di un’inchiesta dell’Unione europea: il mancato incasso dell’Ici, l’esenzione da Irap, Ires e altre imposte, l’elusione consentita per le attività turistiche e commerciali. Per un totale di circa 4 miliardi di euro, più o meno mezza finanziaria, l’equivalente di un Ponte sullo Stretto o di un Mose all’anno. Una somma (è la stessa Conferenza episcopale italiana a dichiararlo) che solo per un quinto viene destinata a interventi di carità e di assistenza sociale. Con il piglio del grande cronista Curzio Maltese snocciola cifre e dati, scandaglia documenti, bilanci e siti internet, dà voce a fonti insospettabili, in un’inchiesta sorprendente e coraggiosa che rielabora, amplia e integra i materiali già pubblicati a puntate sulle pagine di “Repubblica”. Il suo non è un attacco alla Chiesa in quanto tale, tanto meno lo sfogo di un anticlericalismo di maniera. È il tentativo di fare luce su una realtà troppo poco conosciuta e non sempre trasparente, che tocca però nervi sensibilissimi della democrazia italiana come la lealtà fiscale, la corretta gestione delle risorse pubbliche, la laicità dello Stato. Una realtà, inoltre, che provoca non pochi disagi all’interno stesso del mondo dei fedeli, se è vero che importanti intellettuali cattolici hanno denunciato “il dirigismo, il centralismo e lo strapotere raggiunto dalla burocrazia nella Chiesa”.
Fiori Giuseppe - Una storia italiana. Vita di Ernesto Rossi
Una storia italiana. Vita di Ernesto Rossi
Autore Fiori Giuseppe
Prezzo € 11,36
Prezzi in altre valute
Dati 1997, 297 p.
Editore Einaudi (collana Gli struzzi)
Descrizione
La narrazione di Fiori ha la cadenza del racconto e narra i tormenti privati, la formazione intellettuale, le strenue battaglie di Ernesto Rossi la cui militanza si intreccia con cinquant'anni di storia italiana. Vita privata e vita pubblica sono entrambe intense e drammatiche: le tragedie familiari, le gravi ferite subite in guerra, le oscillazioni politiche del primo dopoguerra, la confidenza con Mussolini, poi l'incontro con Salvemini e la svolta che lo porta nella cospirazione antifascista con i fratelli Rosselli e Calamandrei. Studioso di economia liberale, si rivela un manager straordinario nella gestione degli aiuti del Piano Marshall e stimola la diffusione delle piccole e medie imprese.
La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
recensione di De Luna, G., L'Indice 1997, n.11
Il percorso narrativo di Giuseppe Fiori si snoda attraverso pagine limpide ed efficaci dandoci l'opportunità di conoscere, finalmente, Ernesto Rossi. Riepiloghiamo la dimensione pubblica del personaggio: volontario, ferito e decorato nella prima guerra mondiale; mussoliniano fervente fra i 22 e i 25 anni; protagonista della prima cospirazione dell'antifascismo militante, quella salveminiana del "Non Mollare" e dell'"Italia Libera"; organizzatore di Giustizia e Libertà in Italia, arrestato nel 1930, a 33 anni, e condannato a vent'anni di carcere; federalista europeo, con Altiero Spinelli, e dirigente del Partito d'Azione durante la Resistenza; sottosegretario alla ricostruzione del governo Parri (luglio 1945) e presidente dell'Arar (Azienda rilievo e alienazione residuati) fino al 1956; fondatore del Partito radicale, animatore delle iniziative culturali del "Mondo" di Pannunzio e così via, di battaglia in battaglia, di polemica in polemica, fino alla morte, avvenuta nel 1967. Troppi grandi eventi racchiusi tutti insieme in un'unica biografia, troppo Novecento tragico ed epico condensato nella vita di una sola persona.
Non solo. Tutte le tappe di questa esistenza frenetica sono state scandite da un'instancabile attività pubblicistica, da un diluvio epistolare che ha sedimentato articoli, saggi, recensioni, libri, opuscoli, carteggi editi e inediti, aggregatisi in un vastissimo corpus documentario. Di qui nasce il timore reverenziale che sembra aver attanagliato gli storici che se ne sono occupati, alimentando una produzione storiografica frammentaria, spezzata in tanti segmenti quante sono le "fasi" della sua vicenda politica e umana ma incapace di coglierne l'insieme.
Giuseppe Fiori ha affrontato di petto l'impegnativo compito di condensare in un libro l'intero percorso di Ernesto Rossi, scegliendo la strada più incisiva e diretta: lasciato sullo sfondo lo scenario storico (affidato di volta in volta a essenziali squarci narrativi), ha chiamato in causa lo stesso Rossi, costruendogli un monologo-racconto basato essenzialmente su brani delle sue stesse lettere, lacerti di quel grande giacimento archivistico diventati, di colpo, tasselli per l'allestimento di una vera e propria autobiografia. Il risultato di questo lavoro, alla fine, è proprio quello di ridare spessore storico e complessità a un personaggio che stava diventando solo un santino dello scarno pantheon della cultura laica italiana. Fiori (e in questo ricorda molto Nuto Revelli) ha il grosso vantaggio sugli storici di mestiere di saper utilizzare l'empatia con i propri "oggetti di studio" per sondarne le profondità più riposte, spingendosi lungo i sentieri dei sentimenti e delle emozioni che sono in grado di restituire carne e sangue a personaggi che troppo spesso gli storici lasciano sepolti sotto le carte utilizzate nelle loro ricerche.
Dalle pagine del suo libro scaturisce così un Ernesto Rossi più complicato, dal profilo meno lineare e quindi molto più "vero". Fiori si è addentrato senza esitazioni nel vissuto di Rossi, utilizzando con profonda "pietas", ma anche con grande sagacia, soprattutto i carteggi, molti dei quali (quello con Giorgio Agosti, ma anche con i familiari più stretti) ancora inediti. Il profilo "privato" che ne scaturisce è altamente drammatico. Un padre mai amato e disprezzato dai sette figli nati da un matrimonio senza amore; la mamma, Elide, a cui il marito aveva sparato insieme al suo giovane amante; questa stessa mamma amata in un abbandono totale ("se tu non puoi ora prepararmi il risotto con i piselli, smacchiarmi la giacca, stirarmi i pantaloni, puoi fare qualcosa di molto più importante, amarmi come mi ami ed essere una sola cosa con me", le scriveva dal carcere); un fratello, Mario, caduto in guerra; una sorella, Maria, suicida nel 1919; un'altra sorella, Serenella, suicida nel 1929; un altro fratello, Paolo, esiliato in Svizzera.
Il nodo interpretativo posto da questo rosario di tragedie e di lutti è di evidenza immediata, tutto dislocato lungo l'asse pubblico-privato: quel surplus di determinazione e di intransigenza che segnò le scelte politiche di Ernesto Rossi scaturì dalle tempeste che ne sconvolsero l'universo familiare? O, invece, il rapporto causa-effetto è da guardarsi capovolto, nel senso che fu l'antifascismo militante a imporre a Ernesto Rossi quel prezzo così amaro e così esorbitante? Il coraggio dimostrato nella battaglia contro il regime, la consapevolezza con cui affrontò i lunghissimi anni di carcere, la dimensione totalizzante assunta dal suo rapporto con la politica non appartengono alle biografie "normali"; c'è un segreto in quelle scelte? sono dettate solo da un "imperativo categorico" di tipo etico o la loro configurazione risponde anche ai tumulti del proprio privato? Fiori non risponde direttamente a questi interrogativi e, al solito, lascia parlare le lettere. In questo caso è una lettera del fratello di Ernesto, Paolo, a lasciare intravedere la strada di una possibile "spiegazione": "Se Ernesto - scriveva dalla Svizzera a sua sorella - si fosse interessato maggiormente alla sua famiglia, nel senso spirituale, psicologico, forse Serenella non si sarebbe suicidata (...) le sue lettere dal carcere mi spaventano per la loro povertà spirituale (...) sono lettere da professore, lettere da stampare (...) lettere da passare più tardi agli archivi della storia politica italiana. E poi sempre quella maledetta ironia, quel cinismo". Paolo grondava rancore verso il fratello, beniamino della mamma e delle sorelle, eroe e martire, famoso; quella lettera trasuda invidia e risentimento, ma, nello stesso tempo, richiama l'attenzione sulla monumentalità del personaggio incarnato da Ernesto, lasciando intravedere quel confine sottile tra aridità ed egoismo da un lato e abnegazione e intransigenza dall'altro che già Gobetti aveva attraversato.
Ma la complessità e le sfaccettature appartengono anche all'Ernesto Rossi "pubblico". Lo testimoniano fedelmente gli ossimori che ne affollano le scelte politiche ed esistenziali. Neutralista ardente ("io non mi sento punto patriota e mi sono proposto di disertare piuttosto che andare in guerra"), quando scoppiò la prima guerra mondiale si arruolò volontario diventando, come egli stesso causticamente si definiva, "un non interventista intervenuto" a differenza di tanti "interventisti non intervenuti"; tra i 22 e i 25 anni fu fascista convinto, intrecciando contemporaneamente un duraturo sodalizio affettivo e intellettuale con Salvemini.
Un fascista salveminiano? È possibile? Nella biografia di Ernesto Rossi, sì. Più si va avanti negli anni, più queste contraddizioni si infittiscono anziché diradarsi. Federalista convinto, aderisce al Partito d'Azione con una scelta condizionata da pesanti riserve: lamentava, in particolare, la presenza nel Partito d'Azione di "vecchi pasticcioni della vecchia democrazia di deprecata memoria" e lo stesso La Malfa gli sembrava "troppo desideroso di un immediato successo in termini parlamentari", ancora fiducioso della "possibilità e della necessità di creare un nuovo organismo statale, durante una crisi rivoluzionaria, mediante una pacifica elezione a suffragio universale". In fondo, gli era estraneo il concetto stesso del partito come forma di organizzazione della politica. Nel primo manifesto federalista, con Spinelli avevano insistito, in particolare, su un modello giacobino di partito, "non espressione delle esigenze popolari, ma guida delle classi lavoratrici (...) nell'interesse della collettività", legittimato "non da una preventiva consacrazione da parte dell'ancora inesistente volontà popolare, ma dalla coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna". L'ipotesi di un "partito federalista" appariva in questo senso concorrenziale al ruolo assunto dal Partito d'Azione urtando, in particolare, contro l'esigenza di "non frazionare le forze progressiste, che molto facilmente avrebbero dovuto lottare contro i reazionari e contro i comunisti".
Liberista di sicura fede, in una scelta rafforzata dall'incontro, nel 1927, con Luigi Einaudi, nel 1943 era convinto "che dovesse esserci un lasso di tempo in cui si dovesse fare piazza pulita di tutti quelli che avevano avuto una posizione di comando solamente perché erano fascisti. Questo non si poteva certo ottenere lasciando le leve di comando in mano ai plutocrati". Ancora lo stesso manifesto federalista auspicava "nazionalizzazioni su scala vastissima, senza alcun riguardo per i diritti acquisiti", con l'obiettivo immediato di battere le radici economiche del "burocratismo e del militarismo nazionale". Questo dell'Ernesto Rossi liberista-nazionalizzatore fu, tra tutti, l'ossimoro più affascinante.
Coniugando il tradizionale binomio della giustizia e della libertà non più sul terreno astratto dei "principi" ma su quello più o meno concreto della "politica economica", non c'è dubbio che il suo accento finiva inevitabilmente per cadere sul suo secondo termine fino a legittimare, su questo piano, la più convinta adesione a quello che egli chiamava il "sistema individualistico" ("il solo regime individualistico - scriveva -, permettendo a molti membri della classe governata l'indipendenza di vita necessaria per esercitare un serio controllo sulla classe governante, può dare un contenuto concreto all'uguaglianza dei diritti e alle libertà moderne del cittadino"). Questa contraddizione la spiegò bene in una lettera a Salvemini del 1944: "Il libro che ha avuto maggiore influenza nell'evoluzione del mio pensiero durante gli anni di carcere è stato "The common sense of political economy" del Wicksteed, che ho letto, riletto, spiegato, tradotto. Questa evoluzione mi ha portato ad avere meno fiducia nel libero gioco delle forze economiche sul mercato di concorrenza, a riconoscere la convenienza di maggiori interventi statali per raggiungere obiettivi di giustizia sociale e a considerare inadeguato il metodo democratico durante i periodi di crisi rivoluzionaria. In poche parole, pur conservando le mie opinioni liberali, sono diventato molto più socialista ed anche molto più giacobino".
Il liberismo di Ernesto Rossi non era una religione da servire a dispetto della ragione. Dentro il crogiuolo incandescente della crisi italiana del 1943-45, i precetti liberisti si arrestavano alle soglie della grande lezione scaturita dalla crisi del 1929, dall'impotenza dimostrata dalle grandi democrazie occidentali (liberali e liberiste) di fronte all'avanzata dei regimi totalitari. In questo senso la biografia di Ernesto Rossi appare come un paradigma interpretativo più complesso. Tra le due guerre mondiali, il moltiplicarsi degli ossimori - o degli ircocervi, come li chiamava Croce - riferiti ai grandi sistemi teorici di derivazione ottocentesca, i tentativi di sintesi o di superamento perpetrati lungo le più diverse direzioni teoriche, rappresentarono la testimonianza di una crisi profonda sia del socialismo che del liberalismo, quasi di un loro progressivo estenuarsi, di un logoramento il cui indicatore politico più rilevante fu senz'altro la comune sconfitta delle loro espressioni politiche, partitiche e statuali di fronte al nazismo e al fascismo in Italia e in Germania. Dai nuclei centrali di entrambi si staccarono schegge di riflessioni e di ripensamenti autocritici che confluirono in un'unica nebulosa dai contorni teorici molto accidentati e difficili da distinguere, un vero e proprio laboratorio di sperimentazioni, progetti, sforzi ostinati di trovare "vie nuove", sconfitte. Per la sinistra italiana ed europea si trattò di un'appassionata ricerca di identità in uno scenario segnato dai mutamenti profondi scatenati dalla "grande trasformazione". Ernesto Rossi (attraverso Giuseppe Fiori) ci offre oggi la sua stessa biografia per aiutarci a decifrare e a interpretare storicamente l'accidentato dipanarsi di quei percorsi.
1897 "Ernesto Rossi nasce il 20 agosto a Caserta da padre di aristocratica famiglia piemontese (Rossi della Manta) e da madre bolognese.
"1903" Il padre lascia l'esercito. La famiglia si trasferisce a Rifredi, fuori Firenze.
"1913" Dramma in famiglia. Il padre spara, ferendoli, alla madre e all'amante di lei. La separazione è inevitabile. La madre torna a Bologna. Ernesto, che sta dalla parte della madre, resta a Firenze.
"1915" Si iscrive all'Università di Bologna, medicina.
"1916" Arruolamento e guerra sulla linea del Basso Isonzo.
"1917" Lo scoppio di una granata lo ferisce gravemente.
"1918" Il fratello Mario muore in combattimento.
"1919-22" Suicidio della sorella Maria. Si iscrive e si laurea in giurisprudenza a Siena. Lavora presso l'Associazione agraria toscana. Collabora al "Popolo d'Italia" e si trova su posizioni di fatto filofasciste sino alla Marcia su Roma. Legge Pareto e conosce Salvemini, fatto decisivo, quest'ultimo, per il passaggio all'antifascismo.
"1924" Partecipa all'attività ormai clandestina de "L'Italia Libera".
"1925" Collabora a "Non Mollare". Vince un concorso per l'insegnamento di materie giuridiche negli istituti tecnici.
"1926" Insegna a Bergamo. Prosegue la cospirazione.
"1927" Conosce Luigi Einaudi e approfondisce gli studi di economia.
"1929" Si suicida anche l'amatissima sorella Serenella.
"1930" Viene arrestato. A Viareggio salta giù dal treno che lo porta a Roma. Viene ripreso.
"1931" È condannato a vent'anni di carcere. Si sposa con Ada.
"1939" Lascia Regina Coeli e viene inviato al confino a Ventotene. La moglie può raggiungerlo.
"1941" Scrive con Altiero Spinelli il "Manifesto di Ventotene", programma federalista "per un'Europa libera e unita".
"1943" Senza sapere perché è ricondotto a Regina Coeli. Il 30 luglio, caduto il regime, viene liberato. Dopo l'8 settembre passa in Svizzera.
"1945" Rientra nell'Italia liberata. È sottosegretario alla Ricostruzione. Il governo Parri lo nomina presidente dell'Azienda Rilievo Alienazione Residuati (Arar). Si rivela un grande manager pubblico.
"1949" Viene fondato "Il Mondo". Rossi ne è il principale collaboratore economico.
"1952" Esce "Settimo: non rubare", la prima delle sue molte raccolte di interventi.
"1955" Il governo Segni inserisce l'Arar tra gli "enti inutili" e lo sopprime. La sinistra liberale si stacca dal partito di Malagodi e fonda il Partito radicale. Rossi vi aderisce.
"1958" Esce "Il manganello e l'aspersorio. L'uomo della provvidenza e Pio XI."
"1962" Crisi, in seguito al caso Piccardi, ne "Il Mondo" - che Rossi abbandona - e nel Partito radicale.
"1966" Sempre escluso nei concorsi a cattedra, ottiene un premio dall'Accademia dei Lincei.
"1967" Muore il 9 febbraio al Policlinico di Roma. Viene seppellito a Firenze, al cimitero di Trespiano. Tra le tombe di Salvemini, dei fratelli Rosselli, di Calamandrei."
Notizie Radicali
giovedì 18 marzo 2010
Alfabeto Bonino, orti radicali
di Valter Vecellio
C’è un bel libro che val la pena di consigliare, per quello che i consigli possono valere. Il libro si chiama “Alfabeto Bonino”, lo ha curato Cristina Sivieri Tagliabue, lo ha pubblicato Bompiani, costa 14 euro. Un libro che non è un’autobiografia in senso classico, ma c’è tanto di Emma, di quell’Emma che conosciamo e anche quella meno “pubblica” e che conosciamo meno. Racconta Emma nella nota che apre il libro che quando le è stato proposto il progetto, ha risposto con un secco “No, grazie”. Cristina Sivieri Tagliabue dev’essere cocciuta almeno quanto Emma, non si è persa d’animo, così ha chiesto di poter seguire la campagna elettorale, Emma l’ha lasciata fare pensando che dopo qualche giorno avrebbe gettato la spugna, e invece nel giro di pochi giorni “…ha messo sottosopra il mio staff, tutti i miei archivi. L’ho lasciata fare. In fin dei conti, non possiamo imparare a conoscere le persone quando vengono da noi; dobbiamo noi andare da loro per vedere quello che sono”.
A giudicare dai risultati, è una fortuna che Emma abbia lasciato fare, e che Cristina Sivieri Tagliabue non si sia scoraggiata. Composto per “voci”, sono poco più di 130, troviamo Giorgio Gaber, uno dei cantanti preferiti; e Gaetano Salvemini, ed Ernesto Rossi; oppure quella “Malcom X”, che racconta di come per mantenersi abbia venduto per qualche tempo scarpe nel negozio più sfigato di New York. Non c’è una voce specifica Partito Radicale o Radicali: in ogni riga Emma parla da radicale dei radicali; e una pagina è dedicata a Marco Pannella: comincia con una domanda: “E’ vero che dietro di me c’è Marco Pannella? Tra tutte questa mi sembra una cretinata. Gli italiani non sono né scemi, né smemorati. E’ venticinque anni che ci vedono insieme me e Marco, non lo hanno certo scoperto da un mese che lavoriamo insieme. Non vedo una buona ragione perché dovrei prendere le distanze da lui. E’ l’uomo più disinteressato, generoso e coraggioso che io conosca. Il nostro è un sodalizio umano e politico di una vita intera. Ripeto: chi cerca di dividerci mostra di non conoscere la nostra storia. A volte capita di litigare, e ognuno ha il suo modo di reagire, Marco è più esplicito, urla, io quasi sempre taccio. Le persone a cui devo di più sono mia madre e Marco Pannella. Lui nemmeno lo sa, ma mi ha insegnato a fare pagare in prima persona le cose che si suggeriscono agli altri”.
E’ un libro che racconta Emma, e raccontandola, si capisce cosa sa fare, cosa può fare una radicale al governo delle cose; e in proposito, alla voce “Governo”, otto righe che si possono leggere interamene: “Per governare bene basta un buon Consiglio di Amministrazione, ma bisogna farlo mettendoci dei valori. A sinistra si discute tra cattolici e laici. Come dice Pannella, l’unica cosa concreta che fa girare il mondo sono le idee. Vi chiedo di mettere in questa sfida tutti voi stessi, di portare il vostro modo di essere, nelle diversità e nelle differenze. A Cordova il venerdì pregavano i musulmani, il sabato gli ebrei, la domenica i cristiani…”.
Con altri 15 euro, se già non l’avete fatto, regalatevi “Le nostre storie sono i nostri orti, ma anche i nostri ghetti”, il libro conversazione che Stefano Rolando ha realizzato con Marco Pannella (anche questo Bompiani). C’è una frase, a pagina 162, che credo condensi e dia la cifra di tutta la conversazione. Rolando chiede se un politico può non esser politico; e Pannella risponde: “No, ma deve “creare” politica. Deve cioè creare ciò che era impensabile. Che cosa abbiamo fatto d’altro se non dare dignità politica a cose che non l’avevano?”.Creare l’impensabile. Ha un po’ il sapore dell’ultimo appello pasoliniano ad essere “irriconoscibili”, se si vuole essere riconosciuti. Due libri, che non sono solo due libri: sono racconti di storia e vita radicale, programma e manifesto di quello che si può e deve fare; e il solo fatto che siano stati pubblicati autorizza a un qualche ottimismo.
Grazie Gordon!
La vita è un viaggio, viaggiare è vivere due volte.


"E' decretato che ogni uomo il quale s'accosta alla setta dei moderati debba smarrire a un tratto senso morale e dignità di coscienza?" G. Mazzini
http://www.novefebbraio.it/