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Discussione: L'altro Guevara.

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    Predefinito L'altro Guevara.

    L'altro Guevara.



    Avventuriero anticapitale. Il Che piaceva a destra. Ernesto Guevara de la Serna, presente!

    Ernesto Guevara de la Serna, presente! Sulle prime potrebbe sembrare una scena tratta dal film “Fascisti su Marte”, del ritocco di un file o semplicemente di uno scherzo.

    Che infervorati no global portino, tatuati sul braccio, effigi di Ernesto Che Guevara non stupisce nessuno. Che alle manifestazioni della Cgil sfilino bandiere rosse con sopra riprodotto il volto del guerrigliero argentino sembra lapalissiano. Ma il mito del rivoluzionario argentino riecheggia su lidi inattesi. Molti risponderebbero che è ovvio, basta guardarsi in giro. Il Che è diventato uno strumento di marketing e di commercio: magliette, spille, collezionabili da edicola, libri, Dvd…
    Casi per niente isolati

    Insospettabile forse che nell’altra metà del cielo, quello nero, molti cuori abbiano palpitato e ancora palpitino per il guerrigliero argentino. Tra i neofascisti, i nazionalrivoluzionari e i fascisti rossi la figura di questo compagno tanto amato a sinistra, suscita entusiasmi inattesi. E non dell’ultima ora, adesso che il gusto per il postfascismo o per i ripensamenti diventano moneta corrente.

    Nell’ammirazione neofascista del Che si canta il gusto dell’avventura, le scelte dettate dallo stile piuttosto che dall’ideologia, l’atto gratuito, insomma il “Me ne frego”. Di questo amore folle racconta l’ultima fatica di Mario La Ferla in “L’altro Che. Ernesto Guevara mito e simbolo della destra militante (Stampa Alternativa).

    Non è un’infatuazione peregrina dei nazionalrivoluzionari nostrani. All’inizio fu Juan Domingo Peròn, il presidente dell’Argentina, che certo non può dirsi progressista. Negli anni dell’esilio in Spagna dopo essere stato rovesciato da una giunta militare appoggiata da Washington, non ci pensò due volte ad accogliere, con il beneplacito di Francisco Franco, il Che al suo arrivo in terra iberica.

    E fu lo stesso presidente argentino, sembra, a mettere in contatto il Che con Boumedienne, uno dei capi del Fronte di liberazione e poi presidente dell’Algeria. Non è un caso unico, isolato.

    Anche Jean Thiriart, fondatore di Jeune Europe, uno dei primi movimenti europeisti catalogati a destra, non ha esitato negli anni Sessanta a innalzare la bandiera del guerrigliero argentino. Se il programma del politico belga ruotava attorno al motto “né con Washington né con Mosca”, chi meglio di Guevara poteva rappresentarlo: detestato dai sovietici e odiato dagli americani perché voleva un’America Latina libera, era l’icona perfetta.

    E in Italia? I primi a cantare le vicende del Che non furono i contestatori di sinistra. Accade al Bagaglino, il celebre cabaret romano, fucina della satira nostrana di destra che coltivò parecchi talenti, da Oreste Lionello a Pippo Franco. Tra i suoi fondatori c’era anche Pierfrancesco Pingitore. Una sera, quando il gruppo si riunisce per discutere il programma dei giorni successivi, giunge all’improvviso una telefonata che lascia tutti di stucco. E’ arrivata tra gli artisti romani la notizia della morte del Che. Non passa qualche ora che alla mente di Pingitore s’affaccia un’idea: “Dobbiamo scrivere una ballata che ricordi il Che”.

    Nell’arco di qualche giorno parole e musica (questa composta da Dimitri Gribanowski) sono pronte e la voce non manca. Sarà Gabriella Ferri a incidere un 45 giri con “Addio Che”, che finisce con “a piangere per te/ verremo di nascosto/ le notti senza luna”.

    Un disco che sul lato B proporrà una canzone, composta questa volta da Pino Caruso, che diventerà poi una hit presso la musica underground della destra irregolare: “Il mercenario di Lucera”, la storia di un soldato di ventura morto in Congo.

    Vite diverse, certo, contenuti ideologici differenti ma entrambe esistenze votate all’avventura. E’ questa la ragione del fascino del Che. Nessuno si nascondeva la spietatezza, l’efferatezza di cui è stato capace, ma quella era una generazione che veniva dalla guerra e di uomini spietati e efferati ne aveva conosciuti… Nel mondo ideologizzato della sinistra, dove è chiaro chi siano i buoni e chi i cattivi, questa passione non può che suscitare ribrezzo. Impensabile che un rivoluzionario dedito alle sorti progressive dell’umanità sia avvicinato a un mercenario partito per l’Africa.
    Il fascino della causa persa

    Ma per i cuori neri, entrambi stanno dalla parte dell’avventura e rappresentano l’atto di irrisione nei confronti della fine, esaltato nel motto dei falangisti spagnoli: “Viva la muerte!”. Il Che lascia un comodo posto di ministro, in cui certo non brillava, per combattere di nuovo, allo stesso modo in cui il soldato cantato da Pino Caruso parte per l’Africa nera abbandonando la sua Puglia.

    L’intraprendenza della destra italiana non si ferma. Il fascino dell’avventuriero non si estingue. In fondo non si tratta forse di un altro modo di dedicarsi alle cause perse? Adriano Bolzoni, reduce della Repubblica Sociale Italiana, autore di sceneggiature di numerosi film pensa di preparare un brogliaccio per poi girare un film dedicato a Ernesto Guevara. Non ci mette molto e una volta pronto contatta Pier Paolo Pasolini che gli consiglia di rivolgersi a Paolo Heusch, un regista di lungo corso. A lui si deve oltre alla riduzione per lo schermo di “Una vita violenta” di Pasolini, la regia del “Comandante” con Totò oltre che ai primi tentativi di cinefantascienza e all’horror d’esordio del cinema italiano “Lycantropus”.

    Le riprese della pellicola sul Che avvengono in Sardegna e raccontano gli ultimi giorni della sua vita in Bolivia, quelli che precedono la cattura. Non sarà un successo al botteghino ma di certo è la testimonianza che ben prima della sinistra è stata la destra a interessarsi delle sorti del Che.
    Hasta la victoria siempre

    Più vicino a noi, nel 1995, Franco Cardini conclude un ricordo del Che, paragonato a Don Chisciotte, con il celebre “Hasta siempre, Comandante!”. Gli farà eco Gabriele Adinolfi, fondatore di Terza posizione, con il testo “Lotta e vittoria, Comandante! Perché da fascista lo onoro”, evocando il libro di Julius Evola “La dottrina aria di lotta e vittoria”. Anche Giano Accame su “Il Borghese” accostava Ernesto Guevara a Evola, Guénon e von Salomon.

    E potremmo arrivare da ultimo, notizia del dicembre 2008, perfino a Diego Armando Maradona, che pur recando al braccio il tatuaggio del Che, non nasconde di portare in tasca la tessera del Partito giustizialista fondato da Peròn. “Che problema c’è –ribadisce el pibe de oro- entrambi erano uniti dall’odio per l’America”.

    Una sbandata, quella di certa destra, per il Che dunque “che è stata occasionale –conclude La Ferla- ma non di certo casuale”.

    Tratto da: www.libero-news.it
    Bisogna camminare su una corda tesa, sopra l'abisso, nel buio, sotto c'è pieno di mostri.
    Céline

    www.fabiopolese.it

  2. #2
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    Predefinito Riferimento: L'altro Guevara.

    Sicuramente Guevara seguiva i precetti de "la dottrina arya di lotta e vittoria" contro il mostro americano nemico dei popoli...:mmm:

  3. #3
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    Predefinito Riferimento: L'altro Guevara.

    Citazione Originariamente Scritto da Arthur Machen Visualizza Messaggio
    Sicuramente Guevara seguiva i precetti de "la dottrina arya di lotta e vittoria" contro il mostro americano nemico dei popoli...:mmm:
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  4. #4
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    Predefinito Riferimento: L'altro Guevara.

    Régis Debray che fu guerrigliero in Bolivia col Che ha rotto con la sinistra

    Régis Debray partecipò alla spedizione del Che in Bolivia. Catturato, fu condannato a trent'anni. Uscito di prigione per intervento del governo francese, una dozzina d'anni più tardi fu designato da Mitterrand a presiedere il Consiglio di Stato.

    Nessuno quanto lui può essere considerato l'icona della sinistra contestatrice e rivoluzionaria francese. Eppure oggi ha rotto con la gauche.

    Secondo Debray la sinistra, ancor prima della morte del marxismo, in Francia e in Occidente ha rinnegato quell'essenza comunitaria e religiosa che i culti accesi della République giacobina e della Révolution operaia le avevano trasmesso nel XIX secolo, finendo col convertirsi all'individualismo moralizzatore dell'ideologia dei Diritti dell'Uomo.

    Così essa ha consumato, con una soddisfazione tanto più oscena in quanto palese ed ostentata, la sua doppia riconciliazione con i valori borghesi da una parte e con il neo-imperialismo americano dall'altra.

    Quel che Debray non perdona alla sinistra, post o anti marxista, è la sua aggregazione incondizionata ed entusiastica a quella che egli definisce come ROC (Religione dell'Occidente Contemporaneo).

    Il Roc, per Debray, è un miscuglio di cecità antropologica, di arroganza imperialistica e d'incultura rivendicata come arma di comunicazione di massa. Ma è soprattutto una religione, ovvero un corpus di credenze comuni, costituitesi in un sistema di potere, incarnato e definito da dogmi tra i quali il primordiale è la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo, dichiarazione dedotta dall'habeas corpus delle rivoluzioni inglese e americana, che ha sacralizzato l'autonomia individualistica e che oggi costituisce una legge che, di diritto e di fatto, DEVE essere applicata da tutte le società e da tutti gli uomini della Terra.

    Da questo dogma scaturisce come automatismo la giustificazione morale delle guerre d'aggressione che si perpetrano contro la Serbia, il Mondo Arabo, l'Afghanistan e gli obiettivi prossimi venturi.

    Nel suo recente Moment Fraternité Debray scrive, nell'ultimo capitolo, che non può esistere fratellanza senza la presenza di un sostrato etnico.

    Antimondialista, antiatlantista, differenzialista: Debray non è poi tanto lontano da Le Pen.

    Così l'ultimo degli uomini del Comandante: non sbagliò di molto il mondo nazionalrivoluzionario a parteggiare per lui nella Sierra!

    Pierre-Paul bartoli (Choc du mois)

    Queste esternazioni avvengono in straordinaria coincidenza con l'uscita, in Italia, del libro imperdibile "L'altro Che" di Mario La Ferla, edizioni Stampa Alternativa, 211 pagine, 14 euro

    Tratto da Noreporter.org
    Bisogna camminare su una corda tesa, sopra l'abisso, nel buio, sotto c'è pieno di mostri.
    Céline

    www.fabiopolese.it

 

 

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