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Discussione: Che Guevara

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    Dalla parte del torto!
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    Predefinito Ernesto Che Guevara e Peron

    Il presente studio è dedicato ad un aspetto sconosciuto del peronismo: l'influenza delle teorie di Peron sulle forze che faranno esplodere la rivoluzione cubana negli anni 1940-1950 e specialmente su Fidel Castro. L'interesse di un tale argomento per noi non è evidentemente storico, il nostro obiettivo è politico: noi intendiamo restituire la dimensione rivoluzionaria, anti-oligarchica e anti-imperialista di Juan Domingo Peron, questo messaggio di libertà e di giustizia che ha superato la frontiera argentina per estendersi all’America Latina e influire su tutte le lotte di liberazione del terzo mondo. Storicamente, Peron è un rivoluzionario, lontano mille miglia dal leone senza denti presentatoci dai transfughi liberal-menemisti al soldo dell’imperialismo o da un certo neo-giustizialismo rosato, di stampo socialdemocratico che, malgrado le sue critiche, sostiene i punti di vista reazionari di Menem e non aspira infine che ad una versione piccolo-borghese, intellettualistica del peronismo, che verrebbe spogliata di tutti gli ideali nazionali, proletari, popolari, terzomondisti e rivoluzionari. Di fronte all’imperialismo e al riformismo dei castrati del centrosinistra argentino ed al falso nazionalismo degli anti-peronisti, noi qui intendiamo opporre i valori rivoluzionari del solo anticapitalismo possibile dopo la bancarotta delle dittature burocratiche comuniste e il trionfo del blocco imperialista guidato dai super-banditi americani: una voce anticolonialista, nazionale e popolare. Va qui ricordato il messaggio rivoluzionario di Juan Domingo Peron, sottolineata la sua attualità e richiamata l’influenza del giustizialismo sulle prime fasi della rivoluzione castrista: «Cuba può esercitare una influenza positiva sulla Grande Patria latino-americana se abbandona i vecchi ritornelli marxisti per riprendere il vessillo del nazionalismo rivoluzionario da terza via, del castrismo degli inizi. Ogni popolo deve lottare per la propria emancipazione nazionale e stabilire relazioni di solidarietà con le altre nazioni oppresse dall’imperialismo, dall’ingiustizia e dalla reazione. [1]»

    Introduzione
    Il 26 luglio 1953, l'attacco della guerriglia castrista alla caserma Moncada focalizza l’attenzione della stampa internazionale su Cuba e sul massacro, da parte della polizia di Batista, di un centinaio di militanti rivoluzionari e di oppositori al regime del dittatore. La reazione del potere non si fa attendere e la repressione è sanguinosa. Parecchi combattenti castristi si rifugiano nell’ambasciata argentina. È il caso di Raul Martinez Araracas e di Antonio Lez, responsabili di un attacco contro la caserma di Baymo, portato contemporaneamente a quello di Moncada per impedire alla guarnigione, forte di 400 uomini, di raggiungere le truppe che si opponevano al gruppo di Fidel Castro [2]. L'ambasciata argentina de L’Avana accoglie anche un buon numero di sindacalisti del quotidiano ufficiale Alerta e diversi dirigenti politici sospettati di essere implicati nelle operazioni di guerriglia. Anche José Pardo Llada, dirigente del Partito del Popolo Cubano Ortodosso (in cui milita Fidel Castro) e futuro combattente della Sierra Maestra. Llada appartiene da questo periodo ai difensori più accaniti del peronismo nell’isola caraibica. In particolare egli è autore di parecchi testi in favore di una terza via giustizialista [3]. L'evidente buona volontà del governo peronista nei confronti dei militanti anti-Batista contrasta con la posizione di certi gruppi che si presume lottino contro la dittatura e siano animati da sentimenti anti-imperialisti e rivoluzionari. È così che il comunistissimo Partito Socialista Popolare, filo-sovietico, lancia contro il castrismo una condanna senza appello. In una nota ai quadri del partito in data 30 agosto 1953, la Carta de la Comision Ejecutiva Nazional del PSP a todo los Organismos del Partido, l’attacco alla caserma Moncada viene giudicato «un atto avventuroso, disperato, un tentativo di colpo di stato degno di una piccola borghesia compromessa con il gangsterismo». I comunisti non modificheranno la loro posizione che nel luglio 1958, alcuni mesi prima del trionfo finale di Fidel Castro, per passare dalla parte dei vincitori. Carlos Franqui ci porta la testimonianza delle relazioni tra la guerriglia castrista e l'Argentina di Peron. Questo militante della prima ora che anima la guerriglia nei centri urbani e sulla Sierra Maestra, prima di esiliarsi e di essere nominato segretario esecutivo del Comitato del movimento del 26 luglio, dirigerà il quotidiano ufficiale Revolucion dopo la vittoria castrista. In una della sue opere [4], egli ricorda che «almeno all’inizio degli anni 1950, Fidel Castro simpatizzava con l’anti-imperialismo di Peron». Una simpatia che si tradurrà in contatti organici e in rapporti del tutto concreti.

    L'esempio della rivoluzione peronista
    Anche se non ci proponiamo di analizzare in profondità la rivoluzione peronista del 1945-1955, non si può comprendere la sua influenza sugli inizi del castrismo se non si capisce correttamente il contesto dell’epoca in tutta l’America latina. Il peronismo si impadronisce del potere contro la volontà degli Stati Uniti e delle oligarchie locali sostenitrici dell’imperialismo americano. Lo slogan « Braden o Peron » che simboleggia gli inizi del Movimento Nazional Popolare, di cui Peron prende rapidamente la direzione, trova il suo compimento in un anti-imperialismo eminentemente concreto. Il capitalismo multinazionale, che nel 1945 rappresenta il 15,4 % dell'economia argentina, vede ridotta la sua quota al 5,1 % dieci anni più tardi. Nello stesso tempo, i profitti delle multinazionali crollano dai 382 milioni di dollari all’anno negli anni 1940-1945 ai 34 milioni nel 1955. La nazionalizzazione delle vie di comunicazione, dei trasporti, del sistema bancario, delle assicurazioni e del commercio estero, combinata con una politica volontaristica di industrializzazione, hanno per conseguenza la riduzione delle importazioni, necessaria per ristabilire l’indipendenza economica che è la base obbligata per la sovranità nazionale e la giustizia sociale. Contro coloro che affermano la necessità per i paesi « a sovranità limitata » del terzo mondo di ricorrere ad un apporto di capitali stranieri (in questo preciso caso essenzialmente anglo-americani), il peronismo dimostra che l’indipendenza economica può avviare una crescita senza precedenti. Lo attesta il prodotto nazionale lordo, che passa da 164 milioni nel 1946 a 277 milioni di pesos nel 1955, vale a dire un tasso di crescita annuo del 12 %. Nello stesso tempo, i dati dell’industria per i prodotti manifatturieri, l’energia, i trasporti e le comunicazioni passano da 224,1 milioni a 324,5 milioni di pesos, un aumento del 30 % in dieci anni. Si può comprendere che a differenza di molti paesi capitalisti, l'Argentina goda di un periodo di prosperità e di piena occupazione. L'indipendenza economica e la sovranità politica alle quali essa accede hanno ripercussioni considerevoli sulla popolazione. Il fatto è unico nella storia del continente sud-americano. Il settore salariato passa dal 44,1 % al 57,4 % (oggi non è che al 20 %) e l'indice dei salari passa da 100 nel 1945 a 164,7 dieci anni più tardi. Vanno inoltre aggiunti dei vantaggi indiretti, ma non meno palpabili come le opere sociali, le ferie pagate, i primi straordinari, le colonie per le vacanze, l’assistenza medica gratuita, la Fondazione Eva Peron, la costruzione di scuole, di ospedali (114.000 stanza ospedaliere nel 1951 contro le sole 15.400 del 1946), di scuole tecniche e di università, il controllo dei prezzi e i successi conseguiti contro l’analfabetismo che crolla, in dieci anni, dal 15 al 3,9 %.

    Uno stato sindacalista
    Questi progressi infiammeranno l’immaginazione dei rivoluzionari latino-americani. Peron insiste d’altronde nel dire che questi progressi non sono che un inizio, l’innesco di una rivoluzione più profonda. Il 10 maggio 1952, egli proclama: « Nella dottrina capitalista, il prodotto del capitale appartiene necessariamente ai capitalisti; il collettivismo ritiene che il prodotto del lavoro appartenga allo Stato, che è l’unico proprietario del capitale da lavoro. La dottrine peronista afferma che il reddito nazionale è il frutto del lavoro di persone e appartiene per questo ai lavoratori, i quali devono progressivamente accedere alla proprietà ed alla gestione diretta dei beni capitali e della produzione, nei settori del commercio e dell’industria. » Queste prospettive sono ampiamente apparentate al sindacalismo rivoluzionario, come indica Christian Buchrucket in uno studio che ha dedicato al peronismo. « Al contrario del socialismo marxista, il peronismo si è ispirato alle teorie di base dell’anarco-sindacalismo italiano, francese, spagnolo. Vi si ritrovano specialmente due esigenze:
    a) il sindacato può intervenire direttamente nella lotta politica, non è tenuto a passare per un partito politico, quando è in gioco l’interesse generale;
    b) esso dovrà inoltre amministrare direttamente i mezzi di produzione. Dal 1906, il Congresso sindacale di Amiens proclama: « il sindacato non è ancora che un centro di resistenza, ma in avvenire esso sarà responsabile della produzione e della distribuzione della ricchezza, che è alla base dell’organizzazione sociale » [5]. La somiglianza è del tutto tangibile quando Peron definisce lo Stato giustizialista come uno « Stato sindacale ». Egli dichiara in effetti: « Noi siamo in una fase di transizione. Il mondo si divide tra corpi politici e corpi sociali, ma l'organizzazione politica è in declino e l’organizzazione sociale si afferma (... ) Noi non rivendichiamo specificamente l’una o l’altra. Io non posso a questo stadio abbandonare il partito politico a vantaggio del movimento sociale, ma è vero anche il contrario: l'uno e l'altro sono oggi indispensabili. Se il processo continua, noi accompagneremo questa evoluzione e, venuto il momento, faremo al partito politico dei funerali di prima classe. Creeremo allora una nuova organizzazione. Ci incamminiamo così verso lo Stato sindacalista, e tutti ne devono essere ben coscienti. » [6]. L'importanza dell’organizzazione sindacale nello Stato ed in seno al movimento peronista (ne è la « colonna vertebrale »), il suo ruolo nella costituzione delle province, l'acquisizione da parte dell’organizzazione sindacale delle fabbriche di birra Bemberg e del quotidiano La Prensa, la presenza di ministri, deputati e governatori operai, fanno comprendere che il socialismo nazionale, umanista e cristiano che Peron predica nel 1960 si assimila a questa Terza Via di un socialismo sindacalista ed autogestore di liberazione nazionale.

    Un nazionalismo rivoluzionario cubano
    Se l'influenza della rivoluzione peronista si ripercuote sull’insieme dell’America latina, essa prende una dimensione particolare a Cuba nel 1956, a tal punto che vi si vede « ardere il fuoco peronista che consuma i Caraibi » [7]. Il capitalismo degli Stati Uniti si trova alle sue porte e d’altronde il comunismo cubano pre-castrista è risolutamente contro-rivoluzionario. Va ricordato che Cuba fu l'ultima nazione latino-americana a raggiungere l’indipendenza. È nel 1898 che Cuba si libera dalla dominazione spagnola, grazie al concorso delle truppe americane che approderanno sull’isola dopo un attentato mai chiarito contro la nave Maine. Cuba passa allora nell’orbita americana e nel giugno del 1901 la costituzione viene trasformata per sancire questo stato di fatto: l'emendamento Platt, dal nome del suo ispiratore, Orviolle Hitchcock Platt, senatore del Connecticut, recita: « Cuba autorizza gli Stati Uniti a intervenire militarmente per la difesa dell’indipendenza cubana e per il mantenimento di un governo che garantisca la protezione della via, della proprietà e della libertà individuale. » Contro questo espansionismo yankee denunciato da patrioti come José Mari, sorge un’opposizione. Nella sua opera The Usa and Cuba, il professor Robert F. Smith, del Texas Lutheran College, la definisce come un nazionalismo intransigente di tipo anti-imperialista. Almeno dal giugno 1922 (dunque ben prima degli anni 1959-1960), un quotidiano de L’Avana titola in prima pagina su otto colonne: « L’odio per gli Stati Uniti sarà la religione dei Cubani ». Per contenere queste manifestazioni anti-imperialiste, gli Stati Uniti impongono la sanguinaria dittatura di Gerardo Machado (1924-1933), presidente del Partito Liberale, che costringe l’opposizione patriottica e popolare alla resistenza armata, al terrorismo, al sabotaggio e alla cospirazione insurrezionale. L'etica del castrismo si fonda d’altronde, a nostro avviso, su questa esperienza di nazionalismo rivoluzionario più che sulla dottrina marxista.

    Il nazionalismo cubano di fronte al comunismo
    Nel settembre del 1933, in tutto il paese, vi è la sommossa: un massiccio sollevamento popolare che coincide con un sollevamento militare, mette fine alla dittatura di Machado. Il potere passa nelle mani dei rappresentanti di un nazionalismo rivoluzionario, Roman Grau San Martin e soprattutto Antonio Guiteras, che metterà in opera una rivoluzione nazionale anti-imperialista che sfocia in un socialismo che è, come indica il suo programma, un prodotto nazionale nato dalle leggi della dinamica sociale, agli antipodi dunque di una costruzione politica elaborata [8]. Dal loro insediamento, i nuovi dirigenti sono presi in mezzo dalla doppia opposizione delle forze filo-capitaliste sostenute dagli Stati Uniti e dai comunisti locali che in diverse parti dell’isola organizzano dei soviet armati con lo scopo dichiarato di far cadere un governo che qualificano borghese. Se l'ultra-sinistra filo-sovietica combatte questo governo popolare e anti-imperialista, è in virtù di un accordo che essa ha concluso dall’agosto 1933, in piena insurrezione anti-machado. I responsabili comunisti Cèsar Villar e Vicente Alvarez « avevano (allora) promesso a Machado di sospendere l'insurrezione in cambio di un riconoscimento ufficiale del sindacato cubano CONC » [9]. Mentre i sostenitori e gli oppositori di Machado si combattevano in una guerra senza tregua, gli stalinisti dei Caraibi, fermi sulla logica di classe dell’Internazionale comunista, trattavano con il «borghese» Machado, nella speranza di ottenere per la loro formazione politica dei vantaggi particolari. Alcuni anni dopo, Fabio Grobart, fondatore del PC cubano, riconoscerà che quando egli ordinò di mettere fine all’insurrezione, egli non fu per niente seguito. « Gli uomini de L’Avana che erano i soli a poter imporre questa parola d’ordine, eliminarono con la dinamica della loro azione tutti i dubbi sul carattere dell’insurrezione, tanto in seno al partito quanto tra i membri del CONC. Così fu rettificato l’errore commesso dai dirigenti: i lavoratori votarono all’unanimità lo sciopero generale per cacciare Machado dal potere » [10]. Vedremo che tuttavia questa presa di posizione è fatale al movimento nazional popolare, in quanto prelude al riavvicinamento tra i sostenitori di Machado e l’ultra-sinistra comunista. Questa strana alleanza mette in difficoltà i patrioti cubani.

    La dittatura di Batista
    Il colonnello Fulgencio Batista è l’attore principale di questa alleanza tra destra reazionaria e stalinisti. Essa gli permette di far cadere il governo Grau-Guiteras, poi dalla fine dell’anno 1939, di appropriarsi dapprima direttamente del potere, poi indirettamente per mezzo di presidenti fantoccio. Egli sopprime allora gli ultimi spazi di libertà democratica e costringe l’opposizione alla lotta armata. Grau San Martin fonda il Partito Rivoluzionario Autentico, le cui radici ideologiche si appoggiano su « varguismo, cardenismo e peronismo, ispirandosi nel contempo al Movimento Nationalista Rivoluzionario boliviano e all’Azione Democratica Venezuelana » [11]. A sua volta, Guiteras costituisce l’organizzazione rivoluzionaria politico-militare Joven Cubs, impregnata di nazionalismo e di socialismo. Questa organizzazione, influenzata dal fascismo, opera militarmente nei settori acquisiti alle tesi insurrezionali del Partito Autentico e mette in opera parecchie milizie armate (Unione Insurrezionale Rivoluzionaria, Organizzazione Autentica, Movimento Socialista Rivoluzionario). Nel 1938, il Partito Comunista aderisce alla linea antifascista definita dalla III Internazionale e, a questo titolo, Batista è un possibile alleato. Il ragionamento degli uomini di Mosca è il seguente: il fascismo europeo è ormai il principale nemico dell’URSS. Di conseguenza, gli Stati Uniti divengono un alleato potenziale. È così che i governi incoronati dagli Stati Uniti beneficeranno ormai del sostegno dei PC locali. Nel caso di Cuba, questa strategia ha per conseguenza la legalizzazione del PC cubano alla fine del 1938. Per di più, il 25 luglio del 1940, il generale Batista, che beneficia del sostegno attivo del PC cubano, ottiene una schiacciante vittoria elettorale sul Partito Autentico e fa rinviare fino al 1943 l’entrata in vigore della nuova costituzione democratica. Il trionfo di Batista e dei comunisti è il frutto di una legge elettorale che esclude dallo scrutinio la metà dei Cubani in età di voto. Infine, il 24 luglio del 1942, Batista apre il suo governo ai comunisti. Juan Marinello e Carlo Rafael Rodriguez sono i primi comunisti ad accedere a un posto di comando in America latina. Paradossalmente, Rodriguez diviene in seguito un influente membro del governo castrista. Le prime libere elezioni, che hanno luogo nel 1944, pongono fine alla parentesi Batista-PC. Con più del 65 % dei voti, il Dr Grau San Martin schiaccia il suo concorrente Salgarida, candidato di Batista, sul quale si sono riversati i voti comunisti. Privati dell’apparato dello Stato, gli stalinisti cubani non tardano a perdere terreno. I sindacati autentici occupano il campo d’azione, aiutati in questo dai gruppi insurrezionali che da anni si oppongono alla dittatura di Batista con azioni di guerriglia.

    Il giovane Fidel Castro
    Nel 1945, anno della rivoluzione peronista, Fidel si iscrive all’università de L’Avana, dove si getta in politica. La sua vocazione rivoluzionaria lo porta a simpatizzare con i gruppi insurrezionali del Partito Autentico, che hanno preservato la loro sensibilità nazionale-rivoluzionaria e, vittoriosi, restano mobilitati. Egli si unisce all’Unione Insurrezionale Rivoluzionaria di Emilio Tro. Secondo certi autori (Yves Guilbert, Pardo Llada, KS Karol), egli conserva la sua indipendenza nello stesso seno dell'UIR per evitare di dover aderire al Movimento Socialista Rivoluzionario, che è parte integrante dell’UIR, ma che mira a collocare alla testa dell’organizzazione Mario Salabarria, al posto di Tro. Salabarria è l'uomo che nel 1947 mette in piedi l'Esercito di Liberazione dell’America, suddiviso in quattro battaglioni (i battaglioni Antonio Guiteras, Màximo Gomez, Jose Marti e Augusto Cesar Sandino). Egli punta ad abbattere la dittatura di Trujilo a Santo Domingo e di accendere fuochi insurrezionali in Nicaragua, governato Anastasio Somoza. Fidel Castro partecipa con Carlos Franqui alla spedizione di Santo Domingo. Egli riesce ad evadere, con qualche altro, dal campo di concentramento di Cayo Confite, dove l’esercito cubano, che è inquietato da questo gruppo armato di cui mal comprende le motivazioni, ha rinchiuso numerosi rivoluzionari. La prima azione militare di Castro s'inscrive dunque in una prospettiva peronista. Lo storico KS Karol assicura che « la spedizione di Santo Domingo riceve dal presidente argentino Peron un appoggio sostanziale: 350.000 dollari e un quantitativo d’armi di di diversi tipi » [12]. Se è il caso (noi non abbiamo alcun documento scritto o testimonianza delle autorità argentine per corroborare questo argomento), questo sostegno non fa che confermare la natura profonda del peronismo: un movimento rivoluzionario anti-imperialista, socialista e libertario.

    Peron e Fidel Castro
    Il primo documento attestante l’esistenza di un contatto tra castrismo e peronismo data dall’inizio dell’anno seguente. Il dirigente peronista Antonio Cafiero ricorda che vi era stato il problema di creare una federazione nazionale degli universitari peronisti: « Si era preventivato di organizzare un congresso, nazionale o latino-americano, degli studenti nazionalisti. Ne informai Peron, e con il suo consenso, mi recai, in compagnia di un dirigente cubano, Santiago Touriho Velàquez, a Santiago del Cile, Lima, Panama e a L’Avana. Nel marzo del 1948, partimmo per L’Avana, dove Fidel Castro assistette ad una delle nostre riunioni. I miei interlocutori, principalmente Tourino, mi segnalarono le propensioni di Castro al radicalismo. Tourino, che vive attualmente in esilio, lo descriveva come una figura singolare. Io non ebbi l’occasione di parlargli direttamente, e alcuni giorni dopo Castro partecipò con gli altri studenti alla conferenza di Bogotà » [13]. Il dirigente cubano Pardo Llada rievoca a lungo la partecipazione di Castro al congresso latino-americano degli studenti peronisti: « Alla fine di marzo del 1948 arriva a L’Avana il senatore argentino Diego Luis Molinari, chiamato anche Luis Priori, con l’incarico di delegato dell’ambasciata argentina. Egli stabilisce dei contatti con i principali dirigenti universitari cubani che invita a partecipare ad una conferenza anticoloniale a Buenos Aires, nel corso della quale sarà reclamata l’indipendenza delle Isole Malvinas. L'ambasciatore peronista incontra Alfredo Olivares, presidente della FEU, e il comunista Alfredo Guevara, segretario dell’organizzazione, di ritorno da un viaggio a Mosca dove, egli dice, gli è stata curata una malattia polmonare. Entrambe si recano a Bogotà, e davanti alla nona conferenza americana, invitano i partecipanti al congresso anticoloniale di Buenos Aires, previsto da Peron per gli inizi di maggio. Castro si reca anch’egli a Bogotà e si unisce alla delegazione. L’incontro con l’ambasciatore argentino ha luogo all’hôtel Nacional, dove Peron soggiorna in compagnia di Rafael del Pino e dello studente peronista Santiago Tourino. Molinari è molto impressionato da Castro. Il senatore avverte subito il carisma di quest’uomo che ha già la stoffa del leader. Al termine del loro incontro, egli lo invita a recarsi a Panama, Bogotà e Caracas, con le spese di viaggio pagate da Peron. Enrique Ovares, Alfredo Guevara, Fidel Castro e Rafael del Pino si recano in Colombia. Verso lo stesso periodo, su invito del senatore argentino, un’altra delegazione di studenti cubani, composta da Touriho, Taboada ed Esquivel, visita diversi paesi dell'America centrale, con l’obiettivo di reclutare partecipanti per la conferenza anticoloniale di Buenos Aires » [14].

    L’ideologia del giovane Castro
    All'epoca dei suoi contatti con l’Argentina peronista, Fidel Castro cessa di essere « franco tiratore » in seno ai gruppi insurrezionali più o meno legati al Partito Autentico. Egli milita ormai nel Partito del Popolo Cubano Ortodosso. Gli Ortodossi sono una scissione degli Autentici. Essi combattono la corruzione, l’abbandono dei principi nazional-rivoluzionari da parte del governo di San Martin e Pio Soccaras e la gangsterizzazione delle sue bande armate. Gli Ortodossi lottano per «l'indipendenza economica, la libertà politica e la giustizia sociale» [15], le tre parole d’ordine del Movimento Giustizialista. È dunque logico che il Partito Ortodosso sia il luogo privilegiato d’incontro dei peronisti. Vi si ritrovano Pardo Liada e Fidel Castro. Nel marzo del 1952, Fulgencio Batista scatena un nuovo colpo di stato, che mira esplicitamente ad impedire un trionfo elettorale del Partito Ortodosso, ai cui militanti viene data la caccia ed essi si trovano costretti alla lotta armata. In una lettera a Luis Conte Aguero, dirigente ortodosso di Santiago, Fidel Castro, che è alla testa della Juventud del centenario, rivoltosi anche al Movimento, spiega l’attacco del suo gruppo alla caserma Moncalda. Il suo obiettivo è che « gli ortodossi più ardenti prendano il comando. Il nostro trionfo porterà immediatamente alle redini del potere, almeno provvisoriamente, la vera ortodossia. Il popolo poi deciderà del suo avvenire, per mezzo di elezioni generali. ». Quando fonda il Movimento del 26 luglio, egli si riconosce ancora nei principi dell’ortodossia. Lo attesta questo documento che egli redige per il congresso del Partito Ortodosso il 16 agosto 1955 e nel quale egli proclama: « Il movimento del 26 luglio è una tendenza all’interno del partito, un apparato rivoluzionario per lottare efficacemente contro la dittatura. Le mille divisioni dell’ortodossia hanno rivelato la sua impotenza. Un’ortodossia al cui vertice si sono elevati latifondisti come Fico Fernandez Casas, dirigenti di zuccherificio del tipo di Gerardo Velaquez, speculatori di borsa, magnati dell’industria e del commercio, avvocati delle grandi fortune, potentati provinciali e politici ... » [16]. Il 19 marzo 1956, il movimento del 26 luglio rompe formalmente con il Partito ortodosso ed entra nella ribellione armata. Tenta di raccogliere con sé una maggioranza di militanti dell’ortodossia « convinti che il movimento è una branca del loro partito. Essi saranno ormai dei satelliti della causa castrista, della quale seguono alla lettera le direttive. Fidel Castro rappresenta per numerosi di loro il redentore intrepido, l’uomo che esorta all’atto eroico ed essi ne ricevono un immenso coraggio » [17]. Il manifesto-programma del Movimento del 26 Luglio, redatto nel 1956, riprende nelle sue linee principali i principi dell’ortodossia e, dunque, del peronismo. Da qui la « lotta per la sovranità politica, l’indipendenza economica e la diversità culturale » all’interno di una « visione democratica, nazionalista e di giustizia sociale ».

    Peronismo e movimento operaio cubano
    L'influenza storica del peronismo non si limita ai movimenti nazional-rivoluzionari cubani. Tenuto conto della dimensione continentale che impregna la tematica nazional-proletaria e sindacalista dell’Argentina peronista, vi sono delle ripercussioni sul movimento operaio di tutta l’America latina. Cuba non è un’eccezione. Il suo movimento operaio è la prova evidente delle convergenze che esistono tra la terza via rivoluzionaria e il nazionalismo anti-imperialista e socialista del nascente movimento dei Barbudos. Il 2 novembre 1952, all’appello della CGT argentina, i rappresentanti delle organizzazioni operaio di 19 paesi latino-americani si riuniscono a Mexico per decidere sulla creazione del Raggruppamento dei Lavoratori Sindacalisti Latino-Americani, l'ATLAS (Aggrupacion de Trabajadores Latino-Américanos Sindicalistas). Questa organizzazione anti-imperialista si oppone sia allo pseudo-sindacalismo dell'ORIT, vicino agli Stati Uniti, sia al reclutamento sindacale dei filo-sovietici della CTAL. Un dirigente sindacale cubano dei trasporti, Pérez Vidal, partecipa alla riunione costitutiva dell'ATLAS. Costretto all’esilio da Batista, egli sarà uno dei capi sindacalisti sotto Fidel Castro. Dalla creazione dell'ATLAS, egli occupa il posto di segretario alle relazioni estere e, nel 1953, egli è provvisoriamente nominato segretario generale di tale organizzazione. I rapporti tra movimento giustizialista argentino e movimento castrista non sono né occasionali né effimeri, come attesta la corrispondenza intercorsa tra i dirigenti operai castristi, allora già al potere, ed il segretario generale dell'ATLAS, l'argentino (e peronista) Juan Garone. Il 16 febbraio del 1960, Perez Vidal richiede l’invio di un delegato dell'ATLAS nei Caraibi o almeno a Cuba. Egli sottolinea che « grazie alla Rivoluzione, che regge il destino delle nazioni, abbiamo alla nostra testa un grande leader ed un grande uomo di Stato. Ma la nostra nazione ha una posizione marginale nel concerto delle libere nazioni del mondo, come la vostra patria quando si alzeranno gli striscioni gloriosi del giustizialismo, dell’indipendenza economica, della giustizia sociale e della sovranità politica ... ». Un’analisi condivisa dal dirigente operaio cubano Jose Gaysoso in una lettera da lui inviata allo stesso Garone - « il governo cubano persegue un obiettivo che è essenzialmente nazionale. Per l'ATLAS, credo sia opportuno che voi vi rivolgiate al compañero David Salvados, segretario generale della CTC, al fine di discutere con uomini cresciuti dagli ideali del giustizialismo della pratica oggettiva che presiederà alla riorganizzazione dei rapporti tra noi stessi e l'ATLAS» [18]. Per precisare le cose, va giunto che David Salvador è un ex dirigente comunista che nel 1947 ha rotto con i filo-sovietici prima di aderire al castrismo di cui ha diretto, durante la rivoluzione, un braccio sindacale, la Secciôn Obrera del M-26 de Julio che sarà conosciuta in seguito con il nome di Frente Obrero Nacional Unido (FONU). Durante gli anni di lotta contro la dittatura di Batista, Salvador scatena numerosi scioperi, ma parallelamente conduce delle azioni armate. Tra la presa castrista del potere ed il primo congresso nazionale della CTC (già trasformata in un sindacato unico), la lista di David Salvador, sostenuta dal Movimento del 26 Luglio ottiene il 90 % dei voti contro il 5 % degli autentici ed il 5 % dei comunisti. Malgrado le pressioni che vengono esercitate su di lui, Castro rifiuta in effetti di mettere su una lista comune con i comunisti. La sua decisione non deriva da un anticomunismo di destra. Secondo le stesse argomentazioni di un universitario marxista: « Durante la Rivoluzione, il PSP (filo-sovietico) non vedeva di buon occhio il Frente Obrero Nacional fondato dai castristi e diretto dall’ex comunista David Salvador. Egli dilatava le tendenze anticomuniste presenti nel M-26 e passava sotto silenzio i suoi appelli alla lotta armata. Non vi è un solo caso in cui i comunisti abbiano partecipato alla battaglia sul fronte urbano »; di fatto, lo sciopero generale del 9 aprile 1958 venne organizzato dal solo FONU.

    Sintesi
    Come ha potuto una rivoluzione nazionale da terza via, strettamente apparentata al peronismo storico, sfociare in un sistema a partito unico di tipo marxista-leninista? Ancora il 2 dicembre del 1961, la rivoluzione cubana era considerata come vicina al giustizialismo, piuttosto che al comunismo. È d’altronde la risposta che fecero i dirigenti cubani alle preoccupazioni mostrate dagli Stati Uniti: « La nostra rivoluzione non è né capitalista né comunista ». Nel quotidiano Revolucion, Fidel Castro dichiara: « Di fronte alle ideologie che si disputano l’egemonia mondiale, la rivoluzione cubana emerge con delle idee e dei contenuti nuovi. Noi non vogliamo essere confusi con i popoli che si sono fatti ingannare dal comunismo ». E in un documento intitolato Bohemia e pubblicato il 14 giugno 1959, Ernesto Che Guevara indica « Se fossi comunista, non sarei più qui per dirvelo ». Questa rivoluzione era nazionale e solo l’embargo imposto dagli Stati Uniti spinse i dirigenti cubani a radicalizzare le loro posizioni. A titolo di esempio, quando i Cubani decisero di importare il petrolio russo, le raffinerie gestite dalle multinazionali americane presenti a Cuba rifiutarono di lavorarlo. Per rappresaglia Fidel Castro nazionalizzò i beni posseduti dagli Americani, i quali sospesero l’importazione dello zucchero. Castro contrattaccò sospendendo le relazioni diplomatiche con gli USA e ottenendo un primo prestito dall’Unione Sovietica. È allora che gli Stati Uniti finanziarono ed organizzarono, nell’aprile 1961, lo sbarco cosiddetto della Baia dei Porci. Ed è a partire da questo momento che Fidel Castro si proclamerà marxista-leninista. Come riconosce Ernesto Guevara in un’intervista concessa a L. Bergquit per la rivista Look di novembre 1961, questo radicalismo è stato in larga parte provocato dagli Stati Uniti: « Eccezion fatta per la nostra riforma agraria, reclamata da tutti, e che noi abbiamo fatto scattare spontaneamente, tutte le nostre iniziative radicali sono state delle risposte agli atti di aggressione dei monopoli del vostro paese e dei loro rappresentanti politici. Per conoscere quale sarà l’avvenire di Cuba, bisogna prima chiedere al governo degli Stati Uniti quali sono le sue intenzioni e poi le scelte che ci saranno imposte ». La totalità del movimento castrista non aderisce a questa scelta di appoggiarsi ai Russi contro il ricatto yankee. Carlos Franqui distingue almeno quattro correnti interne al movimento: « i filo-americani, ostili a Batista e favorevoli ad una democratizzazione; i nazional-democratici; una corrente proletaria-rivoluzionaria socialista ma non filo-sovietica: essa comprende essenzialmente dei sindacalisti castristi; infine, la piccola borghesia autoritaria alleata ai comunisti che finirà per imporsi » [19]. I simpatizzanti peronisti, « nazional-democratici » e « socialisti-rivoluzionari » saranno costretti all’esilio (Pardo Llada e molti militanti ortodossi) o imprigionati (Salvador David e numerosissimi dirigenti sindacali); essi non hanno voluto fare la scelta tra la « democrazia » americana ed il comunismo sovietico. Ora il recente passaggio dell’ex Unione Sovietica nel campo imperialista occidentale ha comportato l’isolamento quasi totale di Cuba, che non può ormai contare che sull’aiuto dei paesi latino-americani meno compromessi con gli Stati Uniti, il che pone di nuovo la questione centrale: la rivoluzione cubana potrà sopravvivere con le proprie forze? Il castrismo saprà evolversi verso una forma di terza via rivoluzionaria che rappresenta una parte importante delle sue radici? Se la storia e la libera volontà del popolo cubano vanno in questa direzione, la grande isola dei Caraibi potrà ben essere l’avamposto della lotta per l’emancipazione dell’America Latina e di una giustizia sociale rispettosa della libertà e della dignità dell’uomo distanti, a questo titolo, tanto dal capitalismo che dal comunismo.

    * Javier Iglesias, militante peronista rivoluzionario di origine spagnola, era l’animatore del gruppo Lucha Peronista e dei Sin Techos (l’equivalente del DAL argentino), era il corrispondente in Argentina del Front Européen de Libération e del bimestrale francese precursore di Résistance, Lutte du Peuple. Nel settembre 1996, Javier Iglesias fu ucciso a Buenos Aires dalla polizia durante un’azione di guerriglia.

    NOTE :

    [1] - Revista Patria Obrera, 15 agosto 1990.
    [2] - José Pardo Llada, Fidel y el Che, Plaza y Janès, Madrid 1988, p. 115.
    [3] - Pardo Llada pubblicò un certo numero di articoli su ATLAS nel 1953.
    [4] - Carlos Franqui, Retrato de Familia con Fidel, Seix Barral, Barcelona, 1981.
    [5] - Christian Buchrucket, Nacionalismo y Peronismo, Editions Sudamericana, Buenos Aires, 1987.
    [6] - Discorso a la Confederacion Argentina de Intelectuales, pubblicato da Hechos e Ideas, agosto 1950
    [7] - Libre Negro de la Segunda Tirania, 1958.
    [8] - German Sanchez Otero, Los partidos politicos burgueses en Cuba neocolonal 1899-1952, Editoriale
    di Ciencias Sociales, 1985.
    [9] - Francisco Lopez Segrera.
    [10] - Fabio Grobahr, El movimiento Obrero cubano de 1925 a 1932, Revista della Universidad de Oriente,
    Cuba.
    [11] - German Sanchez Otero, op. cit.
    [12] - KS Karol, Los Guerrilleros en el Poder, Seix Barral, Barcelona 1972.
    [13] - Antonio Cafiero, Desde que Grite « Viva Peron », Pequè, Buenos Aires 1983.
    [14] - Pardo Llada, op. cit.
    [15] - Los partidos politicos burgueses, op. cit.
    [16] - Eduardo « Eddy » Chibas fonda il partito Ortodosso.
    [17] - Mario Lienera, La revolucion insospechada : origen e desarollo del castrisme, EUDEBA,
    Buenos Aires, 1981.
    [18] - Sullo scambio di corrispondenza con l'ATLAS, cf. CGT y ATLAS de Manuel Urriza, Éditions Legasa,
    Buenos Aires, 1988.
    [19] - Carlos Franqui, op. cit.



    SULLA MORTE DEL COMANDANTE GUEVARA
    Madrid, 24 ottobre 1967

    Compañeros,
    è con profondo dolore che ho preso conoscenza di una perdita irreparabile per la causa dei popoli che lottano per la loro liberazione. Noi salutiamo come dei fratelli tutti quelli che, in qualche parte del mondo, e sotto qualsiasi bandiera, lottano contro l’ingiustizia, la miseria e lo sfruttamento. Noi sentiamo il legame che ci unisce a tutti coloro che affrontano con coraggio e determinazione l’insaziabile voracità dell’imperialismo che asserve i popoli con la complicità degli oligarchi antinazionali sostenuti dal Pentagono. Oggi, un giovane che fu anche uno straordinario combattente è morto eroicamente difendendo questa causa. La rivoluzione latino-americana gli deve molto: Ernesto Che Guevara. La sua morte ci commuove perché egli era dei nostri, il migliore tra noi, un esempio di moralità, di spirito di sacrificio e di disinteresse. La sua fede assoluta nella giustezza della causa che difendeva gli ha dato questa forza, questo coraggio e questo valore che lo elevano oggi al rango degli eroi e dei martiri. Alcune agenzie di stampa hanno voluto presentarlo come un nemico del peronismo. Quale assurdità! Anche supponendo che nel 1951, egli abbia realmente partecipato al tentativo di colpo di Stato contro il governo popolare d'Hipolito Yriongoyen, cosa per nulla dimostrata, questo resterebbe un evento isolato, un episodio della sua vita, durante il quale egli sarebbe stato utilizzato dall’oligarchia. L'essenziale è riconoscere i suoi errori, e nessuno potrà pretendere che il Che non ne abbia fatto onorevole ammenda. Nel 1954, mentre egli lotta a fianco del governo popolare guatemalteco di Jacob Arbenz, attaccato militarmente dall’esercito degli Stati Uniti, io diedi personalmente delle istruzioni al ministro per gli affari esteri, in modo di trovare una soluzione alla difficile situazione in cui questo giovane e valoroso argentino si era trovato. Egli poté così raggiungere il Messico sano e salvo. La sua vita, la sua epopea devono servire da esempio per la nostra gioventù, per la gioventù di tutta l’America Latina. L'imperialismo tenta di macchiarne la memoria perché teme il fascino e l’enorme prestigio che egli ha acquisito tra le masse popolari che subiscono la dura realtà dei popoli assoggettati. Sono stato informato che il Partito Comunista argentino aveva preso l’iniziativa di una campagna di denigrazione. Questo non ci sorprende. Essi hanno sempre difeso delle posizioni contrarie agli interessi nazionali. I peronisti possono testimoniare che i comunisti hanno costantemente combattuto i movimenti nazionali e popolari. Un giorno o l’altro, l’ora dei popoli, l’ora delle rivoluzioni nazionali verrà in America Latina, il processo è irreversibile. L'equilibrio è rotto ed è infantile pensare che si potrebbe vincere senza rivoluzione la resistenza delle oligarchie e dei monopoli reazionari dell’imperialismo. La rivoluzione socialista si farà, e se un combattente cade, è già pronto un altro che prenderà il suo posto. I movimenti rivoluzionari nazionali devono saperlo. È anche la sola cosa di cui devono convincersi per poter abbattere gli usufrutti del privilegio. La maggior parte dei governanti dell’America Latina sono incapaci di risolvere il problema nazionale perché essi non rispondono agli interessi nazionali. La verbosità rivoluzionaria non basta, ci vuole un’azione rivoluzionaria, con una struttura, una visione strategica e una tattica che diano una forma concreta alla rivoluzione. Noi non miglioreremo la nostra condizione a meno che non se ne siamo capaci. La lotta sarà aspra, anche se io resto convinto che i popoli sono sempre destinati a trionfare. I nostri avversari hanno su di noi una superiorità materiale incontestabile; ma noi possiamo contare sulla straordinaria forza morale che ci anima, sulla giustezza di una causa che ha per sè la giustificazione della storia. In accordo con la sua tradizione e le sue lotte, il peronismo, movimento nazionale, popolare e rivoluzionario rende omaggio all’idealista, al rivoluzionario, al comandante Ernesto Che Guevara, il guerrigliero argentino morto in battaglia per il trionfo delle rivoluzioni nazionali in America Latina.

    Juan Domingo Peron

    Traduzione dal francse a cura di Belgicus
    Tratto dal sito www.voxnr.com
    Sinistra Nazionale!

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    Parla Juan Domingo Peròn
    Intervista a cura di Jean Thiriart


    "Aurora" ha il piacere di pubblicare l'intervista concessa da Juan Domingo Peròn il 7 novembre 1968 a Jean Thiriart e che fu pubblicata in francese per la rivista belga "La Nation Europeen" n° 30 nel febbraio 1969. Il presente testo è indubbiamente un importante documento che ci mostra il vero contenuto rivoluzionario del Generale Peròn, conduttore indiscutibile di un movimento di liberazione nazionale decisamente contrario agli imperialismi, principalmente a quello yankee e che, come tale, propone l'unificazione continentale dell'America Latina, così come la coordinazione militante con le forze rivoluzionarie del Terzo Mondo e con tutti coloro che si confrontano con l'ingiusto ordine stabilito dalle grandi potenze. Il peronismo si trova così, per non rinnegare i suoi postulati, ad adottare una terza posizione: né capitalismo né comunismo, esplicitamente vicino a rivoluzionari come Fidel Castro, Ernesto «Che» Guevara, Nasser e Mao Tse Tung, seguendo il principio «i nemici del mio nemico, l'imperialismo, sono i miei amici». Un messaggio, in definitiva, che niente ha a che vedere con la tradizione liberale di Menem, che è passato, armi e bagagli, a quel nemico oligarca e imperialista che il vero peronismo ha sempre combattuto.



    J. Thiriart: Juan Peròn, potrebbe parlarci brevemente dell'opera appena pubblicata "L'ora dei popoli"?
    J. D. Peròn: In quel libro ho voluto dare una visione congiunta dell'impresa per la dominazione capitalista in America Latina. Io penso che i paesi latino-americani si incamminino verso la loro liberazione. È chiaro, questa liberazione sarà lunga e difficile giacché interessa la totalità dei paesi dell'America del Sud. Non è pensabile affatto che ci sia un uomo libero in un paese schiavo, ne un paese libero in un continente schiavo. Durante dieci anni in Argentina con il governo giustizialista abbiamo vissuto in una nazione sovrana. Nessuna persona poteva intromettersi nei nostri affari interni senza dover discutere con noi. Però durante questi dieci anni l'insieme delle forze imperialiste, che dominano attualmente il mondo, ci ha presi in noia. Una quinta colonna di «lacchè», come noi li chiamiamo, ha iniziato un efficace lavoro di zappa e il governo da me presieduto fu abbattuto. Ciò prova che se i popoli possono arrivare a liberarsi dalla schiavitù imperialista, rimane molto più difficile per loro conservar l'indipendenza, poiché le forze internazionali che io denuncio, prendono loro la mano. In tal senso la caduta del giustizialismo deve essere una lezione e una esperienza per tutti i paesi che vogliono liberarsi e tali rimanere. Bisogna intraprendere la lotta di liberazione dei paesi dell'America del Sud come una lotta globale o a livello di continente e in tale lotta ogni paese deve essere solidale coi propri vicini e fra loro deve esserci pieno appoggio. Il primo imperativo per questi paesi è perciò unirsi e integrarsi. Il secondo punto è realizzare una alleanza effettiva con il Terzo Mondo. Così come noi, i miei collaboratori e io, prevedemmo venticinque anni fa. Questa è la via che bisogna indicare ai popoli sud-americani; non solo ai dirigenti, ma anche alle masse popolari che devono prendere coscienza delle necessità della lotta contro l'imperialismo. Unificare il continente, liberarlo dalle influenze estere e allearsi col Terzo Mondo per partecipare nelle file mondiali alla lotta contro l'imperialismo sono, di conseguenza, i primi obiettivi. Dopo il processo di liberazione interna può avvenire che il popolo ottenga il governo che reclama tutti i giorni e che gli è negato in continuazione, a causa della successione di dittature effimere e di governi fantoccio collocati grazie a imposizioni, mai ad elezioni, e che mantengono il popolo sotto diverse dominazioni. È questo il processo che il mio libro vuol fare comprendere alle masse popolari.

    Jean Thiriart: C'è in America del Sud una classe sociale, una borghesia, che collabora sistematicamente con gli Stati Uniti?
    J. D. Peròn: Disgraziatamente sì! Nel nostro paese, la divisione tra il popolo e l'oligarchia capitalista è molto netta. Lo stesso è tra il popolo e la nuova borghesia di mercanti che si sviluppa rapidamente. In ogni industriale che si fa ricco dorme un oligarca in potenza. L'oligarchia che domina il paese non può sottostimare le forze di lotta delle immense masse popolari che esigono la loro libertà. Questo è il movimento che noi abbiamo messo in marcia, in certa misura, durante i dieci anni di governo giustizialista. Il giustizialismo è una forma di socialismo, un socialismo nazionale, che risponde alle necessità e alle condizioni di vita dell'Argentina. È naturale che questo socialismo abbia entusiasmato le masse popolari e che in conseguenza di ciò si manifestino le rivendicazioni sociali. Esso ha creato un sistema sociale di fatto totalmente nuovo e totalmente differente dall'antico liberalismo «democratico» che ha dominato il paese e che si era posto, senza alcuna vergogna, al servizio dell'imperialismo yankee.

    Jean Thiriart: In Europa gli americani hanno corrotto tutte le tendenze politiche, dall'estrema destra all'estrema sinistra. Ci sono collaboratori venduti agli Stati Uniti, in identica maniera, tra socialisti, cattolici e liberali. Gli americani arrivano a comprare tutti i partiti. Vede Lei lo stesso fenomeno in America Latina?
    J. D. Peròn: Esattamente. Gli americani utilizzano la stessa tecnica in tutto il mondo. In seguito procedono alla penetrazione economica, per mezzo di quell'oligarchia di cui ho parlato prima e che ha incontrato un sostanziale interesse... Subito tutti i settori politici vengono posti sotto pressione, così se non possono comprarli, controllarli, condizionarli, gli americani tentano di farli cadere e così dividere le forze politiche nazionali. La CIA è maestra nell'arte di organizzare provocazioni. Ottenuti questi obiettivi, attaccano gli ambienti militari, ove penetrano con diversi mezzi, il più efficace dei quali è certamente l'utilizzazione liberale della corruzione. È così, come hanno operato nel Sud-Vietnam, con qualche «consigliere militare» la cui attività principale è stata quella di corrompere generali la cui integrità morale è lontana dall'essere a tutta prova, e che non si sono negati a concessioni e vantaggi finanziari considerevoli (donazioni di azioni in società straniere o nomine in posti di direzione generali di società). Con questi uomini comprati dall'imperialismo americano, resta solo di organizzare il colpo di stato militare che imporrà la dittatura, come nel caso dell'Argentina, del Brasile, dell'Ecuador e, in seguito, del Perù e di Panama. Il metodo è sempre lo stesso. In ultima fase, una volta presa la situazione nelle loro mani, gli americani cominciano ad accaparrare tutte le ricchezze economiche del paese, mettendo sistematicamente il bavaglio a tutte le forze politiche e sociali di opposizione. Questo è il meccanismo in America del Sud, in Asia, in Europa e in qualsiasi parte.

    Jean Thiriart: In Europa gli americani hanno potuto controllare i movimenti il cui obiettivo ufficiale è l'Unione Europea. Così a Bruxelles i movimenti pro-europei paralleli al Mercato Comune, sono stati oggetto di tale infiltrazione a tal punto da proclamare che «occorre fare l'Europa con gli americani». Ciò è evidentemente stupido perché l'unificazione europea, come abbiamo esposto molte volte in "La Nation Europeen", implica l'uscita degli americani. Inoltre questi ultimi sono in tal maniera abili che sono arrivati a prendere nelle loro mani la tendenza Europea per meglio soffocarla e per meglio farla fallire. Torniamo, però, in America Latina. Alcuni governi tentano di resistere alla penetrazione americana?
    J. D. Peròn: Praticamente no, perché noi stiamo in una fase di dominio quasi assoluta. Ci sono, sicuramente, alcuni governi non ancora incancreniti dall'imperialismo americano, pur nel contesto di generale sottomissione che impone loro il carattere di alleanze irrisorie e, poiché isolati, adottano per affrontare quell'imperialismo, misure che non arrivano a raggruppare una vera opposizione. D'altra parte, tutti i movimenti rivoluzionari di opposizione all'imperialismo in America del Sud sono perseguiti, particolarmente in Argentina. Ciò è ugualmente vero per tutto il mondo, perché tutti i paesi, in generale, sono più o meno dominati, direttamente o indirettamente, dall'influenza imperialista, che è strumentalizzata dall'imperialismo americano o da quello sovietico. I due in fondo, sono d'accordo per una «amichevole» spartizione del mondo.

    Jean Thiriart: Cosa pensa del perché i russi hanno apparentemente abbandonato tutta l'azione rivoluzionaria in America Latina? Per un tacito accordo e con la promessa di un non-intervento americano in altre parti del mondo, i russi avrebbero promesso agli americani di non fare niente in America Latina?
    J. D. Peròn: Certamente sì! È lo stesso fenomeno che accade in Europa. A Yalta il mondo è stato diviso in due zone di influenza per due «superpotenze»: una ad Est, oltre la «cortina di ferro», e l'altra ad Ovest. E così che l'occupazione della Cecoslovacchia e dell'Ungheria nel '56 si fecero con il tacito consenso degli americani.
    Reciprocamente lo sfruttamento economico e politico dell'Europa dell'Ovest per gli americani non è possibile che con l'accordo dei russi. Yalta ha diviso il mondo in due «riserve di caccia» a vantaggio delle due potenze imperialiste. È a Potsdam che furono firmati i trattati per i quali i russi e gli americani sono legati. A Yalta e a Potsdam, Stalin ha imposto la sua volontà a due uomini di Stato già quasi moribondi, Roosevelt e Churchill. Dopo la conferenza di Yalta, i trattati di Potsdam hanno forza di legge permanente e sono inseriti nel Diritto Pubblico Internazionale. L'occupazione della Cecoslovacchia è la conseguenza diretta di Yalta e Potsdam. Nessuno può, in buona fede, negarlo. Chi può opporsi a questa situazione di fatto? Il Terzo Mondo? Ma il Terzo Mondo si trova diviso e non a causa di tutti coloro che desiderano la propria libertà. Il problema della liberazione dei nostri paesi troverà la sua soluzione solamente a lungo termine. È il problema non di una generazione ma di varie generazioni che dovranno lottare con tutte le loro forze per la liberazione ventura.
    In Argentina, il movimento Giustizialista, il movimento peronista, comprende il novanta per cento della gioventù. Questo è essenziale, perché la gioventù rappresenta l'avvenire e la nostra azione è orientata verso il futuro. Noi, i vecchi, abbiamo compiuto il nostro dovere, lasceremo adesso la bandiera ai giovani.

    Jean Thiriart: La liberazione della sola Argentina o del solo Cile, vi sembra destinata al fallimento? Secondo lei, i differenti movimenti di liberazione dovrebbero essere simultanei e esercitarsi in scala continentale? Lei è allora un sostenitore risoluto dell'integrazione?
    J. D. Peròn: Sì. Perché io credo in un certo determinismo storico. Il mondo è sempre stato sotto la dominazione di un imperialismo. Adesso noi abbiamo la sfortuna di dover lottare contro due imperialismi complici. Però la spinta degli imperialismi segue una curva parabolica e una volta raggiunto il punto più alto della cima della curva comincia la decadenza. Noi abbiamo visto che questi imperialismi possono essere rovesciati o tagliati fuori solo dall'integrazione di tutti i movimenti di lotta e di tutte le forze interessate. Ma tale «sacra unione» è lunga e difficile da realizzare; ciò permette agli imperialismi di godere di giorni felici. Solamente un pericolo li minaccia: la corruzione è ben sviluppata in America del Nord e così come in Russia e loro internamente stanno marcendo. Bisogna servirsi di ciò per partecipare al processo di degradazione. Per il futuro una lotta isolata, per quanto eroica che sia, risulterà vana. Credo che siamo giunti a una fase della storia umana che sarà ricordata per la decadenza delle grandi potenze dominanti. Siamo arrivati al termine di una evoluzione della umanità che dall'uomo delle caverne fino ai nostri giorni arriva all'integrazione. Dall'individuo alla famiglia, alla tribù, alla città, allo stato feudale, alle nazioni attuali, siamo arrivati all'integrazione continentale. Attualmente in confronto ad alcuni colossi, USA, Russia, Cina, un solo paese non rappresenta una grande forza e in futuro, in un mondo dove l'Europa si va ad integrare come l'America e l'Asia, le nazioni isolate di piccole dimensioni non potranno sopravvivere più. Oggi per vivere come potenza occorre unirsi in un blocco, come quelli già esistenti, o come quelli che sono sul punto di formarsi. L'Europa si unirà o soccomberà. Per l'anno 2000 ci sarà un Europa unita o dominata. Ciò è uguale per l'America Latina. Un Europa unita conterà una popolazione di 500 milioni di abitanti. Il continente sud-americano ne conta, ora, 250 milioni. Tali blocchi saranno rispettati e si opporranno efficacemente alla dominazione degli imperialismi.

    Jean Thiriart: Ritiene che il lavoro di agitazione intrapreso da Fidel Castro sia utile alla causa latino-americana?
    J. D. Peròn: Assolutamente, Castro è un promotore della liberazione. Lui ha dovuto appoggiarsi ad un imperialismo perché la vicinanza dell'altro minacciava di schiacciarlo. Però l'obiettivo dei cubani è la liberazione dei popoli dell'America Latina. Essi non hanno altra intenzione che quella di costruire un avamposto per la liberazione dei paesi continentali. «Che» Guevara è un simbolo di quella liberazione. Lui è stato grande perché ha servito una grande causa, fino a finire per incarnarla. Lui è l'uomo di un ideale. Molti grandi uomini sono passati inosservati perché non avevano una causa nobile da servire. Viceversa, uomini semplici, normali, lontani dall'essere predestinati a tale immagine, che non sono super-uomini ma semplicemente uomini, sono diventati grandi eroi perché hanno potuto servire una nobile causa.

    Jean Thiriart: Lei ha l'impressione che i sovietici impediscano a Castro di esercitare un'azione importante in America Latina? In che maniera loro impedirebbero a Castro di andare oltre un certo livello di agitazione?
    J. D. Peròn: Perfettamente. Quel ruolo i russi non lo giocano, d'altra parte, solamente a Cuba. Così Guevara, dopo aver compiuto la sua missione a Cuba, partì per l'Africa per entrar in contatto con il movimento comunista africano. Però i responsabili di quel movimento avevano ricevuto l'ordine di non aiutare Guevara. Guevara dovette lasciare l'Africa perché i russi agivano lì. Un conflitto opponeva, nel Congo, i due imperialismi concorrenti. Le due tendenze che loro rappresentano, in certi momenti, devono unire le loro forze per difendere la stessa causa: quella dell'ordine stabilito. È logico, loro difendono l'imperialismo e non la libertà dei popoli.

    Jean Thiriart: Che penserebbe lei della messa in funzione di un sistema mondiale di informazione e di collegamento fra tutte le forze che lottano contro gli imperialismi russo e americano e dell'unione di un certo numero di sforzi politici?
    J. D. Peròn: Bisogna considerare che l'unificazione deve essere il principale obiettivo di tutti coloro che lottano per la stessa causa. Dico unificazione e non «unione» o «associazione». Occorre integrarsi. Perché, dopo, noi avremo l'occasione di fare e, per un'azione efficace, bisogna essere integrati e non solamente associati.

    Jean Thiriart: Lei stima, di conseguenza, che occorra andare più lontano, molto più lontano che non la semplice unione nell'alleanza tattica con i nemici dell'imperialismo americano. Anche con Castro, anche con gli arabi, anche con Mao Tse Tung se ciò fosse necessario? Lei pensa che il nemico sia talmente vigoroso e forte per cui occorrerà mettersi tutti assieme per combatterlo, facendo attenzione a lasciare da parte le differenze ideologiche?
    J. D. Peròn: Io non sono comunista. Io sono giustizialista. Però io non ho diritto di volere che la Cina sia pure giustizialista. Se i cinesi vogliono essere comunisti perché vorremmo noi a tutti i costi «renderli felici» contro la loro volontà? Loro sono liberi di scegliere il regime che desiderano anche se differente dal nostro. Però se i cinesi lottano contro la stessa dominazione imperialista come noi, allora sono nostri compagni di lotta. Lo stesso Mao ha detto: «La prima cosa da distinguere è la vera identità degli amici e dei nemici. Subito si può agire». Io sono dell'idea di alleanze tattiche, secondo la formula: «I nemici dei nostri nemici sono nostri amici».

    Jean Thiriart: Secondo lei il Mediterraneo Orientale potrà essere nei prossimi mesi il fuoco di un conflitto più importante?
    J. D. Peròn: Considero che la situazione in Europa non è mai stata tanto pericolosa come attualmente. Tutto ciò che l'Europa ha fatto per evitare di essere di nuovo un campo di battaglia in una prossima guerra può essere ridotto a niente. Con le basi sovietiche in Africa, la flotta russa nel Mediterraneo, le 125 divisioni del Patto di Varsavia, di fronte a una NATO in declino che in tutti i modi non sa rimpiazzare un esercito europeo moderno, l'Europa potrebbe essere invasa in poche settimane, se i russi lo decidessero. È certo che la miccia del Medio Oriente può essere l'origine di un conflitto che sarà quasi impossibile da limitare, e in cui l'Europa potrebbe essere una delle prime vittime, nel suo attuale stato di divisione.

    Jean Thiriart: In tale visione, la Palestina Le sembra destinata a trasformarsi in un secondo Viet-Nam e sottoposta a una guerra localizzata?
    J. D. Peròn: Si perché il Medio Oriente ha una importanza strategica molto grande. È il ponte fra due continenti che si svegliano: Asia e Africa. Ciò è la causa della conseguente lotta fra Israele e i paesi arabi; gli americani e i russi si affrontano in una accanita lotta di influenze il cui fine è la possessione di un punto strategico.

    Jean Thiriart: La ringrazio molto. Io ora ho finito con le mie domande. Vuol fare una dichiarazione su temi particolari?
    J. D. Peròn: Leggo abitualmente «La Nation Europeen» e condivido interamente le sue idee. Non solamente per quanto riguarda l'Europa, ma il mondo. Un solo rimprovero, io avrei preferito al titolo «La Nation Europeen» quello di «Mondo Nuovo». Perché l'Europa sola, nel futuro, non avrà tutte le risorse sufficienti per la difesa dei propri interessi. Oggi gli interessi particolari si difendono in posti lontani. L'Europa deve pensarlo. Deve integrarsi, certo, ma nella sua integrazione deve stringere contatti con gli altri paesi in via di integrazione.
    In particolare, l'America Latina, che è un elemento essenziale, deve allearsi all'Europa. Noi latino-americani siamo europei e non di tendenza americana. Io personalmente mi sento più francese, più spagnolo, più tedesco che americano. Il vecchio ebreo Disraeli aveva ragione quando diceva: «I popoli non hanno amici né nemici permanenti, hanno interessi permanenti». Si devono associare questi interessi, anche se sono geograficamente lontani, perché l'Europa continui ad essere la prima potenza civilizzatrice del mondo.



    Traduzione a cura di Ermanno Massari
    Sinistra Nazionale!

  3. #3
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    Ma porc...un argomento così interessante non dà vita a nessun dibattito? Forse se rivelavi uno scoop su una relazione segreta tra il Che e Peron avresti dato il via ad una serie innumerevole di post...mah?
    Queste sono le nostre radici nazionalrivoluzionarie, i vari SPQR,Walter,Affus non commentano?
    Ciò evidenzia ancor di più il fatto che questo forum sia ormai spaccato in due :gli estremisti di destra tradizionali da una parte ed i nazionalrivoluzionari dall'altra, ma non si riesce a dar vita ad un dialogo costruttivo ,a far emergere ciò che ci accomuna, ci si azzuffa e si scivola quasi sempre sulle offese personali, ciò mi sconforta molto e non vedo soluzioni, forse non ha più senso che i nazionalrivoluzionari cerchino un ponte con gli estremisti di destra classici, ciò che ci divide è più forte. Non lo so, sono confuso e sconcertato...l'unità dell'Area?Ma quale Area?!
    E' l'ora delle affermazioni e delle negazioni assolute, i nazionalrivoluzionari non hanno niente a che fare con la destra radicale,punto.

  4. #4
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    Dato che sono ottimista di natura e magari penso o mi auguro che questo post non sia stato notato lo riporto su.
    Non vorrete mica dare ragione a Cornelio?
    Sinistra Nazionale!

  5. #5
    DaBak
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    Predefinito Ernesto Che Guevara: la morte di un rivoluzionario



    tratto da Corrispondenza Repubblicana
    QUINDICINALE ANNO II - N. 13
    Roma, 1 novembre 1967

    bollettino della Federazione Nazionale Combattenti della RSI
    Dopo l'incertezza delle prime notizie sembra ormai confermata definitivamente la morte del rivoluzionario sudamericano Ernesto «Che» Guevara.
    La sua morte segna senz'altro una pesante sconfitta del movimento rivoluzionario in Sud America poiché Guevara non rappresentava soltanto un abile stratega o un mito affascinante, la sua esperienza recente lo aveva portato ad una maturazione politica, ad una comprensione dei problemi della rivoluzione che ne facevano una guida insostituibile.
    È indicativo a questo proposito seguire il più recente itinerario del pensiero di Guevara.
    Ministro dell'Economia e direttore della Banca Centrale, al termine della rivoluzione egli crede che la cosa più importante sia di costruire lo Stato socialista a Cuba. È colui che dà maggior impulso alle nazionalizzazioni dei beni statunitensi, e per ciò che riguarda l'attuazione della riforma agraria tenta di impostare un sistema di incentivizzazione ideale, in contrasto in ciò con Fidel Castro che invece vuole degli incentivi di carattere economico. Col maturare degli eventi, dopo il 1962, mentre si fa sempre più pesante il condizionamento sovietico Guevara si scontra nelle sue teorie economiche con Fidel e con l'Unione Sovietica. Voleva spingere l'economia cubana su una strada di forte industrializzazione, ma l'appoggio sovietico presupponeva aiuti limitati per l'industrializzazione e una grossa produzione di zucchero da esportare nei paesi comunisti.
    Guevara lascia il Ministero dell'Economia, perde completamente la sua fiducia nell'appoggio «rivoluzionario» dell'Unione Sovietica (parlerà molto raramente dell'URSS, ma questo silenzio, in una certa misura, è molto indicativo), comincia a fare viaggi in alcuni Paesi dell'Asia e dell'Africa. Non crede più nel nazionalismo o «socialismo cubano» di Castro, ma comincia ad intuire un disegno più vasto.
    Nell'aprile del 1964 è ad Algeri a colloquio con Ben Bella. Il «radicale» Ben Bella che concepisce ben altri disegni che quelli rivoluzionari, orientato decisamente su una via riformista e tecnocratica e con in più un progetto di forti legami con il capitale americano, delude profondamente Guevara e gli conferma anzi la sua intuizione sulla logica fine di una rivoluzione a sfondo nazionale.
    Ormai ha chiaro in mente che la lotta «anti-imperialista» non può che comprendere un vasto fronte internazionale se vuole avere qualche possibilità di vittoria.
    Nei primi mesi del '65 tenta di organizzare la guerriglia nel Congo, ma questa volta è il materiale umano a deluderlo: le bande tribali del Congo non sono addestrabili per nessun tipo di lotta seria e con delle parole più o meno simili lascerà in breve il tentativo nell'Africa Occidentale.
    Il viaggio a Pekino e l'esperienza del Vietnam sono quelle che più influenzano il «Che».
    La Cina aveva condotto tempo addietro un tentativo di collegamento della politica di alcuni Paesi del terzo mondo per tentare su queste basi una lotta internazionalista. Il fallimento del viaggio di Ciu En Lai in Africa aveva fatto scartare definitivamente questa idea, mentre la via della lotta nel Vietnam in una delimitata area di influenza, nella quale si potevano far sentire concretamente un appoggio economico e dei motivi di carattere nazionale e razziale, aveva portato la Cina a restringere l'orizzonte della sua politica, ma ad aumentare l'efficacia della lotta rivoluzionaria.
    Il viaggio a Pekino non fece di Guevara un «cinese» come comunemente è dato di pensare, ma anzi fece maturare in lui la presa di coscienza della inutilità dell'internazionalismo a sfondo cosmopolita, e della validità della via delle lotte nell'ambito delle grandi aree nazionali.
    Ecco il compiersi del lungo viaggio di Guevara. Da solo, mentre il castrismo aveva abbandonato la lotta, e i partiti comunisti ufficiali sotto la guida dell'esperienza sovietica si impegnavano sulla via politica subordinando a questa la guerriglia o addirittura, come nel Venezuela, tradendo i guerriglieri, egli gira l'America Latina nel tentativo di riallacciare le maglie della rivoluzione.
    L'esperienza vietnamita che cerca di ripercorrere nell'America Latina è l'unica possibilità rivoluzionaria che possa attuarsi nella regione, ma è molto più difficile organizzare la lotta nel continente sudamericano che ai confini della Cina.
    Il Vietnam ha grandi aiuti militari ed economici, i guerriglieri sono facilmente riforniti in continuazione e, nello stesso tempo, gli Stati Uniti sono costretti in quella regione ad agire con le mani legate avendo a che fare con delle possibili complicazioni che essi non desiderano e vogliono evitare (il bombardamento della Cina avrebbe come riflesso, quasi certamente, il colpo di stato militare nell'Unione Sovietica con la fine della distensione).
    I pochi rivoluzionari sudamericani avevano comunque iniziato a dare grossi fastidi. In Bolivia era stata occupata una cittadina e nella regione di Vallegrande i rivoluzionari avevano cominciato ad avere un certo appoggio dalla popolazione locale. Nel Venezuela, in Colombia, nel Guatemala la lotta ha degli alti e bassi ma già è impossibile sradicarla.
    Non crediamo che Guevara si facesse soverchie illusioni sui risultati immediati della sua azione, comprendeva bene le difficoltà che il movimento rivoluzionario aveva di fronte. L'importante era tenere deste le coscienze, dare un punto di riferimento per la rivoluzione, mettere in moto il piccolo motore. L'appello che lanciò nei primi mesi di quest'anno si chiude con queste parole: «In qualsiasi posto ci sorprenda la morte sia essa benvenuta, purché questo nostro grido di guerra giunga ad un orecchio sensibile, e un'altra mano si tenda ad impugnare le nostre armi, e altri uomini si apprestino ad intonare il canto funebre con il crepitio della mitraglia e nuove grida di guerra e di vittoria».
    Barrientos ha intascato la taglia che il Dipartimento di Stato aveva messo sul suo capo, il movimento rivoluzionario sudamericano ha perso il suo capo più prestigioso, Feltrinelli e gli intellettuali radicali si appresteranno a fare un manifesto di protesta ed una raccolta di firme invocando insieme agli «utili idioti» comunisti la distensione e la pace, "Paese Sera" ha ricordato il «partigiano Che Guevara», ma quale differenza tra «Che» e i partigiani arricchiti dalla Repubblica Italiana, oggi alla guida di grosse società commerciali che nei locali notturni di Riccione cantano con Ornella Vanoni le vecchie canzoni della resistenza!
    In Cina, nel Vietnam, in alcuni paesi arabi, in Sudamerica, nasce un movimento politico rivoluzionario nuovo, ma ancora condizionato dalla terminologia comunista, ma che non è comunista e che scopre di essere molto simile alla rivoluzione nazionale che va mettendo radici in Europa.
    Gli avvenimenti dei prossimi anni diranno se le ripercussioni di questi rivolgimenti potranno influire positivamente sulla politica europea contribuendo ad affrancare questa dalla sudditanza agli Stati Uniti e alla Unione Sovietica.

  6. #6
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    ottimo

  7. #7
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    Predefinito Che Guevara

    Il 9 Ottobre 1967, Ernesto Guevara, detto il "Che" (per la sua abitudine di pronunciare questa breve parola in mezzo ad ogni suo discorso, una specie di cioè), veniva assassinato da un gruppo di militari boliviani dopo la sua cattura .

  8. #8
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  9. #9
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    una merda...mercenario e con dubbie capacità militari e logistiche...ha però trovato il momento giusto per tutto ciò, negli anni che i ragazzi cercavan un "leader" di riferimento...

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da delmo Visualizza Messaggio
    Il 9 Ottobre 1967, Ernesto Guevara, detto il "Che" (per la sua abitudine di pronunciare questa breve parola in mezzo ad ogni suo discorso, una specie di cioè), veniva assassinato da un gruppo di militari boliviani dopo la sua cattura .
    E da quel giorno le sinistre mondiali si sono arricchite stampando faccioni cheguevariani neri su magliette rosse in segno della "revolucion"!

 

 
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