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    Predefinito Ancora...purtroppo di G. La Grassa

    OMNIA SUNT COMMUNIA

    ANCORA.....PURTROPPO di G. La Grassa
    1. O la “gente” non sa più leggere o…..non so quale alternativa porre. Escludo, a questo punto, di non sapermi spiegare, perché è troppo forte e reiterato il fraintendimento di quanto scrivo. Probabilmente, il blog non riesce a trovare un bacino di lettori diverso da quelli della sinistra detta “estrema” (o dogmatici o sostanziali cattocomunisti, anche se non si dichiarano tali). E si tratta di lettori che sembrano usciti dai romanzi di De Amicis, nel migliore dei casi; nel peggiore, da quel “buco nero” che è ormai divenuta la cultura di tale sinistra, una accozzaglia di persone “buoniste”, amiche (finte) dei miserabili, di quelli che “soffrono” e…...della Natura “violentata”.
    Dirò poche cose nette e poi basta. Non c’è nessuna sottovalutazione di problemi ambientali. Per quanto mi riguarda, sarei anche favorevole a far scomparire l’umanità e a lasciare che il pianeta si ripopoli di animali, di piante, ecc. Con la consapevolezza che gli equilibri comporterebbero incessanti squilibri, il mangiarsi e annientarsi l’un l’altro, epoche di grandi catastrofi ed eliminazione di ingenti quantità di “individui viventi” (magari di intere specie), ma sempre in base a “fatti naturali”. Poiché comunque questa non è una prospettiva credibile, diamo per scontato che l’“uomo” porta ulteriore e maggiore squilibrio, poiché è abituato ad andare “oltre il limite”; e volerlo limitare è la più grossa sciocchezza che si possa pensare. Chi si pone in un’ottica del genere, lo fa perché può consentirsi di vivere di pura chiacchiera, di “buone prediche” cui segue il “razzolare malissimo”, ecc.
    Ci sono senza dubbio molti gravi problemi ambientali, e probabilmente si aggraveranno con il tempo, ma vanno affrontati seriamente e con rigore; non posso più sopportare gli incompetenti tuttologi che blaterano a casaccio. Voglio sentire gli esperti e basta. Io non parlo solitamente di ciò che non conosco; e se ne parlo (ne accenno soltanto), avviso il lettore, e cerco di non andare oltre le “impressioni” da “uomo della strada”, senza pretendere di poter indicare agli altri precise alternative. Da “uomo della strada” ho molto dubbi, ad esempio, che si possa ottenere una quota men che marginale di energia da Sole e vento; attendo di essere convinto del contrario da qualche serio e lungo dibattito tra persone in carne ed ossa e di cui siano precisi i titoli che consentono loro di discutere di dati argomenti con competenza e cognizione di causa. Sono stufo di sentire i media parlare di generici “consessi di scienziati”, riunitisi in qualche luogo del mondo, e che magari pontificano a nome dell’ONU (buona questa organizzazione, proprio un bel biglietto di presentazione!), annunciando catastrofi nel giro di pochissimi decenni, talvolta addirittura anni.
    Battaglia ha reiteratamente sfidato Rubbia ad un dibattito in TV sulle “energie alternative”; il secondo non accetta, e nessuno mi toglie dalla testa che così si comporta perché i metodi di ottenimento di energia solare, cui si dice sia direttamente interessato economicamente in Spagna, uscirebbero un po’ malconci da un simile dibattito, con cattiva pubblicità per i prodotti che si pensa di poter rifilare a vari enti pubblici e a privati. Io invece desidero proprio discussioni tra persone con nome e cognome, qualificate in senso scientifico, che si “sputtanino” individualmente. E non mi si ricordi che tali persone non parlano “oggettivamente”, bensì in base a precisi interessi (ovviamente delle solite “multinazionali”; non si cambia musica da 50 anni). Gli interessi in gioco – che non sono solo quelli delle multinazionali, ma dei vari gruppi di agenti strategici (economici, politici, culturali) in aspra lotta fra loro per la supremazia complessiva nel paese e in aree mondiali più vaste – sono tanto quelli dei catastrofisti quanto quelli degli anticatastrofisti; su nessuno dei due schieramenti si può giurare a scatola chiusa. Intanto, però, discutano i competenti dei due campi, e tacciano i filosofi, i sociologi e soprattutto i politici (in specie i “verdi”, la più grossa sciagura dei nostri tempi).
    Ho già sentito in vita mia profeti di sventure predire la (semi)fine del mondo entro il secolo XX, e vedo l’umanità stare, in media e per la maggior parte, molto meglio di cinquant’anni fa; vedo quasi dappertutto aumentata la media della vita. Negli anni ’50, almeno l’80% della popolazione mondiale viveva in condizioni di estrema indigenza, sempre al limite della fame e delle pestilenze. Oggi non è più di un quinto o giù di lì a trovarsi in simili condizioni. Si straparlava – negli anni ’60 – di un andamento opposto del reddito nei paesi del primo e in quelli del terzo mondo (in cui viveva, appunto, l’80% della popolazione mondiale). Tale popolazione è raddoppiata (in Cina siamo passati dai 600 milioni a circa 1,3 miliardi, in India da meno di mezzo miliardo a circa 1,1 o più) e tuttavia le condizioni di vita sono migliorate per un’ampia (e sempre più ampia) quota della stessa. Credo che il divario tra i più ricchi e i più poveri sia cresciuto (e di tanto), ma questo è assai diverso dal sostenere l’andamento divergente del reddito (anche calcolato pro-capite) tra paesi di diverse aree, che ormai non sono nemmeno più omogenee al loro interno, per cui sarebbe ridicolo continuare a parlare in termini semplificati di primo o terzo mondo.
    Adesso forse entreremo in un periodo di relativo impoverimento, comunque di difficoltà crescenti; ma riguarderà tutte le popolazioni del mondo (credo che le differenze di reddito e ricchezza aumenteranno maggiormente all’interno delle popolazioni dei singoli paesi, cioè tra i loro vari strati sociali, più che non tra le aree a diverso grado e ritmo di sviluppo). E, in ogni caso, pur se la fase di crisi e stagnazione non fosse breve, ciò non contraddirebbe la tendenza di lungo periodo, di 50 o 100 anni.

    2. Fin qui, ho parlato delle questioni a mio avviso meno importanti, comunque non di quelle che mi interessano di più e che penso siano al centro dell’impostazione complessiva del blog (e sito). Il problema cruciale è che quei gruppastri (e intellettuali) – per fortuna estremamente minoritari – che cianciano, da incompetenti, sulle catastrofi ambientali mettono in primo piano il conflitto Uomo-Natura, relegando in posizione subordinata i conflitti sociali. Ho più volte sostenuto che considero troppo semplicistica la concezione della divisione in classi, e della loro lotta, che ha avuto il marxismo (e Marx in persona). Tuttavia, ho anche esplicitato che ritengo doveroso andare avanti rispetto a tale corrente di pensiero (da cui provengo a tutti gli effetti, e me ne vanto!), non invece abbandonarla per tornare a impostazioni più primitive. E chi pone in primo piano il problema ambientale – con il corollario della decrescita – è esattamente uno che torna indietro, ai “romanticismi” dei premarxisti.
    Che lo facciano individui provenienti da culture di destra – quelle che sono partite dalla razza, dalla terra e dal sangue, da concezioni ultraelitarie, ecc. – non mi sorprende e nemmeno mi scandalizza più che tanto. Sono stati anch’essi storicamente sconfitti; che passino magari adesso dalla critica della modernità e del progresso, dalla difesa della “tradizione” e della “cultura antica”, alla difesa anche della Natura, non mi sembra troppo incoerente. Mi fa invece letteralmente ribrezzo sentire ex “comunisti” ed ex “marxisti” (credo proprio che non abbiano mai capito il significato di questi termini; perché i sessantottardi, e successivi, sono stati proprio i portatori di questo fraintendimento!) che subordinano – è inutile che certuni arzigogolino; così essi si stanno comportando – il conflitto sociale alla lotta per la tutela dell’ambiente o per il ritorno a superate condizioni di vita delle popolazioni occidentali, cui oggi intendono accedere altre popolazioni (fra cui quelle dei due più popolosi paesi del mondo).
    Il problema cruciale è che sviluppo e progresso tecnico-scientifico vengono promossi da gruppi dominanti in conflitto fra loro; per cui va senz’altro discussa la coloritura e l’indirizzo (un tempo si sarebbe detto la “natura di classe”) di tali processi. E’ comunque il conflitto tra dominanti da mettere in primo piano; e subito dopo quali prospettive quest’ultimo possa aprire, in un periodo di tempo non (ultra)secolare, per le rivolte dei dominati, attualmente assai in difficoltà (e sempre orientate di fatto da dati gruppi di sub-dominanti in peculiari contingenze storico-sociali). Questo è il nodo decisivo; la lotta per l’ambiente è la solita “notte in cui tutte le vacche sono nere”. Gli intellettuali che a ciò si acconciano sono di fatto al servizio dei dominanti (di alcuni di questi, in aspro conflitto con altri); e non mi interessa tanto appurare se sono o meno in buona fede.
    Se invece, come fanno i più seri tra gli ambientalisti, vengono sviluppate considerazioni competenti nei vari campi scientifici, per quanto mi riguarda non ho nulla da eccepire. L’importante è che – essendo divenuti orfani della classe operaia in quanto “soggetto rivoluzionario” per antonomasia, che avrebbe dovuto trasformare il capitalismo in socialismo e poi comunismo – non si rifugino nell’ecologia, ecc. come sostituto dei fallimenti patiti. E’ anche ridicolo che alcuni vogliano attenersi allo stolto in medio stat virtus; per cui, dando un colpo al cerchio e uno alla botte, consigliano di considerare “alleati” (almeno tattici) gli ambientalisti fondamentalisti, quelli che non parlano d’altro, che non sanno pensare più un conflitto sociale se non nella forma di un contrasto tra Uomo e Ambiente. Mi dispiace, oggi quest’ultimo è divenuto la bandiera anche di grandi capitalisti (Soros, Al Gore, Bill Gates, ecc.). E’ possibile accettare solo quell’ambientalista che sa subordinare le sue competenze all’analisi del conflitto sociale.
    Vorrei essere chiaro affinché qualcuno non riproponga stucchevoli obiezioni. Non vengo a raccontare che la lotta sociale, se riuscisse ad acuire nuovamente il conflitto tra dominanti e dominati (tra capitalisti e proletari o operai), porrebbe pure le basi per la risoluzione dei problemi relativi all’ambiente. So bene che lotta sociale e difesa dell’ambiente non sono fra loro legati come la causa all’effetto, in termini puramente deterministici. I problemi dell’ambiente non dipendono solo dall’esistenza dei capitalisti, intendendo poi questi ultimi come semplici grandi imprenditori, quelli delle multinazionali. Affermo qualcosa di ben diverso: esistono delle priorità, degli accadimenti che si verificheranno – sempre in base a ipotesi, però realistiche – prima di altri; e che sono più urgenti, sono all’ordine del giorno. Il posto principale spetta all’incipiente policentrismo che avanza; di questo ci si deve, come compito primario, fare carico.
    Quelli che vogliono credere nella priorità dell’ambiente, sono gli stessi che spergiuravano sulla “classe operaia” – o invece sulle “masse diseredate” del terzo mondo – come Demiurgo del rivoluzionamento del capitalismo. Delusi in questa aspettativa – che è stata anche la mia, tanti anni fa – hanno ora bisogno di un altro Demiurgo che si sostituisca alla Classe, che sia in grado di spingere in quella direzione che non hanno mai saputo seguire con le loro proprie forze. E allora ecco la Natura, “violentata” dall’Uomo, che ad esso si ribellerà e lo distruggerà a meno che quest’ultimo – cioè la proiezione di loro stessi in quanto sconfitti, in quanto melanconici e tristissimi avanzi di un sogno infranto – non limiti le sue pretese di sviluppo, di miglioramento delle condizioni di vita, assumendo il comportamento “francescano” della frugalità e del “digiuno” (per gli altri, perché costoro mangiano e consumano quanto gli altri; chiacchierano solo perché vivono in agiatezza, ben nutriti dai “padroni” che li finanziano per convincere i gonzi). Mi dispiace: non li stimo e non intendo allearmi con i miseri resti di un’epoca che, pur finita male, è stata in effetti gloriosa e caratterizzata dall’opera di tanti individui veramente eccezionali; mentre questi sono gli avanzi di una intellettualità narcisista, che sperava nella "grande rivoluzione proletaria” per lenire il suo spleen. Non sanno affrontare le difficoltà da soli, con le loro capacità di analisi; c’è sempre bisogno di un deus ex machina. Se non è la “Classe”, che sia la Natura; se non è lo sviluppo delle forze produttive, che sia la loro involuzione e decremento.
    Qualcuno dice: ma non sono loro il nemico principale. Ed infatti, sono stufo di badarli; e preferisco non essere letto da loro. Darei non so quanto per trovare infine interlocutori seri, interessati alla modernità e all’avanzamento. Non è colpa mia se ci troviamo tra i piedi simile zavorra; bisogna tuttavia scaricarla senza nessun compromesso. Che senso ha battersi contro il “nemico principale” con un braccio legato dietro la schiena per la presenza di questi personaggi antimodernisti e “antichi”? Non c’è probabilità di successo. Quindi, non c’entra nulla il nemico principale e quello secondario. Non fingiamoci “sottili tattici”. Non siamo un partito che deve scegliere le alleanze; il nostro compito è primariamente culturale (e politico proprio in quanto tale); dobbiamo combattere i rigurgiti di chi, deluso dalla sconfitta dei “proletari” (e magari anche da quella della “razza superiore”, o altri ammennicoli del genere), sta combattendo una battaglia per l’involuzione culturale, per una nuova arretratezza, per un ritorno a futili idee “romantiche”.
    Nessun disprezzo per coloro che si pongono correttamente i problemi da cui può essere afflitto il pianeta. Ma nessuna concessione a chi porta in primo piano tali problemi svalutando di fatto quelli dei vari tipi di conflitto sociale e della loro nuova articolazione nell’epoca cui si sta andando incontro. Dobbiamo di nuovo approfondire non so quanti temi d’analisi; lasciamo cuocere nel loro brodo quelli che hanno la testa rivolta all’indietro. Sulle questioni di principio, non ci sono alleanze tattiche, non esiste nemico principale e secondario. Si combatte per certe idee e contro altre; tutto lì.


    postato da: RIPENSAREMARX

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    OMNIA SUNT COMMUNIA

    UNA “INSOSTENIBILE” TEORIA DELLO SVILUPPO CONTENIBILE

    di M. Tozzato

    [Nota di G.P.]
    ---
    Pubblichiamo l’articolo di Mauro Tozzato al quale fa riferimento La Grassa nel pezzo che trovate appena sotto questo. Vorrei però dire prima due parole. Il nome “Ripensaremarx” al blog l’ho dato io perché volevo si capisse da dove provenivamo e quali erano state le “esperienze” teoriche che ci avevano guidato fino a quel momento. Il merito di La Grassa (che entra di diritto tra i più grandi studiosi e interpreti del pensiero marxista della nostra epoca) è stato quello di aver messo in evidenza come alcune previsioni marxiane non si fossero mai avverate (e non è cosa da poco tenuto conto della pletora di profeti che affollano le vie del “comunismo irrealizzato”) e come tanti suoi epigoni avessero travisato, in molti punti cruciali, il suo pensiero (leggi la confusione tra lavoratore collettivo cooperativo assimilato alla ben più angusta classe operaia). Da questi assunti (e non solo questi) La Grassa è partito per “rimettere le cose al loro posto” ed approntare una teoria (quella degli agenti strategici) che, senza rinnegamenti o aggiustamenti di comodo, arrivasse a cogliere il nucleo logico e le incessanti trasformazioni della società capitalistica di tipo occidentale (da lui oggi definita “formazione dei funzionari privati del capitale” originatasi negli USA), secondo direttrici meno “fantasmatiche” di quelle attualmente in voga.
    Ingredienti ottimi sulla cui combinazione non possiamo ancora dire di più data l’epoca di transizione nella quale ci troviamo ad operare. Con una metafora si potrebbe dire che la Storia serve “piatti caldissimi” che devono prima intiepidirsi per poter essere sottoposti alla prova dell’assaggio. Se il piatto fuma ancora quando si porta il cucchiaio alla bocca si rischia di scottarsi e di non percepire il suo sapore, se è invece troppo freddo non se ne coglie il gusto originario; insomma vale quello che diceva Lenin per cui il rivoluzionario deve saper attendere il momento migliore per agire, né il giorno prima né quello dopo (e lo può fare se nella sua azione è supportato da una "pratica teorica" adeguata).
    Noi abbiamo visto così riaffiorare, con questo tentativo lagrassiano, quel modo di fare scienza che era proprio di Marx e del primo marxismo. Ci interessa, pertanto, tornare a comprendere criticamente la formazione sociale capitalistica così come essa si mostra hic et nunc; proprio come Marx si era, a sua volta, preoccupato di “fare i conti” con la società (il modo di produzione sociale) che era sotto i suoi occhi. Marx giunse certamente ad abbozzare anche qualche previsione (a dir la verità qualcuna di queste si è spinta troppo oltre) ma senza scrivere mai una ricetta definita per l’osteria del futuro. Per esempio, a proposito di anticipazioni sbagliate, si può “rimproverare” al fondatore della “baracca” di aver voluto proiettare, in maniera troppo lineare, il modello capitalistico inglese (de te fabula narratur), in quanto forma specifica di quella formazione particolare, al capitalismo tout court ed ai suoi "avanzamenti" futuri (fino al giorno ultimo della sua crisi irreversibile). Oggi sappiamo, invece, che le formazioni capitalistiche americana o russa, per citarne qualcuna, hanno caratteristiche simili ma non assimilabili e sono solo lontanamente accostabili a quella inglese dell’ottocento.
    Per me, in particolare, che riuscivo solo a percepire l’impasse nel quale il marxismo si era impantanato (ma rispetto al quale non vedevo vie d’uscita praticabili) lo studio del pensiero di La Grassa è stato come, mi si passi l’espressione “sauliana”, una “folgorazione lungo la via di Damasco”.
    Credo che, volendo parafrasare le parole di Pascal (riprese a propria volta da Althusser) sul rapporto tra antichi e moderni, si tratti ora di “salire sulle spalle” stesse di Marx per vedere (interpretare) i limiti della nostra epoca (che sono profondamente diversi da quelli che il pensatore di Treviri osservava nel tempo nel quale si è trovato a vivere). Questo non è tradire Marx ma è seguire lo spirito che ha animato la sua ricerca scientifica.
    Del resto, gli ortodossi più accaniti e i saltimbanchi postmoderni dovrebbero, invece di lanciare anatemi, tener sempre ben presenti le parole del Lenin di “Stato e rivoluzione”: “Accade oggi alla dottrina di Marx quel che è spesso accaduto nella storia alle dottrine dei pensatori rivoluzionari e dei capi delle classi oppresse in lotta per la loro liberazione. Le classi dominanti hanno sempre ricompensato i grandi rivoluzionari, durante la loro vita, con incessanti persecuzioni; la loro dottrina è stata sempre accolta con il più selvaggio furore, con l'odio più accanito e con le più impudenti campagne di menzogne e di diffamazioni. Ma, dopo morti, si cerca di trasformarli in icone inoffensive, di canonizzarli, per così dire, di cingere di una certa aureola di gloria il loro nome, a "consolazione" e mistificazione delle classi oppresse, mentre si svuota del contenuto la loro dottrina rivoluzionaria, se ne smussa la punta, la si avvilisce. La borghesia e gli opportunisti in seno al movimento operaio si accordano oggi per sottoporre il marxismo a un tale "trattamento". Si dimentica, si respinge, si snatura il lato rivoluzionario della dottrina, la sua anima rivoluzionaria. Si mette in primo piano e si esalta ciò che è o pare accettabile alla borghesia. Tutti i socialsciovinisti - non ridete! - sono oggi "marxisti". E gli scienziati borghesi tedeschi sino a ieri specializzati nello sterminio del marxismo, parlano sempre più spesso di un Marx "nazionaltedesco" che avrebbe educato i sindacati operai, così magnificamente organizzati per condurre una guerra di rapina!”
    Cambiate i soggetti dell’invettiva leniniana, che so’ con gli interpreti del Marx che avrebbe anticipato la globalizzazione o con quelli che si servono di Marx per perorare la decrescita e vedrete che l’uomo della Lena non la pensava così diversamente da noi. E ora buona lettura. (G.P.)


    Alcuni anni fa aveva trovato una certa risonanza il tentativo di collegare in maniera più stretta le problematiche ecologiche con il marxismo. Esiste ancora in circolazione una rivista, erede di quella che negli anni novanta ebbe una certa diffusione, che però attualmente pubblica solo un numero monografico ogni anno. Uno dei testi fondativi del cosiddetto ecomarxismo fu pubblicato dall’economista James O’Connor negli U.S.A col titolo Capitalism, Nature, Socialism (1988). Nella traduzione italiana del 1990 si legge:<< il punto di partenza di una teoria “ecomarxista” della crisi economica e della transizione al socialismo è la contraddizione tra i rapporti di produzione (e le forze produttive) capitalistici e le condizioni della produzione capitalistica […]. Marx ha definito tre tipi di condizioni di produzione. Il primo tipo riguarda “le condizioni fisiche esterne”, o gli elementi naturali che entrano nel capitale costante e in quello variabile. Il secondo tipo riguarda la “forza lavoro” dei lavoratori, definita come “le condizioni personali della produzione”. Il terzo tipo è quello cui Marx si riferisce quando parla delle condizioni comunitarie, generali della produzione sociale, e cioè delle reti di comunicazione.>> Insomma O’Connor rileva che le forze produttive - ovvero la forza lavoro e i mezzi di produzione comprese le infrastrutture e i mezzi necessari per il trasporto di cose attraverso il territorio – sono composte da una parte fornita dalla ricchezza naturale e dalla dotazione biologica degli esseri viventi e in particolare da coloro che compongono quella che chiamiamo “ l’umanità” e da un’altra che è il risultato del lavoro umano esercitato, comunque sempre, tramite mezzi e oggetti di lavoro che sono già ricchezza naturale trasformata ovverosia “prodotti”, valori d’uso lavorati. Un successivo breve passo del saggio citato sopra ci aiuterà a capire che la teoria ecomarxista non si è propriamente negli ultimi anni “defilata” ma, piuttosto, si è progressivamente indirizzata verso una prospettiva che non ha più nulla a che fare con nessuna delle tradizioni marxiste e tantomeno con il fondatore del marxismo stesso. Scrive infatti O’Connor:<<un “socialismo ecologico” sarebbe diverso da quello immaginato dal marxismo tradizionale, primo perché – sotto il profilo delle “condizioni di produzione” – la maggior parte delle lotte assumono una dimensione “romantico-anticapitalista”, e cioè sono “difensive”, più che “offensive”; secondo, perché è ormai diventato evidente che, nel capitalismo, la tecnologia, le forme del lavoro, ecc., incluso l’ideologia del progresso materiale, sono diventati parte del problema, e non la sua soluzione.>> Il suo “erede”, il maggiore teorico della decrescita S. Latouche, in un saggio del 2004, perciò, scrive:<<In sostanza, per alcuni lo sviluppo è la fonte di tutti i mali mentre per altri esso costituisce la soluzione miracolosa di tutti i problemi. Vi è da una parte chi milita in favore di un problematico “altro” sviluppo (o di una non meno problematica “altra” mondializzazione) e dall’altra chi, come noi, intende uscire dallo sviluppo e dall’economicismo. […] Dopo il fallimento del socialismo reale e lo scivolamento vergognoso della socialdemocrazia verso il social-liberalismo [Il termine usato mi pare infelice. Il socialismo liberale è concettualmente e storicamente tutt’altra cosa dal “liberalismo di sinistra” - che ha avuto il suo padre “nobile” in John Rawls – e cercheremo di argomentare attorno a questa interessante questione in un prossimo intervento. N.d.R.], queste analisi possono contribuire a ripensare in modo nuovo una società veramente alternativa alla società di mercato e a partecipare alla sua costruzione.>> Ora, però, proviamo a riprendere il “filo” del nostro precedente intervento riallacciandoci alle tematiche dei sostenitori di quello che Latouche chiama “altro sviluppo”. I professori di chimica fisica Enzo Tiezzi e Nadia Marchettini in un libro del 1999 scrivono:<<Nel 1987 il rapporto Brundtland delle Nazioni Unite aveva riportato una definizione cornice di sviluppo sostenibile: “Lo sviluppo è sostenibile se soddisfa i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere le possibilità per le generazioni future di soddisfare i propri bisogni”>> Facendo riferimento alle riflessioni del prof. D. Pitea i due autori continuano:<< Il concetto di sostenibilità può essere espresso mediante un sistema di indicatori. Fondamentalmente però, ed è quello che si vuole qui mettere in evidenza, si tratta di un concetto che trova le sue radici in tre giudizi di valore.
    a) Uguaglianza di diritti per le future generazioni. Questo giudizio afferma il diritto alle risorse della Terra per gli individui che vivranno in futuro e assume, come uno dei principi guida dell’azione politica, la giustizia fra le generazioni.>> Il secondo giudizio di valore consiste nella <<trasmissione fiduciaria di una “natura intatta”>> e si articola nelle due posizioni di cui si è già parlato nello scorso intervento relativamente alla “sostenibilità debole” e “forte”. Come il prof. Daly nel precedente articolo, anche il prof. Pitea (citato da Tiezzi e Marchettini) non è, però, molto chiaro in alcuni punti della sua esposizione; nel caso della sostenibilità debole il principio base consiste nel mantenere, anche per il futuro, <<una somma costante di capitale materiale e di capitale naturale>>. Subito dopo, comunque, si specifica che un eventuale andamento decrescente del capitale naturale inteso come “fondamenti naturali della vita” può essere compensato, nella teoria della “sostenibilità debole”, da <<un aumento del valore reale dei beni prodotti>>. Ancora una volta i nostri professori non riescono a distinguere bene tra valore d’uso e valore di scambio perché anche se per “valore reale” dei beni si volesse intendere la loro utilità bisognerebbe comunque poi trovare il modo di sommare le varie utilità e determinare un loro equivalente in moneta per potere fare dei confronti e dei calcoli. Il confronto dovrebbe essere fatto, in una prospettiva ecologica pura, tra il “capitale naturale” perso e il “capitale materiale” prodotto, in termini qualitativi e di utilità (benessere sociale e naturale), ma dovendosi trovare strumenti per una comparazione di carattere economico - e quindi risultando decisivo il poter determinare quanto è necessario produrre per la “compensazione” - non si può prescindere da una valutazione monetaria. Si tratta, mi sembra, di un problema che è necessario risolvere. Riguardo alla “sostenibilità forte”, che Pitea ritiene l’unica opzione accettabile, così egli si esprime:<<la sostituzione del capitale naturale con capitale materiale è possibile solo in misura limitata>> ed è quindi <<necessario evitare almeno i danni materiali irreversibili. A ciascuna generazione, la Terra, con le sue risorse, è assegnata in modo fiduciario e ciascuna generazione ha il dovere di lasciare alle generazioni future una natura “intatta” (ossia, in condizioni equivalenti)>>. Il terzo giudizio di valore, di cui Pitea parla, riguarda la giustizia internazionale:<<Non solo le generazioni future devono avere il diritto di godere di una “natura intatta” ma, all’interno di una stessa generazione, l’uguaglianza di possibilità a livello mondiale deve essere considerata un elemento costitutivo: ciascun individuo ha diritto a un “ambiente intatto”. La dimensione della giustizia internazionale pone quindi i fondamenti per un equilibrio di interessi tra i paesi sviluppati (il Nord del pianeta) e i paesi sottosviluppati o in via di sviluppo (il Sud).>> Ma già la definizione di sviluppo sostenibile che è riportata nel rapporto Brundtland pone alcuni problemi di fondo che richiedono attenzione. Certamente bisogna confrontare e valutare i diritti delle generazioni future e di quelle attuali ma quando ci trovassimo nella situazione che per salvaguardare i sacrosanti e legittimi diritti dei nostri figli, nipoti e pronipoti venisse richiesto una rinuncia ad un certo livello nel tenore di vita presente, magari per classi e popoli che non nuotano nell’oro, chi effettuerà la corretta valutazione riguardo alla ripartizione dei sacrifici e ancor prima chi opererà le scelte specifiche, numerose e difficili, e in che maniera, con quali procedure verranno fatte queste scelte ? Se poi parliamo dei paesi il cui sviluppo è maturato entro il “terzo quarto” del XX secolo e li confrontiamo con i paesi che sono diventati “emergenti” nella fase successiva - nella quale i problemi della sostenibilità dello sviluppo, secondo gli economisti ecologici, è diventata una vera e propria “emergenza planetaria” – dovremo, seguendo le ipotesi degli ambientalisti, prima di tutto, stabilire a chi spetterà di decidere a quale tenore di vita “dovranno arrestarsi” questi paesi emergenti, non solo per salvaguardare i nostri discendenti, ma soprattutto per garantire le nostre (dell’Occidente e del Giappone) esigenze economiche e ambientali. In un breve articolo di commento all’ultimo libro di Latouche, apparso sul Corriere del 22.03.2008, Carlo Formenti pone alcuni problemi che mi pare possano riguardare anche i sostenitori di una teoria “forte” dello “sviluppo” –messo tra virgolette perché Herman Daly, ad esempio, preferisce piuttosto parlare di “stato stazionario”- sostenibile. Scrive Formenti che secondo Latouche <<basta invertire il flusso del tempo, tornando alla produzione degli anni Sessanta, e “rilocalizzare” economia e politica, contenendole nei limiti di entità spaziali omogenee sul piano geografico, sociale e storico.>> Ma, continua Formenti, <<è bizzarro immaginare che il processo di globalizzazione, dotato di mostruosa inerzia, possa essere “ricacciato nella bottiglia”; né meno bizzarro, per un pacifista che parla di “serena” transizione alla decrescita, è rimuovere il fatto che, almeno finora, i tentativi di rilocalizzazione identitaria hanno prodotto solo inaudite violenze [e per di più sono diventate spesso, su larga scala, un elemento per alimentare crescita e sviluppo nelle aree meno sviluppate: tutto il contrario della decrescita o dello sviluppo ambientalmente compatibile. N.d.R.]>> Per concludere Formenti pone a Latouche e compagnia un paio di belle domande:<< se, come ammette lo stesso Latouche, la servitù dei sudditi del mondo globalizzato “è più volontaria che mai”, come pensa di cambiare il loro immaginario consumista? Tutti nei campi di rieducazione (un vizio in cui le “rivoluzioni culturali” cadono spesso) ?


    postato da: RIPENSAREMARX



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    TUTTO TORNA, MA DIVERSO di G. La Grassa


    Presentazione di G.P.

    Vi proponiamo sul nostro sito (www.ripensaremarx.it) il saggio di Gianfranco La Grassa “TUTTO TORNA, MA DIVERSO” il cui titolo evoca quel concetto di ricorsività delle epoche storiche più volte enunciato dal Nostro in numerosi altri scritti. In tal senso, si può ben dire che Historia magistra vitae est anche se forme e manifestazioni del suo divenire, almeno quelle che essa ha già “vestito”, non possono essere proiettate linearmente nel futuro, il quale resta tutto da scoprire essendo aperto a molte possibilità di svolgimento.
    Sotto questo punto di vista, è indubitabile che oggi il concetto di modo di produzione capitalistico o le acquisizioni rinvenienti dalla teoria del valore (in quanto base di smascheramento dell’estorsione del pluslavoro nel processo produttivo) sono ancora valide per interpretare alcuni aspetti della formazione(i) sociale(i) espressione del sistema capitalistico (anche se non la esauriscono), ma è altrettanto chiaro che i mutamenti prodottisi negli ultimi cento anni e passa ci costringono ad abbandonare tutte quelle previsioni che si sono rivelate errate o lontane dalla realtà.
    Trovandoci in una fase transeunte nella quale non si ha una “visuale” privilegiata dello sviluppo dei complessivi fenomeni sociali, occorre procedere a piccoli passi anche facendo qualche “schematico” confronto con i periodi precedenti, tenendo però sempre ben in evidenza le avvertenze di cui parlavo poco sopra.
    Per esempio, La Grassa volgendo lo sguardo a ritroso, individua una certa similarità tra la fase storica presente e quelle passate che sono poi sfociate in grandi trasformazioni epocali. Tra queste ne vengono indicate alcune: la Rivoluzione Francese, i moti del 1848 e la Rivoluzione d’Ottobre.
    Subito dopo la caduta dei grandi ideali che animarono la Rivoluzione Francese (liberté, egalité fraternité) divennero definitivi alcuni grandi cambiamenti che avevano attraversato il “laboratorio di decantazione” settecentesco ma che si erano comunque dispiegati in maniera abbastanza differente rispetto a quanto immaginato dai giacobini e, soprattutto, dagli strati più bassi della società francese (penso ai sanculotti) che avevano partecipato attivamente a tali avvenimenti.
    Di pari “quota” fu anche il 1848, momento topico in cui esploderanno forti tumulti in tutta Europa, frutto di una lunga decantazione anteriore che precisò la consistenza di dinamiche generali fino ad allora ancora difficili da abbracciare nella loro totalità. Di fatti, prima che esplodesse la fase delle sollevazioni “quarantottesche” erano state elaborate molte teorie utopistiche - ognuna con la pretesa di saper riconoscere i futuri scenari secondo i quali sarebbe stata progettata la società dell’avvenire - che, alla prova dei fatti, risultarono del tutto incapaci di accostarsi alle fogge fenomeniche di detti rivolgimenti e delle conseguenti trasformazioni.
    Possiamo, pertanto, sostenere che il movimento della storia è colto dal pensiero secondo una scala di gradualità, la quale si fa più precisa mano a mano che vengono a dispiegarsi le contraddizioni sociali principali e gli attori che si confrontano sulla scena della storia.
    Ad esempio, molto spesso le nobili aspirazioni dei rivoluzionari più radicali, si sono scontrate con punti di “approdo” non preventivati che testimoniavano della non coincidenza tra movimento ideale (quello che aveva alimentato la loro conflittualità) e sostanza effettiva dei cambiamenti verificatisi. Quando ciò è accaduto, di fronte al tradimento dei presupposti ispiratori del movimento trasformativo, i pensatori più massimalisti hanno reagito facendo fiorire una serie di utopie romantiche e reazionarie (Owens, Fourier ecc. ecc.) atte a riprodurre un “mondo perduto” e idilliaco legato alla visione dei gruppi sociali stritolati dalla metamorfosi sociale.
    Se tale indicazione di principio è valida è, altresì, innegabile che nessuna teoria scientifica può però essere elaborata con precisione se le antinomie essenziali che attraversano il panorama societario non sono venute “tangibilmente” allo scoperto. Tuttavia, chi in quella nebulosa, riesce ad individuare qualche punto fermo può, in seguito, farsi trovare preparato di fronte alla “sedimentazione” dei processi storici.
    Marx ed Engels scrissero il Manifesto del Partito Comunista nel 1847 perché in quel momento si stava consolidando lo scontro frontale borghesia-proletariato, potendone, altresì, derivare conseguimenti conoscitivi più precisi che portavano la teoria “dal sentiero dell’utopia alla strada della scienza”. Dal Terzo Stato erano venute fuori due classi (appunto borghesia e proletariato) che saranno protagoniste di tutta una fase e delle quali Marx aveva seguito con pazienza il compattamento, secondo un’ ipotesi “preventiva” di polarizzazione sociale sempre più accentuata.
    Per questo La Grassa sostiene, a ragione, che “Nessuno, nemmeno due volte più geniale di Marx, avrebbe mai potuto scrivere Il Manifesto (elaborato nel 1847 e uscito nel gennaio del 1848) dieci o vent’anni prima”. Finché i sommovimenti in seno alla società non vengono a circostanziarsi, raggiungendo un certo grado di maturità, la corrispondente lettura teorica resterà approssimativa e sempre soggetta ad errori grossolani di definizione e di previsione. Non è un caso che lo stesso Marx parlerà di contrapposizione tra capitale-lavoro (e dunque di borghesia contro proletariato) potendone però specificarne sempre meglio le forme lungo tutto l’arco della sua produzione teorica che sarà sistematizzata solo con l’elaborazione del I libro del Capitale (1867). Nel 1871 (la Comune parigina), dopo più di vent’anni dalla redazione del Manifesto e dopo pochi anni dall’uscita del Capitale, Marx potrà dare finalmente un “volto” alla “forma finalmente scoperta” della dittatura proletaria (da lui abbozzata teoricamente), in quanto manifestazione concreta di un possibile passaggio dal capitalismo alla società comunista.
    Detto ciò, diviene fondamentale il parallelo fatto da La Grassa tra il Terzo Stato e il nostro concetto ripostiglio di “Ceto Medio” che raccoglie un ammasso di figure sociali e di profili lavorativi differenziati per fasce di reddito e per cultura. Soltanto allorquando la precipitazione dei processi storici condurrà ad un conflitto dirompente all’interno della società si potranno sceverare, inforcando adeguate lenti teoriche, le possibili alleanze e le convergenze utili alla costruzione di uno o più blocchi sociali antisistemici. Ma a questa possibilità occorrerà prepararsi senza rincorrere i romanticismi utopici che abbondano in questa fase (proprio come nelle stagioni di riflusso delle precedenti epoche storiche), “calando” sulla realtà una rete teorica a maglie larghe, fino a che non sarà possibile elaborare “teorie sufficientemente semplici come quelle del modo di produzione e del valore nel pensiero di Marx (La Grassa)”.
    In sostanza, dopo ogni grande esplosione rivoluzionaria, anticipata da una fase di decantazione, si producono importanti trasformazioni che, tuttavia, possono non corrispondere ai progetti iniziali dei gruppi che cavalcano tali processi, nonostante questi siano convinti di stare governando il cambiamento. In seguito, può anche generarsi (è questo il caso dei bolscevichi), alle spalle di tali soggetti, una falsa coscienza necessaria con la quale si continuano a mantenere certe aspirazioni attraverso precise parole d’ordine mentre, nei fatti, si sta procedendo lungo binari del tutto differenti (basti pensare alla cominciata e mai realizzata “costruzione del socialismo” in URSS nonostante la classe dirigente sovietica continuasse imperterrita a rubricare la sua azione sotto questa voce).
    Sta di fatto che siamo in una situazione in cui il vecchio sistema categoriale è quanto mai ineffettuale e ci spiega sempre meno delle tensioni che attraversano i raggruppamenti sociali e la stessa riproduzione sistemica.
    La Grassa dice esplicitamente che la situazione nella quale siamo immersi è molto più simile al 1830 che non al 1848 o al 1917. Non si sono ancora verificate quelle condensazioni (sociali e storiche) che possono consentirci di dipanare al meglio la struttura verticale della formazione(i) capitalistica particolare o la segmentazione spaziale di quella globale. Siamo nel campo delle ipotesi (ma non in quello dell’azzardo) e degli aggiustamenti incessanti che dalla teoria ci rinviano alla pratica e da questa ancora alla prima, passaggi utili a calibrare, con sempre maggiore accuratezza, le lenti teoriche che ci restituiscono immagini ancora “sdoppiate”.
    Abbiamo, nondimeno, la consapevolezza di dover combattere, in questo “stadio”, una dura battaglia per sgombrare il campo dai detriti stratificatisi delle ideologie del passato, siano quest’ultime conservative o falsamente rivoluzionarie. Da un lato, il liberismo e lo statalismo, teorie logore e speculari che alternando le loro falsità a seconda della congiunture (più o meno sbilanciate sul primo versante quando la situazione economica è stabile o in crescita, totalmente schiacciate sul presunto ruolo riequilibratore dell’organismo pubblico, quando le disparità tra le classi sociali si fanno incipienti, soprattutto nei periodi di crisi) si sottomettono in ogni caso ai voleri della prepotenza statunitense. Dall’altro, le teoresi nostalgiche e “fuori tempo”, tanto di estrema destra che di estrema sinistra, sempre in attesa di una crisi più o meno definitiva del capitalismo che riporti l’orologio della storia indietro di un centinaio di anni. In mezzo a queste correnti è tutto uno sbocciare di pensieri prêt-à-porter che mutano come le mode (inutile dire a chi mi riferisco tanto lo sapete già) e sono terreno di cultura di ideologie di disorganizzazione e indebolimento, in grado al massimo di aprire la strada, con modalità di particolare durezza, allo schiacciante predominio di forze o apertamente reazionarie…o rivoluzionarie dentro il capitale (G. La Grassa) ”.
    Dietro queste dottrine ci sono i nemici da combattere: il campo sociale deve essere ripulito da tutta la gramigna affinché questa non distrugga la parte sana del seminato.



    ARDITI NON GENDARMI


  4. #4
    sionismo = infamità
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    Cosa dovremmo fare secondo G.L.G.? Uno dei pochi insieme a Lorenzo Parodi che sostenga la costruzione della TAV, ora intende forse sostenere il nucleare e via dicendo, al pari dei Veltroni-Berlusconi-Casini?

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Scapigliato" Visualizza Messaggio
    Cosa dovremmo fare secondo G.L.G.? Uno dei pochi insieme a Lorenzo Parodi che sostenga la costruzione della TAV, ora intende forse sostenere il nucleare e via dicendo, al pari dei Veltroni-Berlusconi-Casini?
    In effetti alcune volte mi chiedo anch'io fino a che punto una politica di potenza, così come richiesta da GLG, possa portare a combattere il sistema... Spesso mi pare che la direzione sia quella di un capitalismo nazionale...

 

 

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