Un modello per la destra
Teocratico o tradizionalista che sia, il pensiero controrivoluzionario formula una critica della democrazia che servirà da modello, lungo tutto il corso del XIX secolo, agli autori, di destra come di sinistra, che vorranno confutare l'illusione dei «diritti dell'uomo». L'uomo in realtà non esiste, esistono solo gli uomini concreti, dicono Edmund Burke e Joseph de Maistre; l'uguaglianza è astratta, la disuguaglianza è reale, e un regime che proclama gli uomini uguali non è che una menzogna: la critica della democrazia «formale», dai romantici a Marx a Taine e oltre, affonda le sue radici in questo precoce rifiuto dei valori universali proclamati dalla rivoluzione francese. Ma per i controrivoluzionari, i diritti dell'uomo e la democrazia non sono solo una menzogna, ma anche una aberrazione nichilistica. Attribuendo agli individui la sovranità assoluta, esercitata secondo la legge del numero, cioè delle maggioranze, essa produce nell'uomo moderno una sorta di delirio di onnipotenza, dischiudendo la possibilità di un agire incondizionato, secondo il capriccio della volontà, o dell'interesse. È la via libera al relativismo: purché la maggioranza lo voglia, non vi è cosa che non sia lecita. La considerazione puramente razionale e quantitativa degli individui è inoltre un fattore distruttivo che opera tanto nella sfera morale che in quella estetica: esso dissolve, come fossero ridicoli pleonasmi, gli abiti e gli artifici con cui l'uomo civilizzato cerca di occultare i difetti della propria natura; volendo, in nome della verità, denudare il mondo, esso decreta la fine del gusto, dell'eleganza, della distinzione cavalleresca, del cerimoniale cortese. «In questo nuovo ordine di cose», scrive Burke al culmine di una invettiva contro l'Illuminismo razionalista, «un re non è altro che un uomo; una regina non è altro che una donna; una donna non è altro che un animale, e non di prim'ordine». Dietro la critica dell'ugualitarismo democratico, si affaccia il disgusto per il materialismo della società borghese e per il potere ugualitario del denaro.
Le due grandi componenti del pensiero controrivoluzionario, quella tradizionalista, rappresentata da Burke, e quella «teocratica», rappresentata da Bonald e Maistre, accomunate da un medesimo rifiuto della rivoluzione francese, finiranno per assumere figure storiche divergenti, e avranno, ciascuna, un peso differente nello sviluppo del pensiero politico francese: è piuttosto nella forma della dottrina teocratica, infatti, che la controrivoluzione alimenterà prima il partito ultra sotto la restaurazione e poi la corrente legittimista dopo il 1830. Certo, una distinzione tra queste due posizioni non può essere tracciata con troppo perentoria nettezza, giacché esse condividono la medesima polemica antirazionalista e antivolontarista, fondata su una concezione pessimista della natura umana, che è la base solida su cui si costruisce l'intero edificio della loro dottrina politica. Ma l'antiumanesimo di Burke, come si è visto, sbocca in una intuizione della storia rigorosamente immanentista: il sentimento della fragilità umana e dell'onnipotenza divina viene risolto e stemperato in una sostanziale fiducia nell'opera costruttiva del tempo e nella collaborazione delle generazioni, da cui si origina la civiltà, che è un rivestimento nobile e dignitoso della povera natura dell'uomo.
Da Controrivoluzione, Massimo Boffa




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