Da L'opinione
Mercati in crisi
Le banche prima hanno macinato utili
E ora chiedono l’intervento dello stato
L’economia e la guida politica
di Biagio Marzo
Chi l’avrebbe detto che l’ideologia mercatista sarebbe entrata in crisi per colpa della dissennata politica creditizia delle Banche? E chi l’avrebbe detto che proprio i colpevoli, i banchieri, ora sono quelli che stanno invocando l’entrata in campo dello Stato per salvare il salvabile? La Bank of England è intervenuta salvando la Northern Rock, altrettanto ha fatto la Federal Reserve, con l’aiuto di Jp Morgan Chase, nei confronti della Bear Stearns in pieno fallimento. Il che significa che la deregulation è risultata più dannosa che positiva. Alla lunga, si è capito che l’economia non può fare a meno della guida politica. Le prime avvisaglie si sono già viste dopo l’11 settembre 2001. In quella tragedia umana ed economica la politica non poteva giocare più un ruolo ancillare. Dopotutto, la globalizzazione aveva finito di far sognare i popoli e aveva mostrato le sue prime crepe. Il ricorso alla politica era un passo obbligato per dare certezza, dal momento che era fallita la missione di democrazia e di libertà del mercato globale. Solo la politica poteva determinarle (democrazia e libertà), senza togliere nulla al mercato, ma senza neanche aggiungere poteri miracolosi. Sicché, John Maynard Keynes è ritornato a dire la sua alla faccia dei fondamentalisti liberali.
Cosicché, pure il protezionismo che fino allora era considerato morto e sepolto, ha fatto la sua rentrèe. Nel nostro Paese è stata riscoperta l’italianità, quando però i buoi sono ormai scappati dalla stalla. Molto è nelle mani straniere e il poco che bisogna salvare è tanto dissestato che non varrebbe la pena tenerlo sotto bandiera nazionale. Su Alitalia si sta facendo l’ultima battaglia ma è già di retroguardia avendo perso la finanza e buona parte dell’apparato industriale. L’ultimo baluardo del manifatturiero è il gruppo Fiat, ma non è tutto oro quello che luccica. In Italia, con la scusa che l’economia pubblica era una disgrazia per la crescita del Paese, le aziende e le banche con la caratteristica statale sono state vendute a saldi. Adesso c’è chi versa lacrime di coccodrillo e farebbe di tutto per ritornare all’Iri. Se l’economia è segnata da una forte recessione è tutta colpa da chi ha gonfiato bolle in serie. La Fed di Greenspan non ha fatto altro che inventarsi boom: da quello hitgh-tech a quello immobiliare. I banchieri hanno fatto profitti, adesso per non pagare in prima persona si rivolgono allo Stato che, cacciato dai “neoliberisti hardocore” dalla porta, fa il proprio ingresso dalla finestra.
La festa è finita, dopo aver consumato alla grande la torta degli utili, teorizzano che il conto in rosso dovrebbe passare per il pagamento allo stato Pantalone. Sulla strada della recessione made in Usa hanno abbandonato, loro malgrado, la fede del mercato convertendosi a quella dello Stato. Vale a dire che i contribuenti dovranno farsi carico della crisi. E proprio i nuovi tartassati dovranno sborsare una somma da capogiro per fronteggiare la crisi finanziaria provocata da una politica creditizia ad usum delphini. Una crisi che ha il proprio baricentro negli Usa. Ma la sua onda lunga toccherà seriamente anche l’Europa per via della crisi del mercato immobiliare che si è aperta drammaticamente, in special modo, in Spagna e in Irlanda. Insomma, i fattori di crisi sono i mutui subprime e i derivati. La recessione è galoppante e andrà speditamente oltre il 2009, con conseguenze imprevedibili. Ai tempi delle vacche grasse, quando abbondavano i profitti, si esorcizzava lo Stato imprenditore e azionista come colpevole di tutti i mali del mondo, ora si supplica l’intervento del “despota benevolo”. Non è la prima volta, e non sarà l’ultima, che accade che le crisi finanziarie colpiscono singoli paesi e aree continentali: la crisi asiatica prima, poi quella russa e poi ancora quella argentina, i bond tango per intenderci, e, alla fine, quella americana.
E queste crisi non sono passate senza procurare effetti negativi. A ben vedere, hanno creato terremoti sociali e crolli politici, così come accadde con la crisi del ’29. Anche allora si ebbero crolli politici: in Germania, con la fine della Repubblica di Weimar, ci fu all’avvento hitleriano. Allora come ora, sono i ceti più deboli a pagare i costi maggiori, mentre quelli ricchi vengono soltanto sfiorati. E, guarda caso, si chiede l’intervento della mano statale. Il cambio di ciclo potrà avvenire grazie all’intervento pubblico ma prima, però, le banche dovrebbero farsi un sano esame di coscienza. Naturale che debbano intraprendere una campagna di trasparenza, esaminando i bilanci interni e togliendo il marcio. Dopodiché, con le carte in regola, possono andare sul mercato e raccogliere nuovi capitali. Con le iniezioni di liquidità per centinaia e centinaia di miliardi di dollari, su cui dovranno misurarsi direttamente le banche (alle quali le Banche centrali non potranno sottrarsi), il mercato non sarà più il medesimo, vuoi per via del salvataggio statale vuoi per il varo di una regolamentazione che, piaccia o no, deve entrare in vigore, e che dovrà essere a misura dei problemi del mercato del credito. Sebbene le due Banche centrali abbiano trovato il modo di sincronizzare le loro iniziative: la Fed lotta per ristabilire il normale funzionamento dei mercati finanziari, la Bce, viceversa, per impedire l’aumento dell’inflazione che ha avuto una forte impennata e quindi non riduce i tassi di interesse.
Tutto dovrà essere rivisto: dai poteri inadeguati rispetto ai cambiamenti intervenuti all’interno della politica del credito e del mercato. La struttura della regolamentazione è invecchiata, essendo ferma agli anni ’50. Resta il fatto che mancano veri e propri poteri di vigilanza, supervisione e risorse patrimoniali per fronteggiare i rischi, come quello in corso. Il bello è che finora le banche se ne sono infischiate dei rischi, perché hanno praticato la filosofia della “botte piena e la moglie ubriaca”. Cioè, “pingui commissioni, zero rischi, quindi zero oneri di capitale”. Alla luce della crisi dei mutui e del credito, Henry Paulson ha avanzato la proposta di fornire la Fed di una super Authority capace di far fronte ai devastanti terremoti finanziari. Oltretutto, le grandi banche d’affari sono intrecciate tra loro e, di conseguenza, con tutti gli altri operatori finanziari in circolazione sul mercato. Ciò, come visto, ha effetti devastanti, perché quando si inceppa una rotella del meccanismo, la struttura economica a cascata entra in avaria. Per cui occorre una iniziativa a livello di G7, il prossimo 11 aprile. Il Forum sarà presieduto da Mario Draghi e sarà l’occasione per mandare un segnale per una politica di forte sentire nei confronti della recessione. Intanto lo Stato ritorna, e deve mettercela tutta per evitare disastri dalle conseguenze imprevedibili per le popolazioni del pianeta.




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