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Discussione: Mitica D'Angelo

  1. #111
    Ribelle senza gloria
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    alla fine dei conti ci sono troppi partiti comunisti...io voterò solo alla camera...sono ancora in fase di pensiero acuto...al momento sono sempre orientati di più verso la SA...ma utilizzerò questi giorni per decidere tra loro e SC...è che da una parte c'è il partito dov'ero iscritto, quello dei Comunisti Italiani, ma c'è un leader che giorno dopo giorno mi sta scadendo sempre di più...dall'altra c'è un leader nuovo e che mi piace come ideologie...ma che fa parte di un partito ancora ininfluente...allora ho il sospetto che per fare la mia parte votando contro Berlusconi e nello stesso tempo scegliendo un partito comunista rimane la SA...

  2. #112
    Kether è Malkuth del NM
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    Citazione Originariamente Scritto da Mat Kava Visualizza Messaggio
    L'ingresso di Idea Sherwood ha rivoluzionato il modo di questo forum di rapportarsi col gentil sesso..
    questa me l'ero persa

  3. #113
    Kether è Malkuth del NM
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    Citazione Originariamente Scritto da EL ROJO Visualizza Messaggio
    Quando una donna parla cosi' di un'altra donna tendenzialmente quest'ultima è un cesso.





    p.s. scherzo, dai... la compagna D'Angeli non è il mio tipo ma puo' anche piacere.
    infatti è un cesso.

  4. #114
    Kether è Malkuth del NM
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    Citazione Originariamente Scritto da bsiviglia Visualizza Messaggio
    Guarda, non so cosa abbia detto Bertinotti. Quello che ho sentito dire dalla D'Angeli è che era a favore del popolo tibetano e che la Cina univa il peggio di due totalitarismi: il burocratismo totalitario e il capitalismo selvaggio, affermazione quest'ultima sotto la quale io metterei la firma. Per quanto riguarda i monaci, il mio pensiero è questo: se ai tibetani vanno bene i monaci, che se li tengano; allo stesso modo, se agli iraniani stanno bene gli ayatollah o agli afghani i mullah, che se li tengano. Non c'è davvero bisogno che qualcuno (chiunque sia) vada ad esportare democrazia o a combattere la teocrazia al posto loro sulle canne dei fucili.
    però almeno studiare un minimo prima di spararle non sarebbe proprio male...

  5. #115
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    Citazione Originariamente Scritto da Palvesario Visualizza Messaggio
    però almeno studiare un minimo prima di spararle non sarebbe proprio male...
    Come volevasi dimostrare. Slogans e frasi fatte. Contestarmi nel merito, così che io possa controbattere nel merito, no, eh? Le solite frasette: "studia" e altre similari da ragazzini attaccabriga. Ma con me non attacca. Dati, cifre e fatti, non chiacchiere e slogans, please.

  6. #116
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    Comincio io (ovviamente nel merito, per esempio della Cina)

    La Cina e le imprese irresponsabili

    Se ne sono accorti. Molte compagnie cinesi perseguono ciecamente il profitto calpestando qualunque principio di responsabilità sociale e in Cina questo non può essere tollerato a lungo. Lo ha detto Cheng Siwei, vice-chairman della Commissione Permanente del Congresso Nazionale del Popolo, il Parlamento cinese, in un articolo pubblicato dal China Economy Weekly, organo del partito. Operai nelle miniere costretti a dure condizioni di lavoro, materiale scadente usato per produrre prodotti alimentari, scarichi inquinanti nei fiumi, sono alcune delle pratiche citate da Cheng. La società dalla imprese non si aspetta solo che producano profitto, ma anche uguaglianza e giustizia sociale. Quello che non si capisce è dove sia stato il dott. Cheng negli ultimi 20 anni. (Fonte: www.chinaview.cn)

  7. #117
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    Citazione Originariamente Scritto da bsiviglia Visualizza Messaggio
    Dati, cifre e fatti, non chiacchiere e slogans, please.
    Mah, forse sarebbe bene determinare in cosa consista il "popolo tibetano": tutti quelli che abitano lì o solo quelli etnicamente "puri"? Una volta stabilito questo andrebbe visto se il "popolo tibetano" preferisce essere governato dai monaci (la cui esistenza non mi pare messa in discussione da nessuno) o dalle istituzioni attuali. Secondo me si danno per scontate troppe cose...

  8. #118
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    29/03/2007 119
    CINA
    Sottopagati i lavoratori cinesi di McDonald's, Kentucky Fried Chicken e Pizza-Hut
    Un quotidiano cinese afferma che i giganti americani dela ristorazione retribuiscono i dipendenti part-time meno del minimo salariale. Lavorano anche 10 ore di seguito senza pause e senza diritti. Dopo la denuncia di un giornale, ora le autorità svolgono indagini, alle quali le società dicono di collaborare. Intanto molti dipendenti preannunciano cause legali.
    Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Cinque/sei yuan (65/77 centesimi di dollaro) l’ora: è la paga che i giganti della ristorazione veloce McDonald’s, Kentucky Fried Chicken (KFC) e Pizza-Hut danno in Cina ai dipendenti part-time. E ora questi le chiameranno in giudizio. La denuncia è del quotidiano New Express Daily di Guangzhou che, dopo mesi di accertamenti, rivela che le tre ditte pagano i lavoratori part-time molto meno dei minimi salariali previsti per legge e li fa lavorare quanto un dipendente a tempo pieno, senza riconoscere loro i relativi vantaggi.

    Secondo il quotidiano, la McDonald’s paga i dipendenti part-time 5,3 yuan l’ora a Guangzhou, 5,1 yuan a Dongguan e “più di 5 yuan” a Shenzhen. Sempre a Guahgzhou, la Pizza-Hut li paga 5,8 yuan l’ora e la KFC 5,5 yuan l’ora. La legge del Guangdong dice che i dipendenti a tempo parziale debbono ricevere almeno 7,5 yuan l’ora nelle grandi città come Guangzhou, 6,6 nella città di medie dimensioni come Dongguan e Zhuhai e 5,8 yuan in quelle piccole. La paga minima varia secondo la zona: a Pechino è di 550 yuan al mese, mentre nella più ricca Shanghai è di 650 yuan.

    Il quotidiano riporta i racconti di alcuni lavoratori. Uno studente universitario che lavora nel McDonald’s di Guangzhou racconta che l’orario arriva a 10 ore quotidiane senza pausa per il pasto. “Noi – spiega – dobbiamo lavorare veloci tutto il tempo e non possiamo prenderci pause”. Wang Huapinq, coautrice dell’indagine, dice che circa il 70% dei dipendenti part-time sono studenti e si chiede “come possano studiare, dopo un simile massacrante orario di lavoro”.

    La legge prevede che chi lavora più di 5 ore al giorno e di 30 ore a settimana va considerato un dipendente a tempo pieno con tutti i conseguenti diritti, come le ferie pagate. Ma KFC e Pizza-Hut non riconoscono questi diritti a chi è assunto come lavoratore part-time, qualsiasi orario poi lavori.

    Secondo dati ufficiali, McDonald’s e KFC hanno circa 3mila punti ristoro nel Paese con circa 200mila dipendenti. Oggi la McDonald’s in una dichiarazione dice che ha sempre rispettato le leggi e che sta collaborando con le autorità del lavoro “per chiarire la situazione”. Mentre la Yum Brands Inc. (per KFC e Pizza-Hut) sostiene che ci può essere stata incertezza se gli studenti siano compresi nella legge sul part-time. Non spiega, però, perché gli studenti possano essere esclusi dai minimi salariali.

    Ora Zhang Fengqi, vicedirettore del Dipartimento del Lavoro e per la sicurezza sociale del Guangdong ha aperto un’indagine e promette sanzioni per chi ha violato la legge. Le autorità ricordano anche che McDonald’s e KFC non hanno rappresentative sindacali aziendali.

    Intanto Zhu Yongping, avvocato di Guangzhou, dice che ci sono state “gravi violazioni” dei diritti dei lavoratori e annuncia azioni legali.
    http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=8864


    Ps: asianews non è una portavoce di multinazionali ma una fonte di informazione di sinistra, che fa capo a persone di assoluta credibilità

  9. #119
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    Denunciare gli sfruttamenti dei ragazzi è un reato punito col carcere
    Ma sui giornali del Guandong qualche vicenda sfugge al silenzio
    Cina, le "città segrete"
    del lavoro minorile
    dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI


    PECHINO - Jimi: in cinese è l'equivalente di "top secret". Nel 2000 il ministero del Lavoro e l'Ufficio di polizia per la protezione dei segreti di Stato hanno varato un regolamento che all'articolo 3 comma 1 classifica come jimi la "diffusione di informazioni sul lavoro minorile". Chiunque contribuisca a rivelare casi di sfruttamento di bambini nelle fabbriche cinesi è quindi imputabile di avere tradito "segreti di Stato". È un crimine per il quale si rischia l'arresto immediato, una condanna per le vie brevi senza avvocato difensore, e pesanti pene in carcere.

    Questo spiega perché sia molto difficile trovare informazioni sul lavoro infantile, una piaga sociale che secondo le stime più prudenti colpisce almeno 10 milioni di bambini in Cina (ma è ben più drastico l'Ufficio internazionale del lavoro con sede a Ginevra: calcola siano fino all'11,6% i minorenni costretti a lavorare, cioè molte decine di milioni). Eppure sui giornali del Guangdong - la regione meridionale che è il cuore della potenza industriale cinese - qualche vicenda sfugge alla legge del silenzio. Il sito online del quotidiano di Nanfang espone un'inchiesta sui lavoratori immigrati: c'è la foto di un sedicenne con un dito amputato da un incidente in fabbrica. Un'altra immagine, ripresa da lontano con il teleobiettivo, mostra una piccola impresa di giocattoli: tanti bambini lavorano seduti dietro i banconi.

    Si scopre che uno dei paraventi utilizzati per nascondere il lavoro minorile è camuffarlo come apprendistato organizzato dalle scuole. Zhang Li, un ragazzo di 15 anni, ha rivelato che la sua scuola tecnica lo ha portato insieme con altri 40 studenti (alcuni di soli 13 anni) a lavorare in una fabbrica elettronica di Shenzhen. Salario: dai 600 agli 800 yuan (60-80 euro) al mese per lavorare dall'alba a mezzanotte, e dormire stipati in 12 per stanza. L'inganno delle scuole usate come una copertura per far lavorare i ragazzi venne alla luce per la prima volta con una sciagura del 2001, riportata anche dai mass media nazionali. 42 bambini delle elementari morirono nel rogo di una scuola dello Jianxi. L'incendio era scoppiato perché quella in realtà non era una scuola ma una fabbrica di fuochi d'artificio. Non ha "bucato" i filtri della censura, invece, una tragedia più recente. È accaduta due giorni prima dello scorso Natale nel paesino di Beixinzhuang. Cinque ragazzine quattordicenni sono morte soffocate dal fumo nel sonno, nel minuscolo dormitorio adiacente alla fabbrica di tessuti in cui lavoravano. Particolare atroce, si sospetta che un paio di loro siano state sepolte ancora agonizzanti dal padrone dell'azienda che aveva fretta di fare sparire i corpi.

    Lo si è saputo cinque mesi dopo, e solo grazie all'associazione umanitaria Human Rights in China. Sun Jiangfen, la mamma di una delle ragazzine morte, si è spiegata così: "Nelle campagne noi non possiamo permetterci di mandare i figli a scuola come fanno i cittadini. In questo villaggio ogni famiglia ha dei figli che lavorano in fabbrica". Sua figlia Jia Wanyun era diventata operaia a 14 anni perché i genitori potessero pagare gli studi al fratello. Le era stato promesso un salario di 85 euro al mese per lavorare dodici ore al giorno, sette giorni alla settimana, senza ferie. Quando è morta era in fabbrica già da più di un mese ma il padrone non le aveva versato lo stipendio, con la scusa che era ancora una apprendista.

    Le organizzazioni umanitarie che si battono per proteggere i bambini contestano la credibilità delle multinazionali che subappaltano la produzione in Cina, quando i manager occidentali affermano che nelle loro fabbriche i diritti umani sono rispettati. In realtà nelle aziende cinesi che riforniscono le multinazionali, i manager locali obbligano gli operai a imparare a memoria le risposte false che devono dare in caso di ispezione. Gli operai dell'azienda He Yi di Dongguan sono riusciti a procurare all'associazione China Labor Watch un esemplare originale delle "istruzioni per l'inganno": è un questionario in 28 punti distribuito dai capi, per preparare i lavoratori ad affrontare una visita dei rappresentanti di Wal-Mart, la grande catena di ipermercati americani. Una delle domande-risposte da imparare a memoria: "Avete mai visto lavorare dei minorenni in questa fabbrica? No, mai". Sono in tutto 28 domande, dal salario agli orari di lavoro, dalle ferie allo spazio vitale nei dormitori. Su ogni punto gli operai sono addestrati in anticipo, con l'obbligo di mentire se non vogliono perdere il posto. È previsto che rispondano di sì anche alla domanda: "Qui siete felici?"

    La He Yi di Dongguan è al centro di uno scandalo che colpisce una delle marche americane più celebri in tutto il pianeta, la Walt Disney. Alla He Yi nella stagione di punta (maggio-ottobre) 2.100 operai fabbricano bambole e giocattoli di plastica con il marchio Disney. Dall'interno della fabbrica gli operai insieme con il "manuale delle bugie" hanno fatto giungere agli attivisti umanitari anche le fotocopie dei veri cartellini orari, le buste paga autentiche. Fanno turni quotidiani che con gli straordinari obbligatori possono raggiungere le 18 ore al giorno. Hanno una settimana lavorativa di sette giorni su sette, con un solo giorno di riposo al mese. Le paghe sono di 13 centesimi di euro all'ora, inferiori perfino al salario minimo legale cinese. I ritardi nel pagare i salari sono frequenti, e 50 operai sono stati licenziati nel gennaio 2004 dopo aver osato protestare perché la paga non arrivava. Non c'è pensione, né assistenza sanitaria in caso di malattia. Nei dormitori vengono stipati venti operai per stanza. E si riducono a una farsa le ispezioni della Walt Disney: vengono annunciate con ben venti giorni di anticipo al management della He Yi, che obbliga gli operai a recitare una versione dei fatti più rassicurante. La Disney, messa di fronte a questi documenti, è costretta ad ammettere. Ho scritto alla direttrice delle Corporate Communications della Walt Disney Consumer Products negli Stati Uniti, Nidia Caceros Tatalovich, per avere una reazione ufficiale dell'azienda di fronte allo scandalo dei "giocattoli della miseria". Mi ha risposto che "una verifica condotta dalla Disney (in seguito alle denunce delle associazioni umanitarie, ndr) ha confermato la validità di varie accuse". La direttrice delle relazioni esterne aggiunge che adesso la Disney sta "incoraggiando" il management dell'azienda a migliorare le condizioni in fabbrica.

    Gli attivisti di China Labor Watch non vogliono aizzare il protezionismo anti-cinese in Occidente. Le loro denunce si concludono sempre con un appello: "Questa non è una campagna per il boicottaggio dei prodotti cinesi. Non vogliamo spingere le multinazionali americane ad annullare i loro acquisti. I lavoratori che ci hanno rivelato queste notizie non possono permettersi di perdere il posto. È meglio essere sfruttati che essere disoccupati. Loro chiedono solo di poter essere trattati come esseri umani". In questo avvertimento c'è una preoccupazione comprensibile. Le inchieste che cominciano a spezzare l'omertà sul lavoro minorile in Cina, sullo sfruttamento e sui soprusi contro i lavoratori, possono portare a conclusioni pericolose: un alibi per i paesi ricchi che vogliono chiudere le frontiere.

    Gli operai cinesi stanno indicando che un'altra soluzione è possibile. Nella stessa città di Dongguan c'è un gigante dell'industria calzaturiera che si chiama Stella International: 42.000 operai. Il nome di quell'azienda sta diventando il simbolo di una nuova èra per la Cina, la stagione delle lotte operaie. L'anno scorso il malcontento è esploso, la Stella è stata paralizzata dagli scioperi spontanei. Ci sono state anche manifestazioni violente, centinaia di operai hanno saccheggiato alcuni stabilimenti, hanno ferito un dirigente, finché un esercito di poliziotti ha riconquistato la fabbrica e arrestato i leader della rivolta. Tutta la vicenda è stata isolata da un cordone sanitario di censura. Ma di recente è trapelata una notizia sorprendente. Dieci leader della protesta operaia, condannati in primo grado a tre anni e mezzo di carcere, sono stati assolti dalla corte d'appello del Guangdong. È un segnale di speranza per i tanti altri conflitti sociali che sono già esplosi, e per quelli che covano sotto la cenere. Dalla protezione dei bambini agli aumenti salariali, dal diritto di sciopero al Welfare, i lavoratori cinesi cominciano a battersi per le loro conquiste sociali. In un paese dove la Asian Development Bank stima vi siano 230 milioni di persone sotto la soglia della povertà assoluta - un dollaro al giorno - la strada è ancora lunga.

    (23 maggio 2005)
    http://www.repubblica.it/2005/e/sezi...b/cinminb.html


    Ps: Federico Rampini vive da molti anni fra Cina e India

  10. #120
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    Cina: migliaia di operai presidiano una fabbrica tessile a Xianyang

    Hong Kong (AsiaNews/SCMP) – Per la seconda settimana, oltre mille persone continuano a bloccare una fabbrica tessile a Xianyang (Shaanxi, Cina centrale) a causa di licenziamenti e di compensi ingiusti prospettati dalla nuova gestione della ditta. La folla di scioperanti presidia la fabbrica che è stata chiusa. Almeno 40 fra operai e impiegati sono dentro l’edificio.

    La protesta è cresciuta dopo che la China Resources Group ha acquisito la fabbrica tessile di Xianyang, conosciuta come “la fabbrica n. 7”. La China Resources Group è basata ad Hong Kong ed è nel listino borse di Hong Kong, Londra e New York, anche se la gestione è tutta in mano a persone della Cina Popolare.

    Un operaio che occupa la fabbrica, un certo Yin, ha detto che le persone che fanno il sit-in davanti all’edificio sono arrivate fino a 10 mila un giorno. La dimostrazione, che ha radunato operai e i loro familiari, è durata anche sotto la pioggia. Migliaia di poliziotti presidiano la zona.

    Yin afferma che la nuova gestione ha creato molto scontento: i nuovi padroni hanno chiesto che tutti i 5 mila operai entrino in un periodi di prova da 3 a 6 mesi, con un salario solo leggermente superiore a quello che il governo dà come aiuto ai poveri (e cioè circa 30-40 yuan al mese , 4-5 euro). I dimostranti protestano perché la nuova gestione ha programmato 1.000 licenziamenti e non vuole pagare una liquidazione adeguata. Yin spiega: “La China Resources Group è considerata una fabbrica di stato. In questo modo essi possono non considerare come anni validi per la liquidazione, tutti gli anni del nostro lavoro prima dell’acquisizione”.

    Una portavoce della China Resources ad Hong Kong ieri ha dichiarato che la disputa era ormai risolta e che la compagnia non centrava nulla. Nessuna parola sulle intenzioni dei nuovi padroni di licenziare una parte degli operai.

    Gli scioperanti dicono invece che i problemi sono ancora sul tavolo: “La protesta è chiusa? E allora perché sono rinchiuso in questa fabbrica?” dice Yin.

    Nessun giornale cinese ha pubblicato notizie sullo sciopero e ai giornalisti locali è stato proibito di avvicinarsi alla fabbrica.

    Né il governo, né la China Resources aveva consultato gli operai sui problemi sindacali legati all’acquisizione. “Non c’è sindacato nella nostra fabbrica. E non si preoccupano di noi. Abbiamo deciso lo sciopero spontaneamente e ci siamo organizzati da soli”, dice uno degli operai, che rifiuta di dare il suo nome.

    Negli ultimi 15 anni, il governo ha attuato le riforme economiche di mercato alle imprese statali, la cui ristrutturazione ha prodotto masse di licenziati e una diffusa disoccupazione. Dimostrazioni di operai si sono moltiplicate ovunque. Secondo il China labour bulletin nel paese vi sono decine di migliaia di manifestazioni ogni anno. (23.9.04)
    http://lotteoperaie.splinder.com/post/2996787

 

 
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