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    OMNIA SUNT COMMUNIA
    Partito Politico o Partito sociale?




    “Partito politico” o “partito sociale”? Sinistrasociale segue da vicino la discussione rispetto al partito sociale, che si sta sviluppando da qualche mese dentro i partiti della sinistra. Un tema che parte dall’organizzazione del movimento operaio dal Novecento fino ai giorni nostri, un tema ineludibile per affrontare il tema del radicamento sociale e le nuove forme di fare società che nascono dal basso. Oggi pubblichiamo un’articolo di Paolo Cacciari sull’argomento. Per vedere altri articoli sul partito sociale clicca qui.


    Da dove trae linfa vitale (consenso) un partito politico? Dal marketing, se puoi contare su cospicui finanziamenti (ogni voto - in teoria - vale uno, ma costa diversamente). Dal carisma del capo, se sei ben piazzato nel palcoscenico della rappresentazione che la politica da di sé. Dal collante identitario, se ha un’idea olistica di società, in grado di dare una spiegazione al mondo e pensa di avere preconfezionata una risposta ad ogni cosa.
    Viceversa una forza politica che persegua l’obiettivo della trasformazione della società non può che trarre la propria forza dai soggetti vitali che confliggono per trasformare la società. Un gioco di parole, tautologico che ci permette però di capire la lunga parabola dei tradizionali partiti politici di massa della sinistra, ma anche la possibile via di uscita.
    Come descrive benissimo Pino Ferraris nel suo saggio “Politica e società nel movimento operaio” nell’ultimo numero di Alternative per il socialismo , la forma partito che il movimento operaio si è storicamente dato, non è sempre stata quella che conosciamo e che abbiamo continuato a praticare. Essa prevale con Kausky, Turati e Lenin e deriva da una idea di partito come strumento di conquista del potere statale, “organizzazione di combattimento” centralizzata, gerarchica, sovraordinata alle organizzazioni di massa (sindacati, associazionismo). Ai partiti operai nel corso del novecento vengono affidati i compiti di “mobilitazione controllata” delle masse, dalla partecipazione alla prima guerra mondiale alla mobilitazione nazionale per la ricostruzione industriale del “patto fordista” in una simbiosi sempre più stretta tra partiti e stato, con o senza la loro partecipazione diretta ai governi. Ferraris cita Katz a proposito della crisi dei partiti politici: “Associazioni di professionisti della politica che gestiscono agenzie parastatali”. I partiti diventano i “partiti delle cariche pubbliche” e si allentano i legami con i ceti e i raggruppamenti sociali di riferimento.
    Avrebbe potuto andare diversamente. Altri modelli di partiti operai erano in campo, ispirati all’esperienza comunalista e federalista della Comune di Parigi. Libere associazioni volontarie, solidali, orizzontali, mutualistiche, portatrici di una politicizzazione pervasiva delle masse e di una cultura dai forti contenuti etici. Federazioni di raggruppamenti economici e sociali, leghe di resistenza e cooperative che oggi potremmo chiamare di altra-economia. Dice sempre Ferraris: un modello di “partito sociale” che operava concretamente per realizzare elementi di “altra società” dentro la società. Al contrario del “partito politico” che si strutturava come uno “stato nello stato”.
    Tutto questo ha qualche cosa da dirci ancora oggi?
    Siamo ad un tornante stretto della storia della democrazia. Sono riusciti a chiudere le porte dei parlamenti alle rappresentanze portatrici di idee di società alternative e di pratiche antagoniste. In Italia non ci hanno lasciato nemmeno il “diritto di tribuna”! Hanno bisogno di stabilità assoluta, di governance . Le assemblee elettive non sono più praticabili dai movimenti di massa per il cambiamento. Un’ipotesi di trasformazione della società non può che passare attraverso «processi di produzione di coscienza e di idealità dall’interno dell’esperienza sociale del lavoro e della vita e nel corso dell’azione diretta delle grandi masse» (Ferraris, p.55). L’azione dei comunisti deve quindi ricentrarsi, rovesciarsi nelle pratiche sociali, nel fare società, nell’autogestione dal basso, nella pratica dell’obiettivo, nella costituzione di elementi di un’altra società possibile. Questa rete di relazioni di resistenza e di democrazia diffusa devono trovare il modo di autorappresentarsi, di negoziare in proprio e di contendere ai poteri costituiti spazi pubblici e decisioni politiche. Servono forme e contenuti delle politica radicalmente nuovi «che siano in grado di far convergere, nel rispetto delle diversità, uno spettro arcobaleno di pratiche e culture sociali; forme che permettano di governare la tensione tra globale e locale con reti territoriali di cooperanti autonomie» (Ferraris, p.60). Un “partito sociale”, forse. Sicuramente non più un partito separato dai movimenti e dalla società civile.



    www.sinistrasociale.it



    Paolo Cacciari


    ARDITI NON GENDARMI

  2. #132
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    Citazione Originariamente Scritto da Muntzer Visualizza Messaggio
    OMNIA SUNT COMMUNIA
    Partito Politico o Partito sociale?




    “Partito politico” o “partito sociale”? Sinistrasociale segue da vicino la discussione rispetto al partito sociale, che si sta sviluppando da qualche mese dentro i partiti della sinistra. Un tema che parte dall’organizzazione del movimento operaio dal Novecento fino ai giorni nostri, un tema ineludibile per affrontare il tema del radicamento sociale e le nuove forme di fare società che nascono dal basso. Oggi pubblichiamo un’articolo di Paolo Cacciari sull’argomento. Per vedere altri articoli sul partito sociale clicca qui.


    Da dove trae linfa vitale (consenso) un partito politico? Dal marketing, se puoi contare su cospicui finanziamenti (ogni voto - in teoria - vale uno, ma costa diversamente). Dal carisma del capo, se sei ben piazzato nel palcoscenico della rappresentazione che la politica da di sé. Dal collante identitario, se ha un’idea olistica di società, in grado di dare una spiegazione al mondo e pensa di avere preconfezionata una risposta ad ogni cosa.
    Viceversa una forza politica che persegua l’obiettivo della trasformazione della società non può che trarre la propria forza dai soggetti vitali che confliggono per trasformare la società. Un gioco di parole, tautologico che ci permette però di capire la lunga parabola dei tradizionali partiti politici di massa della sinistra, ma anche la possibile via di uscita.
    Come descrive benissimo Pino Ferraris nel suo saggio “Politica e società nel movimento operaio” nell’ultimo numero di Alternative per il socialismo , la forma partito che il movimento operaio si è storicamente dato, non è sempre stata quella che conosciamo e che abbiamo continuato a praticare. Essa prevale con Kausky, Turati e Lenin e deriva da una idea di partito come strumento di conquista del potere statale, “organizzazione di combattimento” centralizzata, gerarchica, sovraordinata alle organizzazioni di massa (sindacati, associazionismo). Ai partiti operai nel corso del novecento vengono affidati i compiti di “mobilitazione controllata” delle masse, dalla partecipazione alla prima guerra mondiale alla mobilitazione nazionale per la ricostruzione industriale del “patto fordista” in una simbiosi sempre più stretta tra partiti e stato, con o senza la loro partecipazione diretta ai governi. Ferraris cita Katz a proposito della crisi dei partiti politici: “Associazioni di professionisti della politica che gestiscono agenzie parastatali”. I partiti diventano i “partiti delle cariche pubbliche” e si allentano i legami con i ceti e i raggruppamenti sociali di riferimento.
    Avrebbe potuto andare diversamente. Altri modelli di partiti operai erano in campo, ispirati all’esperienza comunalista e federalista della Comune di Parigi. Libere associazioni volontarie, solidali, orizzontali, mutualistiche, portatrici di una politicizzazione pervasiva delle masse e di una cultura dai forti contenuti etici. Federazioni di raggruppamenti economici e sociali, leghe di resistenza e cooperative che oggi potremmo chiamare di altra-economia. Dice sempre Ferraris: un modello di “partito sociale” che operava concretamente per realizzare elementi di “altra società” dentro la società. Al contrario del “partito politico” che si strutturava come uno “stato nello stato”.
    Tutto questo ha qualche cosa da dirci ancora oggi?
    Siamo ad un tornante stretto della storia della democrazia. Sono riusciti a chiudere le porte dei parlamenti alle rappresentanze portatrici di idee di società alternative e di pratiche antagoniste. In Italia non ci hanno lasciato nemmeno il “diritto di tribuna”! Hanno bisogno di stabilità assoluta, di governance . Le assemblee elettive non sono più praticabili dai movimenti di massa per il cambiamento. Un’ipotesi di trasformazione della società non può che passare attraverso «processi di produzione di coscienza e di idealità dall’interno dell’esperienza sociale del lavoro e della vita e nel corso dell’azione diretta delle grandi masse» (Ferraris, p.55). L’azione dei comunisti deve quindi ricentrarsi, rovesciarsi nelle pratiche sociali, nel fare società, nell’autogestione dal basso, nella pratica dell’obiettivo, nella costituzione di elementi di un’altra società possibile. Questa rete di relazioni di resistenza e di democrazia diffusa devono trovare il modo di autorappresentarsi, di negoziare in proprio e di contendere ai poteri costituiti spazi pubblici e decisioni politiche. Servono forme e contenuti delle politica radicalmente nuovi «che siano in grado di far convergere, nel rispetto delle diversità, uno spettro arcobaleno di pratiche e culture sociali; forme che permettano di governare la tensione tra globale e locale con reti territoriali di cooperanti autonomie» (Ferraris, p.60). Un “partito sociale”, forse. Sicuramente non più un partito separato dai movimenti e dalla società civile.



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    Paolo Cacciari


    ARDITI NON GENDARMI
    Analisi abbastanza giusta che a mio avviso presenta due debolezze.
    1- il concetto di movimentismo dal basso deve essere sostituito da un concetto nuovo di azione sociale-popolare che abbia una finalità non solo di mobilitazione quantitativa, ma di creazione di un blocco culturale, di un'idea di società etica e allo stesso tempo attenta alle questioni quotidiane delle persone.
    2- è necessario integrare a ciò una visione generale dei rapporti di produzione, una nuova teoria della mondializzazione capitalistica, che produca uno spirito critico pacato, ma fermo a 360 gradi su temi decisivi come: l'integrazione europea, la sovranità monetaria e fiscale.
    Una forza popolare e comunitaria con forti connotazioni sovraniste ( in senso democratico-civile) e una visioe chiara dei rapporti internazionali.


    Ci vuole un approccio nuovo, indipendente rispetto alla sinistra intesa come stampella culturale narcisistica del progetto PD, ed indipendente dall'autoreferenzialità di chi utilizza categorie e linguaggio estraneo alle dinamiche reali dei bisogni spirituale e materiali delle persone.

  3. #133
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    Diliberto semprevergine e l’unità dei comunisti

    Sono usciti dal socialismo per la porta principale, votando i finanziamenti delle spedizioni militari, così come i socialdemocratici nel 1914 votarono i crediti di guerra. Dopo il crollo elettorale, si sono abbandonati alla più assurda confusione: “Subito dopo la sconfitta le ipotesi emerse nel gruppo dirigente dell'Arcobaleno sono state le più varie, da chi ha detto entriamo nel PD a chi ha detto unità dei socialisti, da chi ha detto costituente di sinistra a chi ha lanciato la costituente comunista.”(1) Ferrero - bontà sua! – ammette la sua parte di colpa, Bertinotti si eclissa, Giordano, abbandonato dal padre padrone, piange. Immune da queste debolezze umane, Diliberto transita con aristocratico distacco e mirabolante camaleontismo attraverso le responsabilità politiche e le sconfitte, che segnano pesantemente gli altri dirigenti, restando sempre integro, semprevergine. In un’intervista, riportata anche sul sito dell’Ernesto, dichiara nientemeno di voler ricostruire una Rifondazione comunista come era prima della scissione, e che la segreteria nazionale del partito è pronta per la riunificazione: “…c'è da ricostruire ripartendo da falce e martello… Con quel simbolo 2 anni fa abbiamo preso 3 milioni e 700 mila voti. Con il simbolo dell'arcobaleno solo un milione”. E aderisce all’appello di “Comunisti Uniti” per l’unificazione del Prc e Pdci e a di “tutte le comuniste/i ovunque collocati in Italia”.(2)

    Un lettore dell’Ernesto commenta: “Ma allora forse ho capito male io. Mi pareva che Diliberto fosse uno dei fondatori della sinistra arlecchino, anzi uno dei quattro segretari delle quattro forze convergenti. Mi pareva anche che avesse votato il rifinanziamento della missione in Afghanistan, l'allargamento della base di Vicenza, il protocollo sul Welfare che riproponeva la legge 30 e la controriforma pensionistica, la detassazione degli straordinari e molto altro... E questo per parlare solo degli ultimi due anni.”(3)
    Falce e martello, per Diliberto, non è il richiamo alle lotte del passato, ma è un marchio, un logo che porta voti. Il crollo elettorale, però, non è dovuto al simbolo cambiato: due anni fa i lavoratori credevano che le sinistre volessero andare al governo per difendere i loro interessi e si sono ribellati quando hanno visto i “loro rappresentanti” votare le leggi e i decreti antiproletari di Prodi.
    Per Diliberto, i partiti si possono scindere o fondere secondo le convenienze elettorali o di partecipazione ai governi. Ma un vero partito comunista non è una pellicola che si può far girare in senso inverso, è un organismo, che deve trovare la sua unità nelle radici profonde della classe, e non può essere scomposto o ricomposto come un puzzle, o ricostruito con organi di derivazione diversa alla Frankenstein.
    Alla Camera Diliberto, a nome del suo partito, ha detto del governo Prodi: “È il nostro Governo e in esso ci riconosciamo.”(4) Poiché si è identificato totalmente con quel governo, deve portare in pieno il peso della sua sconfitta e della sua meritata impopolarità tra i lavoratori. Occorre prenderne atto, e mandarlo a casa.
    Condizione preliminare, per ogni discussione su quale partito sia necessario per i lavoratori, è rimuovere l’intero gruppo dirigente di Rifondazione e del Pdci, comprese le appendici locali.(5) (Come vedremo in seguito, neppure questo basta, perché non si risolve niente senza un programma politico veramente radicale). Tali dirigenti sono stati la cinghia di trasmissione di un programma capitalistico in seno alla classe operaia. Si badi bene: non si tratta di semplice opportunismo, cioè sacrificare le lotte future e la coerenza politica a vantaggi immediati per i lavoratori, ma di una politica apertamente antioperaia. I lavoratori lo hanno capito e hanno dato loro l’ostracismo.
    Se le colpe dei dirigenti non sono emendabili, tuttavia la base dei due partiti non ha fatto una vera resistenza. Troppo spesso chiusa in questioni locali, con la paura di essere emarginata nelle amministrazioni comunali o provinciali, ha tollerato l’intollerabile, accettando le sofistiche spiegazioni dei dirigenti, e isolando i compagni più critici, che sono usciti in gruppi o individualmente. Su tutti questi problemi non si può passare con un colpo di spugna, se non li si affronta, si riprodurranno tali e quali in futuro.
    L’appello dei “Comunisti Uniti” sembra non tener conto del carattere irreversibile della frattura, e si rivolge a tutti i comunisti. Ma non tutti quelli che si ritengono tali possono indiscriminatamente essere raccolti in un’unica organizzazione.
    Nei commenti allegati all’appello, ci sono le posizioni più diverse e incompatibili. Chi propone un’assemblea costituente per realizzare “una Sinistra unita di lotta e di governo e non necessariamente radicale e di opposizione movimentista”. Chi è anarchico, ma pensa che aderirà lo stesso. Chi trova illogica l’abolizione della proprietà privata. Chi gli risponde, giustamente: “… Marx parlava di proprietà privata “dei mezzi di produzione” (le fabbriche, per fare un esempio), non di tutto …cerchiamo di non andare oltre Marx.” Un altro scrive: “Diliberto e Bertinotti hanno tradito i movimenti. La sinistra può rinascere solo azzerando la dirigenza dei partiti dell’arcobaleno”. C’è chi invece canta le lodi di Diliberto e lo propone come leader di questo nuovo partito comunista. Questi commenti mostrano che non c’è unità sulle prospettive – eccetto forse le rivendicazioni più immediate.
    E’ una buona regola non credere sulla parola a ciò che ogni gruppo o persona dice e immagina di se stesso, ma sottoporlo a critica. Il termine comunismo non ha mai avuto un significato univoco, molte correnti hanno portato questo nome, più volte si è posto il problema dell’incompatibilità, basti pensare alla frattura tra stalinismo e l’opposizione internazionalista, il cui massimo esponente fu Trotsky.
    Ma, per rimanere all’oggi, due linee fondamentali, pur con mille sfumature interne, rivendicano di essere comuniste. La prima tendenza si identifica con lo slogan “partito di lotta e di governo”, vede nelle elezioni lo strumento fondamentale per la trasformazione della società, e pensa che il mutamento possa avvenire attraverso la partecipazione a governi, locali e nazionali, alleandosi con la sinistra borghese, attraverso riforme di struttura che cerca d’imporre, anche con pressioni sindacali o di piazza. Di fronte ai fallimenti di questi governi, o incolpa la borghesia che non ha voluto raccogliere la mano tesa dei lavoratori, oppure dà la colpa a gravi errori dei dirigenti, che si sono lasciati imbrogliare o corrompere, ma non mette mai in discussione, neppure quando è costretta a lunghi periodi di opposizione, la possibilità di una collaborazione governativa con partiti borghesi o piccolo borghesi. Considera la costituzione repubblicana come una conquista storica definitiva e pensa che si possa avanzare verso il socialismo rimanendo all’interno della legalità costituzionale.
    La seconda tendenza, dominante nei partiti comunisti di tutto il mondo negli anni ’20, ma assolutamente minoritaria nell’Italia del secondo dopoguerra, afferma che la classe si costituisce in partito, contrapposto a tutte le formazioni partitiche delle classi possidenti, e mira all’emancipazione del proletariato attraverso il superamento della forma salariale. Respinge la soluzione della partecipazione governativa con partiti borghesi. Pur difendendo la costituzione contro gli attacchi fascisti, considera impossibile il passaggio al socialismo rimanendo all’interno della attuali istituzioni borghesi repubblicane, e non cessa, nella sua propaganda, di rivendicare la repubblica dei consigli, pur sapendo che non è un traguardo vicino. E’ convinta che la lotta per le riforme sia necessaria, ma non dimentica che esse sono un sottoprodotto della lotta di classe rivoluzionaria. Lotta per la difesa dell’ambiente, per la liberazione della donna, per il riconoscimento dei diritti degli immigrati, per l’autodeterminazione dei popoli, ma con la consapevolezza che, finché rimarrà il capitalismo, si ricreeranno sempre, in questi e in altri campi, nuovi disastri e nuove sopraffazioni. Poiché l’imperialismo è l’età senile del capitalismo, considera la borghesia, compresa quella di sinistra, troppo corrotta e reazionaria per poter portare avanti piani comuni, e osteggia tutti i governi borghesi, in quanto controparti alle quali strappare con la lotta i miglioramenti e le riforme necessarie per la sopravvivenza dei lavoratori e per l’agibilità politica. Se partecipa alle elezioni, si attiene a posizione di netta contrapposizione ai partiti borghesi, sia a livello nazionale, sia locale, rifiutando accordi elettorali e compartecipazioni al potere.
    Sgombriamo subito il campo da alcune obiezioni: c’è chi vede in questa contrapposizione un confronto tra realisti e nostalgici. Realisti e nostalgici esistono in tutti i partiti, e non sempre per questione di età anagrafica. C’è poi, chi dice che bisogna guardare al “qui e ora” e non riproporre soluzioni che hanno le loro radici nel comunismo ottocentesco. Chi non studia le esperienze del passato e degli altri paesi troppo spesso interpreta come nuovi fenomeni che si sono già verificati più volte, in forma analoga, in altri paesi o in altre epoche. I dirigenti di Pcdi e Prc hanno presentato l’alleanza con Prodi come un fatto storicamente nuovo. In realtà, fin dai primi anni del Novecento, gli esempi di fallimentari collaborazioni governative con la borghesia si sprecano. La regola è sempre quella: i partiti borghesi impongono ai socialisti e comunisti scelte impopolari, e, quando li hanno screditati agli occhi delle masse e per questo non servono più, li cacciano. In molti casi il partito di sinistra subisce una trasformazione radicale, e diventa un partito borghese in tutto e per tutto. Ogni tanto qualche politico emergente, si chiami Nenni, Occhetto, Bertinotti o Diliberto, ci propina un’esperienza “nuova” che sa di naftalina.
    Rifondazione, soprattutto agli inizi, ha cercato di far convivere le due tendenze, riformista e rivoluzionaria – e con esse c’erano anche molti chiacchieroni - riuscendoci finché il partito era all’opposizione. La rinuncia ad ogni analisi storica seria, sulla Russia, ma soprattutto sul periodo successivo alla guerra in Italia, non era casuale, non era dovuta a incapacità. Essa avrebbe messo in luce divergenze incolmabili, e avrebbe reso inevitabile la scissione. Alla fine, tutto ciò si è tradotto nell’esodo di singoli e di gruppi, ispirati, più o meno correttamente, alla seconda posizione. Non è il caso di ripetere ancora una volta la stessa esperienza, visti i risultati. Nonostante ciò l’appello vuole coinvolgere tutti. Non si è capito che le due tendenze sono alla lunga incompatibili, e nel breve e medio termine s’intralciano a vicenda, rendendo il partito che le ospita un campo di battaglia, incapace sia di un’azione riformista, sia di una lotta di classe radicale, proprio come è avvenuto con Rifondazione.
    Fino ad oggi, gli eventi internazionali, l’offensiva borghese sul piano salariale, politico, culturale sono stati, nella maggior parte dei paesi, contrari ad ogni sviluppo della sinistra: Sembra di muoversi su un treno ad alta velocità diretto in direzione opposta a quella sperata. Da qualche tempo, però, la crisi economica, la brusca frenata dell’economia, l’impoverimento delle masse, le crescenti difficoltà del rifornimento alimentare stanno creando le condizioni per una ripresa della lotta, come si vede dalle agitazioni in molti paesi del mondo, a cominciare dagli scioperi egiziani. Però guai ad arrivare a questo appuntamento con un partito che riproduca le debolezze di Rifondazione, con un contenitore delle tendenze più eterogenee. In altre parole, rivoluzionari e riformisti non possono stare assieme, pena la reciproca neutralizzazione.
    Una considerazione finale. Stiamo per entrare nell’occhio del ciclone di una crisi internazionale di portata storica. Sappiamo che, se la sinistra delude, le masse operaie si spostano a destra. Negli anni trenta, la politica superopportunista della socialdemocrazia tedesca e quella del partito comunista stalinizzato che, sulla base dell’assurda teoria del socialfascismo, pensava più a combattere i socialisti che Hitler, portarono a una catastrofe terribile. Oggi in Italia non siamo ancora a quel punto, ma dobbiamo sapere che i grandi periodi di crisi non ammettono soluzioni intermedie. O c’è una chiara risposta delle masse proletarie, oppure passa una soluzione autoritaria, che può avere aspetti esteriori assai diversi da quelli del fascismo e nazismo, ma ha in comune con essi la completa neutralizzazione delle lotte operaie. Non con l’apporto dell’opportunismo, ormai screditato, ma con la proibizione anche legale degli scioperi e l’intervento repressivo dello stato. Di fronte a questa prospettiva, occorre un partito che possa guidare le masse alla lotta, che si contrapponga ad ogni provvedimento restrittivo dello stato, e che non consideri quest’ultimo come un terreno neutrale da conquistare con i voti, ma come l’antagonista principe contro cui lottare. Che ridia la giusta importanza a forme di lotta, apprezzate da Lenin e dalla Luxemburg, come lo sciopero politico di massa. Per questo è necessario che questo partito raccolga solo militanti fieramente avversi ad ogni accordo con la borghesia, anche con quella sedicente progressista, rifiuti con essa ogni accordo governativo o locale.
    Quelli che, nonostante tutte le esperienze negative, continuano a sognare un partito che governi con la “borghesia progressista”, col PD in particolare, facciano pure, ma sappiano che ripeteranno inevitabilmente l’esperienza del Pdci, di Rifondazione e della sinistra arlecchina.
    26 aprile 2008
    Michele Basso



    NOTE
    1) Micaela Bongi, Andrea Fabozzi, “Il Prc c'è, per la sinistra tempi lunghi”, Ferrero: dolorosa ma inevitabile la rottura in Rifondazione. Ora congresso a tesi senza schieramenti. Giordano non mi ha mai proposto di uscire dal governo. Non chiedo la testa del direttore di Liberazione. E in futuro potrei anche dissentire da Grassi”, il manifesto 24 Aprile 2008.
    2) Appello “Comuniste e comunisti: cominciamo da noi”, nel sito http://www.comunistiuniti.it/ .
    3) Dal sito dell’Ernesto : Diliberto: “Bisogna ricostruire la sinistra, iniziando dai comunisti”. Su la Rinascita della Sinistra del 18/04/2008. Altri commenti di lettori: “Diliberto se ne deve andare, come Bertinotti, Giordano, Migliore & C”. Un altro: “Continuiamo a consentire a personaggi impresentabili come Diliberto di rifarsi una verginità dopo aver teorizzato e praticato per quasi un decennio la strategia che ci ha annientati, e il nuovo partito comunista ce lo sogniamo! E' incredibile che questo individuo pretenda di uscire pulito e ancora in sella dopo lunedì scorso…”.
    4) “Ai nostri occhi questo Governo rappresenta oggi l'equilibrio politico più avanzato possibile, il positivo terreno di incontro tra le culture e i programmi della sinistra e quelli dei moderati. È il nostro Governo e in esso ci riconosciamo. Lo sosteniamo e lo sosterremo lealmente, anche quando, magari, vorremmo facesse di più e di meglio, proprio perché, a partire da esso, insieme ad esso, è solo nell'ambito di questa maggioranza che si potranno ottenere dei risultati e la sinistra potrà contare, far sentire la propria voce ed avere peso politico.” ( Diliberto, seduta n. 118, del 2 marzo 2007)
    5) In “Appello Comunisti Uniti: Il nemico marcia ancora alla nostra testa”, Germano Monti scrive: “… mi sembra che sia già in atto un’operazione politica di riciclaggio, tesa a speculare sul comprensibile sgomento delle migliaia di attivisti dei partiti e dei movimenti, improvvisamente e brutalmente messi di fronte ad una realtà da incubo, quella che vede, per la prima volta nella storia parlamentare italiana (eccetto, ovviamente, la parentesi fascista), l’assenza di partiti socialisti o comunisti nel Parlamento nazionale. Facendo leva su questo sgomento, si lancia un appello all’unità dei comunisti “ovunque collocati”, ma a partire dai militanti e dai dirigenti del PRC e del PdCI, e non passa che qualche ora dal lancio di quell’appello che arriva l’adesione della Segreteria del PdCI, cioè di uno dei gruppi dirigenti compromesso fino agli occhi nella catastrofe della sinistra parlamentare. Il nemico si appresta nuovamente a marciare alla nostra testa.” L’articolo è presente sul nostro sito.

  4. #134
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    Ecco dove porta l'appello per l'unità dei comunisti...

    Il filosofo Gianni Vattimo è il candidato a sindaco di Messina dei Comunisti italiani
    , nelle elezioni amministrative che in Sicilia si svolgeranno il 15 e 16 giugno prossimi. Lo ha reso noto la segreteria provinciale del Pdci sottolineando di ''avere ricevuto la disponibilità'' di Vattimo. ''I Comunisti italiani di Messina - si legge nel documento approvato dalla direzione del Pdci - presenteranno una candidatura a sindaco e presidente della Provincia sostenuta da eventuali altre liste di sinistra che vogliano avviare una politica alternativa a quella centrista che caratterizza il neonato Partito democratico'' [leggete fra le righe, questo è l'appello per l'unità dei comunisti... Nota mia]. ''Per la carica di sindaco di Messina - prosegue la nota del Pdci - è stata approvata la proposta di invitare le altre forze comuniste e di sinistra alternativa a candidare il noto filosofo Gianni Vattimo, che ha dato la sua disponibilità, e a individuare fra i personaggi di grande spessore culturale e politico di Messina il candidato a presidente della Provincia''.

  5. #135
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    Per i ballottaggi relativi alle elezioni provinciali ha votato il 55,0 per cento degli aventi diritto, contro il 73,6 per cento registrato al primo turno alla stessa ora.

    Vi scrivo l'elenco dei risultati. I dati sono divisi in 3 parti:

    Città - ballottaggi - primo turno

    ASTI - 48,1 - 76,6
    Asti citta' - 47,6 - 75,8

    MASSA CARRARA - 51,2 - 76,0
    Massa citta' - 62,6 - 82,2

    ROMA - 59,0 - 74,7
    Roma citta' - 63,1 - 72,0

    FOGGIA - 43,3 - 69,4
    Foggia citta' - 47,8 - 71,4

    CATANZARO - 40,9 - 66,4
    Catanzaro citta' - 47,9 - 73,4

  6. #136
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    Per i ballottaggi relativi alle elezioni comunali ha votato il 62,5 per cento degli aventi diritto, contro il 76,0 per cento registrato al primo turno.

    A Roma, al ballottaggio per l'elezione del sindaco della Capitale, ha votato il 63,0 per cento degli elettori. Al primo turno la percentuale era stata del 73,5 per cento.

    Questa l'affluenza ai seggi degli elettori nei comuni capoluogo per i ballottaggi relativi alle elezioni dei sindaci:

    città - ballottaggi - primo turno

    SONDRIO - 67,4 - 79,8

    VICENZA - 63,7 - 81,1

    UDINE - 59,5 - 77,3

    MASSA - 62,7 - 82,5

    PISA - 56,2 - 79,8

    ROMA - 63,0 - 73,5

    VITERBO - 69,1 - 85,7.

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    LA POST-DEMOCRAZIA ITALIANA
    Considerazioni sulle elezioni 1987-2008
    di Michele Nobile

    In periodo elettorale e postelettorale i trombettieri della domenica antifascista si svegliano e chiamano a raccolta il «popolo di sinistra» contro la «destra». Penosamente si scopre che a far da baluardo della democrazia si trovano i toraci di Prodi, Veltroni o Rutelli, insulti viventi alla memoria di chi la guerra partigiana l’ha fatta davvero. Ma l’argomento sempre pronto è quello del «male minore» ...
    Questo genere di allarmismo politico ha ora un valore particolare per i «forchettoni» rossi» o «arcobaleno», bertinottiani o cioccolatieri, neotogliattian-stalinoidi o trotskoidi che siano.
    Dopo la trombatura nelle recenti elezioni dovranno industriarsi, tra una coltellata e l’altra, per trovare il modo di stringere le fila dei militanti superstiti e di trovare argomenti che permettano loro di farsi sostenitori di una rinnovata «unità antifascista» e anti«destra» nella speranza, oramai sul viale del tramonto, di poter tornare ad occupare poltrone e predellini al servizio dell’ala di «sinistra» dell’imperialismo italiano.
    Ma nell’Italia del 2008 gli operai non hanno occupato le fabbriche e sono preoccupati di salvare la pelle piuttosto che di fare «come in Russia»; l’Italia non è una «repubblica delle banane», ma uno dei sette paesi più industrializzati del mondo: è un capitalismo avanzato, membro dell’Unione Europea ed esportatore di democrazia a forza di armi. Problemi drammatici ci sono, ma per ragioni diverse e in termini diversi da quelli dell’Honduras.
    Che bisogno c’è di squadristi o di «svolte reazionarie» quando ci pensa la «sinistra» sindacale e partitica a mantenere i lavoratori buoni e ragionevoli? I padroni non sono mica scemi... Né è necessaria la retorica guerriera di un D’Annunzio quando c’è già l’«interventismo democratico» e «umanitario». E perché ricorrere al sovversivismo fascista quando un obiettivo tipicamente di destra (senza virgolette), o meglio capitalistico, è stato realizzato grazie all’appoggio entusiastico e determinante del Pds, cioè della «sinistra»? S’intende l’abolizione del sistema elettorale proporzionale in nome della stabilità di governo e del bipolarismo. Una controriforma spacciata per «rivoluzione» progressista o «rinascita dell’Italia» il cui fine era ridurre la politica a divergenze marginali circa l’amministrazione di quel che esiste ed alla competizione per vendere merci sostanzialmente simili, ma confezionate in modo diverso.
    Certamente da molti anni l’asse politico è spostato a destra e non si può dire che la «società civile» nazionale e internazionale brilli per livello di civiltà. Ma, quando riferita allo spettacolo politico contemporaneo, la dicotomia destra/sinistra ha perso tutta la pregnanza che aveva un tempo, diventando poco più che un’indicazione nella camaleontica geografia partitica. Un tempo, un monopolista che avesse fatto fortuna intrallazzando con la politica e montando una fabbrica televisiva di volgarità avrebbe fatto inorridire qualsiasi onesto borghese liberale e liberista, guadagnandosi anche l’anatema dei sinceri clericali; viceversa, i paladini di «sinistra» delle privatizzazioni, delle «liberalizzazioni», del lavoro «flessibile» e della «guerra umanitaria», sarebbero stati considerati pericolosi reazionari da ogni buon riformatore di sinistra (senza virgolette o aggiunte tipo «europea» o «arcobaleno» o «plurale»).
    In un’epoca nella quale se ne fa ampio uso ed abuso, si può ragionevolmente applicare il prefisso post- anche a democrazia. Per post-democrazia può intendersi un regime politico nel quale l’esercizio del diritto democratico del voto è una procedura che non comporti più il confronto tra programmi e orientamenti ideali alternativi, e nel quale il parlamento non è più un’arena nella quale si possano riflettere, sia pure in modo deformato, i contrasti tra le classi sociali. Ciò nello stesso momento in cui, insieme ai fasti del mercato, si celebrano quelli del marketing politico e dell’esportazione a mano armata della «democrazia».
    Di questo fenomeno è stato attivo protagonista il principale partito della sinistra e poi del «centrosinistra» attuale, in ciò aiutato da partiti a denominazione «comunista». Ma ciò perché in un paese a capitalismo avanzato, specialmente in Italia, occorre che uno dei partiti dominanti sia in grado di far leva sulle illusioni, le speranze e le aspettative di elettori sinceramente democratici ed antifascisti.
    I partiti candidati al governo sono «imprenditori politici», abili nel pescare voti in nicchie di mercato politico nelle quali le identità culturali di destra e di sinistra persistono, molto stinte, ma, in quanto «imprenditori», non sono affatto né di destra né di sinistra.
    Il «centrodestra» e il «centrosinistra» non sono che due ali diverse della medesima oligarchia politica, unite nella sacralità del capitalismo e dello Stato, e dall’amore per le cordate finanziarie che, appunto, non sono né di destra né di sinistra.
    La demonizzazione di Berlusconi e soci e, viceversa, l’insistenza dei «destri» su quanto «sinistri» siano i competitori, è un gioco di specchi che giova ad entrambi. L’effetto perseguito è la creazione di due tifoserie stabili che amano il colore delle magliette, con una parte degli spettatori fluttuante tra un campionato e l’altro. Si tratta di una trasformazione importante della politica dello e nello Stato capitalistico, ma che non ha nulla a che fare con «svolte reazionarie» e processi di «fascistizzazione» di alcun genere: di questa forma di alienazione politica sono pienamente responsabili e partecipi anche le formazioni di «centrosinistra» ed anche i forchettoni rossi e verdi.

    In ogni caso, l’allarmismo pseudoantifascista riferito alla coalizione berlusconiana non trova riscontro negli stessi dati elettorali, tanto più se posti in una prospettiva di lungo periodo. Più avanti si possono leggere i risultati per le elezioni della Camera dal 1987 al 2008.
    Intanto si può precisare che:
    a) il grosso dell’erosione dell’area del «centro» e della distribuzione in senso bipartitico dei voti si era già data nel 2006 principalmente a favore del «centrosinistra»; nel 2008 il processo continua, ma favore del «centrodestra», mentre il «centrosinistra» allargato all’Arcobaleno, Pcl e Sc perde relativamente poco;
    b) il dato saliente è quello della crescita dell’astensionismo di sinistra, che punisce duramente i «forchettoni arcobaleno» (in minor misura, insieme alla perdita di voti a favore del Pcl e Sc);
    c) nel 2008 i fascistoidi quasi raddoppiano i voti sul 2006, ma questo dato elettorale non può considerarsi sintomo di «fascistizzazione». I voti per il gruppo della Santanché, di Storace e di Romagnoli, potrebbero rientrare benissimo nel «centrodestra». D’altra parte, considerando che i voti del Msi erano ca. 2,2 milioni nel 1987, e quelli per An tra il 1994 e il 2006 hanno oscillato tra 4,4-5,8 milioni, si dovrebbe ragionevolmente pensare che l’elettorato italiano si sia ampiamente «defascistizzato». Dopo la trasformazione di An, per le nuove formazioni come quella della Nipotina o della Santanché bisogna parlare di un «forchettonismo nero».
    d) La coalizione di «centrodestra» appare più coerente rispetto a quella di «centrosinistra»; quest’ultima, invece, nella lotta «all’ultimo voto» con il «centrodestra» e proprio per il ridimensionamento dell’area «centrale», difficilmente potrà rinunciare ad accordi o alla cooptazione dei «forchettoni», arcobaleno, rossi o verdi che siano, il cui serbatoio di voti resta importante, anche ai fini del recupero dell’astensione di sinistra. A loro volta, in presenza degli attuali sbarramenti, i «forchettoni» non potranno sopravvivere nel Parlamento se non cercando accordi con il Pd, o confluendo in esso.

    Analisi dei risultati del voto per la Camera, 1987 e 1994-2008.

    Tutti i dati seguenti si riferiscono ai votanti per la Camera dei deputati; sono stati considerati tutti i partiti con percentuali di voto fino allo 0,6% ca.; è da notare che le percentuali sono calcolate sul totale dei cittadini aventi diritto al voto (d’ora in poi adv) e non sui soli voti validi: con ciò si tiene conto anche dell’astensionismo e delle schede bianche e nulle, riflettendo più precisamente la volontà del corpo elettorale. L’esercizio nella tabella 2 intende rendere le grandi tendenze: le cifre vanno dunque prese in questo senso. Devo far notare che il Ministero dell’interno indica votanti e voti validi, ma non quanti siano i cittadini che hanno diritto al voto, gli elettori nel loro complesso: trovare questo elementare dato ufficiale per il 2008 è un’impresa che non sono stato in grado di compiere. Chi scrive è stato dunque costretto a calcolare indipendentemente il numero dei cittadini adv nell’elezione della Camera dei deputati del 2008.
    L’analisi parte dalla distinzione di due centri di aggregazione politica: quello facente capo al Pds-Ds, del quale fanno parte stabilmente i Verdi, il Prc e il Pdci (tranne il Prc nel 2001 e, forzosamente, i tre partiti raccolti nel cartello dell’Arcobaleno nel 2008); e quello facente capo a Forza Italia, partito formato appositamente per contrastare il primo polo, del quale fanno parte stabilmente Alleanza nazionale e la Lega (quest’ultima con l’eccezione del periodo 1995-2000). La ristrutturazione del sistema partitico è stata giocata sui partiti risultanti dalla disgregazione del centrosinistra storico, qui indicati tutti come «centro» indipendentemente dalla loro inclinazione più o meno pro o contro Berlusconi. Ai fini dei seggi e delle maggioranze parlamentari quest’area «di centro» andrebbe ripartita tra i due noccioli anzidetti, ma qui si è ritenuto utile distinguerla per evidenziare il processo di trasformazione complessivo del sistema partitico, ed aggregarla a Fi-An-Lega ed ai i fascisti o fascistoidi, per evidenziare i problemi dell’ala di «centrosinistra» nel suo tentativo di andare oltre il bacino elettorale del Pci.

    Tabella 1. Risultati elezione della Camera dei deputati, 1987
    (v. a. in milioni di voti e % su aventi diritto al voto;
    arrotondamento al primo decimale)

    Valori assoluti
    In % Adv
    Centrosinistra a
    22,1
    48,4
    di cui Dc
    13,2
    29
    Destra b
    2,8
    6,5
    di cui Msi
    2,3
    5
    Cs+destra
    24,9
    54,9
    Sinistra c
    11,8
    26
    di cui Pci
    10,3
    22,4
    Pr
    1
    2,2
    Fonte: per il 1987: Istat, 45 anni di elezioni in Italia, 1990
    a) Risultato aggregato di Dc, Psi, Pri, Psdi, Pli.
    b) Risultato aggregato di Msi, Lega lombarda, Liga veneta.
    c) Risultato aggregato di Pci, Dp, Verdi.

    Tabella 2. Risultati elezioni della Camera dei deputati, 1994-2008
    (v. a. in milioni di voti e % su aventi diritto al voto; arrotondamento al primo decimale)
    1994
    1996
    2001
    2006a
    2008

    Ass.
    %Adv
    Ass.
    %Adv
    Ass.
    %Adv
    Ass.
    %Adv
    Ass.
    %Adv
    Elettori adv
    48,1
    48,7
    49,3
    47
    ?47,1
    Votanti
    41,5
    86,1
    40,4
    82,9
    40,1
    81,4
    39,4
    83,6
    38
    80,5
    Astenuti
    6,7
    13,9
    8,3
    17,1
    9,2
    18,6
    7,6
    16,4
    9,2
    19,5
    Bianche
    e nulle
    2,7
    5,7
    2,9
    6
    3
    6
    1,2
    2,5
    1,4
    3
    Tot. asten.
    9,4
    19,6
    11,3
    23,1
    12,1
    24,6
    8,8
    18,8
    10,6
    25
    Fi-An-Lega
    16,5
    34,4
    17,3
    35,6
    16,8
    34,2
    15,5
    33
    17
    36,2
    Centro b
    8,8
    18,2
    7,1
    14,5
    10,1
    20,5
    5,6
    11,9
    4,3
    9,1
    Fascistoidi
    0,14
    0,3
    0,48
    1
    1
    2,1
    Fi-An-Lega +centro
    +fascistoidi
    25,3
    52,7
    24,7
    51
    27
    55
    21,5
    46
    22,3
    47,4
    Centrosinistra c
    19
    40,4
    13,7
    29
    di cui: A) Pds- Ulivo-Pd
    7,9
    16,4
    7,9
    16,2
    6,6
    12,5
    11,9
    25,4
    12,1
    25,6
    Di cui: B) Prc-Arc. d
    2,3
    4,9
    3,2
    6,6
    1,9
    3,8
    3,9
    8,3
    1,1
    2,4
    A+B e
    12
    24,9
    12
    24,7
    9,4
    19,2
    15,8
    33,7
    13,2
    28
    Pcl+Sc
    0,4
    0,8
    Fonte: tabelle del Ministero dell'Interno, dal sito dello stesso.
    ?) Il punto di domanda è motivato dal fatto che il Ministero dell’interno indica votanti e voti validi ma non quanti siano i cittadini che hanno diritto al voto, gli elettori nel loro complesso. Chi scrive è stato costretto a calcolare indipendentemente il numero dei cittadini adv, che risulta essere 47.148.140: valore ragionevole rispetto al 2006.
    a) Italia escluso Valle d’Aosta
    b) Il centro comprende: nel 1994: Ppi, Psi, All. democratica, Lista Pannella, Patto Segni; nel 1996: Pannella-Sgarbi, Ccd-Cdu, Rinn. Italiano, Pop-Svp-Ud-Prodi; nel 2001: Pannella-Bonino, Ccd-Cdu, Lista Di Pietro, Margherita, Democrazia europea, Nuovo Psi; nel 2006: Rosa nel pugno, Dc-Nuovo Psi, Part. pensionati, Udc, Udeur, Di Pietro; nel 2008: Udc, Ps-Boselli, Svp, Ass. difesa della vita-Ferrara.
    c) Il dato del 2006 è relativo all’intera coalizione di Prodi e dunque comprende, oltre l’Ulivo, Rosa nel pugno, Udeur, Prc, Comunisti italiani, Verdi, Idv, Partito dei pensionati, Svp ed altri partiti minori.
    d) Il dato relativo al Prc nel 2006 comprende anche i risultati di Pdci e Verdi; nel 2008 è la Sinistra arcobaleno.
    e) Il totale della «sinistra» nei diversi anni comprende Pds, Ds, Ulivo, Pd, Prc, Pdci e Verdi; nel 2008 comprende Pd e Arcobaleno.

    Nelle elezioni della Camera del 1987, quindi prima di «tangentopoli» e della crisi del centrosinistra storico, la Dc ottenne 13,2 milioni di voti e l’insieme dei partiti di governo del centrosinistra d’allora 22,1 milioni, pari al 48,4% degli adv. Il Msi, la Liga Veneta e la Lega Lombarda totalizzarono 2,7 milioni e il 6,5% degli adv. Nel complesso, i partiti di governo più la destra (Msi, Lega, Liga) ottennero il consenso del 54,9% degli adv.
    Il Pci ottenne 10,3 milioni e, insieme ai Verdi ed a Dp la sinistra totalizzò 11,8 milioni di voti, pari al 26% degli Adv. Il voto per il Partito radicale sfiorò il milione.
    Questi dati relativi al lontano 1987 non sono riportati per pignoleria ma perché, come si mostrerà, nonostante gli enormi scombussolamenti del sistema dei partiti, gli zoccoli duri dell’elettorato italiano presentano una notevole stabilità

    Nel 1994 e nel 1996 Fi-An-Lega ottennero 16,5 e 17,3 milioni di voti, pari al 34,4 e al 35,6% degli adv; insieme a tutti i partiti del «centro» questo significa il 52,7% e il 51% degli adv. Negli stessi anni la «sinistra» (Pds, Prc, Verdi) ottenne 12 milioni di voti, il 24,9% e il 24,7% degli adv (nel 1994 è inclusa La Rete). Nelle elezioni del 2001 la Lega dimezzò i propri voti, An ne perse, Fi ne guadagnò: nel complesso ottennero 16,8 milioni di voti, pari al 34,2% degli adv. Aumentò invece il «centro», con 10,1 milioni di voti, il 20,5% degli adv, grazie al notevole successo della Margherita (5,4 milioni). Perse invece voti la «sinistra», in particolare i Ds (ora a 6,1 milioni di voti), che ottenne nel complesso 9,4 milioni di voti e il 19,2% dei suffragi.
    Dal 1987 al 2001, le percentuali sugli adv nelle elezioni per la Camera dei deputati conseguite prima dal centrosinistra storico più la destra (1987) e poi dal gruppo Fi-An-Lega più centro furono 54,9; 52,7; 51; 55. I dati mostrano una sostanziale continuità delle percentuali di voto e dei voti assoluti; per il Pci ed i partiti che ne hanno ereditato la base elettorale le percentuali nello stesso periodo furono invece: 26; 24,9; 24,7; 19,2. Tra il 1987 e il 1996 Fi-An-Lega più centro oscillò intorno ai 25 milioni di voti, con 27 milioni di voti nel 2001; nello stesso periodo la «sinistra» oscillò intorno ai 12 milioni, cadendo a 9,4 milioni nel 2001.
    Se c’è un anno nel quale lo spostamento a destra dell’elettorato fu significativo questo è il 2001. Ma fu essenzialmente uno spostamento di voti dalla «sinistra» verso il «centro» (la Margherita ebbe 5,4 milioni di voti) e l’astensione; la Fiamma tricolore ottenne infatti ca. 144 mila voti, pari allo 0,3% degli adv.
    Il risultato dei Ds può essere interpretato nel senso che il partito principale erede del bacino elettorale del Pci non poteva più essere come tale il nocciolo della coalizione di «centrosinistra»: occorreva includere stabilmente, in un’unica cornice partitico-elettorale, il voto degli elettori antiberlusconiani, e re-includere nella stessa coalizione anche il Prc.
    Nel 2006 (esclusa la Valle d’Aosta) Fi-An-Lega ottennero 15,5 milioni di voti, il 33% degli adv, percentuale inferiore di soli 0,7 punti di percentuale a quella dell’Ulivo più Prc, Pdci, Verdi. Le due ali politiche dell’imperialismo italiano si divisero esattamente a metà, con una differenza di soli 24.755 voti (ciascuna col 40,4% dei suffragi calcolati sul totale degli elettori), mentre la concentrazione bipolare dei voti raggiunse il 99% e quella dei seggi il 100%. Nell’Ulivo era presente anche la Margherita: rispetto al 2001 questo spiega il dimezzarsi del «centro» e la riduzione dell’area Fi-An-Lega più centro più fascistoidi, al 46%.
    Le ali «estreme» crebbero: i forchettoni rossi e verdi da 3,2 a 3,8 milioni di voti; i fascisti o fascistoidi aumentarono notevolmente i voti, che passarono da 143 mila a 485 mila (1% degli adv): in proporzione uno scatto ben più veloce di quello del 2008.
    Cosa è successo nel 2008?
    Il risultato della coalizione berlusconiana Pdl-Lega-Mpa non è stato affatto straordinario: con 17 milioni di voti è anzi inferiore di due milioni a quello della coalizione più ampia del 2006 (19 milioni) e di ca. 300 mila a quello del 1996 Fi-An-Lega.
    In effetti, si tratta del livello intorno al quale ha oscillato fin dall’inizio l’ala Fi-An-Lega. Né si può dire che il nuovo Pdl abbia comportato un salto di qualità: ad esso sono andati ca. 127 mila voti in meno di quelli ottenuti da Fi e An nelle politiche del 2006. L’incremento complessivo del «centrodestra» è dunque il risultato dei voti del Mpa e, specialmente, del tanto celebrato incremento della Lega nord: nella maggior parte delle elezioni succedutesi dal 1994 lo scarto tra «centrosinistra» e «centrodestra» senza il partito di Bossi risulta, per lo più, inferiore a un punto di percentuale. Anche in questo caso, però, si tratta più di un ritorno al passato che di una novità: nel 1994 e nel 1996 la Lega ottenne, rispettivamente, ca. 200 e 500 mila voti in più che nel 2008. Il milione e rotti di voti in più alla Lega è matematicamente riconducibile in gran parte ai voti persi dalla Udc e dalla Udeur, flussi che andrebbero confrontati con il ritorno dall’astensione di elettori di «centrodestra».
    Il fatto notevole è che il risultato berlusconiano sia stato conseguito senza i partiti del «centro»: che senza Di Pietro sono al 9% dell’elettorato e con Di Pietro risalgono al 12,5%. Questo dato è interessante perché evidenzia che, pur con la centralizzazione bipartitica del voto, l’area dei votanti contesa tra le due coalizioni si aggira intorno al 10%.
    Con 994 mila voti (ca. il 2% degli adv) fascisti e fascistoidi raddoppiano i suffragi sul 2006. Questo risultato non può però considerarsi in alcun modo un sintomo di «fascistizzazione» strisciante o un concreto pericolo per l’assetto della democrazia procedurale. Si tratta di un parziale recupero fascistoide sul livello di 2,2 milioni di voti che ottenne nel 1987 il Msi: logica vorrebbe, allora, che l’Italia sia oggi meno e non più «fascista» di venti anni or sono. E in effetti è proprio così: la forchetta di 4,4-5,8 milioni di voti ottenuti da An tra il 1994 e il 2006 risulta dall’assorbimento di parte dell’elettorato del vecchio centrosinistra, ma è anche il segno della de-fascistizzazione del partito, il cui successo non è certo spiegabile con la resurrezione dei fedelissimi del Duce. L’incremento dei fascistoidi si deve poi esclusivamente al gruppo della Santanché, La destra-Fiamma tricolore: e si tratta di voti che potrebbero rientrare benissimo nel «centrodestra», ridimensionando anche il «forchettonismo nero».
    Considerando sia i risultati di Fi-An-Lega sia quelli dei fascistoidi non esiste ragione per argomentare a favore di una «svolta reazionaria» o peggio.
    E’ poi da notare che l’ala politica di «centrodestra» dell’imperialismo italiano dimostra di poter vincere anche escludendo l’ala estrema del «forchettonismo nero», continuando ad attingere da quel che resta del «centro» ex democristiano e potendo comunque contare su un accordo con l’Udc di Casini. La sostanziale tenuta dell’Udc si spiega con il fatto che una quota pari ai 4/5 dei suoi elettori del 2006 ha ritenuto di dover premiare il partito per la coerenza del comportamento politico: una valutazione inversa a quella di gran parte dell’elettorato di riferimento dell’Arcobaleno.
    In effetti, il problema della coalizione veltroniana non è dato da un calo di voti rispetto al solo Ulivo del 2006, che non c’è (neanche sommando al risultato dell’Ulivo quello di Di Pietro nel 2006), ma di aver perso la scommessa di poter vincere da sola centralizzando i voti che nella precedente elezione erano dispersi in più partiti. Questa scommessa sembra essere stata persa a causa della sottovalutazione di due fattori, o meglio di due facce della stessa medaglia: la persistente fedeltà di una quota molto alta di elettori allo schieramento nel quale si riconosce e la tendenza degli stessi a non votare piuttosto che cambiare schieramento.
    Gli scogli contro i quali ha fatto naufragio il tentativo veltroniano sono stati due.
    Il primo è che non ha sfondato verso il «centro»: come si è detto una quota significativa di elettori ha voluto votare comunque per «terze forze», danneggiando proprio il «centrosinistra».
    Il secondo scoglio è stato invece a babordo: il crollo del voto di coloro che, nel 2006, avevano votato per Prc, Pdci e Verdi. Sulla carta, se gli elettori di questi partiti avessero votato in blocco per Veltroni si sarebbe avuta nuovamente una situazione di parità con il «centrodestra». Ma questo non è avvenuto: si può dire che Veltroni abbia perso la scommessa tra trasferimento del voto di partito mantenendo però la fedeltà di schieramento oppure l’astensione.
    In questo caso molti elettori hanno ritenuto di dover punire in modo specifico i partiti la cui politica reale si è dimostrata essere lontana anni-luce dalle proclamazioni di principio e anche l’intero «centrosinistra», nel quale pure dovevano aver riposto una certa fiducia. Avendo sperimentato sia la natura forchettonica dei partiti dell’Arcobaleno sia la natura antipopolare del «centrosinistra», questi elettori o hanno votato a sinistra dei forchettoni arcobaleno o si sono astenuti, probabilmente in misura maggiore di quanto si dica sulla stampa. I voti in più a Idv corrispondono infatti ai voti persi dalla Rosa nel pugno: poiché l’Arcobaleno ha perso 2,8 milioni di voti sul risultato congiunto nel 2006 delle tre forze costituenti (senza contare gli ex Ds di Mussi), e poiche è difficile che due milioni di elettori per forze «comuniste» passino al nemico di classe berlusconiano, il 71% degli elettori di Prc, Pdci e Verdi nel 2006 è matematicamente ascrivibile all’astensione.
    Ovviamente il risultato matematico non corrisponde al comportamento reale di ciascun singolo, ma non è possibile che una tale massa di persone si sia comportata in modo sostanzialmente diverso da quanto risulta dai numeri e da una realistica valutazione dell’orientamento politico. L’astensionismo di massa a sinistra è il dato politico più rilevante di questa elezione e costituisce il problema politico maggiore per le probabilità di successo del Pd nella successiva tornata elettorale. Le variazioni dell’astensione, proprio a causa della relativa fedeltà di schieramento, sono diventate un fattore cruciale nel decidere i risultati elettorali: ma in questo caso l’ala di «centrosinistra» dell’imperialismo italiano si scontra con una contraddizione che difficilmente potrà sormontare. I voti per i forchettoni rossi e verdi sono stati decisivi per la vittoria dell’ala di «centrosinistra» dell’imperialismo italiano nel 2006; ma sarà difficile riassorbirli, dato il discredito della direzione dei partiti forchettonici e il sostanziale fallimento della vicenda iniziata nei primi anni Novanta con la fondazione del Prc. Sulla base dei numeri attuali il «centrosinistra» non supera il 28-29% dell’elettorato.
    Ci si può augurare che la parte degli elettori che sfuggono alla trappola del «meno peggio» si allarghi ancor più. E la forma in cui potrà manifestarsi tale allargamento sul terreno elettorale sarà fondamentalmente l’astensione antiparlamentare. Sugli altri terreni è tutto da discutere.

  8. #138
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    Scusate, ma non sono riuscito a sistemare la tabella.

  9. #139
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    Citazione Originariamente Scritto da Outis Visualizza Messaggio
    Ecco dove porta l'appello per l'unità dei comunisti...

    Il filosofo Gianni Vattimo è il candidato a sindaco di Messina dei Comunisti italiani
    , nelle elezioni amministrative che in Sicilia si svolgeranno il 15 e 16 giugno prossimi. Lo ha reso noto la segreteria provinciale del Pdci sottolineando di ''avere ricevuto la disponibilità'' di Vattimo. ''I Comunisti italiani di Messina - si legge nel documento approvato dalla direzione del Pdci - presenteranno una candidatura a sindaco e presidente della Provincia sostenuta da eventuali altre liste di sinistra che vogliano avviare una politica alternativa a quella centrista che caratterizza il neonato Partito democratico'' [leggete fra le righe, questo è l'appello per l'unità dei comunisti... Nota mia]. ''Per la carica di sindaco di Messina - prosegue la nota del Pdci - è stata approvata la proposta di invitare le altre forze comuniste e di sinistra alternativa a candidare il noto filosofo Gianni Vattimo, che ha dato la sua disponibilità, e a individuare fra i personaggi di grande spessore culturale e politico di Messina il candidato a presidente della Provincia''.
    Vattimo? con i comunisti italiani? bah...

  10. #140
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    Citazione Originariamente Scritto da resistente71 Visualizza Messaggio
    Vattimo? con i comunisti italiani? bah...
    ...eh già...pure lui s'è buttato nella mischia...dal "pensiero debole" a ritorno a Marx...a livello teorico...nel pratico...ritorno al PCI...

 

 
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