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  1. #81
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    OMNIA SUNT COMMUNIA
    Per costruire una alternativa al fallimento del ceto politico della sinistra
    Cresce l’esigenza di un momento di confronto tempestivo e pubblico tra le realtà della sinistra di classe e alternativa nel nostro paese. E ormai evidente come in Italia si vada chiudendo una fase storica e se ne apra un’altra. Tutto ciò non è privo di conseguenze sul piano politico, sociale, sindacale, culturale. Questo era quanto scrivevamo nel gennaio scorso in una Lettera Aperta ai comunisti e alla sinistra.
    1. L’esito delle elezioni, il disastro storico e politico prodotto dall’esperienza della Sinistra Arcobaleno, la profonda frattura - drammaticamente confermatasi - tra le istanze della sinistra, l’opzione comunista e i settori popolari nel nostro paese, impongono di procedere con rapidità verso un confronto a tutto campo teso a costruire momenti di tenuta e di rilancio di un percorso comune tra le forze che non intendono accettare la sconfitta storica della sinistra e dei comunisti. Una discussione non formale ma orientata ad affrontare alcuni snodi teorici e politici irrisolti non più rinviabili.
    2. I risultati elettorali ci consegnano una quadro politico in continuità con il clima reazionario emerso in Italia in questo ultimo quindicennio. La pesante vittoria del blocco di centro-destra non è una svolta repentina della situazione ma la rivelazione” della realtà e delle istanze vendicative sul piano sociale. Sotto tiro sono stati, e lo saranno ancora di più, i lavoratori, i sindacati, gli immigrati, i dipendenti pubblici.
    Si stanno materializzando quelle variegatemanifestazioni dell’odio di classe egemonizzato e pilotato dalla destra. Un odio assai confuso, molto articolato e alimentato dalla crescita vertiginosa del degrado e del disagio sociale, e che conforma ormai il rapporto tra pezzi consistenti della società con la politica.
    3. Tale processo coincide con la vera e drammatica novità emersa da queste elezioni: la scomparsa della sinistra storica dallo scenario parlamentare manifestatasi attraverso il fallimento completo dell’operazione Sinistra Arcobaleno. Uno scenario che insieme all’affermazione autoritaria del bipartitismo richiama molto da vicino situazioni analoghe in altri paesi dell’Europa e che conforma l’anomalia italiana alle esigenze di una crescente competizione globale.
    4. Il risultato fallimentare della Sinistra Arcobaleno alle elezioni del 13 aprile rappresenta in un certo senso l’onda lunga dell’effetto 9 giugno, quando i quartieri generali della sinistra radicale (PRC, PdCI, SD,Verdi) si trovarono in piazza da soli e senza il loro popolo che aveva invece scelto di manifestare alternativamente alle indicazioni di un ceto politico non più credibilee subalternoalle compatibilità istituzionali. I gruppi dirigenti che hanno vita alla Sinistra Arcobaleno si sono negati ad una autocritica ed a una riflessione su quella debacle e non ne hanno compreso il messaggio. Dieci mesi dopo hanno pagato la supponenza e l’arroganza con cui in questi quindici anni hanno gestito tutti i passaggi politici che hanno portato sistematicamente alla crisi esplosa clamorosamente con l’annunciato flop elettorale del 13 e 14 aprile.
    5. Sul piano sindacale e sociale il ceto politico che da almeno venti anni ha occupato la rappresentanza della sinistra e dei comunisti in Italia, i loro giornali e il loro spazio pubblico, ha impedito con tutti i mezzi ogni rottura con la cultura delle compatibilità, la logica riformista e ipotecato ogni seria riflessione sulla rappresentanza politica degli interessi popolari e di classe.
    Il ceto politico dominante nella sinistra storica non ha solo lottato per la propria auto-conservazione, ma ha bloccato lo sviluppo delle organizzazioni sindacali di base e di movimenti sociali autonomi, ha ostacolato e sbeffeggiato ogni ipotesi di ricostruzione effettiva di un punto di vista comunista della realtà, ha osteggiato e marginalizzato ogni ipotesi indipendente della e nella sinistra di classe del nostro paese.
    6. Da un lato le forze che hanno dato vita alla Sinistra Arcobaleno portano nei fatti a conclusione il processo avviatosi nel 1990 alla Bolognina facendo scomparire dallo scenario politico l’opzione comunista e di classe. Tale deriva non attiene solo alla scomparsa di una identità e presenza comunista nel nostro paese ma ripropone come strategica una subalternità riformista e neo-keynesiana,fuori tempo massimo, che ipoteca pesantemente il futuro.
    Dall’altro la reazione a questa deriva rischia di alimentare solo disorientamento, disagio, disillusione, ricerca di identità piuttosto che un tentativo organizzato e coerente di avviare una controtendenza che non si sottragga,però, ad una verifica rigorosa con le contraddizioni accumulate e non risolte negli anni.
    7. Riteniamo, diversamente, che occorra invece avviare un processo di confronto unitario tra i movimenti politici e sociali, tutte le soggettività della sinistra di classe e dell’esperienza comunista che non sottovalutino più o diano per scontato il rapporto tra la loro funzione e i settori sociali che possono ricomporre un blocco sociale antagonista. Nessuno oggi può ancora sottovalutare come la partecipazione di due partiti comunistial governo più impopolare degli ultimi venti anni abbia prodotto risultati devastanti sul piano della credibilità della sinistra e dell’opzione comunista a livello sociale e popolare.
    Rilanciamo dunque la proposta di organizzare in modo condiviso un Incontro Nazionale di confronto, analisi, proposte da tenersi a metà maggio. La resistenza alla dissoluzione di una ipotesi comunista e della sinistra nel nostro paese e l’opposizione al blocco reazionario comincia già da oggi.
    16 aprile 2008
    La Rete dei Comunisti


    ARDITI NON GENDARMI

  2. #82
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    Vorrei soltanto esprimere la mia riserva su questo agitarsi improvviso neanche chiuse le urne elettorali da parte di coloro che ritengono si sia improvvisamente e magicamente apertosi il mercatone della ricostituzione del polo comunista. Calma compagni, calma!

    Da una parte si tratta dello stesso personale trombato alle elezioni. E di questi neanche conviene parlare, solo opportunisti da piccolo cabotaggio che pensano così di poter continuare a stare a galla, nonostante tutto.

    Dall’altra si assiste ad un proliferare di proposte che si intrecciano e si sovrappongono con un unico comune denominatore: ricostruire quel che è miseramente crollato. La lettura del risultato elettorale è importante per capire come si va orientando l’umore sociale e qual è la capacità di incidere delle varie forze politiche su questo umore. Io sono di quelli che auspicava un brusco arretramento elettorale della sinistra arcobalenata perché convinto del fatto che quando l’aria è mefitica si respira a fatica e una bella tramontana anche se fredda dà modo di respirare nuovamente. La tramontana (elettorale, attenzione) c’è stata e forse ora, forse, si creano le pre-condizioni perché si possa iniziare a parlare con più facilità fuori dagli equivoci.

    Parlare del come affrontare i nodi della riapertura di una stagione di lotta che rimetta in discussione tutte le acquisizioni ultracapitalistiche recenti: dalla distruzione dello stato sociale, con rottura del terreno materiale della solidarietà sociale; dalla selvaggia ristrutturazione del mercato del lavoro con relativa precarizzazione della vita sociale; dallo scippo del TRF e grave attacco al sistema pensionistico; aggressioni al territorio (Tav, rifiuti…); politiche securitarie; finanziamento delle aggressioni imperialiste. Per non parlare della sottomissione sempre più piena dei rapporti sociali alla logica mercificante del capitalismo, che ha visto proprio nella sinistra (nichilista e relativizzante) in generale il vettore principale della trasmissione dei valori della “modernizzazione capitalistica”.

    Si tratta di un lavoro che richiede la necessità di ricostruire una capacità di collegamento con gli strati sociali più disposti ad entrare in rotta di collisione con le politiche portatrici di queste necessità. E questo, a parer mio, non passa per la riproposizione identitaria di simboli e riferimenti ideologici che sono inevitabilmente -e giustamente- nel sentire comune associati alla disfatta su tutti i fronti. Se un tempo i comunisti erano considerati come i paladini della giustizia sociale anche da chi comunista non era oggi non è più così.

    Il comunismo non è più una bandiera da sventolare, è un orizzonte verso il quale orientarsi perché comunque rimane una esigenza umana insopprimibile. Per questo diventa fondamentale rielaborare una teoria anticapitalistica poggiante sull’analisi delle caratteristiche del capitalismo odierno -alla luce degli insegnamenti marxiani- capace di muovere gli "animi" verso questo orizzonte.

  3. #83
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    Citazione Originariamente Scritto da Epifanio Visualizza Messaggio
    Vorrei soltanto esprimere la mia riserva su questo agitarsi improvviso neanche chiuse le urne elettorali da parte di coloro che ritengono si sia improvvisamente e magicamente apertosi il mercatone della ricostituzione del polo comunista. Calma compagni, calma!

    Da una parte si tratta dello stesso personale trombato alle elezioni. E di questi neanche conviene parlare, solo opportunisti da piccolo cabotaggio che pensano così di poter continuare a stare a galla, nonostante tutto.

    Dall’altra si assiste ad un proliferare di proposte che si intrecciano e si sovrappongono con un unico comune denominatore: ricostruire quel che è miseramente crollato. La lettura del risultato elettorale è importante per capire come si va orientando l’umore sociale e qual è la capacità di incidere delle varie forze politiche su questo umore. Io sono di quelli che auspicava un brusco arretramento elettorale della sinistra arcobalenata perché convinto del fatto che quando l’aria è mefitica si respira a fatica e una bella tramontana anche se fredda dà modo di respirare nuovamente. La tramontana (elettorale, attenzione) c’è stata e forse ora, forse, si creano le pre-condizioni perché si possa iniziare a parlare con più facilità fuori dagli equivoci.

    Parlare del come affrontare i nodi della riapertura di una stagione di lotta che rimetta in discussione tutte le acquisizioni ultracapitalistiche recenti: dalla distruzione dello stato sociale, con rottura del terreno materiale della solidarietà sociale; dalla selvaggia ristrutturazione del mercato del lavoro con relativa precarizzazione della vita sociale; dallo scippo del TRF e grave attacco al sistema pensionistico; aggressioni al territorio (Tav, rifiuti…); politiche securitarie; finanziamento delle aggressioni imperialiste. Per non parlare della sottomissione sempre più piena dei rapporti sociali alla logica mercificante del capitalismo, che ha visto proprio nella sinistra (nichilista e relativizzante) in generale il vettore principale della trasmissione dei valori della “modernizzazione capitalistica”.

    Si tratta di un lavoro che richiede la necessità di ricostruire una capacità di collegamento con gli strati sociali più disposti ad entrare in rotta di collisione con le politiche portatrici di queste necessità. E questo, a parer mio, non passa per la riproposizione identitaria di simboli e riferimenti ideologici che sono inevitabilmente -e giustamente- nel sentire comune associati alla disfatta su tutti i fronti. Se un tempo i comunisti erano considerati come i paladini della giustizia sociale anche da chi comunista non era oggi non è più così.

    Il comunismo non è più una bandiera da sventolare, è un orizzonte verso il quale orientarsi perché comunque rimane una esigenza umana insopprimibile. Per questo diventa fondamentale rielaborare una teoria anticapitalistica poggiante sull’analisi delle caratteristiche del capitalismo odierno -alla luce degli insegnamenti marxiani- capace di muovere gli "animi" verso questo orizzonte.
    Devo dire che anche io mi stavo facendo trasportare troppo, mosso dal mio solito entusiasmo...ieri sera m'avete aiutato a chiarire bene alcune questioni dirimenti, ma avete anche aperto l'acqua per una bella doccia fredda, che m'ha fatto ragionare sui punti che hai esposto benissimo qui.

    Era scontato che una parte del ceto politico della sinistra multicolore avrebbe reagito alla sconfitta riproponendo la falce e martello, sebbene nessuno si fosse precedentemente opposto a quella scelta di togliere il simbolo, ponendolo come conditio sine qua non. Per loro e per troppi compagni è sostanzialmente una questione di marketing e non c'è dubbio che l'abbandono del disegno sulla scheda sia stato uno dei motivi per cui alcuni elettori "storici" non gli hanno dato credito - ma penso che sia una percentuale bassissima -. Ora tolgono di mezzo l'esperimento multicolore, cercando di rispolverare la parola "comunismo".

    I promotori dell'appello (che appaiono come firmatari) avevano sicuramente preparato adeguatamente la contromossa post-elettorale, perché non ci posso credere che sia stata un'azione simultanea così veloce ed improvvisa... Marco Rizzo e gli ernestini esclusi dalle candidature sicuramente avevano preparato qualcosa, ma probabilmente tutto il gruppo dirigente del PdCI s'era mosso per tempo... Stanno cercando di prendere in contropiede il PRC, dilaniato dalle lotte fratricide all'interno della stessa maggioranza bertinottiana e scollato alle sue fondamenta. Domani, a Firenze (mi pare) queste lotte dovrebbero portare ad una decisiva resa dei conti nel PRC.

    I neotogliattiani sono stati i più rapidi nel correre ai ripari, dopo la sconfitta elettorale e la partita per la sopravvivenza si sta giocando anche sui tempi di reazione: non hanno esitato a spendere qualche decina di migliaia di euro per gli spazi a pagamento su Corriere, Repubblica, Manifesto, etc. Del resto - grazie al perverso meccanismo del finanziamento dei partiti - il finanziamento (alias "rimborso elettorale") acquisito nel 2006 andrà avanti fino al 2011 anche se la legislatura si è chiusa tre anni prima (così mi hanno spiegato dei compagni).


    Per quanto riguarda l'appello postato anche qui, sembra di essere tornati ai tempi degli inizi di Rifondazione Comunista, dove molte cose possono essere condivisibili, ma il problema sta in quello che non viene affrontato nel testo.
    C'è un buco immenso: la questione del governo. Nel testo, infatti, si parla solo della delusione estesa verso la politica del governo Prodi, così, genericamente, senza dire nulla sulle politiche del governo Prodi. La cultura governista ed istituzionalista che da Berlinguer ci ha portato a Bertinotti nessuno la mette in campo...le svolte degli anni Novanta, il PdCI al governo col bombardamento della Jugoslavia, con Diliberto firmatario del decreto legge sulla repressione nelle carceri...insomma, nessuna autocritica seria.Nel 1999 mentre i bombardieri si levavano da Aviano per distruggere la Jugoslavia questi signori erano al governo. Non più tardi di un anno fa il sig. Diliberto dichiarò che non si può far cadere il governo solo per la misera questione di una base militare (Vicenza). Al sen. Rossi (e siamo nel 2007 non nel secolo scorso), permessosi di votare contro la politica di guerra del governo, è toccata l'espulsione, una volgare scenata senatoriale della (ex) senatrice Palermi oltre al pugno di uno sgherro dilibertiano.
    Alla fine di gennaio (cioè poco più di due mesi fa) questi signori sono rimasti fino all'ultimo a fare la guardia del bidone (ormai vuoto) del governo Prodi in parlamento.


    Ecco perché, e non solo per ragioni teoriche, la questione del governo è decisiva. Ed ecco perché è stata invece clamorosamente omessa, come se stesse a latere di un possibile percorso rifondatore.

    Probabilmente è un'illusione tremenda quella dell'apertura di un processo costitutivo serio. Questa è un'operazione preconfezionata che tenterà di salvare una quota del ceto politico naufragato il 13-14 aprile. Il comunismo non deve essere un brand (una ricerca di mercato), ma una ricerca politica verso cui tendere. La loro operazione non ha niente a che vedere con un processo di ricostruzione teorica e pratica di una soggettività comunista.


    Costoro stavano (alcuni stanno) in un partito che già nel nome richiama la necessaria rifondazione, ma cosa hanno fatto in quasi vent'anni (20 anni, non un giorno) affinché al nome corrispondesse anche qualcos'altro? Niente hanno fatto, questa è la risposta.

    Dobbiamo continuare a tenere gli occhi aperti su quel che si muove, sforzandoci di essere aperti e soprattutto propositivi, ma evitiamo però di essere frettolosi e precipitosi.

    Ultima nota di colore:
    c'è stata una scelta dei primi firmatari, dividendoli in tre gruppi: lavoratori, esponenti di movimenti, intellettuali. Perché i dirigenti politici non compaiono? Che cazzata è questa?
    Il loro è un calcolo elettorale nella lotta per la sopravvivenza che si è aperta con la maggioranza del Prc. Non guardano molto lontano, il loro sguardo è rivolto a due tappe: le elezioni europee del 2009 e quelle regionali del 2010. Quei risultati stabiliranno se qualcuno tornerà a galla dopo la loro catastrofe elettorale. Le europee, dove si vota con un sistema integralmente proporzionale, sono un ottimo banco di prova a rischio zero. Poi vedranno il da farsi...


    Dal punto di vista dell'antimperialismo, un partito neotogliattiano sarebbe ovviamente assai meglio della Rifondazione bertinottiana, ma come soggettività politica, dobbiamo avere le idee chiare sul da farsi: chi propone di ricostruire sui simboli identitari anziché sulla necessità politica dell'opposizione sistemica puzza e non poco. Non perché i simboli non siano importanti, ma perché, se non vi è affiancata la scelta strategica, essi servono solo a coprire le malefatte del ceto politico, come un secolo e mezzo di storia del movimento operaio insegna fin troppo bene.

    Direi di non aderire.

  4. #84
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    ''Non ho mai pensato allo scioglimento del Partito della Rifondazione Comunista e sfido chiunque a trovare traccia del contrario''. Lo afferma il segretario nazionale del Prc Franco Giordano, in una intervista a 'Liberazione', nella quale giudica il passaggio di un congresso ''urgente, non più rinviabile'' dopo il crollo elettorale. Giordano giudica le critiche ricevute dal candidato premier della Sinistra Arcobaleno Fausto Bertinotti ''ingenerose e sgradevoli umanamente, prima ancora che politicamente''. Per il leader di Rifondazione ''il territorio e i luoghi di lavoro sono i terreni su cui provare a ricostruire''.

    ---

    ''La proposta di Diliberto è ancora più disastrosa della già cataclismatica sconfitta elettorale''. Lo afferma in una dichiarazione Gennaro Migliore, capogruppo uscente dei deputati di Rifondazione Comunista, a proposito dell'intenzione del segretario del Pdci di riunire tutti i comunisti in una nuova ''Rifondazione''. ''Il Paese - aggiunge Migliore - ha bisogno di una sinistra forte e Rifondazione Comunista la vuole costruire attivamente. Rifugiarsi in uno sterile identitarismo sarebbe un problema per la sinistra nel suo complesso e, a maggior ragione, per chi dentro Rifondazione è attratto da questa prospettiva. Per noi si tratta di ricostruire da subito, da domani con l'assemblea promossa da Paul Ginsborg a Firenze, le relazioni con le donne e gli uomini a partire dai contenuti. La sinistra - conclude Migliore - deve recuperare la sua umanità''.

  5. #85
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    ''Da Diliberto sterile identitarismo? Migliore sbaglia. Errare è umano ma perseverare è diabolico. Velleitario e sterile è voler riproporre uno schema sonoramente bocciato''. Cosìì il capogruppo uscente del Pdci alla Camera, Pino Sgobio, replica alle parole di oggi di Gennaro Migliore (Prc) che ha attaccato l'ipotesi di Diliberto di una 'nuova' rifondazione comunista che veda Prc e Pdci di nuovo insieme. ''Occorre ricostruire la sinistra iniziando dai comunisti - osserva - rimettendo insieme tutti i comunisti. E' questa, dati alla mano, l'unica seria proposta di rilancio della sinistra in Italia, per dare speranza ai lavoratori e al nostro popolo''.

  6. #86
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    OMNIA SUNT COMMUNIA


    BUONANOTTE AI SUONATORI di G.P.

    Naturalmente il gran circo multipartitico delle minuzie comuniste, senza più alcuna rappresentanza parlamentare, non ha capito nulla di quello che è veramente accaduto in Italia (e in tutta un’ epoca storica). Siamo ancora agli “incontri ravvicinati del terzo tipo” con una società che, dicono, gli è sfuggita di mano e con la quale non si riesce più a comunicare.
    La società e i corpi che la costituiscono vengono ancora passati al microscopio – e qui rubo a piene mani da un formidabile inedito di La Grassa (spero non me ne voglia) che stiamo per pubblicare sul sito – della “sragione”, utilizzando lenti irrimediabilmente abrase e calibrate su un “ ‘materialismo ingenuo’ che assegna la priorità alla ‘pesantezza’ e ‘compattezza’ dei “corpi” (macrosociali) trascurando “le basi decisive nel microsociale”. Sempre che, dubitarne è lecito, questi grandi raggruppamenti e blocchi sociali, a livello di "macrofisica del potere", vengano seriamente indagati tenendo conto dei due “ambiti spaziali” della formazione capitalistica: le stratificazioni in verticale (l’articolazione della “clessidra” sociale) e le segmentazioni in orizzontale (il rapporto-scontro tra formazioni capitalistiche più o meno coincidenti con aree o paesi intesi come interi).
    In questo contesto, l’indagine sul modo di produzione (che rimanda al conflitto capitale/lavoro) spiega ormai poco della dinamica sistemica, la quale va invece studiata a partire dai flussi conflittuali attraversanti le varie sfere sociali (politica in primis, poi anche economica ed ideologico-culturale) dove si organizza l’azione strategica interdominanti (come elemento identificante della formazione sociale dei funzionari del capitale).

    Nelle chiese comuniste si fa, ovviamente, tutt'altro. Reprimende, resipiscenze e aneliti ai pogrom riparatori in nome del comunismo tradito la fanno da padrone e la resa dei conti tra marxistologi estetici è solo una pantomima tra “duri” (di comprendonio) che hanno la stessa consistenza del burro e della terracotta. Gli uomini di burro si sciolgono nelle tendenze culturali di un comunismo che diviene letteratura (Bertinotti e soci), quelli di terracotta si crepano e si sfaldano in mille sottogruppi del “vero” comunismo, ciascuno più effettivo dell’altro ma solo per irrigidimento dottrinale. E così via all’infinito.
    In questa coazione a ripetere il "modellino" teorico d'antan, gli ultimi adulatori della dottrina “immobile” del comunismo sono aiutati dai miraggi e dalle Fate Morgana della ricorsività storica che, a scadenze periodiche, abbaglia loro la vista con qualche “avanzo” del passato. Una crisi più acuta può ringalluzzire i “teosofici” dell’ultimo stadio del capitalismo, ma solo per il breve spazio del suo superamento sistemico (all’interno della stessa dinamica capitalistica che, si può dire, sale a spirale), dopo il quale gli “iettatori” (nel senso che questi pretucoli credono di vincere il sistema semplicemente urlandogli contro “memento mori”) sono costretti a rinviare il raggiungimento della terra promessa di qualche secolo.
    Lo spazio critico-teorico viene così occupato dai tendenzialisti di ogni risma, quelli per la serie: “la concentrazione e centralizzazione dei capitali è irreversibile, la classe proprietaria si va trasformando in parassitaria e disinteressata alla produzione effettiva, con i lavoratori che si riappropriano dei saperi tecnici dei quali erano stati spossessati”. Sfumatura più o sfumatura meno, la disputa torna a vertere sulla tempistica del tracollo e qui gli auguri tornano a tracimare di consigli per preparasi all’ora X.
    Nel frattempo tutto cambia, ma non per loro che continuano a proiettarsi nel futuro con statiche categorie da secolo trapassato "comprimendo" il presente.
    Alla fine questo benedetto (da tutti noi) funerale del comunismo, già di per sè in ritardo, viene costantemente rimandato ed il corpo esanime da un ventennio (per essere buoni), continua a putrefarsi emanando un olezzo insopportabile. Restano le ossa sulle quali i "maggiorenti" aristocratici (i leaders politici), l’alto clero (i teorici ortodossi) , il popolino (la “base”, che poveretta si fa certe dormite!), i medio-piccoli produttori di utopie artigianali (decrescentisti, ambientalisti, nuovisti ecc. ecc.) si accaniscono voracemente. Ma a nutrirsi di ossa non si cava nessuna energia.
    Questo esercito di scimmie primordiali "tiromanciniste" invoca, a riflussi alterni, l'ontogenesi di un uovo nel quale si è già formato un bel serpente a sonagli.
    Le proposte di tali cagnacci rabbiosi sono tuttavia molteplici e vanno a finire sempre lì (dove non batte più alcun Sol dell'avvenire): a pugnar arditissimi con falce, martello e baionetta per ridare l’assalto al Palazzo d’Inverno ma solo nelle primavere elettorali. Perderanno ancora e si rigetteranno nelle loro ri-fondazioni e nelle fumose disquisizioni sui tradimenti e sul messia che tarda ad arrivare. Ideologia ossificata e religione vanno sempre a braccetto.
    Le cose finiscono sempre in questa maniera quando si pretende che sia la realtà ad aderire al proprio pensiero.
    “E Bonanotte ai suonatori”!!



    RIPENSAREMARX

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  7. #87
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    PUNTO DI NON RITORNO di M. Tozzato

    Certamente il risultato elettorale della Sinistra Arcobaleno risponde in una maniera addirittura superiore, rispetto alle aspettative, alle valutazioni e alla critica serrata che anche su questo blog stiamo portando avanti da tempo. Non crediamo, naturalmente, che coloro i quali hanno abbandonato e affossato questo ceto politico corrotto, incapace e totalmente nichilista, siano stati influenzati direttamente da argomentazioni razionali e analisi teoriche ma lo stato emotivo che si è costituito in questa circostanza, nelle coscienze di una notevole massa di persone, ha sicuramente sintetizzato in maniera intuitiva una serie di fatti macroscopici relativi al nefasto periodo del governo Prodi. Può essere, forse, inutile elencare adesso tutte le nefandezze avallate da questa presunta sinistra “radicale” anche se Berlendis [Le Guerre della sinistra, pubblicato sul blog il 14 aprile, NDR] ha fatto benissimo a riassumere la parte relativa alla politica estera e all’interventismo militare; di fatto il tentativo bertinottiano si fondava su una scommessa riguardo alla possibilità di presentare ai creduloni del cosiddetto “popolo di sinistra” un progetto che coagulasse una certa “massa critica” di consensi attorno a una presunta forza politica liberale di sinistra in grado di porsi in termini alternativi rispetto alla struttura sociale dominante. Questo ceto politico mediocre non si era reso conto che in realtà - nonostante le costruzioni ideologiche del circo “altermondista” pretenda che sviluppi attuali in altri paesi possano mostrare il contrario (es. America Latina) - questo spazio attualmente non esiste o comunque è destinato a scomparire nel medio e breve periodo anche per forze che si pretendano anticapitalistiche. Per quanto riguarda quell’effimero prodotto politico-ideologico che è la sinistra liberale è apparso evidente che un ceto politico miope non si è accorto che essa ha praticamente cessato già di esistere. La caduta del comunismo storico novecentesco si è portato dietro, come si è visto da tempo, anche il crollo delle altre componenti politiche che in maniera diversa e più mediata si ponevano il problema di una trasformazione contro il capitale: il socialismo rivoluzionario, il socialismo democratico e il socialismo liberale. In questo contesto, ha tentato di ritagliarsi uno spazio quella che chiamiamo sinistra liberale la qualeha trovato fin dagli inizi degli anni Settanta (del novecento) in John Rawls il suo principale teorico di riferimento. La parabola politico-teorica del pensatore americano appare particolarmente indicativa: a partire dalle posizioni iniziali di Una teoria della giustizia e Hiroshima: non dovevamo ! Rawls è passato ad una progressiva rinuncia alle istanze di equità sociale sostanziale per aderire virtualmente alla “consacrazione” della formazione sociale dei gruppi dominanti in conflitto strategico sulla base di una organizzazione economico-produttiva capitalistica – anche se ovviamente il linguaggio del filosofo americano è molto diverso da questo – sistematizzata nel suo libro intitolato Liberalismo politico. In Giustizia come equità. Una riformulazione , pubblicato nel 2001, Rawls riformula i due principi (fondamentali) di giustizia in questi termini:
    << A) Ogni persona ha lo stesso titolo indefettibile a uno schema pienamente adeguato di uguali libertà di base compatibile con un identico schema di libertà per tutti gli altri.
    B) Le diseguaglianze sociali e economiche devono soddisfare due condizioni: primo, devono essere associate a cariche e posizioni aperte a tutti in condizione di equa uguaglianza delle opportunità; secondo, devono dare il massimo beneficio ai membri meno avvantaggiati della società (principio di differenza).>>
    L’unica dimensione presa in considerazione è, al solito, quella “orizzontale” del mercato tra soggetti sociali considerati come “eguali”. Su questa base deve però svilupparsi una dinamica conflittuale-competitiva che produce “diseguaglianze sociali e economiche” - ovverosia posizioni di supremazia di alcuni gruppi rispetto ad altri - sempre provvisorie come le alleanze e le strategie per ottenere questa supremazia stessa. La necessaria copertura ideologica di questi processi, di questa finzione di democrazia (economica e politica), richiede comunque la presenza - ad opera di un ordine politico costituzionale-democratico ragionevole – di norme procedurali di regolazione, regolarmente eluse, che dovrebbero garantire la correttezza delle “attività” sul “mercato competitivo” e permettere eguali opportunità di vittoria nei conflitti. Infine, soprattutto in determinate congiunture, si dovrà tener conto di quella parte dei gruppi dominati che si trovino in condizioni di vita e di reddito particolarmente svantaggiose. Rawls, in fondo, si limita a considerare che per costoro uno sviluppo quantitativamente e qualitativamente elevato del loro sistema-paese rimane l’unica soluzione valida. Quello che nel nostro paese si è manifestato come Partito Democratico appare dunque la logica conclusione di un processo teorico e politico di lungo periodo mentre l’inconsistenza del tentativo degli “arcobaleni” ha risuonato come “campana a morto” anche per i fanatici idolatri e feticisti che pensano di trarre dalla riproposizione di un simbolo, dal passato certo glorioso, “miracolosi” risultati. Per le persone della mia generazione che hanno vissuto - non solo nell’analisi teorica e nella pratica politica razionale - il tramonto del comunismo e del marxismo otto-novecentesco, questa “fine di un epoca” significa anche la necessità di recidere alcuni legami affettivi e emotivi con il proprio passato esistenziale. Ma per continuare a vivere, a pensare e, magari per un lungo periodo di tempo, contribuire esclusivamente sul piano teorico e culturale all’avvento di un nuovo agire politico per una nuova fase non possiamo non seppellire ciò che è ormai morto e contemporaneamente salvaguardare ciò che del passato storico, spirituale e materiale, è ancora degno di essere ripensato per un progetto nuovo di trasformazione contro il capitale.

    Mauro Tozzato 17.04.2008


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  8. #88
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    ''Fiamma Nirenstein ha fatto la storia'': questo il titolo di una intervista con la giornalista italiana di origine ebraica pubblicata oggi dal quotidiano israeliano ''Haaretz'' e con la quale si elogia la sua recente elezione nelle fila del Popolo delle libertà. La Nirenstein, secondo il giornale, è la prima persona residente in Israele ad essere eletta nel parlamento italiano. Richiesta di commentare le informazioni secondo cui negli anni Sessanta il leader di Alleanza Nazionale Gianfranco Fini (eletto nella sua stessa lista) fu visto fare il saluto romano, la Nirenstein ha risposto: ''Non so se abbia fatto il saluto romano, forse lo ha fatto quando era giovane. Ma io non so cosa avrebbe potuto fare di più che non inginocchiarsi a Yad va-Shem (il Museo dello Olocausto di Gerusalemme)... Doveva forse uccidersi?'' Di fronte alle insistenze dell'intervistatore, la Nirenstein ha aggiunto: ''Lui era fascista quando io ero comunista, quando ero indifferente per quanto faceva Pol Pot (Cambogia), quando ammiravo Che Guevara. Io vedo in lui una persona che si è sviluppata''. Secondo la Nirenstein dalle elezioni politiche e' emersa ''una Italia migliore, senza più estrema destra ed estrema sinistra'' rimasti fuori dal parlamento. Il giornale rileva che la nuova parlamentare del partito di Silvio Berlusconi risiede da dieci anni a Ghilo, uno dei rioni ebraici edificati dopo la guerra dei sei giorni (1967) intorno a Gerusalemme est.

    AMEN...

  9. #89
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    Il presidente uscente della commissione Ambiente del Senato, Tomaso Sodano del Prc sostiene che si ''deve ricostruire un progetto di unità della sinistra che si ponga su base paritaria nel rapporto con il Partito democratico'', riconoscendo ''la difficoltà del momento ma anche la necessità di ripartire al più presto riprendendo i rapporti con gli operai, i precari, gli ambientalisti, sulla base di un progetto autonomo''. Secondo Sodano ''occorre un bagno di umiltà che faccia capire la nostra differenza'' e in questa situazione di crisi chiede di ''interrompere esperienze di governo regionale come nel caso della Campania, dove la nostra persistenza in Giunta ha determinato una scarsa credibilità presso il nostro elettorato, sulla reale volonta' di porre fine ai metodi di gestione del potere in quella regione e di avviare una fase nuova''. ''Una posizione - sottolinea Sodano - condivisa dal comitato regionale di Rifondazione che si fece prima delle elezioni e diffusa tra i cittadini campani, non certo solo mia personale''. ''Va da sé - precisa Sodano - che dove il nostro progetto è compatibile con il Pd si può andare avanti, ma senza operazioni di appiattimento su logiche di potere o di vera e propria sudditanza, come quelle avviate da qualche esponente del partito in Campania''.

  10. #90
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    Sinistra, rischio di implosione
    Aldo Garzia

    17 aprile 2008

    Sotto tiro è il segretario e l'intero gruppo dirigente di maggioranza. In discussione ci sono la prospettiva e l'identità del partito, ma nell'immediato - ed è questo il tema che fa precipitare la crisi interna - occorre stabilire il percorso verso un congresso che le minoranze vorrebbero "straordinario, da fissare prima dell'estate" e gestito da una nuova leadership. In pole position, Paolo Ferrero. Alla riunione del comitato politico non partecipa Fausto Bertinotti, confermando la scelta di fare un passo indietro

    Un po' per prudenza, un po' per scaramanzia, il contratto di affitto della sede nazionale de La Sinistra-L'Arcobaleno in via Veneto 54 a Roma è stato sottoscritto fino alla fine di maggio. Qui doveva abitare lo stato maggiore della "Casa della sinistra" dopo le elezioni.
    Le stanze di quella casa, da martedì mattina, sono invece pressoché deserte.

    Rifondazione, tra le forze promotrici dell'Arcobaleno, è quella più esposta all'implosione interna.
    La resa dei conti si svolgerà sabato pomeriggio a Roma, in sede di Comitato politico del Prc, convocato per questa data. In mattinata, su iniziativa dello storico Paul Ginzburg e del suo gruppo "Laboratorio politico per la democrazia", si terrà intanto a Firenze un'assemblea che cercherà di fare il punto sulle prospettive di chi non vuole archiviare l'esperimento di Sinistra-Arcobaleno. All'iniziativa parteciperanno molti leader del Prc e della sinistra alternativa. Poi la discussione si sposterà, forse a porte chiuse, all'interno di Rifondazione.

    Sotto tiro è il segretario Franco Giordano insieme con l'intero gruppo dirigente di maggioranza. In discussione ci sono la prospettiva e l'identità del partito, ma nell'immediato - ed è questo il tema che fa precipitare la crisi interna - occorre stabilire il percorso verso un congresso che le minoranze vorrebbero "straordinario, da fissare prima dell'estate" e gestito da una nuova leadership.
    Il ministro Paolo Ferrero, il capogruppo al Senato Giovanni Russo Spena, il senatore Claudio Grassi, il deputato Ramon Mantovani e il gruppo che fa capo alla rivista "l'Ernesto" guidano il fronte che chiede la sostituzione immediata del segretario Giordano.
    Chi invece ritiene ingiusticata la caccia al "capro espiatorio", contropopone una gestione collegiale del prossimo congresso: quindi, una nuova segreteria dove siano presenti tutte le componenti del partito. Se quest'ultima proposta fosse rifiutata, il partito si spaccherebbe irrimediabilmente a metà e tutti gli scenari sarebbero possibili e non si potrebbe escludere quello della separazione.
    Sull'onda del tracollo elettorale (da tutti definito "catastrofico"), Ferrero, Grassi, Russo Spena e Mantovani potrebbero perciò proporre al Comitato politico nazionale di eleggere un nuovo segretario che gestisca il partito da qui al congresso, che molto probabilmente verrà fissato alla fine di luglio. In questa eventualità, sarebbe il nome di Ferrero a catalizzare i consensi di tutti i malumori covati contro la segreteria di Giordano.

    L'elezione di Ferrero viene data possibile anche da chi non è d'accordo su questa soluzione, considerata uno "strappo" o un "putch". Il risultato elettorale ha infatti cambiato i rapporti di forza all'interno del Prc. Nel Comitato politico di Rifondazione, prevarrebbe una maggioranza favorevole all'interruzione dell'esperienza dell'Arcobaleno, da proseguire semmai in "forma federata" ma senza accelerazioni verso la formazione di una nuova forza politica che preveda lo scioglimento di quelle esistenti.
    Se Ferrero dovesse sostituire Giordano, cambierebbe via via l'intera gestione del partito. A iniziare dalla direzione del quotidiano "Liberazione", dove la nuova segreteria potrebbe proporre come direttore Russo Spena al posto dell'attuale, Piero Sansonetti.

    Fausto Bertinotti ha intanto deciso di non partecipare alla riunione del Comitato politico, confermando la scelta di fare un passo indietro rispetto agli impegni di direzione sia di Sinistra-Arcobaleno, sia del Prc. Ieri pomeriggio ha riunito la redazione della rivista "Alternative per il socialismo", di cui è direttore, per mettere a punto un numero incentrato sull'analisi del voto e sulle prospettive di lungo periodo della sinistra.

    Dibattito aperto anche tra i Verdi, divisi tra la possibilità di riannodare il dialogo con il Pd di Walter Veltroni e l'idea di rilanciare il simbolo del "Sole che ride" alle elezioni europee dell'anno prossimo.
    In Sinistra democratica, dove si annunciano le dimissioni di Fabio Mussi come portavoce, potrebbe invece prevalere la scelta di un patto con Giordano e il gruppo dirigente uscente di Rifondazione per rilanciare l'unità della sinistra e la costruzione di un nuovo soggetto politico.
    Il Pdci di Oliviero Diliberto ha intanto avviato la "costituente dei comunisti", auspicando il dialogo con quanti nel Prc sono intenzionati a ricostruire un partito comunista.

    Nichi Vendola, il governatore della Puglia che molti indicavano prima del voto come il probabile successore di Bertinotti, ha fatto sapere di ritenere ogni ipotesi di consolidamento di una nicchia identitaria (cioé il cambio della guardia al vertice del Prc) come un vero e proprio "suicidio", definendo un atto di "giustizia sommaria" dal sapore stalinista la resa dei conti nel gruppo dirigente.

    http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=7310

 

 
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