
Originariamente Scritto da
Outis
Devo dire che anche io mi stavo facendo trasportare troppo, mosso dal mio solito entusiasmo...ieri sera m'avete aiutato a chiarire bene alcune questioni dirimenti, ma avete anche aperto l'acqua per una bella doccia fredda, che m'ha fatto ragionare sui punti che hai esposto benissimo qui.
Era scontato che una parte del ceto politico della sinistra multicolore avrebbe reagito alla sconfitta riproponendo la falce e martello, sebbene nessuno si fosse precedentemente opposto a quella scelta di togliere il simbolo, ponendolo come conditio sine qua non. Per loro e per troppi compagni è sostanzialmente una questione di marketing e non c'è dubbio che l'abbandono del disegno sulla scheda sia stato uno dei motivi per cui alcuni elettori "storici" non gli hanno dato credito - ma penso che sia una percentuale bassissima -. Ora tolgono di mezzo l'esperimento multicolore, cercando di rispolverare la parola "comunismo".
I promotori dell'appello (che appaiono come firmatari) avevano sicuramente preparato adeguatamente la contromossa post-elettorale, perché non ci posso credere che sia stata un'azione simultanea così veloce ed improvvisa... Marco Rizzo e gli ernestini esclusi dalle candidature sicuramente avevano preparato qualcosa, ma probabilmente tutto il gruppo dirigente del PdCI s'era mosso per tempo... Stanno cercando di prendere in contropiede il PRC, dilaniato dalle lotte fratricide all'interno della stessa maggioranza bertinottiana e scollato alle sue fondamenta. Domani, a Firenze (mi pare) queste lotte dovrebbero portare ad una decisiva resa dei conti nel PRC.
I neotogliattiani sono stati i più rapidi nel correre ai ripari, dopo la sconfitta elettorale e la partita per la sopravvivenza si sta giocando anche sui tempi di reazione: non hanno esitato a spendere qualche decina di migliaia di euro per gli spazi a pagamento su Corriere, Repubblica, Manifesto, etc. Del resto - grazie al perverso meccanismo del finanziamento dei partiti - il finanziamento (alias "rimborso elettorale") acquisito nel 2006 andrà avanti fino al 2011 anche se la legislatura si è chiusa tre anni prima (così mi hanno spiegato dei compagni).
Per quanto riguarda l'appello postato anche qui, sembra di essere tornati ai tempi degli inizi di Rifondazione Comunista, dove molte cose possono essere condivisibili, ma il problema sta in quello che non viene affrontato nel testo.
C'è un buco immenso: la questione del governo. Nel testo, infatti, si parla solo della delusione estesa verso la politica del governo Prodi, così, genericamente, senza dire nulla sulle politiche del governo Prodi. La cultura governista ed istituzionalista che da Berlinguer ci ha portato a Bertinotti nessuno la mette in campo...le svolte degli anni Novanta, il PdCI al governo col bombardamento della Jugoslavia, con Diliberto firmatario del decreto legge sulla repressione nelle carceri...insomma, nessuna autocritica seria.Nel 1999 mentre i bombardieri si levavano da Aviano per distruggere la Jugoslavia questi signori erano al governo. Non più tardi di un anno fa il sig. Diliberto dichiarò che non si può far cadere il governo solo per la misera questione di una base militare (Vicenza). Al sen. Rossi (e siamo nel 2007 non nel secolo scorso), permessosi di votare contro la politica di guerra del governo, è toccata l'espulsione, una volgare scenata senatoriale della (ex) senatrice Palermi oltre al pugno di uno sgherro dilibertiano.
Alla fine di gennaio (cioè poco più di due mesi fa) questi signori sono rimasti fino all'ultimo a fare la guardia del bidone (ormai vuoto) del governo Prodi in parlamento.
Ecco perché, e non solo per ragioni teoriche, la questione del governo è decisiva. Ed ecco perché è stata invece clamorosamente omessa, come se stesse a latere di un possibile percorso rifondatore.
Probabilmente è un'illusione tremenda quella dell'apertura di un processo costitutivo serio. Questa è un'operazione preconfezionata che tenterà di salvare una quota del ceto politico naufragato il 13-14 aprile. Il comunismo non deve essere un brand (una ricerca di mercato), ma una ricerca politica verso cui tendere. La loro operazione non ha niente a che vedere con un processo di ricostruzione teorica e pratica di una soggettività comunista.
Costoro stavano (alcuni stanno) in un partito che già nel nome richiama la necessaria rifondazione, ma cosa hanno fatto in quasi vent'anni (20 anni, non un giorno) affinché al nome corrispondesse anche qualcos'altro? Niente hanno fatto, questa è la risposta.
Dobbiamo continuare a tenere gli occhi aperti su quel che si muove, sforzandoci di essere aperti e soprattutto propositivi, ma evitiamo però di essere frettolosi e precipitosi.
Ultima nota di colore: c'è stata una scelta dei primi firmatari, dividendoli in tre gruppi: lavoratori, esponenti di movimenti, intellettuali. Perché i dirigenti politici non compaiono? Che cazzata è questa?
Il loro è un calcolo elettorale nella lotta per la sopravvivenza che si è aperta con la maggioranza del Prc. Non guardano molto lontano, il loro sguardo è rivolto a due tappe: le elezioni europee del 2009 e quelle regionali del 2010. Quei risultati stabiliranno se qualcuno tornerà a galla dopo la loro catastrofe elettorale. Le europee, dove si vota con un sistema integralmente proporzionale, sono un ottimo banco di prova a rischio zero. Poi vedranno il da farsi...
Dal punto di vista dell'antimperialismo, un partito neotogliattiano sarebbe ovviamente assai meglio della Rifondazione bertinottiana, ma come soggettività politica, dobbiamo avere le idee chiare sul da farsi: chi propone di ricostruire sui simboli identitari anziché sulla necessità politica dell'opposizione sistemica puzza e non poco. Non perché i simboli non siano importanti, ma perché, se non vi è affiancata la scelta strategica, essi servono solo a coprire le malefatte del ceto politico, come un secolo e mezzo di storia del movimento operaio insegna fin troppo bene.
Direi di non aderire.