



La sensazione di unheimlich è quel sentimento di spaesamento, disordine, inquietudine e fifa che, in maniera variabile da soggetto a soggetto, si manifesta quando ci si imbatte in qualcosa che assomiglia o coincide con ciò che conosciamo già da tempo (che quindi ci è familiare) ma che, nei fatti, è invece nuovo ed ha delle caratteristiche nuove e inconsuete.
Un cadavere accuratamente imbalsamato, vestito ed atteggiato in una posa naturale come se fosse vivo, è un classico perturbante –ciò non significa che debba esserlo per tutti- un po’ come i robots o le statue di cera di cui parla Freud ( che tanto panico generano nei musei delle cere di Londra e Parigi per esempio o di Lourdes!)
Credo che sia difficile fare graduatorie di cosa sia più o meno unheimlich (mano mozzata o pantofolina da camera, Shining di Kubrick oppure Io e Caterina di Sordi), ma è lecito chiedersi perché definisci perturbante una situazione ipotetica che d’ufficio, a mio avviso, non dovrebbe esserlo.
Nella mia esperienza è stato fortemente unheimlich un cuore battente (che aveva ripreso a pompare dopo il blocco iatrogeno) visto anni fa durante un intervento di cardiochirurgia, ossia un cuore vivo, in situ! (non come nelle illustrazioni!) e non riuscivo a spiegarmi perché fossi rimasto così impropriamente spaventato da quella visione.
Un altro episodio fortemente perturbante ( classico) fu quando sull’autobus, ai tempi del liceo, vidi una ragazza in preda ad una crisi epilettica.
In entrambi i casi, Secondo Freud anzi, semplicemente, secondo Jentsch << l’impressione di processi automatici , meccanici, che agiscono dietro l’apparenza ordinaria dell’attività mentale >> sarebbe particolarmente perturbante.
Ma le modalità che creano questo sentimento sono diverse.
Un cadavere crivellato da cinquanta colpi, in un lago di sangue e con l’intestino a tracolla è raccapricciante, rivoltante ma con poca probabilità sarà unheimlich, parimenti qualcosa che abbiamo sempre visto semplicemente in foto o disegni.
Sappiamo però che, al di là dei casi codificati, ognuno può provare (per)turbamento a modo suo per qualcosa che vede o immagina e allora sarebbero interessanti due parole anche brevissime sul perché, Barsa, definisci perturbante l’ipotetica visione del miocardio di un Papa. Io non so dirti il cuore che forma abbia, dovresti già dirmelo tu che, leggo, saresti perturbato nel vederlo in una teca!
Negli esplosi anatomici degli atlanti è grossomodo come un pugno, con o senza sacco pericardico, alcuni preferiscono ritrarlo col grasso pericoronarico in bella vista, altri senza, altri ancora privilegiano foto che lo illustrino in sede nel mediastino in cui è un tutt’uno con lo scavo che lo ospita, i vari strati di rivestimenti e i polmoni; chi poi ne parla per lavoro, poco baderà alla forma esterna concentrandosi per lo più sulle sue cavità, sulle loro pressioni e sullo spessore delle pareti.…
A mio avviso, guardando un cuore anche perfettamente conservato nell’estetica, la maggior parte delle persone non capirebbe nemmeno cosa sia di preciso, perciò mi risulta difficile capire in che senso tu lo troveresti perturbante, perché un cuore vecchio di tre anni (ma anche fresco) non è come una mano mozzata, almeno non nell’immaginario comune o nella genesi classica del perturbante d’antologia così come lo si trova svolto.
Vero è che il cuore ha tantissime implicazioni simboliche e primordiali. Lasciami avanzare l’ipotesi, ma è solo un’ipotesi, che se tu dovessi trovare perturbante quel cuore, ciò accadrebbe in qualunque condizione di conservazione si venisse a trovare la reliquia.
Il discorso tuo -soprattutto perché mi pare di aver capito che sei credente- diventa estremamente interessante quando, venendo al dunque, aggiungiamo che l’incertezza intellettuale (pare /non pare vivente, è animato/inanimato, etc ) non è la spiegazione conclusiva dell’insorgere del sentimento perturbante. L’elemento spaventoso è costituito, almeno secondo Freud, da qualcosa di rimosso che si ripresenta, da << ciò che doveva rimanere nascosto ma che è venuto alla luce>> da rientranti <<forme superate di pensiero>> e questo accade sia nel perturbante vissuto che in quello solo immaginato, come nel tuo caso. Mi verrebbe da dire che, infondo, non credi alla vita dopo la morte o che rifiuti, ohibò, <<l’onnipresenza del pensiero>> di qualcuno o qualcosa. Ma è solo una delle tante ipotesi! (punto esclamativo alla Pfjodor)
Ripeto, quella tua affermazione sul cuore di GPII ha bisogno di un chiarimento perché non è da manuale! (ibidem)


Bene fai, Waglione, a richiamare il significato di unheimlich nell'ortodossia del Grande Maestro. In effetti, a partire dalle tue precisazioni, mi rendo sempre più conto di aver usato l'espressione perturbante in modo un po' troppo disinvolto. Questa mia colpevole disinvoltura ha probabilmente causato degli equivoci. All'interno del modesto gioco linguistico contestualizzato in queste chiacchiere tra noi, intendevo con questa parola ciò che - in base a una sua dis-locazione, de-contestualizzazione - produce inquietudine e disagio. Come benissimo dici tu: spaesamento.
Ora, un cuore dovrebbe essere collocato dentro a un corpo. Quel pugno (ah...) di carne irrorata di sangue e pulsante, luogo simbolico degli affetti e delle emozioni, 'ultimum moriens' (prima di venire soppiantato dal più freddo e grigio cervello), è normalmente chiuso nella gabbia toracica. Vero è - verissimo - che le onnipresenti immagini del Sacro Cuore (le quali, indipendentemente dal loro riferimento religioso, mostrano un individuo umano dall'aspetto sereno, vitale e tranquillizzante che però oibò tiene in mano un cuore, presumibilmente il suo, e certe volte perfino fiammeggiante) ci hanno abbastanza abituato a un cuore fuori posto.
D'altra parte l'onnipresenza mediatica di Papa Wojtila lo ha reso in qualche modo un parente di tutti noi. Un volto familiare, una voce nota. Ha esposto il suo corpo sofferente agli sguardi commossi - ma talvolta anche rapaci, di miliardi di persone. Ha rischiato il pudore e l'intimità del suo corpo malato (vi ricordate la querelle suscitata dalle foto rubate del corpo intubato di Federico Fellini?). E sarebbe proprio il suo cuore ad essergli strappato ora dal corpo morto (ripeto: vi invito ad una composizione di luogo accurata della scena: la cripta chiusa di san Pietro; magari di notte o prima dell'alba, per sottrarsi alla curiosità di pellegrini e di visitatori; qualche prelato, l'ambasciatore polacco presso la Santa Sede un'équipe di medici, un paio selezionatissimi e superaffidabili reporter, alti ufficiali della Fabbrica di San Pietro, e qualche semplice (s) muratore; lo scoperchiamento della tomba e della bara; l'estrazione del corpo semidecomposto, avvolto negli abiti pontificali; il denudamento della parte toracica del corpo del Pontefice, l'incisione e l'asportazione dell'organo, la sua ricognizione, il collocamento nel reliquiario appositamente realizzato e....). Insomma, sarebbe quel cuore ad essere portato dal naturale celamento alla visibilità venerante. Come se il grande e infaticabile Papa non potesse resistere a non essere visto neppure da morto, e volesse uscire dalla tomba e mostrarsi ancora agli sguardi, almeno in un pezzo - significativo - di sé.
Non mi è chiarissima invece l'inferenza (a partire dal discorso sul cuore del papa) del mio possibile non credere alla vita dopo la morte. In parte la conclusione può anche esser vera (non ci credo, per esempio, come ci crede Vito Mancuso) ma non ho capito esattamente come ci sei arrivato.
Grazie, Barsanufio

